Non sono ancora riuscito a raccogliere altre opinioni su "Il trionfo di Clelia" di Gluck, andato in scena martedì 14 al Comunale, ma siccome non mi risulta al momento che ne siano previste delle trasmissioni radiotelevisive in differita, sapendo che in Radiotre sono tutti compagnucci della parrocchietta sinistrorsa e che molti (anzi, troppi!) posti chiave in Rai, sono occupati da emiliano-romagnoli, questo mi continua a far pensare che non deve certo essersi trattato di un grande spettacolo, nè di una degna celebrazione del 250° del Comunale, se poi si considera che, per l'occasione, è stata appositamente approntata una nuova edizione critica della partitura, con tutto quello che comporta a livello economico (costa parecchio la realizzazione di una nuova edizione critica), se consideriamo che siamo in tempi di vacche magre, non è certo un bel modo d'impiegare le già magre risorse, da parte di un teatro. Se in genere non sono contrario alla proposizione di titoli desueti in cartellone, ciò non toglie che dette faccende vadano svolte con criterio, ovvero con senso critico, altrimenti si fa più danno che altro. Dimenticavo di dire che la mia amica che mi ha riferito il giudizio negativo, ha assistito allo spettacolo in compagnia di un ragazzo ancor più melomane sfegatato di lei, il quale si sarebbe annoiato altrettanto, sempre stando a quanto mi ha riferito la soggetta. Sperando ancora di conoscerne di più, al momento comunque non sembra proprio che questa riesumazione di un probabile centone, abbia suscitato qualche clamore. Se veramente non dovesse mai essere radiotrasmessa, allora non si potrebbe che avere l'ennesima conferma del continuo declino dell'Orinale, pardon Comunale, di Bologna.
Disquizioni intorno alla musica colta, con particolare riferimento alla realtà contemporanea.
venerdì 24 maggio 2013
martedì 21 maggio 2013
Un pezzo di pizza pazza in un pozzo che puzza.
Oggi ho incontrato una mia amica ventisettenne melomane reduce dalla serata commemorativa dei 250 anni del Comunale, che mi ha riferito chiaro e tondo di non essersi mai annoiata così tanto in uno spettacolo lirico. Ricordo che, per la cronaca, martedì 14, si dava nel suo primo allestimento moderno, l'opera "Il trionfo di Clelia" di Gluck, ovvero il lavoro con il quale, a suo tempo, venne inaugurato il Teatro Comunale di Bologna. Rammentandomi di avere già manifestato in questa sede le mie perplessità al riguardo di questa riesumazione, soprattutto dopo avere letto quanto riportato nell'opuscolo riguardante l'attuale stagione del Comunale, in particolare riguardo alle scelte registiche dell'allestimento, l'opinione espressa dalla mia giovane amica, sembrerebbe confermare in pieno le mie più nefaste previsioni, a cominciare dall'allestimento scenico modernamente astruso, che l'interessata ha definito 'incomprensibile', oltrechè di avere trovato la musica decisamente noiosa. In attesa di ulteriori verifiche, se è vero che quest'opera, dopo la sua prima assoluta di 250 anni fa, pur essendo di un autore importante nella storia del teatro lirico, a cui ha donato dei capolavori assoluti in seguito, non era mai più stata ripresa fino ad oggi, viene quanto meno il dubbio che, salvo colossali abbagli sempre possibili, ci debbano essere delle valide ragioni che ne giustifichino la sparizione. Per cui, pur prendendo con beneficio d'inventario le opinioni della mia giovane amica e nella speranza di ulteriori verifiche ed eventuali trasmissioni radiofoniche che mi consentano di farmi un'opinione personale, se il suo giudizio negativo venisse confermato, allora non si potrebbe che constatare amaramente come si sia sprecata un'altra occasione, trasformando la celebrazione di un anniversario in un funerale d'infima classe, dopo essersi risollevato un poco con la recente "Norma", propinando ai melomani una bella 'pizza', che probabilmente era meglio lasciare nel dimenticatoio. Insomma, il Comunale sembrerebbe ritornato l'Orinale, che sprecando soldi in tempi di crisi, ti appioppa una sòla, alla fine rendendo un pessimo servizio anche a Gluck medesimo. Se proprio così fosse, stiamo tranquilli, è tutto nella 'norma'! Buonanotte a tutti!
martedì 14 maggio 2013
Facezie.
Ieri sera, risentendo per l'ennesima volta alla radio, il preludio al pomeriggio di un fauno di Debussy, mi è ritornato in mente che una volta ho conosciuto un simpatico tristanzuolo bolognese che si piccava di essere un fine intenditore, dichiarare spudoratamente che Debussy compose questo brano (che, pure essendo stato composto nel 1894, viene considerato come una sorta di apripista per la musica moderna, stante la sua particolarità, a cominciare dall'agogica fluttuante) pensando 'al fauno col cazzo duro'; scusatemi per il turpiloquio, ma in questo caso la citazione è, ahimè, proprio letterale. Infatti, quando sgranai gli occhi mettendomi a ridere pensando ingenuamente che il soggetto scherzasse sia pure in maniera grossolana, il mentecatto s'infervorò ancora di più, arrivando ad arrabbiarsi, poichè mi rifiutavo di prenderlo seriamente. Alla fine dovetti arrendermi all'evidenza, lasciando cadere il discorso, poi non ci si meravigli se a volte cado in profonde crisi depressive, per fortuna che attualmente ne sto alla larga da simili ossessi! / Negli anni '50 a Bologna, di prima mattina, un gruppetto di giovani appassionati fa la fila alla biglietteria del Comunale per assicurarsi dei posti in loggione per il concerto serale. Quella sera era prevista l'esibizione del grande Arturo Benedetti Michelangeli. E difatti la sera il gruppetto si sistema in loggione in attesa, senonchè poco dopo l'orario d'inizio, sbuca un addetto da dietro le quinte, annunciate che, quella sera, causa indisposizione del maestro, il concerto non avrebbe avuto luogo. Al che, uno del gruppetto, sornione, dice rivolgendosi agli altri: "Se venite con me, ve la faccio vedere io l'indisposizione del maestro!", inducendoli a seguirlo all'esterno del teatro e appostandosi tutti nei paraggi dell'ingresso retrostante. Dopo un poco di attesa, ecco uscirne il 'maestro', visibilmente ubriaco fradicio, sorretto a spalla da 2 nerboruti addetti che lo trascinano via...... / Il direttore d'orchestra Franz Konwitschny (il cui figlio Peter, è attualmente noto come regista teatrale e lirico) era conosciuto dagli amici col nomignolo di 'Konwhisky', chissà com'è! / Otto Klemperer, la notte era solito ubriacarsi di birra, infastidendo i passanti per strada e facendosi regolarmente arrestare, passando sovente la notte in guardina. Inoltre, essendo un impenitente donnaiolo, succedeva spesso che il cornificato di turno, irrompesse nel bel mezzo delle prove orchestrali, gonfiandolo di botte come una zampogna, sotto gli sguardi esterrefatti dei musicisti. Spesso era costretto ad accettare incarichi defilati in teatri di provincia, proprio per sfuggire all'ira di coloro che cornificava!
sabato 11 maggio 2013
Riflessioni inevitabili.
Disquisizioni intorno alla musica colta, con particolare riferimento alla realtà contemporanea. Già, così a suo tempo ho intitolato il mio blog, ma purtroppo, se rileggo i miei ultimi scritti, direi proprio che la realtà contemporanea mi stimoli poco o niente, visto che, monotanamente, non faccio altro che ripetermi all'infinito, così come alla fine trovo stancante non trovare quasi mai nulla di positivo nell'attuale ambito musicale, pur non rinnegando affatto il mio pensiero al riguardo, tutt'altro! Proprio per questo, ovvero per il fatto che la realtà contemporanea, forse sarà anche per via della mia arteriosclerosi galoppante, della vecchiaia che avanza con relativa demenza senile e compagnia bella, non mi fornisca alcuno stimolo positivo, inducendomi al contrario alla depressione più cupa, che, incerto se valesse la pena di proseguirlo questo blog, ho alla fine deciso, salvo eccezioni, di cambiarne l'assunto, ovvero di dedicarlo strenuamente, scientemente ed esclusivamente, alla pornografia più smaccata, al fine di rialzarne le sorti (e non solo quelle!), per uscire definitivamente da questo clima di ammosciamento generalizzato con relativo spappolamento testicolare!!! In realtà stavo scherzando, anche se fino ad un certo punto, nel senso che, d'ora in avanti, cercherò di dare uno spazio preminente a faccende eminentemente musicologiche o quanto meno più concentrate sulla musica in quanto tale, almeno nelle intenzioni e limitatamente alle mie scarse capacità in materia, magari rischiando forse anche più di prima di tediare eventuali lettori, ma visto che la realtà contemporanea è quello che è e non ci si può fare alcunchè (e fa pure rima), soltanto qualora ne ricevessi stimoli inusuali ne tornerò a disquisire, altrimenti non farei altro che ripetermi stancamente all'infinito, annoiandomi io per primo. Tra le ideuzze che avrei in mente, a parte proseguire la mia indagine su Bruckner, avrei voglia di trattare ampiamente riguardo alla decima sinfonia di Mahler, così come di dedicarmi nel mio piccolo a trattare di compositori di musica da film come Herrmann, Easdale, Korngold, Waxman e altri, semprechè le circostanze e le mie frequenti crisi depressive me lo consentano, anche se in tali evenienze potrebbe rivelarsi tonificante proprio il discettare senza peli sulla lingua di sana pornografia, dando sfogo al mio intimo di vecchio erotomane sbrindellato (sto scherzando di nuovo, o no?). Quanto vorrei averlo, questo giardino da coltivare, lasciando che il mondo si sfracelli gaiamente per conto proprio, sarò vigliacco, ma tanto non c'è rimedio. Un porno al giorno leva il sessuologo di torno (sto proprio delirando, ahimè!). Oggi non so perchè, mi sento decisamente suonato, in più ho anche una fastidiosa allergia da polline, sono un vecchio rimbambito stonato! Rimaniamo comunque fiduciosi nelle magnifiche sorti e progressive e facciamo gli scongiuri!
venerdì 10 maggio 2013
Corbellerie assortite.
