sabato 14 maggio 2011

Arbitrarietà del diritto d'autore.

La questione del diritto d'autore così come è congegnata attualmente è troppo spesso fonte, a mio parere, di abusi e arbitri; già il fatto che un brano di musica composto in epoca remota, quindi in teoria non soggetto a questa legislazione, per il solo fatto di essere affidato per il suo ripristino in sede esecutiva all'intervento di un revisore o di uno studioso, ossia di persona vivente, finisca col ricadere nel campo del diritto d'autore con tutto quello che ne consegue, anzichè di essere di pubblico dominio come sarebbe più giusto, per giunta equiparando il revisore o lo studioso al creatore dell'opera medesima indipendentemente dall'entità effettiva dell'intervento, a livello di compenso pecuniario, ovverossia di riscossione vita natural durante dei relativi emolumenti, è un qualcosa che grida vendetta a mio avviso, come ho già spiegato in precedenza. Ma questo non è il solo esempio di abuso che si verifica, ahimè! Non so quanti si ricorderanno del caso della partitura dell'opera "Montezuma" di Antonio Vivaldi che occupò l'intera estate di alcuni anni fa e di cui a Radiotre se ne parlò in ripetute occasioni, durante quel periodo. Essendo Vivaldi un compositore del '600, le sue opere dovrebbero essere tutte tranquillamente di dominio pubblico. E invece nel caso del "Montezuma" si cercò di farlo ricadere arbitrariamente nei canoni del diritto d'autore. C'è da dire che molte partiture di Vivaldi erano rimaste conservate a Dresda, poichè il compositore nell'arco della sua esistenza, aveva viaggiato e si era esibito parecchio all'estero anche come strumentista, Germania compresa. Verso la fine della seconda guerra mondiale, con la sconfitta dell'armata tedesca da parte delle truppe alleate, Dresda ricadde nel settore della Germania occupato dall'esercito dell'Armata Rossa, per cui tutte le partiture musicali presenti negli archivi di Dresda vennero confiscate dall'esercito russo e trasportate a Mosca, compresi quindi i lavori di Vivaldi. Soltanto in epoca più recente, ossia dall'avvento della perestroika di Gorbaciov in poi, tutte queste partiture sono progressivamente rientrate in Germania. Tra l'altro si riteneva, fino a diversi anni fa, che l'opera "Montezuma" di Vivaldi fosse praticamente un lavoro perduto, di cui sopravvivevano pochi brani. E invece non era così. Alcune di queste partiture rientrate dalla Russia furono acquisite dalla Singakademie di Berlino, un'istituzione musicale dal prestigio alquanto decaduto e famelica di quattrini, che fece catalogare ed esaminare tutte queste musiche da uno studioso che si accorse che fra di esse vi era una partitura quasi integrale di questo "Montezuma", che si riteneva anzi essere addirittura un originale. In quegli anni in Italia il festival estivo di Opera Barga aveva intrapreso un ciclo di rappresentazioni integrali di tutto il teatro lirico di Vivaldi al cui completamento mancava soltanto il "Montezuma" che avrebbe dovuto essere diretto da Federico Maria Sardelli. Solo che quando i curatori del festival si rivolsero alla Singakademie di Berlino per l'ottenimento del manoscritto, si sentirono sparare da questi ultimi una richiesta di un compenso esorbitante per la pubblica rappresentazione, in quanto la Singakademie proprietaria di quella che si riteneva una partitura originale  rinvenuta, riteneva suo pieno diritto in questi casi di esigere un adeguato compenso rientrante nelle regole del diritto d'autore, tantopiù che un tribunale tedesco aveva dato inizialmente del tutto ragione a questa società musicale. Essendo però i fondi del festival Opera Barga troppo esigui per far fronte a una simile esorbitante richiesta, si decise di rinunciare e pur di rappresentare comunque il "Montezuma" si ricorse a un cosiddetto "pasticcio" ossia l'innesto sui pochi brani dell'opera già noti in precedenza, di brani di altre opere dello stesso Vivaldi, riadattati per l'occasione, in barba alle pretese di fedeltà filologica di cui lo stesso festival si faceva vanto, con ciò conducendo un'operazione culturalmente esecrabile e dimostrando scarsissima serietà nei confronti del pubblico degli appassionati. Meglio sarebbe stato rinunciarvi in questo caso! Successivamente l'opera viene rappresentata, nel mese di settembre, a un festival di musica barocca a Rotterdam, in Olanda, che disponendo di fondi economici assai più cospicui, può accondiscendere alle esorbitanti richieste della Singakademie di Berlino. Senonchè a un successivo e più attento riesame della partitura manoscritta, salta fuori che non di orginale si tratta, ma bensì di una copia cosiddetta da viaggio di riserva, per cui un altro tribunale tedesco, in virtù di questa scoperta, ribalta la sentenza precedente, dichiarando perciò illegittime le richieste di corresponsione dei diritti d'autore pretese dalla Singakademie di Berlino. Tanto più che di lì a poco uscirà, sul mercato discografico un'edizione di quest'opera diretta da Alan Curtis, per l'etichetta Archiv Produktion basata su altre fonti e col titolo mutato, chissà perchè in "Motezuma"! Un bel ginepraio, insomma! Il discorso sul diritto d'autore è comunque ben lungi dall'essere concluso e spero vivamente di poterlo proseguire in barba ad eventuali inconvenienti telematici che si dovessero verificare in futuro in questo blog (anche se spero vivamente che la cosa non si ripeta mai più!). A risentirci!

mercoledì 11 maggio 2011

Diritto o abuso d'autore?