Devo essere sincero, il cambio di programma di ieri sera su Radiotre, non mi è dispiaciuto affatto, anzi! Al posto di una "Stanza della musica" con un programma musicale che aveva forti probabilità di risultare banale e scontato, è stato trasmesso in differita, un concerto sinfonico proveniente dalla Radio della Svizzera Italiana, con delle musiche, almeno in parte senz'altro più desuete dell'usuale. Gli interpreti erano il violoncellista Miklos Pereny, l'orchestra della Svizzera italiana e il direttore Heinz Holliger, in un programma comprendente l'ouverture "Le Naiadi" di William Sterndale Bennett, il concerto per violoncello di Schumann, l'elegia per violoncello e orchestra di Faurè e "Ma mère l'oye" di Ravel nella sua versione più estesa in forma di balletto. In particolare il brano di Bennett (1816-1875), è stato una piacevolissima scoperta, pur nei limiti di un'evidentissimo stilema mendelssohniano, meritevole senz'altro di essere riproposto, per non dire anche del bel pezzo di Faurè, ingiustamente negletto. Comunque, anche i 2 brani più conosciuti, ovvero quelli di Schumann e di Ravel, sono forse comunque meno inflazionati di quelli che avrebbero dovuto costituire originariamente il cartellone di Radiotre, ieri sera. Poichè era prevista, nello studio A di via Asiago, l'esibizione in diretta dell'ennesima giovanetta promettente, la pianista Leonora Armellini, in un programma tutto chopiniano (e dubito che si trattasse almeno delle sue musiche meno note), ma guarda un pò che grande originalità e coraggio nelle scelte, come del resto la stragrande maggioranza dei suoi colleghi. Per fortuna che una provvidenziale indisposizione le avrebbe impedito di ammanirci la solita minestra, almeno io la penso così. Ribadisco per l'ennesima volta che a me questi giovincelli che mi sembrano tutti prefabbricati con lo stampino, li trovo già vecchi nell'animo nel loro voler pervicacemente perseguire strade già ampiamente ribattute, per comodità, opportunismo o chissà cos'altro. Se già da giovani ci si dimostra così conformisti, allora il futuro non potrà che essere nero. Se anche nei secoli passati ci si fosse comportati tutti in tal guisa, non ci sarebbe mai stata alcuna evoluzione nel linguaggio musicale, come ho già affermato in precedenza, non per niente trovo che il clima culturale e musicale odierno sia caratterizzato da una decisa involuzione. Viviamo in un'epoca decisamente reazionaria, ed essere un comune mortale, ti pone in una condizione troppo atroce, insostenibile. / Come ho già detto precedentemente, io mi sento innanzitutto un musicofilo che in conseguenza di ciò è diventato discofilo, bibliofilo e audiofilo, ma ho dovuto constatare che per gli altri le cose stanno assai diversamente. Qui come al solito, si va a compartimenti stagni, col tempo ho dovuto constatare che, fra i musicofili, coloro che vanno a teatro e nelle sale da concerto, non necessariamente sono anche acquirenti di dischi e viceversa, così come coloro che ascoltano la musica attraverso la radio e la televisione non sono interessati alla musica dal vivo e viceversa, così come ci sono audiofili sfegatati minimamente interessati alla musica in sè e viceversa, molti poi non leggono libri e riviste specializzate, insomma come al solito, anche in questo ambito si va ognuno per i cavoli propri, il che è la norma. / Nell'ultimo numero di "Audiophile Sound" attualmente in edicola, vi è allegato un cd con la 4^ di Mahler diretta da Paternostro, peccato che questo stesso disco fosse già stato proposto, anni fa, allegato ad un numero della defunta "Cd classica", diretta sempre dall'ineffabile Pierre Bolduc, ahi ahi! / Lo so che ci faccio la figura del rompiscatole, ma, credetemi o no, mi piacerebbe tanto di trovare qualcosa di positivo di cui parlare, se i tempi sono grami, la colpa non è mia!
giovedì 9 maggio 2013
Note scarse.
Ieri sera Radiotre ha trasmesso in differita un concerto sinfonico che ha avuto luogo al Manzoni di Bologna, il 17 gennaio scorso, con i complessi del Comunale diretti da Arturo Tamayo (maestro del coro Andrea Faidutti) e la partecipazione nei primi 2 brani del programma, del soprano Carole Sidney Louis. Detto concerto comprendeva, nella prima parte, il monodramma "Erwartung" di Schoenberg, seguito dal preludio e morte d'Isotta dal "Tristano" di Wagner, mentre la seconda era interamente occupata dal balletto "Il mandarino miracoloso" di Bartòk. Poco da dire sul livello complessivo della serata, senz'altro buono, anche se soprano e direttore mi sono parsi più a loro agio in Schoenberg che in Wagner, così come ho trovato quest'ultimo un poco discontinuo in Bartòk; non potrei giurarci, ma mi sembra che in questo caso siano stati operati anche dei piccoli tagli; un sospetto di bilancino ce l'ho, la 1^ parte è durata circa 38' in totale, la 2^ circa 34'. Il discorso che vorrei fare, o meglio riprendere è un altro; a giudicare dagli applausi in sala, tanto per cambiare, il pubblico non doveva essere numerosissimo, ti pareva! Il programma proposto, nonostante i brani non fossero certo sconosciuti, era senz'altro inconsueto stante la nostra arretratezza culturale, ma come al solito, la risposta del pubblico è stata sconsolante. In particolare il brano di Schoenberg ha avuto degli applausi decisamente tiepidi. Tutto nella norma, come sempre! Il sole splende sulla nostra patria! Tutti al mare a mostrar le chiappe chiare! Siamo un paese balneare! / Riguardo ai dischi a 78 giri, tanto per dire che certi vizi dell'industria discografica datano da tempi remoti, sappiate che quello che distingue a colpo d'occhio un 78 giri prodotto prima della 2^ guerra mondiale, da uno prodotto a partire dall'immediato dopoguerra, è lo spessore e quindi il peso: quelli anteguerra pesavano 400-420 grammi, quelli successivi 360 grammi.
Quisquilie.
E' da poco più di un paio di anni che scrivo, sia pure a fasi alterne su questo sito, ma mi riesce un poco difficoltoso tracciarne un primo bilancio. Per certi versi, stante l'argomento non certo popolare che mi sono scelto, i risultati, stando almeno alle semplici visualizzazioni risultanti dalle statistiche, anche se di attendibilità molto relativa, sarebbero comunque superiori alle mie aspettative, visto il nefasto clima generale. Ma purtroppo la cronica assenza di qualsivoglia commento da parte di ipotetici lettori, salvo quei 3 piuttosto generici praticamente sollecitati dal sottoscritto, mi spiazza parecchio, così come il capire quali scritti siano stati più o meno graditi, visto che anche in questo caso, la rilevazione statistica non mi sembra completamente attendibile, per ragioni sulle quali, per il momento, non mi dilungo. L'unico lato positivo della faccenda, sembrerebbe, salvo smentite, l'assenza di spam, forse anche perchè l'argomento musicale da me prescelto, intimidisce anche i cosiddetti spammer, stante la sua specificità. Insomma, potrei dire di essere il migliore antispammer di me stesso, almeno fino ad ora. Questo però è l'unico aspetto positivo che rilevo, per il resto trovo la conseguente mancanza di interazione, alquanto frustrante. D'altronde mi accorgo che, se esploro altri siti ed altri forum di argomento simile, mi accorgo, il più delle volte, di quanto la carne al fuoco sia assai scarsa, per cui alla fine mi consolo almeno un poco. Peraltro, la mia intenzione era comunque quella di tentare qualcosa di diverso dagli altri blog, imperniati prevalentemente su politica, economia, giornalismo, cucina, viaggi, turismo, pettegolezzi, considerazioni sulla vita e compagnia bella. Per me non avrebbe avuto alcun senso seguire strade già troppo trafficate, fare un inutile doppione di ciò che la rete già ci vomita addosso con fin troppa generosità; credo di essere quantomeno, fra i pochissimi non addetti ai lavori, ad aver intrapreso una cosa del genere, anche se questo mi rende più difficoltoso trovare nuovi spunti. Io credo proprio che soprattutto nei momenti di crisi, anzichè seguire la massa, ci si debba ingegnare a tentare qualcosa di diverso, anche a costo di sbatterci il grugno, per avere una vaga speranza di venirne fuori in qualche maniera, altrimenti è inutile. Ma purtroppo la massa idiota, se pensa che un qualsivoglia settore possa offrire anche solo un ipotetico sbocco, ecco che regolarmente ci si butta a capofitto, portando conseguentemente quel settore a rapidissima saturazione, cosa inevitabile se tutti ci si mette a fare le stesse cose. Mi consola anche il fatto che, altre persone che come me gestiscono un blog, pur essendosi scelti argomenti più frivoli, alla fine abbiano ottenuto risultati persino inferiori ai miei, peraltro non eclatanti in senso assoluto. Certo purtroppo, per quel che concerne il confronto con le persone, all'atto pratico anche il virtuale, cioè la rete, si è rivelato altrettanto deludente del reale, ma effettivamente che altro mi sarei dovuto attendere? Così come si è rivelata una bugia assoluta il fatto che se si fanno affermazioni errate in rete, c'è sempre subito qualcuno che ti corregge, un corno! Qui l'unico che se ne accorge è solo quell'idiota del sottoscritto, in realtà potrei scrivere tranquillamente anche le peggiori corbellerie, che tanto nessuno ci fa caso. La cosa si presterebbe a riflessioni sconsolanti che mi porterebbero troppo lontano, mi limito solo a dire che fra le mie "perle", ho parlato di un impresario teatrale che ha lanciato il giovane Verdi chiamandolo Sperelli anzichè Merelli, ho parlato di un concerto sinfonico al Manzoni di Bologna, dicendo che iniziava con Intègrales e invece si trattava di Offrandes, sempre di Varèse, ma ne ho fatti degli altri senza dubbio, ancora più gravi. Se poi consideriamo che in questo insulsissimo paese, ogni volta che arriva la cosiddetta bella stagione, tutto si svolge all'insegna del consueto disimpegno, ossia dello svaccamento più totale, diventando imperativo categorico mandare in vacanza anche il cervello, almeno per chi ne possiede ancora uno, hai l'ennesima conferma di una nazione eternamente sclerotizzata nei suoi triti rituali, insomma di un'Italia che non vuole proprio cambiare, manco a morire. Sono stanco di sentirmi l'inerme passeggero di una nave che sta colando a picco, io vorrei smettere di meritarmelo questo paese, ma evidentemente i miei simili sono di ben altro avviso! Fra i triti rituali tipici del periodo, vi sono anche queste mandrie, orde barbariche di sedicenti studenti, che infestano le città con i loro lavativissimi docenti, forse ancora più scansafatiche degli stessi ragazzi. Ma quando mai si terranno lezioni in queste scuole sfornanti somari titolati, se sono o in sciopero, o sempre in giro a bighellonare? E anche stavolta, non diamo tutta la colpa allo stato canaglia!
mercoledì 8 maggio 2013
Pillole (ma non di saggezza, purtroppo per me!).
Altrochè se gli anni passano, esternamente puoi anche dimostrarne di meno, ma ciò non toglie che la faccenda abbia le sue conseguenze inesorabili e inevitabili. Me ne sono per l'ennesima volta reso conto l'altra sera, quando ogni volta che dovevo posizionare la puntina all'inizio della facciata del disco, mi ci voleva una buona mezz'ora per trovare la posizione giusta e sì che il mio giradischi è dotato di lampada periscopica, così come lo stabilizzatore dinamico della mia testina reca incisa una tacca per il posizionamento della puntina. Ma quando, col passare del tempo, ti si acuiscono i problemi di vista, tipo miopia, astigmatismo, congiuntivite cronica con inizio di cataratta, tanto per non farsi mancare alcunchè, che già ti creano difficoltà anche solo nel poggiare il disco sul piatto, ecco che ringrazi il cielo che sia stato inventato anche il cd, con la sua maggiore comodità operativa. Il giradischi, insomma, è un oggetto per audiofili in perfetta salute, il chè col passare degli anni diventa sempre più difficile. In linea teorica la presenza di eventuali automatismi, potrebbe attenuare il problema, senonchè questi ultimi, per mia esperienza, oltre a degradare sensibilmente il suono, non sono mai del tutto precisi ed affidabili, per cui è comunque giocoforza, nel trascorrere dell'esistenza, ricorrere sempre più alla comodità operativa del dischetto digitale, tantopiù che il suo complessivamente maggiore minutaggio totale, consente di salvaguardare maggiormente la continuità musicale delle composizioni più estese, soprattutto nelle sue evoluzioni tecnologiche da cd a dvd e a bd. Questi sono aspetti non secondari da tenere in considerazione nell'eterna diatriba fra supporti analogici e digitali. Questi ultimi mi sembra anche che 'digeriscano' meglio anche le composizioni per organici vastissimi, mentre mi sembra che, a volte l'analogico manifesti, in questi casi, dei limiti di 'contenimento fisico'. / Le cosiddette stampe speciali su vinile vergine, se vogliamo dirla tutta, celano in sè una mistificazione, poichè in realtà dovrebbero rappresentare la norma per tutte le stampe commerciali. Il fatto è che così operando, si trova il sistema per giustificarne il prezzo più elevato in commercio. I primi dischi microsolco in vinile, introdotti nel 1948 dalla Columbia/CBS in America, avevano un peso di 180 grammi, equivalente alla metà del peso, 360 grammi, dei coevi 78 giri, quindi quello inizialmente era il peso corrente delle stampe dell'epoca. Il concetto di stampa speciale è stato introdotto, mano a mano che, col passare del tempo, le case discografiche assottigliavano sempre più, per motivi biecamente commerciali, le stampe dei loro titoli (come per esempio, nel caso dei famigerati 'Dynaflex' introdotti dalla Rca americana nei primi anni '70, flessibilissimi, sottilissimi come un'ostia, rumorosissimi, ma spacciati come un'innovazione migliorativa!). Ecco che si sono avute ristampe speciali da 210, 200, 180, 150, 125, 90 grammi, di conserva al progressivo alleggerimento e assottigliamento delle stampe commerciali. Inoltre la grammatura, ossia il peso e lo spessore del vinile, non è l'unico fattore a determinarne la qualità, ma anche il fatto che il vinile utilizzato sia interamente vergine, ossia non riciclato da precedenti scarti di lavorazione. Va da sè che, nelle stampe commerciali, col tempo, la percentuale di vinile riciclato fosse progressivamente sempre più superiore a quella di vinile vergine, se a ciò aggiungiamo pure il passaggio dai controlli di qualità manuali a quelli automatici (ovvero disastrosi!), le volute trascuratezze in materia di immagazzinamento, stoccaggio e confezionamento, ci rendiamo conto di quanto siamo stati (e veniamo presi tutt'ora) per i fondelli! E non diamo sempre la colpa alla crisi, anche in questo caso! / Ho rinvenuto degli lp Dg 'italiani', recanti la sigla D.R. con sotto la sigla SIAE, nel riquadro a sinistra, sull'etichetta; inoltre, ho individuato dei Dg, dalla nazionalità di stampa non identificabile sull'etichetta, recanti in basso la scritta "Polydor International", mah!.....
Bazzecole e pinzillacchere.