Personalmente ritengo che la legislazione in materia di diritto d'autore sia troppo caotica e contradditoria e presti il fianco a possibili abusi. Uno dei punti più controversi e sul quale periodicamente mi sono trovato a discutere con altre persone, è quello che equipara anche e soprattutto a livello di compenso economico il revisore o ricostruttore di partiture incompiute e/o frammentarie al creatore dell'opera medesima, ossia il compositore, anche perchè l'entità effettiva di questo genere di interventi è molto variabile a seconda dei casi. A questo proposito mi ricordo di un caso piuttosto emblematico al riguardo: anni fa la casa discografica inglese Hyperion aveva fatto incidere un disco al complesso corale Ex Cathedra diretto da Lawrence Skidmore, comprendente delle rare composizioni per coro a cappella del poco conosciuto compositore francese rinascimentale Michel Delalande, affidandosi a un revisore per la cura delle partiture. In realtà il lavoro del suddetto, in questo frangente, fu di rilevanza limitata, in quanto si ridusse alla semplice aggiunta di un giro di basso continuo in un brano e poco altro. Essendo le musiche in questione, vista l'epoca di composizione, abbondantemente fuori dai canoni del diritto d'autore, il revisore, al termine del suo lavoro, venne pagato dalla casa discografica col compenso pattuito secondo il contratto regolarmente sottoscritto dal medesimo, il quale venne anche citato e ringraziato nelle note di accompagnamento all'incisione discografica all'interno del libretto, come da prassi comune in simili faccende. Senonchè dopo qualche tempo il furbastro si rivolse a un avvocato il quale mandò una lettera alla casa discografica nella quale intimava ai responsabili di corrispondere per intero al suo cliente l'intero ammontare dei diritti d'autore in quanto equiparabile al creatore dell'opera in virtù del suo intervento di revisione sulle partiture, pena essere citati in giudizio al tribunale per violazione dei diritti d'autore. Inizialmente la casa discografica rispose picche, ma venendo successivamente trascinata in tribunale, fu condannata al termine della procedura a un risarcimento all'esimio personaggio della bellezza di 75000 sterline, il che ebbe le sue conseguenze. Innanzitutto il disco in questione, le cui scarse vendite non avevano coperto neanche le spese di realizzazione, venne tolto dal catalogo, con ciò arrecando un danno culturale non irrilevante trattandosi di rarità e non certo del solito repertorio arcinoto. Inoltre la stessa casa discografica, visto il danno economico, essendo oltretutto una casa discografica indipendente e non certo una multinazionale, rischiò il fallimento, dovendo cancellare diversi progetti discografici per salvarsi (tra cui l'incisione del balletto di Victor de Sabata "Le mille e una notte" con l'orchestra filarmonica di Londra diretta da Aldo Ceccato, altra rarità assoluta per fortuna successivamente incisa qualche anno dopo dall' orchestra sinfonica "Giuseppe Verdi" di Milano diretta da Francesco Maria Colombo (ex critico musicale del Corriere della Sera) per l'etichetta Universal Classics and Jazz, disco oltretutto bellissimo). Difatti i più sacrificati furono, per ovvie ragioni di sopravvivenza economica, i progetti riguardanti musiche orchestrali, ossia ad ampio organico, mentre minore fu la falcidia per la musica cameristica e strumentale. Per giunta per alcuni anni non venne stampato nessun nuovo catalogo cartaceo, limitandosi soltanto a periodici supplementi. Successivamente l'Hyperion è riuscita miracolosamente a risollevarsi, ricominciando anche ad incidere musiche ad ampio organico e riprendendo a ristampare annualmente nuovi cataloghi cartacei, per fortuna, ma il rischio del fallimento è stato evitato per un pelo, vista anche la sempre più accentuata crisi del mercato discografico a livello internazionale. In seguito a questa vicenda, che ha costituito un precedente anche per tutte le altre etichette del settore, si è deciso che, da ora in avanti, eventuali questioni di diritti d'autore siano completamente a carico dei musicisti e non più dei discografici, il che mi sembra parecchio discutibile. Trovo che comunque anche i responsabili della Hyperion siano stati degli ipocriti in questo caso, perchè comunque sapevano che potevano incorrere in simili rivendicazioni e che, in ogni caso, anche il revisore si sia comportato scorrettamente, fingendo tacitamente di accettare il compenso iniziale senza rendere note le sue eventuali rivendicazioni fin dal principio,  salvo poi farsi ulteriormente risarcire successivamente per vie legali e venendo in pratica pagato 2 volte per il suo tutt'altro che cospicuo intervento sulle partiture. Ritengo che sia particolarmente ingiusto, soprattutto nei casi in cui il lavoro dello studioso, revisore o ricostruttore di partiture musicali si riveli di entità obiettivamente limitata come nella vicenda testè rammentata, di equipararlo a livello di compensi per diritti d'autore, al creatore medesimo della composizione oggetto dell'intervento. Ovviamente non intendo dire che non debba essere pagato, ma che il suo compenso sia direttamente proporzionale all'entità dell'intervento svolto. Lo so che tale questione non è affatto semplice, ma proprio per evitare ulteriori possibili abusi e controversie in materia, auspico che gli addetti ai lavori si occupino anche di questi aspetti, mettendo ordine in una legislazione che mi sembra, da profano quale io sono, alquanto carente, caotica e contradditoria. Anche questo è comunque un discorso che intendo riprendere senz'altro in una prossima occasione riferendomi in particolare alla vicenda tormentata del "Montezuma" di Vivaldi di alcune estati fa e delle furberie di Luciano Berio come riarrangiatore di partiture altrui del passato, tanto più che in seguito a queste storture, molte musiche che, in virtù dell'epoca di composizione, non dovrebbero essere più soggette al pagamento di alcun diritto d'autore per la loro esecuzione pubblica, finiscono per cadere in pieno in questa sorta di capestro, con tutte le conseguenze pecuniarie del caso per i musicisti che volessero suonarle. Così come ci sarebbero da tirare in ballo gli editori musicali e i discografici per le loro nefandezze in materia, senza tenere conto di quell'orrido carrozzone succhiasoldi chiamato SIAE, tacendo della questione delle cosiddette edizioni critiche, per cui alla fine gli argomenti di possibili discussioni e riflessioni sono anche troppi, ma cercherò ugualmente, per quel poco che posso, di dipanarli, poichè sono cose che mi stanno particolarmente a cuore. Alla prossima!

martedì 10 maggio 2011

Foglio d'album ( riflessioni sul primo maggio).