Questo mese ricorrono almeno 2 anniversari importanti, almeno sulla carta: il 14 maggio 1763, con la prima rappresentazione assoluta de "Il trionfo di Clelia", dramma per musica in 3 atti di Christoph Willibald Gluck su libretto di Pietro Metastasio, con scene e costumi di Antonio Galli Bibiena, si inaugurava proprio 250 anni fa il Teatro Comunale di Bologna, progettato proprio dallo stesso architetto Bibiena. Dopo di allora, quest'opera sembra non sia mai più stata rappresentata e quindi proprio martedì 14 alle ore 20, dovrebbe avere, in una nuova edizione critica appositamente realizzata per l'occasione, la sua seconda rappresentazione assoluta, oltretutto nello stesso luogo per cui venne realizzata originariamente. Speriamo bene che si tratti di una riesumazione degna di nota, che vada ben al di là dell'occasione contingente così come spero, prima o poi, almeno tramite Radiotre, di poterlo verificare almeno con le mie orecchie, una volta tanto che non si va a pescare nella solita minestra. L'unica cosa che, al momento, mi mette un poco in apprensione, è quanto si legge riguardo ai criteri registici adottati, stando all'opuscolo ufficiale dell'attuale stagione del Comunale. A pag.6, nelle note del consulente artistico Nicola Sani si legge testualmente: "Occasione preziosa per la riscoperta di un titolo di rarissima esecuzione, presentato in una veste semplice e innovativa (sic!) dal giovane regista inglese Nigel Lowery." Più oltre a pag.19, nelle note anonime a fianco della locandina degli interpreti si aggiunge: "In questa nuova produzione, che ambienta l'azione in un parallelismo tra il mondo classico e i moti rivoluzionari dei primi decenni del ventesimo secolo (sic!), la regia e le scene sono affidate al giovane regista inglese Nigel Lowery......" Insomma il rischio di doversi sciroppare l'ennesima regia teatrale modernamente astrusa come da norma, mi sembra dietro l'angolo, per cui speriamo che l'occasione preziosa non si riveli, alla fine, come l'ennesima occasione sprecata. Purtroppo, se penso a quello che ho visto e sentito sia attraverso Radiotre che Rai5, degli spettacoli più recenti del Comunale (Trovatore, Macbeth, Olandese Volante, mentre sorvolo sulla Norma, non avendola ancora ascoltata), stante il livello complessivamente non esaltante, questo non m'induce a essere ottimista, anzi direi proprio che i 250 anni, il Comunale, li porta decisamente malissimo, salvo smentite. Vedremo e soprattutto, sentiremo! Ma il fatto è che la resa artistica dei complessi corali e orchestrali del teatro, risente moltissimo del livello di chi li dirige, essendo stata massima come testimoniato anche dalle incisioni discografiche, quando a dirigerli c'era un certo Riccardo Chailly, mentre già con Daniele Gatti, si andava più a corrente alternata, ovvero a buone riuscite si affiancavano anche serate mediocri, in cui il nostro, mi si passi il bisticcio, dirigeva da cani! L'attuale direttore stabile, figlio guarda caso del sovrintendente del Festival Rossini di Pesaro, non è secondo me la guida ideale per questi complessi, in quanto interpretativamente ancora acerbo, anche se riconosco che la sua direzione della bellissima "Matilde di Shabran" proprio al Festival Rossini, mi è sembrata una delle rare volte in cui desse un'interpretazione più convincente. Tra l'altro proprio quest'anno dovrebbe affrontare la sfida enorme rappresentata dal "Guillaume Tell" nella stessa sede, in agosto, per cui incrociamo le dita! Il secondo anniversario a cui volevo accennare, riguarda la prima rappresentazione assoluta di quello che è il capolavoro simbolo di tutto il '900 musicale, ovvero la tumultuosa prima de "Le sacre du printemps" di Stravinski, avvenuta il 26 maggio 1913, ovvero 100 anni fa. Pensare che una musica del genere stia per tagliare il traguardo del secolo di vita, produce un singolare effetto. Aspettiamoci anche, come trita consuetudine in questi casi, che le varie istituzioni musicali, approfittino dell'occasione, per riproporci questo brano arcinoto e strainciso, fino alla nausea, intanto già venerdì scorso si è riascoltato nella seconda parte del concerto dell'orchestra sinfonica della Rai, in più ne sono già uscite recentissimamente altre 2 ennesime edizioni discografiche ma, faccenda curiosa, in video, ossia in dvd, non è reperibile alcuna edizione in forma di balletto, ossia con tanto di danzatori e coreografia, trovandosi esclusivamente poche riprese di esecuzioni in forma concertistica, cosa abbastanza singolare se raffrontata alla pletora di edizioni discografiche. Sempre tutto nella norma!
lunedì 6 maggio 2013
Classica in vinile 7/De Agostini.
Uscito martedì 30 aprile / AA. VV.: "Russia romantica": Glinka: "Russlan e Ludmilla", ouv., Mussorgski: preludio (alba sulla Moscova) da "Kovanchina", "Una notte sul Monte Calvo" (arr.i di Rimski-Korsakov), Borodin: ouv. e danze polovesiane da "Il principe Igor" (arr. di Glazunov e Rimski-Korsakov) / coro e orchestra sinfonica di Londra / Georg Solti / m. del coro: John Alldis / disco Decca SXL 6263, (P)1966 / Custodia del disco opaca ma senza rilevanti discrepanze grafiche, busta interna generica in quanto priva delle tipiche iscrizioni informative e promozionali tipiche della Decca all'epoca, le etichette del disco non sono propriamente conformi a quelle del periodo di uscita, in quanto nel '66 si adottavano ancora le etichette "FFSS" cosiddette a "banda larga" (12 mm.), usate fino al Decca SXL 6448 e quindi fino all'incirca alla fine degli anni '60, mentre quelle qui grossolanamente riprodotte sono le cosiddette "FFSS" a banda stretta (8 mm.), adottate a partire dal 1970. Inoltre il colore delle etichette è di un grigio troppo chiaro, le scritte sono bianche anzichè argentate e per giunta sul lato 2 viene omesso, sulla sinistra, il piccolo logo pentagrammato con le 2 chiavi di violino all'estremità inframmezzate da alcune note musicali, recante inferiormente la scritta "DECCA REGD. TRADE MARK", solo per dire delle pecche più rilevanti! / Fascicolo interno, con testi di Giovanni Tasso e Pierre Bolduc, come al solito accettabile ma con qualche piccolo refuso, come per esempio a pag.5, nel riquadro in basso relativo al disco Mussorgski/LSO/Abbado-Rca, in cui gli estremi di etichetta indicati per la versione cd sono completamente errati ed inoltre, contrariamente a quanto affermato, nel successivo disco con programma parzialmente identico inciso con la filarmonica di Berlino nel '93 per la Dg, di "Una notte sul Monte Calvo", viene nuovamente proposta la versione originale e non quella di Rimski-Korsakov. Trovo inoltre l'articolo a pag.8, relativo alle registrazioni mono, un pò grossolano come trattazione. Dati d'incisione scarni (primavera 1966, Kingsway Hall, Londra, prod. Ray Minshull, tecnico del suono Kenneth Wilkinson) / NOTAZIONE A PARTE: trovo discutibile non aver cercato di evitare, nella scelta dei titoli da proporre in edicola, eventuali doppioni, che magari possono non dispiacere a un appassionato evoluto offrendogli occasione di eventuali confronti interpretativi, ma che ritengo possano infastidire un neofita, a cui la collana sembra principalmente rivolta. Nella fattispecie mi riferisco al preludio dalla "Kovanchina" di Mussorgski, già presente nel disco allegato alla quinta uscita della collana, in appendice ai 'Quadri' incisi da Dorati per la Mercury. / Tornando al Decca, l'interpretazione di Solti e dell'orchestra londinese è veramente notevole, fatto salvo per una punta di superficialità nell'ouverture di Glinka e nel preludio alla "Kovanchina", risulta decisamente superiore, sotto tutti gli aspetti, all'interpretazione di Dorati. Ma il meglio di sè, questo disco, sia come interpretazione che come fasto sonoro, lo dà nel lato 2, con i brani di Borodin, a cui si aggiunge il validissimo apporto del coro nelle danze polovesiane. Una vera festa per le orecchie!!! / La qualità sonora è all'altezza della fama dell'etichetta, con quella tipica ambienza sontuosa, avvolgente, suadente, eufonica, tipica delle grandi registrazioni della Decca, la quale, con buona pace degli audiofili, secondo me, surclassa quella di tutte le altre etichette, Mercury compresa. Tutto questo avviene senza che ne scapiti la chiarezza e il dettaglio, l'equilibrio fra le varie sezioni orchestrali e il coro misto, con un'immagine sonora realistica, buona dinamica, estremi gamma ben presenti pur senza strafare, solo con qualche lieve sintomo di saturazione del master, a tratti, nei brani di Borodin. / Peccato che, questa volta, a guastarmi un pò la festa, ci sia da mettere una qualità di stampaggio modesta, con diversi disturbi dovuti a difetti superficiali sul lato 1, nella parte finale di "Una notte sul Monte Calvo". Qualche rumore impulsivo di troppo anche sul lato 2. Spero proprio che la cosa non si ripeta mai più!!!
sabato 4 maggio 2013
Dilettanti allo sbaraglio (segue).
Dicevo, al riguardo dello "storico" concerto dell'8 maggio 2012, all'aula absidale di S. Lucia, in Bologna, che il peggio doveva ancora arrivare. La seconda parte, infatti, era pressochè interamente occupata dal concerto di Chopin in riduzione cameristica, il che significava che ai nostri baldi figli di papà, si sarebbe aggiunto il 'sommo pontefice' Leone Magiera, che nonostante vanti un curriculum rispettabile, puntualmente riportato nel programma di sala, mi è sempre sembrato di livello assai modesto come interprete, non superando mai la soglia del cosiddetto battisolfa, cosa che la serata in questione mi ha riconfermato anche al di là delle mie più fosche previsioni. A parte che fin dalle primissime battute, durante la lunga introduzione strumentale che precede l'ingresso del solista, il gruppo strumentale si rivelava ancora più sbrindellato, sbertucciato, scombiccherato, sgangherato, di quanto già non si fosse rivelato nella prima parte della serata, quando il "grande solista" ha fatto il suo esordio, si è comportato come suo solito, procedendo con la grazia di un elefante in una cristalleria, ignorando bellamente qualsivoglia sfumatura agogica, dinamica, espressiva, sbranando leoninamente interi gruppi di note, ingozzandosi come un tacchino, sbagliando e saltando interi passaggi disinvoltamente, procedendo al fulmicotone con la delicatezza di un maglio, in un fragore perenne, degno di un tritaliquami, oltrechè in totale mancanza di sintonia con i poveri disgraziati che cercavano di accompagnarlo in qualche maniera; va da sè che, in un simile contesto, di intonazione manco a parlarne! Insomma, una quarantina di minuti di totale abominio, al termine della quale, la claque plaudiva festante e pestante i piedi, mentre il sottoscritto se ne stava muto e silente, guadagnandosi qualche occhiata perplessa. Dopo tale, mi si passi il francesismo, "standing ovation", il nostro perseverante mentecatto, concedeva un paio di bis, a una platea sempre più tumultuante, in cui massacrava con allegra sfrontatezza, in maniera se possibile ancor più micidiale, un paio di studi di Chopin. Ma mai nessuno che lo 'freni' questo leone e lo rinchiuda in qualche zoo sperduto a pane e acqua, impedendogli di sbranare impunemente altre prede musicali, per carità, forse sono io che mi sono rimbambito, ma a me il tutto è parso più deprimente che assistere all'ora del dilettante! E meno male che era gratuito, altrimenti ci avrei come minimo guadagnato una colossale emicrania! Per giunta sul palco erano stati piazzati una prolusione di microfoni, almeno 8-9 per un totale di 6 esecutori, in aggiunta a una telecamera piazzata fra le file delle poltrone, probabilmente per immortalarne per i posteri il "grande evento" e stante la multimicrofonia spinta, per essere arcisicuri di non perdersi nemmeno la benchè minima 'nuance' (mi si passi l'anglicismo!) espressiva, prodotta da geni tali! Insomma direi proprio che in questo caso una "MINZIONE D'ONORE" (non è un refuso) è sommamente d'obbligo. Tra l'altro, proprio in quei giorni, sul bancone del negozio 'Discorama' troneggiava in bella vista l'ultimissima incisione del nostro Beone Megera, comprendente (ohibò!) la raccolta integrale degli studi per pianoforte di Chopin, ma che strana coincidenza! E poi non lamentiamoci della crisi del mercato discografico! Idiota che non sono altro, poichè non mi sono fiondato precipitosamente ad acquistarlo! Altrochè quegli innocui 'zuzzurelloni' di Pollini, Ashkenazy, Horowitz, Rubinstein e compagnia bella! Questa sì che è arte! Impara l'arte e mettila da parte!!!...Aridatemi "La corrida" di Corrado e Pregadio!
venerdì 3 maggio 2013
L'ora del dilettante.
Per pianoforte e (minima) orchestra (ma i danni sono stati massimi, secondo il sottoscritto!). Così recitava il titolo del concerto gratuito (per fortuna, altrimenti avrei preteso a grandissima voce il rimborso!), tenutosi martedì 8 maggio 2012 alle ore 21, nell'aula absidale di Santa Lucia, in Bologna (ahimè!), con il "sommo" Leone Magiera al pianoforte (più forte che piano, però!), accompagnato dall'Harmonicus (ma piuttosto dis-harmonicus!) Concentus (tormentus!). Il programma comprendeva l'adagio e fuga in do min. KV546 di Mozart e il quartetto in mi bem. magg. D87 op.125 n.1 di Schubert, nella prima parte, mentre la seconda era occupata dal concerto n.1 in mi min. op.11 per pianoforte e orchestra di Chopin, nella versione cameristica per pianoforte e quintetto d'archi, edita da Kistner nel 1830. Mi corre l'obbligo di riportare i singoli nomi dei componenti del complesso strumentale, stante l'esito (s)travolgente della serata, degni senz'altro di una "minzione d'onore": GABRIELE RASPANTI, (nomen omen, altrochè se raspava!) e MANUEL VIGNOLI ai violini; NICOLA CALZOLARI (anche qui nomen omen, avente l'animo più di un ciabattino che di un musicista!) alla viola; MARTA PRODI (e infatti fra il pubblico era presente Flavia Franzoni, cuore di mammà!) al violoncello; LUIGI PARISI, al contrabbasso. Insomma la tipica accozzaglia italica di cognomi celebri raccomandati, il che è la norma, stante il fatto che, anche prescindendo da ciò, il livello esecutivo è stato veramente basso! Leggendo le note del programma di sala, si apprende anche che gli sciagurati hanno anche inciso un disco dal vivo, comprendente i Vespri di Pergolesi, allegato a suo tempo alla rivista 'Amadeus' in occasione del terzo centenario dalla morte del compositore (e così gli avranno rifatto i funerali, per giunta d'infima classe!), per tacere di partecipazioni a festival più o meno illustri (sic!), ecc. ecc. Poi non lamentiamoci ipocritamente di come vanno le cose in ambito musicale qui da noi! Tornando al concerto dell'8 maggio 2012, fin dal brano di esordio ho ravvisato in costoro una gelidità d'approccio, una freddezza, in aggiunta a una scarsa fusione d'insieme, a una precarietà d'intonazione, a una disomogeneità generale, che dava la netta sensazione che ognuno andasse per i cavoli propri, impressione confermata anche dal brano successivo, caratterizzato da un'eccessiva legnosità d'approccio, per cui ho applaudito debolmente e più per riflesso condizionato che per altro. Ma il peggio doveva arrivare nella seconda parte, con l'ingresso del "sommo solone (nel senso di grande 'sòla')", Leone Magiera, che evidentemente non pago degli sfracelli combinati come accompagnatore di cantanti lirici, cerca di riciclarsi come improbabile e improponibile camerista (io uno così non lo metterei nemmeno nel cesso, figuriamoci!). Tanto per fare 2 esempi della sua somma arte direttoriale, ricordo di averlo visto dirigere in tempi remoti in tv, l'orchestra filarmonica di New York, in una ouverture dalla "Luisa Miller" piattissima e piallatissima, senza alcuna variazione agogica e dinamica purchessia, con un gesto che era quanto di più metronomico si potesse immaginare. In un altro concerto, sempre in tv, scaraventava con malgarbo dal suo podio, tonnellate di suono al 'povero' Pavarotti, costringendolo a forzare, durante l'esecuzione di 'Pourquoi me réveiller' dal 'Werther' di Massenet; e potrei continuare ancora, ma rischio di dilungarmi troppo. Per cui torniamo a parlare della seconda parte di quel "memorabile" concerto, in cui il nostro ineffabile musicista ha dato veramente il meglio (o il peggio?) di sè (continua).......
Sul concerto giovanile di Respighi, con riferimento al tassametro.