Vorrei tanto sapere in base a quale legge non scritta la musica sinfonica sia sostanzialmente bandita da manifestazioni sul genere di quella del primo maggio, occupate da beceraggini varie che testimoniano ulteriormente l'incultura predominante oggidì, o dalle canzonette dei soliti cantautori cosiddetti "impegnati" ( soprattutto a rimpinguare il proprio conto in banca!). Va bene che qualcuno mi ha fatto notare che qui a Bologna, nei paraggi della fontana del Nettuno, nel centro storico, c'era la banda "Puccini", ossia una banda cittadina, che suonava brani classici, ma, visto il livello non particolarmente esaltante delle sue esibizioni, non mi sognerei certo di metterla sullo stesso piano di un complesso sinfonico-corale, nè tantomeno di un solido complesso bandistico sinfonico di area anglosassone (tanto varrebbe in questi casi scritturare la Banda Bassotti!). Se si pensa poi che l'ineffabile Beppe Maniglia, che ti manda il cervello in poltiglia, pseudo musicante spaccatimpani (e anche qualcos'altro!), funesta spesso e volentieri il centro storico con le sue pietosissime esibizioni che pure continuano a raccogliere un discreto pubblico di decerebrati  (vorrei però sapere quanti se e quanti siano gli sciamannati che buttano via 10 euro per acquistare i ciddì e i vinili -ohibò- di questo fenomeno da baraccone!), se si pensa, dicevo, che il suddetto, stando a quanto lessi parecchio tempo addietro in un numero del quotidiano "Il Bologna", avrebbe oltre che a una laurea in psicologia, anche un diploma di conservatorio, tanto più che suo padre sarebbe stato primo oboe dell'orchestra del Comunale, oltrechè amico del direttore d'orchestra Arturo Toscanini (ma sarà poi vero tutto ciò?), considerando il miserrimo risultato complessivo, mi viene da dire ma quanto spreco gettare tutto questo alle ortiche! Insomma da un padre oboista si è generato un figlio trombone! Ecco perchè Bologna è stata designata dall'Unesco capitale mondiale della musica! E io, deficiente che non sono altro, che non l'avevo ancora capito! Tanto più che qualcuno mi ha vociferato che persino il maestro Riccardo Muti avrebbe acquistato una musicassetta del sommo plantigrado (forse in seguito a qualche notte brava di troppo in riviera?). Ma adesso basta con simili facezie e torniamo a parlare dell'assenza della musica sinfonica in occasione del primo maggio; assenza ingiustificata in quanto ci sarebbe almeno una partitura musicale ad hoc per questa ricorrenza, ossia la sinfonia n.3 di Dimitri Shostakovich intitolata appunto "Il primo maggio" per coro e orchestra, della durata di circa mezz'ora, composta nei primi anni trenta e in bilico fra fervori rivoluzionari ed esperimenti modernisti, che doveva far parte inizialmente di un vasto ciclo di composizioni intitolato al calendario delle ricorrenze rivoluzionarie, tant'è che la sinfonia che la precede cronologicamente, ossia la sinfonia n.2 pure essa per coro e orchestra, ma più breve, ossia della durata di circa una ventina di minuti e comprendente nel suo organico una sirena di fabbrica, normalmente sostituita nelle esecuzioni da una combinazione di strumenti a fiato, e intitolata appunto "Rivoluzione d'ottobre", poi alla fine, forse anche in seguito alle tormentate vicissitudini personali del compositore, il progetto si arenò, tanto che le altre 2 sinfonie "rivoluzionarie" di Shostakovich, ossia la n.11 "L'anno 1905" e la n.12 "L'anno 1917", vennero composte nella seconda metà degli anni cinquanta. Ma, tornando alla sinfonia n.3 (e lo stesso discorso è grosso modo applicabile anche alla n.2), il brano, pur non essendo tra i migliori del compositore, viziato com'è a tratti da una certa convenzionalità retorica, è comunque di bell'effetto complessivo e meriterebbe senz'altro di essere conosciuto di più oltrechè di essere eseguito più spesso in pubblico, per cui non sarebbe affatto un'idea malvagia il ricordarsene in simili occasioni. A chi comunque volesse colmare una simile lacuna, segnalo che in questo periodo è reperibile nei negozi specializzati una recentissima edizione discografica economica al prezzo di 6.90 euro, della Naxos, di questo brano accoppiato alla folgorante sinfonia n.1 dello stesso autore, con il coro e l'orchestra reale filarmonica di Liverpool diretta da Vassily Petrenko, facente parte di un'erigenda integrale sinfonica di cui sono già usciti altri volumi, già recensiti più che positivamente dalla stampa specializzata. Per concludere una notazione storica a parte: dovete sapere che quella che viene definita la cosiddetta "rivoluzione d'ottobre", ossia, per essere precisi del 25 ottobre 1917, è in realtà avvenuta il 6 novembre di quell'anno, poichè in Russia all'epoca si adottava ancora il calendario giuliano, differente da quello occidentale, che la stessa Russia adotterà di lì a poco. Inoltre a chi fosse interessato all'argomento consiglio di visionare il film di Sergei Eisenstein "Ottobre", film muto in bianco e nero del 1926, dal taglio innovativo e quasi documentaristico, con delle scene di massa particolarrmente impressionanti; tra l'altro ne esiste una versione sonorizzata proprio con musiche di Shostakovich. A risentirci alla prossima occasione!

sabato 30 aprile 2011

Le relazioni pericolose.