Rileggendomi le note di commento del pianista Almerindo d'Amato inerenti il lavoro giovanile di Respighi, di cui ho parlato in precedenza, ritengo utile soffermarmi ancora. Contrariamente a quanto affermato dallo stesso nel suo commento, ho già rilevato il fatto che, questa composizione poco ci dica dell'autentica personalità del suo autore, a malapena ravvisabile in certi tratti orchestrali e molto ci dica dei suoi iniziali influssi, quello liztiano essendo il più evidente. Non sono per niente d'accordo quando d'Amato afferma testualmente: "Con una fisionomia propria, marcata e del tutto originale, l'opera appare in naturale sintonia con il ricco strumentalismo rachmaninoviano ed il sinuoso lirismo pucciniano." Potrei essere in accordo tutt'al più riguardo all'influenza di Rachmaninov, avvertibile qui e là, così come si possono trovare labili tracce di influenze scriabiniane e chopiniane, ma sinceramente il sinuoso lirismo pucciniano non l'ho proprio avvertito. Nelle note di commento del disco in mio possesso si accenna anche a Grieg e Schumann, ma questo credo si debba soprattutto al fatto che la tonalità d'impianto del lavoro di Respighi, 'La minore', è la stessa dei 2 analoghi lavori dei summenzionati compositori. Sull'originalità della struttura che, sempre secondo d'Amato sarebbe in: "11 cambi di tempo inglobati in 3 parti fondamentali: 1) un fantasioso Allegro moderato, ... , introdotto in modo originale ed anticonformistico da una spericolata cadenza pianistica; 2) un ... Adagio molto, ......... 3) un ... Presto, includente un ...... Andante ......... ecc. ecc." avrei per l'appunto qualcosa da obiettare, in quanto all'ascolto la sua struttura complessiva non risulta dissimile dagli analoghi lavori liztiani, che pur con diversi cambi d'agogica al loro interno, sono sostanzialmente concepiti come un blocco unico, intervallato al massimo da brevissime pause. Anche Rimski-Korsakov, da cui il giovane Respighi prese lezioni d'orchestrazione, compose un lavoro similare, anch'esso di chiara ascendenza liztiana. Nel caso della composizione di Respighi, prendendo per buona la suddivisione suggerita da d'Amato, l'allegro moderato e l'adagio molto si susseguono senza soluzione di continuità e solo una brevissima pausa precede l'avvio del presto-andante conclusivo. Insomma, qui sostanzialmente Respighi ci fa la figura di un buon epigono e nulla più, pur riconoscendo l'estrema piacevolezza di questa musica, per cui se si fosse fermato a questi livelli, non penso che il suo nome sarebbe assurto a rilevanza internazionale, assicurandogli un posto d'onore nell'ambito della storia della musica, se il suo linguaggio non avesse poi assunto quelle caratteristiche personali che ne tratteggiano l'unicità. Tra l'altro anche il suo contemporaneo Ildebrando Pizzetti, scrisse successivamente un suo concerto per pianoforte e orchestra, classicamente strutturato in 3 movimenti separati, dove i tratti liztiani sono meno preponderanti, per contro quelli personali più evidenti, un lavoro più esteso e di livello superiore del giovanile concerto respighiano, purtroppo immeritatamente pochissimo conosciuto anch'esso. Trattasi dei "Canti dell'alta stagione", per pianoforte e orchestra, di cui per fortuna ne esistono almeno 4 edizioni discografiche. Tornando al lavoro di Respighi, nelle sue note d'Amato indica una durata complessiva di 27 minuti circa, contro i 20-22 delle 2 edizioni discografiche attualmente reperibili e i circa 30 da me rilevati proprio quella fatidica sera dell'11 luglio 2012. Oltretutto proprio quell'arbitrario allargamento di tempi operato nella suddetta esecuzione, oltre a sfilacciare l'architettura complessiva del brano, ne faceva avvertire assai poco i tanti mutamenti di agogica rilevati dallo stesso d'Amato nelle sue note di commento, non rendendogli alla fine adeguata giustizia. Ma guarda caso, a esso seguiva l'Italiana di Mendelssohn, che finiva così per avere, pressappoco, lo stesso minutaggio del brano di Respighi. Magari sarò anche pedante e poi aggiungiamoci gli evidenti limiti tecnici e virtuosistici del solista, più volte in affanno nel corso dell'esecuzione, ma non direi proprio che Bologna renda adeguato merito al suo illustre concittadino. E' anche vero che, conoscendo altri lavori per pianoforte e orchestra di Respighi di epoca più tarda, direi che questi non assurgano mai però agli stessi livelli di originalità toccati nei suoi lavori per violino e orchestra, strumento quest'ultimo di cui, guarda caso, il musicista era virtuoso provetto.
giovedì 2 maggio 2013
La dittatura del cronometro (segue).
Del malevolo comportamento di coloro che definisco volgarmente ragionieri della musica, posso fornirvi un ulteriore esempio. La sera dell'11 luglio 2012, mi trovavo in piazza Verdi, sempre a Bologna, ad assistere a un concerto all'aperto con l'orchestra del Comunale. Avendo smarrito il programma originale, non ricordo chi fosse il direttore d'orchestra, se non sbaglio però, il breve concerto principiava con un'ouverture di Rossini, 'L'Italiana in Algeri', a cui seguiva un lavoro giovanile di Respighi, ossia il concerto in la min. per pianoforte e orchestra, mentre la conclusione veniva affidata alla quarta sinfonia 'L'Italiana' di Mendelssohn-Bartholdy. Il solista al pianoforte era un certo Almerindo d'Amato, che sinceramente, confesso la mia ignoranza, non avevo mai sentito nominare prima d'ora ed obiettivamente, dopo averlo ascoltato in loco, non me ne meraviglio affatto! Ho per fortuna rintracciato un foglietto, distribuito la sera stessa prima dell'inizio dello spettacolo, recante le note di commento di mano dello stesso pianista, inerenti il brano di Respighi, che veniva eseguito nuovamente a Bologna, per la prima volta, a poco più di 110 anni dalla sua prima esecuzione assoluta, avvenuta proprio a Bologna, l'8 giugno 1902. Il mese prima, ossia nel giugno del 2012, questo stesso brano, con altri interpreti, figurava nel programma di un concerto tenutosi in quel di Brescia. Dico questo per puntualizzare il fatto che, contrariamente a quanto si potrebbe supporre leggendo il foglietto summenzionato, la riscoperta di questo brano non si deve affatto ad Almerindo d'Amato, tanto più che già a metà degli anni '90 ne sono uscite ben 2 edizioni discografiche, una (quella in mio possesso) per la Naxos, col solista Konstantin Sherbakov accompagnato dall'orchestra filarmonica slovacca diretta da Howard Griffits, l'altra per la Chandos, col pianista Geoffrey Tozer e la BBC Philarmonic diretta da Sir Edward Downes. Ecco che il motivo principale di interesse della serata, veniva costituito dal brano di Respighi, in cui però a parte la piacevolezza dell'ascolto, erano ancora scarsamente presenti i tratti tipici personali del suo stile, mentre risultavano evidenti gli innumerevoli debiti stilistici, in primis quelli liztiani. Pur con questi limiti, in ogni caso il brano è in sè più che degno di riproposta, anche se per coloro che non conoscono l'autore ( e sono tantissimi anche qui a Bologna), non dà un'idea precisa della personalità dell'autore. Peccato poi che, quella sera, l'esecuzione proposta, fosse ben lungi dall'essere ottimale, soprattutto per demerito del pianista, che rivelava evidentissimi limiti virtuosistici. Questo forse spiegava in parte gli sfacciati aggiustamenti agogici che il suddetto vistosamente si concedeva nella prima parte, quella più lenta del brano, rischiando in più punti di sfilacciarne la struttura complessiva, cosa che mi ha confermato il riascolto del disco in mio possesso, una volta tornato a casa. Innanzitutto, la durata complessiva del brano, quella sera risultò di 30 minuti, contro i circa 20 del disco in mio possesso e i 22 dell'edizione Chandos, tant'è che mi era sorto il dubbio che al mio disco mancasse qualcosa. E invece no, una volta che l'ho riascoltato mi sono accorto che non mancava un bel niente, solo che nel concerto bolognese, avevano letteralmente stiracchiato la prima parte del brano, facendola durare all'incirca il doppio rispetto al disco, ossia 20 minuti anzichè 10, mentre nella seconda (quella più veloce) i tempi risultavano pressochè coincidenti, rimanendo contenuti in ambo i casi, nell'arco della decina di minuti. Ma guarda caso, operando in maniera così disinvolta, il minutaggio complessivo del lavoro di Respighi nel concerto bolognese (30 minuti), risultava pressochè coincidente con quello del brano seguente, ovvero la sinfonia di Mendelssohn (27 minuti), una casualità? Tanto il pubblico ignorante mica se n ne accorge! Anche all'estero il malvezzo dilaga: ricordo un concerto ascoltato alla radio, in cui il direttore Lorin Maazel faceva durare la sinfonia n.38 di Mozart e la sinfonia n.2 di Schumann, esattamente 36 minuti cadauna, semplicemente eseguendo tutti i ritornelli nella prima ed omettendone alcuni nella seconda. O tempora, o mores!
Concerti col tassametro!
E' da parecchio tempo che rilevo un singolare malvezzo fra i musicisti, sia per quel che concerne le loro esibizioni a cui ho assistito di persona, sia attraverso quelle che ho ascoltato tramite la radio, faccenda che mi sembra sfugga ai più, ma che considero sommamente deleteria, ovvero il proliferare di quelli che io definisco concerti col tassametro, in cui i criteri interpretativi in fatto di scelte agogiche e di eventuali tagli in sede esecutiva, sembrerebbero essere subordinati a una sorta di bilancino da ragionieri della musica anzichè da esigenze artistiche, le quali, in questi casi, se ne vanno bellamente a farsi benedire. Innanzitutto, in tali casi, sembra che l'esigenza primaria sia quella, a tutti i costi, di far durare la prima parte del concerto, esattamente al minuto spaccato o quasi, quanto la seconda, ovvero allargando o stringendo i tempi e magari anche tagliando interi passaggi, al fine di fare in modo che il minutaggio complessivo di ciascuna delle 2 parti che usualmente compongono un'esibizione pubblica, sia pressochè identico. Insomma le scelte in fatto di agogica e di tagli, non sono per nulla dettate da sia pur discutibili criteri interpretativi, ma unicamente dal cronometro! Ho rilevato questa cosa troppe volte, nel corso degli anni, ritenendola decisamente grave e deleteria, in barba anche alla deontologia professionale, che mi sembra manchi sempre più ai musicisti. Vi faccio un esempio inerente proprio Bologna. L'anno scorso rammento che Radiotre trasmise in differita un concerto dal Manzoni con l'orchestra e il coro del Comunale diretti da Arturo Tamayo. Il programma comprendeva 'Intègrales' di Varèse, 'Les nuits d'été' di Berlioz, nella prima parte; la seconda era interamente occupata dal balletto 'Daphnis et Chloè' di Ravel (e questo spiega la presenza del coro). Sottolineo che in questo caso trattavasi del balletto integrale (o meglio avrebbe dovuto) e non delle 2 suites generalmente eseguite in concerto nella maggior parte dei casi. Fin dal brano d'avvio, notai che il direttore staccava dei tempi larghi; il brano di Varèse, che normalmente dura 6-7 minuti qui ne durava 10, il ciclo di Berlioz che usualmente non supera la mezz'ora, in questa occasione raggiungeva i 33 minuti. E quindi il minutaggio complessivo della prima parte (10'+33') era di 43 minuti. Per cui, quando il conduttore radiofonico annunciò l'esecuzione integrale del balletto di Ravel, indicando una durata totale di 44 minuti, pensai avesse preso un abbaglio, poichè la durata media di questo lavoro si aggira sui 53-54 minuti (per la cronaca, le edizioni discografiche variano dai circa 51' dell'incisione Dg diretta da Ozawa ai 60 della registrazione Adès diretta da Rosenthal). Tanto più che fin dall'inizio, anche in questo caso, il direttore adottava dei tempi decisamente larghi. Purtroppo l'annunciatore non si sbagliava affatto, il minutaggio complessivo era effettivamente di 44' e tale risultato veniva ottenuto tagliando 2 sezioni della prima delle 3 parti di cui si compone il balletto e una sezione anche nella seconda parte. Peccato però che il brano in questione sia stato spacciato, anche al pubblico presente in sala, come un'esecuzione integrale, il che grida vendetta, stante anche l'illogicità di tale scempio, spiegabile solo come un'assurda esigenza cronometrica, visto che alla fine i minutaggi delle 2 parti risultavano per l'appunto di 43 e 44 minuti rispettivamente. Peraltro di tale incongruenza se ne accorse anche il conduttore radiofonico al termine della trasmissione. Tagliare 10-15 minuti di musica senza alcuna ragione logica, contando sull'ignoranza del pubblico, non è mica roba da ridere! Se fossi stato presente in loco, avrei inveito pesantemente contro il direttore, innanzitutto, in questi casi la serietà va a farsi benedire. Si poteva evitare un simile scempio, optando per l'esecuzione soltanto delle ultime 2 parti come fecero al Maggio, oppure eseguire le 2 suites tratte dallo stesso lavoro, od anche scegliere un altro lavoro, come per esempio 'Bacchus et Ariane" di Roussel, rimanendo in area francese, che dura circa 37', oppure l'intero 'Uccello di fuoco' di Stravinski, che dura circa fra i 41 e i 46 minuti, a seconda delle esecuzioni. Insomma, la maniera di conciliare l'integrità della musica con le esigenze del cronometro c'era, fermo restando che si tratta comunque di un criterio esecrabile, poichè se anche la seconda parte di quel concerto fosse durata 10-15 minuti più della prima, non vedo una ragione plausibile perchè ciò non sia avvenuto. Se non bastasse, ho un altro esempio al riguardo, tanto più che in questo caso, vi ho assistito di persona (continua).
martedì 30 aprile 2013
La voce nel deserto.
Sabato scorso, su Radiotre, in occasione della differita della 'Valchiria', si accennava per l'ennesima volta, alla situazione critica del 'Maggio' fiorentino, con tanto di messaggi di sostegno di personalità illustri, come Abbado ed sms di radioascoltatori, denotanti troppa superficiale emotività e scarsissimo raziocinio, come al solito in simili casi, tra i quali ne cito in particolare uno di un radioascoltatore che tira in ballo "lo stato criminale che manda a picco un'istituzione come questa, in grado di allestire una 'Valchiria' di livello internazionale, ... ecc. ecc.". Che questo sia uno stato criminale anche e soprattutto a livello generale e non soltanto in questo ambito specifico, mi sembra fuor di dubbio, quanto al livello interpretativo generale di quest'allestimento però, esiterei a definirlo di livello internazionale, soprattutto se tengo conto che, per esempio, il ruolo di Wotan era ricoperto, perlomeno in questa ripresa risalente al 18 gennaio scorso, da quel cantante finlandese, Juha Kuusisto, ovvero quello stesso che, salvo abbagli di memoria, poco tempo fa ha fatto sfracelli nel ruolo eponimo dell'Olandese volante, trasmesso in diretta dal San Carlo sempre su Radiotre e che nella fattispecie della 'Valchiria', faceva meno danni semplicemente perchè, in questo caso, la sua presenza era assai più circoscritta dall'andamento narrativo dell'opera, già mi viene da storcere un pò il naso; e pensando anche al direttore d'orchestra, Zubin Mehta, direi che, in questa come in molte altre sue esibizioni sia operistiche che concertistiche, non soltanto all'interno della stagione del 'Maggio', abbia dato prova più del suo consumatissimo mestiere di musicista, rivelandosi come al solito una guida sostanzialmente sicura ed affidabile, piuttosto che foriero di originali intuizioni interpretative e mi riferisco non solo a codesta 'Valchiria', ma anche alla recente esecuzione, sempre coi complessi corali e orchestrali del Maggio, della 'Risurrezione' mahleriana. Inoltre, pur tenendo presente che la cosa sia dovuta almeno in parte al clima d'incertezza che si respira, ho rilevato in orchestra, parecchie smagliature e incertezze, soprattutto nel settore dei fiati, tacendo del fatto che nella 'Risurrezione' ci sono state anche alcune entrate sbagliate e dei veri e propri piccoli errori esecutivi, alla fine ci andrei cauto con le iperboli, dato che lasciano il tempo che trovano. Anche pensando ai vari cartelloni, direi proprio che il prestigio del Maggio, come di tutte le altre istituzioni musicali nostrane, si sia parecchio appannato, nel corso degli anni. Nessuno sembra poi rammentarsi più di una dichiarazione fatta tempo addietro pubblicamente, dal medesimo Zubin Mehta, in cui il sommo musicista candidamente ammetteva di percepire, in quel di Firenze, un compenso 5 volte superiore, ovvero 25.000 euro, per un concerto sinfonico nell'ambito della stagione del Maggio, mentre a Vienna, per la stessa faccenda, non solo si accontentava di 5.000 euro, ma all'occorrenza ci sarebbe anche andato gratuitamente, poichè ai fini del curriculum di un musicista e del conseguente ritorno d'immagine, contano assai di più le sue presenze all'estero, di quanto non contino effettivamente le esibizioni effettuate nel nostro bel paese, praticamente irrilevanti ai fini del prestigio di un musicista. Per cui, anzichè limitarci esclusivamente a deprecare questo stato canaglia, prendiamocela anche con le nostre storture e il nostro assurdo andazzo, visto anche il fatto che, in tempi di vacche magre, a Firenze, si sia fatto il passo più lungo della gamba, erigendo per giunta un nuovo teatro, con tanto di tipica inaugurazione fasulla o quantomeno parziale, alla presenza dell'ineffabile prezzemolino sindaco Renzi, senza una qualsivoglia idea su cosa fare di quello vecchio, in un paese dove la voglia di arte e di cultura, è in caduta rovinosissima e incommensurabile, in un contesto generale da museo delle cere spocchiosissimo ed elitario. Se penso poi che certi melomani sovente sprecano i loro entusiasmi anche per giovani interpreti, di cui il minimo che si possa dire è che sono ancora troppo acerbi e immaturi, come per esempio quell'esimio battisolfa rispondente al nome di Daniele Rustioni, alla fine non posso fare a meno di sentirmi veramente un pesce fuor d'acqua, una voce nel deserto insomma (andatevi a sentire i grandi interpreti in disco e video, dopodichè ne riparliamo!), ma ribadisco il concetto che dare le colpe di questa situazione disastrosa soltanto a coloro che malamente ci governano, mi sembra in ogni caso ipocrita e superficiale! Teniamo presente che coloro che stanno al potere, rappresentano lo specchio fedelissimo della nostra autentica essenza di popolo, ossia ci rappresentano per ciò che noi siamo veramente, piaccia o non piaccia, volenti o nolenti!
sabato 27 aprile 2013
I re dei ciarlatani.