Il titolo si riferisce all'omonimo romanzo di Pierre Francois Armand Choderlos de Laclos, da cui il drammaturgo Heiner Muller trasse nel 1981, liberamente ispirandovisi, un lavoro teatrale oggetto della nuova opera di Luca Francesconi, "Quartett", andata in scena alla Scala di Milano martedì 26 aprile in prima assoluta e radiotrasmessa in diretta. Anche qui l'impressione complessiva del solo ascolto radiofonico è stata più che notevole, nonostante la cerebralità del libretto, caratterizzato da atmosfere ora claustrofobiche, ora oniriche e un linguaggio musicale più ostico e meno immediato rispetto al lavoro di Bolcom, ma che proprio per questo motivo, aveva il grande merito di rifuggire dalle soluzioni più ovvie e scontate, tenendosi saggiamente alla larga dai criteri del facile ascolto pur di accattivarsi il pubblico, contrariamente a quanto hanno fatto sia Lorenzo Ferrero col suo dimenticabile "Risorgimento!" che Daniel Catàn col suo ancor più stantio "Il postino", tanto per citare i 2 esempi più recenti in cui mi sia imbattuto in radio. Per fortuna, stavolta anche in terra nostrana si è avuta una prima assoluta degna di tal nome, se solo capitasse più spesso! Peccato solo che il lavoro articolato in un atto unico e suddiviso in 13 scene, sia persino troppo breve, per complessivi 81 minuti circa di musica. Chissà che il fatto di essere stato commissionato congiuntamente dalla Scala e dalle Wiener Festwochen, oltrechè di non essere minimamente legato ad alcuna ricorrenza patriottarda, non abbia influito positivamente sull'esito complessivo. Lo stile di questo lavoro di Francesconi (classe 1964) mi ricorda sotto un certo aspetto quello di Luigi Nono nel suo periodo centrale, ossia quello dell'impegno politico e civile ( che secondo me è stato quello più fecondo e migliore), ovvero l'alternanza di momenti parossistici di estrema violenza fonica ad altri di altrettanto estrema dolcezza rarefatta, per il resto essendo 2 stili completamente differenti. Questo lavoro usufruiva per la sua particolare conformazione di una suggestiva spazializzazione informatica del suono a cura dell'Ircam, poichè in buca era presente un complesso da camera e sul palcoscenico c'erano solo 2 cantanti, mentre in sala prove era presente un'orchestra al gran completo con altri 2 cantanti il cui suono veniva mediato e diffuso dall'apparato informatico dell'Ircam, il che richiedeva la presenza di 2 direttori d'orchestra ciascuno alla conduzione del proprio complesso strumentale; questo tanto per dare una vaga idea della complessità dei piani sonori su cui si articolava la trama musicale. L'opera è stata data in lingua inglese e l'autore ne ha motivato la scelta dicendo che l'inglese, in quanto lingua neutra diffusa in tutto il mondo, ossia una "lingua da aeroporto", a differenza dell'italiano e del tedesco, non evoca nell'ascoltatore stilemi operistici predeterminati, concedendo più libertà espressiva al compositore; personalmente mi chiedo se, in tale scelta non abbia influito anche il fatto che quest'opera non sia destinata anche a una ribalta internazionale. La regia dello spettacolo era di uno degli esponenti del gruppo catalano La Fura de Baus e anche stavolta il numeroso pubblico ha risposto più che positivamente con applausi calorosi al termine del lavoro. Per ovvi motivi non mi posso pronunciare sulla parte visiva di questo come dell'altro spettacolo di cui ho parlato in precedenza, ma da quel che ho letto e sentito, direi che in ambedue i casi doveva senz'altro essere quantomeno all'altezza della situazione, il che non è affatto poco! Anche col lavoro di Francesconi si conferma ulteriormente il fatto che di fronte a una proposta valida, persino in un paese retrogrado come il nostro, le paure del pubblico rispetto al contemporaneo talvolta svaniscono per fortuna! Dimenticavo di aggiungere che sia la resa esecutiva di tutti gli interpreti, che la regia sonora sottesa a simile architettura musicale, sono risultate anche in radio impeccabili e suggestive, a riprova ulteriore che uscire dai sentieri più ribattuti fa bene anche agli stessi artisti coinvolti nell'impresa! Ma il discorso sul teatro lirico contemporaneo è destinato a continuare all'infinito. Alla prossima occasione!

venerdì 29 aprile 2011

Ulteriori riflessioni sul teatro lirico contemporaneo.

In questi ultimi giorni la radio mi ha fornito nuovi stimoli per tornare a parlare di opera lirica contemporanea con la trasmissione in differita sabato 23 aprile di "A view from the bridge" di William Bolcom e con la diretta, martedì 26 aprile di "Quartett" di Luca Francesconi, finalmente due validi esempi di teatro lirico contemporaneo! Il lavoro del compositore americano William Bolcom (classe 1938) era stato commissionato dal direttore d'orchestra Bruno Bartoletti quando era direttore artistico della Chicago Lyric Opera per la stagione 1997-98, ed è ovviamente tratto dall'omonima commedia teatrale di Arthur Miller, che conobbe una celeberrima trasposizione cinematografica con la regia di Sidney Lumet e nel ruolo del protagonista, Eddie Carbone, l'attore nostrano Raf Vallone (anche se inizialmente si era pensato a Henry Fonda per questo ruolo, ma siccome quest'ultimo non si sa bene se fosse troppo impegnato o avesse preteso un compenso troppo elevato, alla fine venne scelto l'attore italiano che siglò una delle sue più giustamente celebri interpretazioni). Difatti anche in italiano il titolo recitava "Uno sguardo dal ponte". Tornando all'opera lirica, suddivisa in 2 atti per una durata complessiva di poco superiore alle 2 ore, l'edizione proposta in radio, registrata all'Opera di Roma il 18 gennaio scorso, costituiva la prima esecuzione assoluta ufficiale europea in lingua originale, in quanto nel 2009 era stata rappresentata in Germania in una versione ritmica in tedesco non apprezzata dall'autore. Anche l'esecuzione romana, analogamente alla prima assoluta avvenuta a Chicago, avrebbe dovuto essere diretta dal maestro Bartoletti, ma a causa di un'indisposizione, quest'ultimo è stato validamente sostituito da David Levine. Diciamo subito che la musica, fin dall'attacco iniziale, è caratterizzata da una fortissima presa teatrale ed emotiva, che non conosce cedimenti fino alla fine, ma questa è una caratteristica comune a molti compositori dediti al teatro lirico contemporaneo di area anglosassone. Altra caratteristica comune di molti di questi compositori, soprattutto americani, è quella di avere un'abilità sopraffina nel miscelare stilemi colti e popolari in un multilinguismo stilistico di estrema naturalezza, senza complessi nè pregiudizi, ma con un'affascinante spregiudicatezza, pur rimanendo lo stile di ciascuno di essi, estremamente personale e riconoscibile, poichè per costoro tutto ciò viene visto come una meravigliosa opportunità di allargamento del ventaglio espressivo, giustamente. Mai la loro musica ha il sapore di un ricalco pedissequo, ma tutto fluisce con estrema spontaneità e naturalezza, pur nella eterogeneità dei moduli espressivi adottati. E difatti anche in questo lavoro convivono fondendosi mirabilmente, dodecafonia europea, melodramma italiano, musical, vaudeville, rag, canzone popolare, in una sintesi affascinante e trascinante. Detto dell'estrema bravura complessiva della compagnia di canto, quello che mi ha sorpreso positivamente è stata la prova superba dei complessi corali e orchestrali romani. Il coro, piuttosto impegnato in quest'opera, si è comportato molto bene, sia pure con qualche lieve sbavatura qui e là, ma ancora più notevole se possibile mi è sembrata l'orchestra, letteralmente trasfigurata e galvanizzata, con una sorprendente idiomaticità di suono; insomma, forse esagero, ma sembrava veramente di sentire un'orchestra americana, considerando l'estrema complessità della partitura, un genere di musica al quale i complessi nostrani non sono certamente adusi. Insomma ciò mi conferma nell'opinione che anche per i musicisti stessi sia più benefico e stimolante uscire il più possibile dal repertorio più consolidato e dalle tradizioni esecutive più sclerotizzate, al fine di non ricadere nella più obbrobriosa routine! Ovviamente anche il pubblico numeroso presente in sala ha risposto calorosamente ed entusiasticamente a tutto ciò, il che è consolante, in un paese asfittico come il nostro, poter constatare che, quando si propone un capolavoro assoluto come questo, la naturale diffidenza verso il contemporaneo, si scioglie come neve al sole, almeno in questo caso. Essendomi dilungato molto su questo lavoro e volendo fare un discorso più meditato e approfondito, rimando la trattazione del bel lavoro di Luca Francesconi "Quartett" a una prossima volta.

giovedì 28 aprile 2011

I tromboni di Fra' Diavolo.

Sempre a proposito di Abbado, siccome ovunque egli si esibisca, viene seguito da una claque adulante che va sotto il nome di abbadiani itineranti, mi sono sempre chiesto come facciano questi ultimi a trovare tutto il tempo e il denaro necessario per stare sempre alle costole del loro beniamino, insomma come campino e di quale entità siano le loro denunce dei redditi, soprattutto pensando all'attuale crisi economica che ci attanaglia, ma temo che questa mia curiosità sia destinata a rimanere insoddisfatta. Pensando all'ex magnifico (!) rettore e attuale presidente della Fondazione Carisbo, Fabio Roversi Monaco, ma, ai tempi del suo rettorato universitario, non era lui quello che concedeva con generosità lauree honoris causa a cani e porci, tra l'altro con un bilancio finanziario fortemente in passivo? Insomma tutti questi esimi personaggi mi lasciano fortemente dubbioso sulla serietà dell'intera faccenda; contrariamente a quanto si afferma non percepisco poi una così forte domanda culturale da parte della popolazione che trovo sempre più involuta e provinciale, in barba al fatto che Bologna sia stata insignita dall'Unesco come città della musica (babbeo io che non me ne sono mai reso conto!). E per quali manifestazioni musicali si utilizzerebbe questo fantomatico auditorium? Per i soliti miserelli concerti di agenzia? Per le solite parate di divi e divetti musicali plasticosi di turno pompati dalle multinazionali discografiche? Per la solita minestra? Per qualche astruseria pseudocontemporanea? O per che altro? Il panorama desolante che mi vedo intorno non mi induce a essere ottimista al riguardo. Tra l'altro chi lo gestirebbe? Il solito burosauro partitocratico sommamente incompetente in materia, visto il clientelismo e la corruzione dilaganti in ogni dove, anche qui in Emilia-Romagna? Tacendo poi dei finanziamenti necessari per la realizzazione dell'ambizioso progetto! Come riportato sempre su "city" del 19 aprile: "Di certo c'è che la Fondazione (Carisbo) da sola non potrà coprire i costi (ma va!). La palla, dunque, passerà al prossimo sindaco, alle banche e al sistema Bologna intero." Non è che alla fine pagherà sempre Pantalone, ossia il povero contribuente già abbondantemente tartassato, per un progetto faraonico di dubbia utilità, che forse, visti i tempi grami, non vedrà nemmeno la luce, che comunque si potrebbe tradurre nell'ennesimo pretesto per estorcere altro denaro ai contribuenti, facendo arricchire ulteriormente i personaggi illustri coinvolti, che sono certo gli ultimi ad averne necessità, ma si sa, piove sempre sul bagnato! Non sarebbe certo la prima e ultima volta che si regalerebbero soldi qui da noi, ai soloni di turno, con ben altri problemi che necessiterebbero di risoluzione e che abbiamo tutti sotto gli occhi. Basta coi compagnucci della parrocchietta più o meno sinistrorsa che hanno già prodotto abbastanza danni! Staremo a vedere. Gabriele Evangelista.

sabato 23 aprile 2011

Un buco nell'acqua!

Questa è la mia opinione riguardo al progetto di questo auditorium qui in Bologna, anche se mi augurerei di essere poi smentito dai fatti! Ma pensando agli ingegni coinvolti, mi viene da essere parecchio scettico in proposito! A cominciare dall'architetto Renzo Piano, anzi "l'archistar" come viene definito su"city" del 19 aprile (ma chi li conia questi orridi neologismi? Il diretto interessato o i giornalisti? Andiamoci "piano" con queste ridicole iperboli che sanno tanto di miserabili trombonate!): suo fu anche il progetto dell'auditorium del Parco della Musica in Roma, dalla buona acustica ma, sia pure per volere del defunto Luciano Berio, privo di un organo a canne, tanto secondo lo stesso Berio facilmente rimpiazzabile da un equivalente elettronico, il che detto da un importante compositore è abbastanza grave! Infatti non sono poi così poche le partiture orchestrali che richiederebbero la presenza di un autentico organo a canne, per cui qualora si decida di realizzare un nuovo spazio deputato alle manifestazioni musicali, con un progetto così ambizioso, la cosa non dovrebbe nemmeno essere messa in discussione! E difatti sotto questo aspetto l'auditorium di Roma ha rappresentato un'occasione perduta, visto che, se non sbaglio, anche l'altro auditorium di via della Conciliazione ne è privo, il che per la capitale d'Italia è piuttosto grave! Per cui, ogni volta che in un concerto al Parco della Musica viene eseguita una partitura che richiede la presenza dell' organo, tipo le "Vetrate di chiesa" di Respighi, si ricorre a un cosiddetto elettrofono, ossia un organo elettronico di dimensioni compatte che può essere tuttalpiù accettabile in una fossa orchestrale di un teatro lirico per ovvie ragioni, ma in una sala da concerto evidenzia in maniera inaccettabile tutti i suoi limiti di artificiosità timbrica e di inconsistenza dei registri gravi! E guarda caso anche stavolta, pur non essendoci di mezzo lo zampino di Berio, per questo benedetto auditorium di Bologna, non si accenna minimamente alla presenza di un organo a canne. Il che mi fa temere che il progetto sia già in partenza zoppo, poichè se veramente si vuole fare una cosa, o la si fa come si deve, o è meglio lasciar perdere! Della propensione alle balle cosmiche da parte di Abbado ho già detto prima, mi viene solo da far presente che le tante sedicenti orchestre da lui fondate non siano altro che il continuo rimescolamento di elementi provenienti dai Berliner Philarmoniker, dalla Gustav Mahler Jugendorchester e dalla European Community Youth Orchestra, con una spruzzatina di alcuni giovani elementi  nuovi come specchio per le allodole; aggiungo che lo stesso Abbado fu coinvolto parecchi anni fa in un' inchiesta per evasione fiscale, per cui temo che i suoi conti col fisco nostrano siano ancora in sospeso, il che la dice lunga sulla statura morale del personaggio, sommo musicista, ma uomo invero miserello! Gabriele Evangelista

venerdì 22 aprile 2011

Una boiata pazzesca, ovvero la cattedrale nel deserto!

La battuta fantozziana mi viene spontanea pensando al ventilato progetto di un nuovo auditorium qui a Bologna. Anche col recente reintegro del FUS, la situazione generale delle istituzioni musicali nostrane mi sembra che continui a rimanere abbastanza critica, per cui in un periodo di vacche magre come quello che stiamo attraversando, la faccenda mi sembra decisamente campata in aria, nonostante il prestigio dei nomi coinvolti a cominciare da quello di Claudio Abbado, il quale non è nuovo alle solenni corbellerie. Una per tutte: quando tempo addietro pose come condizione per un suo ritorno alla Scala di Milano, l'impegno da parte del comune di far piantare non si sa bene dove e come, un numero pazzesco di alberi ( mi pare ne avesse proposti addirittura 20000!). Insomma se il comune, con chissà quale spreco di denaro pubblico avesse accondisceso a una simile assurda richiesta demagogica e populista, il sommo musicista avrebbe diretto i complessi della Scala per un unico concerto in cui era inizialmente prevista l'esecuzione dell'ottava sinfonia di Mahler, la celeberrima "sinfonia dei mille" (anche se alla prima assoluta avvenuta a Monaco di Baviera nel 1908, gli esecutori erano per la precisione 1036). E io a questo punto già subodorai la bufala, in quanto Abbado non ama questa composizione; la diresse soltanto in un concerto dal vivo del febbraio 1994 alla sala grande della Philarmonie di Berlino, esecuzione poi riversata in disco nel '95 dalla DG, unicamente per completare il proprio ciclo discografico mahleriano ( singolare comunque che nonostante lui non ami questa partitura, si tratti in ogni caso di una bella incisione, decisamente raccomandabile). Difatti dopo qualche tempo il suddetto ci ripensa e decide di sostituirla con la seconda sinfonia dello stesso compositore (l'ancor più celeberrima "risurrezione"), di organico vasto sì ma assai più ridotto rispetto all' ottava e soprattutto meno onerosa economicamente per un teatro. Soltanto che, a furia di rinvii, alla fine il progetto comunque campato in aria, è svanito nel nulla! Ma per la serie "errare è umano, perseverare è diabolico", ecco che i compagnucci della parrocchietta sinistrorsa Abbado, Piano, Roversi Monaco e soci, si apprestano a deliziarci con un'altra cavolata. Ulteriori considerazioni in seguito... Gabriele Evangelista

venerdì 15 aprile 2011

Il teatro lirico non è morto!

Anzi è più vivo e vegeto che mai! Solo che qui da noi ci se ne accorge poco o nulla! Periodicamente, quando mi capita di fare un'affermazione del genere con qualche interlocutore, quest'ultimo il più delle volte se ne meraviglia. Qui da noi sopravvive ancora il luogo comune che il teatro lirico sia morto con la "Turandot" di Puccini, rappresentata nel 1926, mentre non solo è proseguito tranquillamente in tutto il mondo con la creazione di nuovi lavori, ma anche il melodramma all'italiana ha avuto parecchi continuatori in seguito, come per esempio Nino Rota e Giancarlo Menotti. Purtroppo attualmente qui da noi se ne produce poco e spesso per i nostri compositori è più facile ottenere commissioni di nuovi lavori all'estero che in patria; se si pensa che il nostro paese è la patria del teatro lirico (credo che l'anno di nascita ufficiale sia il 1596, con la rappresentazione della "Dafne" di Jacopo Peri), c'è di che recriminare. Ma purtroppo basta scorrere i cartelloni dei teatri per rendersi conto di come l'opera lirica sia diventata da noi roba da museo delle cere, ulteriormente acuito dall'attuale crisi economica: in prevalenza ci sono i soliti titoli arcinoti riproposti fino alla nausea, ad uso e consumo di un pubblico formato in prevalenza di vecchie mummie incartapecorite! Per contro nelle aree anglosassone, scandinava, slava soprattutto, ma anche in quelle germaniche, francofone, ispaniche, le novità non mancano, che poi si rivelino tutte valide, questo è un altro paio di maniche, ciò non toglie che, per esempio in area anglosassone, ossia in Inghilterra e negli Stati Uniti, il livello medio delle nuove proposte sia più che buono, con diverse punte di eccellenza, così come anche nell'area scandinava non si scherza affatto! Insomma l'aria che si percepisce all'estero non è così muffa e stantia come da noi! E certamente quella manciata di lavori nuovi commissionata per l'anniversario dell'unità d'Italia, non cambia più di tanto il quadro generale della situazione, tanto più pensando al livello non esaltante di lavori come il già citato "Risorgimento" di Lorenzo Ferrero, la cui contemporaneità è solo cronologica, poichè segue strade ampiamente risapute, senza alcuna originalità; c'è da augurarsi che il livello degli altri nuovi lavori proposti sia un pò più elevato di questo, ma visto il clima generale, temo che non sia così e che si tenda troppo a indulgere al facile ascolto, per motivi di cassetta. Il discorso prosegue.... Gabriele Evangelista

sabato 9 aprile 2011

Ulteriori considerazioni sulla contemporaneità nel teatro lirico.

Un altro esempio di discutibile contemporaneità si era già ascoltato su Radiotre sabato 2 aprile alle ore 20 circa, con la trasmissione in differita dall'Opera di Stato di Vienna in una registrazione dal vivo effettuata il 7 dicembre 2010, del lavoro teatrale del compositore messicano Daniel Catàn "Il postino", in 3 atti, dal romanzo "Il postino di Neruda" di Antonio Skàrmeta, la stessa fonte che aveva ispirato l'omonimo film di Michael Radford con Massimo Troisi nella parte del postino. Qui se possibile si sprofonda ancora di più rispetto al lavoro di Ferrero in un risultato complessivo di aurea mediocritas, nel senso che, pur non trrovandolo personalmente un brutto lavoro, nondimeno non mi è risultato particolarmente esaltante come risultato finale. Il che è persino peggio! L'eccesso di melodiosità zuccherosa, unita a puccinismi di riporto particolarmente sfacciati, con qualche vaga spruzzatina stravinskiana qua e là, oltre a un certo bozzettismo e colore locale alquanto banali e stereotipati, denotavano innanzitutto poca o punta personalità dal punto di vista stilistico, che non andava oltre una generica piacevolezza a buon mercato. Va detto peraltro che l'attrattiva principale dello spettacolo era la presenza del tenore Placido Domingo nel ruolo del poeta Pablo Neruda, scritto appositamente per lui, consentendogli così alla sua veneranda età di aggiungere un ulteriore nuovo personaggio nel suo già ricco carniere. Ovviamente è stato lui soprattutto a beccarsi qualche applauso a scena aperta nel corso dell'opera, da un pubblico che, giudicando attraverso la ripresa audio radiofonica, anche stavolta non sembrava particolarmente numeroso. Per il resto gli applausi sembravano abbastanza tiepidi.Musicalmente i momenti migliori secondo me si sono avuti durante l'ultimo atto, con qualche discreto spunto drammatico, ma onestamente nulla di veramente memorabile. Rilevato che, nel suo complesso l'esecuzione musicale mi è parsa adeguata, trattandosi di ripresa radiofonica, non posso certo giudicarne la parte visiva. Aggiungo però che le recensioni che ho letto su alcune riviste specializzate, erano piene di riserve, con ragione direi, almeno in questo caso. Inoltre la maggior parte degli sms mandati a Radiotre dagli ascoltatori erano decisamente di segno negativo. Giustamente il conduttore di Radiotre ha sottolineato il fatto come sia comunque importante che queste cose vengano fatte conoscere, al fine di potersi fare un'idea personale dell'andamento del teatro lirico contemporaneo e in questo la radio è senza dubbio uno strumento utile e prezioso, da sfruttare se possibile ancora di più, unitamente al fatto di potere avere accesso ai supporti audiovisivi, soprattutto in un paese come l'Italia, dove il teatro lirico è stato ridotto sostanzialmente a un museo delle cere! Ma volendo tentare un discorso lungo e articolato, nel timore di risultare troppo prolisso e tedioso, rimando il tutto a una prossima puntata.   Gabriele Evangelista

mercoledì 6 aprile 2011

Contemporaneità e teatro lirico.

Innanzitutto una breve spiegazione sul titolo che ho voluto dare a questo blog: sono un vecchio melomane appassionato di musica soprattutto colta, con la voglia di condividere idee ed opinioni al riguardo con altri miei simili, ma avrei anche ambizioni divulgative e informative, semprechè ci siano almeno 4 gatti disposti a sorbirsi i miei sproloqui e a discuterli ovviamente, trattando di musica e dintorni con estrema libertà ; purtroppo al momento la mia scarsa dimestichezza con internet mi rende un pò difficoltoso procedere, per cui abbiate un pò di pazienza. Ieri sera ho ascoltato la diretta radiofonica su Radiotre dal Teatro Comunale di Bologna del dittico costituito dalle opere "Risorgimento!" di Lorenzo Ferrero e "Il prigioniero" di Luigi Dallapiccola. Il primo è un nuovo lavoro commissionato nel 2010 dal Comunale in vista dei 150 anni dell'unità d'Italia, il secondo è uno dei capisaldi del novecento storico italiano, rappresentato se non sbaglio in prima assoluta al Maggio Fiorentino nel 1950. La prima osservazione che mi viene da fare è di ordine extramusicale: perchè scegliere come orario d'inizio dello spettacolo le 20, stante la brevità dei 2 atti unici (ho personalmente cronometrato circa 49 minuti per il primo lavoro e circa 42 per il secondo). Penso che un simile orario balordo possa anche mettere in difficoltà chiunque abbia un'attività lavorativa e commerciale e voglia accedere in orario al teatro! Forse sarà anche per questo che, a giudicare dagli applausi captati dai microfoni della radio, il pubblico in sala sembrava invero scarsino e ancora più ridotto mi sembrava nella seconda parte della serata, con buona pace dei commentatori di Radiotre! Però mi viene anche da chiedermi quanto ancora la contemporaneità e persino il novecento storico che in quanto tale dovrebbe essere ampiamente e abbondantemente assimilato, tengano alla larga i melomani nostrani in generale dai teatri lirici e dalle sale da concerto. Persino quando, come nel caso del lavoro di Ferrero, trattasi di contemporaneità niente affatto ostica e sgradevole, in pratica più cronologica che effettiva, per ragioni che dirò oltre. Il problema è che, secondo la mia opinione, soprattutto in campo musicale, l'Italia è caratterizzata da quello che io definisco trogloditismo culturale, ossia estrema arretratezza culturale e provincialismo dilagante in ogni dove. Insomma il tipico appassionato musicale è sostanzialmente un retrogrado conservatore che desidera ascoltare all'infinito la solita solfa, ossia il repertorio più arcinoto, battuto e ribattuto fino alla nausea, a causa della sua incommensurabile pigrizia mentale, almeno questa è la mia impressione. Qui bisognerebbe chiamare in causa anche le istituzioni musicali e quant'altro, ma il discorso si farebbe troppo lungo e complesso, per cui mi riservo di affrontarlo in seguito. Adesso vorrei innanzitutto parlare dell'opera "Risorgimento!" di Lorenzo Ferrero e riferire delle mie prime impressioni suscitate dall'ascolto radiofonico, per cui per ovvi motivi non mi pronuncierò sulla parte visiva. Innanzitutto una perplessità legata al dipanarsi cronologico della vicenda oggetto di questo lavoro: per chi non lo sapesse la storia è incentrata sulle prove della messa in scena del "Nabucco" di Giuseppe Verdi, nel 1842. Senonchè verso la fine dell'opera compare in scena Giuseppe Verdi (recitato da un attore) nelle vesti di un anziano senatore, che a 50 anni dall'avvenuta unità d'Italia, rievoca con nostalgia le speranze di allora e riflette amaramente sulle delusioni successive, con relativo salto cronologico in avanti della vicenda narrata in questo lavoro. Ma forse mi sarò rimbambito ma a questo punto c'è un qualcosa che non mi torna: l'unità d'Italia si è avuta nel 1861, quindi il cinquantenario si è celebrato nel 1911; ma Verdi non è morto il 17 gennaio 1901? Non poteva certo essere resuscitato dieci anni dopo, tanto più che il personaggio in questione, in questo monologo, ad un certo punto, parla testualmente di "novecento alle porte"! Boh! Ma venendo alla sostanza musicale, ho trovato il lavoro di Ferrero non disprezzabile nel suo complesso, ma nemmeno particolarmente esaltante. Per dare una vaga idea delle caratteristiche del suo stile, rientra fra i compositori classificati come neotonali o neoromantici che dir si voglia, stante il valore relativo delle suddette classificazioni, da prendere quindi con le molle. Quel che è certo che i suoi lavori sono caratterizzati da una franca orecchiabilità, per non dire ruffianeria, che costituisce spesso il limite di questi compositori, oltrechè dall'assenza di una personalità particolarmente spiccata, che renda il suo stile immediatamente riconoscibile. Non siamo certo al livello di un John Adams, per intenderci! Quello che nuoceva a questo lavoro era senz'altro l'eccesso di citazioni verdiane e i troppi insistiti ricalchi stilistici. Come ha giustamente osservato un radioascoltatore, nelle 2 scene oniriche, in cui tra l'altro il compositore ha dichiarato in radio di avere fatto uso dell'atonalità, il richiamo alla "Turandot" di Puccini, risultava evidentissimo, persino sfacciato, per non parlare quasi di plagio, tant'è che alcuni radioascoltatori che hanno acceso l'apparecchio ad opera già iniziata, faticavano a dargli una collocazione cronologica precisa! Aggiungiamoci qualche vaga influenza da musical qui e là, oltrechè il fatto che ad un certo punto persino Adams mi sembrava che facesse capolino, ed il quadro è completo! Per quello che si capiva dalla ripresa radiofonica, il pubblico in sala sembrava apprezzare il tutto, con 2 o 3 applausi a scena aperta. Essendo un lavoro nuovo e mancando quindi altri termini di riferimento, l'esecuzione musicale mi è parsa più che adeguata, tenendo conto che trattasi di impressioni parziali, dovute a un unico ascolto radiofonico. Solo che quando nella seconda parte si è avuto "Il prigioniero" di Dallapiccola, lo scarto qualitativo fra i 2 lavori appariva evidente nella sua bruciante immediatezza, ovviamente a tutto vantaggio di quest'ultimo, autentico capolavoro del teatro musicale nostrano, nonostante un'esecuzione musicale a mio avviso poco convincente. Innanzitutto la direzione d'orchestra del sopravvalutatissimo Michele Mariotti, troppo spedita, esagitata e carente d'atmosfera e di preziosità strumentali, direzione che sembrerebbe aver influito negativamente anche sui cantanti, inducendoli a emissioni veristicheggianti nel senso più deteriore del termine, caratterizzati oltretutto da pronuncia ostrogota e senz'altro assai poco idiomatica, almeno attraverso l'ascolto radiofonico. Gli applausi del poco pubblico che doveva essere rimasto, mi sono sembrati tiepidi. In ambedue i lavori la resa corale e orchestrale mi è sembrata complessivamente adeguata. Resta da considerare il fatto che per vedere nei cartelloni dei nostri teatri, generalmente banali e stantii, una manciata di lavori nuovi, si sia dovuto aspettare il 150° dell'unità d'Italia (penso anche all'opera "Senso" di Marco Tutino, andata in scena al Massimo di Palermo lo scorso 28 gennaio). Ma essendomi dilungato troppo, rimando la continuazione del discorso sulla contemporaneità  nel teatro lirico ad altra occasione. GABRIELE EVANGELISTA