Oggi volevo verificare l'orario di una trasmissione radiofonica, non essendo quelli indicati sulle riviste e sulle pagine di televideo molto affidabili, consultando la cosiddetta guida elettronica dei programmi (EPG), disponibile sul digitale terrestre, ma purtroppo mi sono accorto che quella relativa ai canali radiotelevisivi della Rai, improvvisamente non è più disponibile, così come su tutti i canali Rai, non compare più la schermata col titolo della trasmissione in corso e di quella successiva, per cui, in conclusione, non ho combinato alcunchè, ovviamente. Era una piccola comodità che consentiva di verificare eventuali sviste, ma forse proprio per questo è stata disattivata, ennesima piccola dimostrazione di quanto questo cosiddetto ente pubblico rispetti la propria utenza. Se si tiene conto poi che abito in un capoluogo di regione con tanto di sede locale dell'emittente radiotelevisiva e non certo in un piccolo paesello sperduto, è proprio il colmo che succedano certe cose, in barba all'arcinoto slogan "di tutto, di più", anche se non me ne dovrei meravigliare affatto, dato che è la prassi usuale oggidì. Ho sempre trovato sommamente offensive le pubblicità pro pagamento del canone radio tv, sempre più irritanti e sfacciate nella loro scempiaggine. "Qualunque cosa voi facciate col vostro televisore ....", oppure il linguaggio terroristico adottato sul televideo in cui si parla di "detenzione di apparecchi televisivi", sono solo alcune delle perle con cui i soloni di turno, vorrebbero convincerci della liceità di una simile, assurda gabella, iniqua e anacronistica, anche perchè i soldi del canone vanno tutti all'erario, mica all'ente radiotelevisivo, non per niente adesso è l'Agenzia delle Entrate che è preposta alla riscossione. Io fino adesso l'ho pagato, pur sentendomi un cretino, ma conosco persone che non lo fanno e non riesco a dargli del tutto torto, visto che questo sistema è una continua istigazione a delinquere. Anche perchè, comunque sia, in ogni caso lo paghiamo tutti, sia pur indirettamente. In barba alla legge sul cosiddetto diritto all'informazione, chissà perchè non più citata, per tacere di tutta una serie di anomalie tipicamente nostrane. Innanzitutto il nostro cosiddetto ente pubblico è in realtà un pateracchio con una partecipazione mista di pubblico e privato, introita ricavi pubblicitari (ed è impossibile che noi non si usufruisca di qualcuno dei prodotti pubblicizzati), ha una partecipazione azionaria al 50% in Tele San Marino (emittente quindi di uno stato estero!), grazie alla quale quest'ultima percepisce 3 milioni di euro all'anno di contributi pubblici, ed anche una compartecipazione congiuntamente al Vaticano (altro stato estero!) in TV 2000. Se poi si considera che, tutti gli apparecchi radiotelevisivi, sono gravati, nel prezzo di vendita, di IVA ed eco-contributi, all'origine (a meno che non li acquistiate da un ricettatore o li rubiate!), direi che l'illegittimità di simile ladrocinio legalizzato, sia palese. Del resto, anche tutti i supporti audiovisivi, registrabili e non, ed anche quelli cartacei, sono già tassati all'origine. Il televisore è un soprammobile, non è un'abitazione, un autoveicolo, un apparecchio a noleggio o altro, non è assolutamente giustificabile tassarne il semplice possesso e utilizzo. L'unico motivo che potrebbe rendere l'iniqua gabella più digeribile, sarebbe il rendere i canali pubblici totalmente scevri da partecipazioni private e da pubblicità. Troppo comodo prendere soldi sia dal pubblico che dal privato! Ma questo, ovviamente, non accadrà mai, cari sudditi!
venerdì 26 aprile 2013
Spigolature.
Ogni volta che parlo di vinili da collezione e delle loro ristampe, mi accorgo di cadere regolarmente in una contraddizione. Ovvero, mi metto a spaccare il capello in quattro per qualsivoglia discrepanza estetica e grafica relativa a custodie, buste interne ed etichette dei dischi, criticandone anche la qualità di stampa, se ritenuta non conforme agli originali, mentre non applico la stessa pignoleria riguardo alla qualità sonora e allo stampaggio e persino per le iscrizioni impresse direttamente sulla superficie del vinile in ambo le facciate. Nel senso che, anche in questo caso, dovrei teoricamente esigere una perfetta corrispondenza con gli originali che dovrebbero quindi possedere una qualità sonora e di stampaggio nè migliore, nè peggiore degli originali, ma assolutamente identica (stesso discorso per le sigle sulla superficie del vinile). Mentre invece, se rilevo una qualità della ristampa migliore rispetto all'originale, non solo non me ne lamento, ma al contrario ne sono contentissimo (e qui casca l'asino!). E' ovvio che, per tutta una serie di motivi soprattutto di ordine tecnico, le ristampe non possono essere assolutamente identiche agli originali, ma in ogni caso sarebbe autolesionistico il pretenderlo, soprattutto quando la ristampa sopravanza udibilmente la qualità sonica dell'originale, anch'essa comunque non esente da compromessi. Morale della favola: le ristampe non devono essere affatto conformi all'originale, tantomeno peggiori di esso, altrimenti che senso avrebbe il progresso? Lapalissiano, paradossale e banale! Godiamocele con leggerezza, senza rovinarci l'anima con seghe mentali, orsù! / Noto che sul sito di "Audiophile Sound", vengono messi in vendita, a prezzi altissimi, dei nastri preregistrati in bobina, decantati come il non plus ultra in ambito analogico. Non ho mai ascoltato il suono di un registratore a bobine, ma conosco il suono di una fonte poco conosciuta in ambito strettamente audiofilo, che mi dicono essere di qualità molto prossima a quella di un registratore a bobine professionale, ovvero il videoregistratore stereo hi-fi! Non sto scherzando, personalmente l'ho usato in modalità solo audio, per registrare delle trasmissioni radiofoniche di opere e concerti, sia in FM che sul digitale terrestre, anche usando supporti molto economici, con risultati sonici strabilianti, anche perchè operando in questa modalità, spariscono tutti i disturbi e i difetti tipicamente associati alle videocassette e dovuti proprio in realtà allo stesso segnale video, con una qualità complessiva che pure il migliore dei vinili se la sogna! Certo bisogna mettere in conto la scarsa praticità, la deteriorabilità e l'ingombro delle videocassette, però se avete ancora in casa un videoregistratore funzionante, vi suggerisco di fare una prova e vedrete (o meglio udrete!), potendo ben tenere in questo caso spento lo schermo televisivo, se l'apparecchio vi consentisse di collegarne gli ingressi e le uscite audio all'impianto stereo. Vi assicuro che il vostro apparecchio mostrerà doti sonore insospettabili! Mi viene un'idea folle: perchè non proporre titoli dell'età dell'oro dell'analogico, anche in questo formato che, stante la sua maggiore reperibilità ed economicità anche riguardo agli apparecchi, potrebbe costituire una valida alternativa più economica, rispetto al nastro in bobina?
Classica in vinile 6.
Sesto titolo della collana De Agostini, uscito in edicola il 18 aprile scorso / Autori vari: "Adagio", contenente musiche di Remo Giazotto (Adagio in sol min. per archi e organo, meglio noto come il 'falso' "Adagio" di Tomaso Albinoni), Johann Pachelbel (Canone e giga in re magg., per 3 violini e basso continuo, nell'arrangiamento per orchestra d'archi e clavicembalo di Max Seiffert), Luigi Boccherini (Quintettino "La musica notturna delle strade di Madrid" - brano all'origine della nota rielaborazione per grande orchestra di Luciano Berio -, nell'arrangiamento per orchestra d'archi) e Ottorino Respighi (Antiche arie e danze per liuto: suite n.3, per orchestra d'archi), interpretate dagli archi dell'orchestra filarmonica di Berlino, diretta da Herbert von Karajan, con Wolfgang Meyer all'organo (nel brano di Giazotto) e al clavicembalo (nel brano di Pachelbel)/ Deutsche Grammophon. / Stante alcuni lievi difetti grafici della copertina, la custodia, superficie opaca a parte, sembrerebbe clonata direttamente da un vecchio esemplare originale d'epoca, recante i tipici lievi segni di usura sui bordi; inoltre, secondo me, sul cartiglio giallo della copertina, all'estrema destra, dopo il numero di catalogo, dovrebbe essere presente il doppio circolo con la scritta "ST-33", qui assente. Per il resto, non noto evidenti discrepanze grafiche. / Busta interna accettabile, ma le etichette del disco non sono conformi a quelle della Dgg degli anni '70, stante la vistosa mancanza del riquadro centrale a 3 sezioni e delle scritte "D. P." e "Made in Germany". D'accordo che si tratta pur sempre di un prodotto da edicola, ma comincio veramente a pensare che queste trascuratezze siano volute e in tal caso, mi piacerebbe conoscerne il motivo. / Fascicolo accompagnatorio, con testi di Giovanni Tasso, Bruno Baudissone e Pierre Bolduc, di livello complessivamente discreto, ma con 2 bei refusi: il primo a pag.2, nel riquadro che dovrebbe essere dedicato alle 3 suites di antiche arie e danze per liuto di Respighi, nell'incisione Mercury della Philarmonia Hungarica diretta da Dorati, recante nuovamente, al suo interno, il trafiletto già comparso nello scorso numero, relativo a 'Goyescas' di Granados e quindi reiterando anche il refuso sul nome della pianista, menzionata erroneamente come Alicia De La Rocha, anzichè De Larrocha; il secondo a pag.3, nel riquadro relativo al disco di trascrizioni orchestrali bachiane di Stokowski, dirette dal medesimo con l'orchestra filarmonica ceca, che dalla foto si evince essere un Decca 'Phase 4', ma chissà perchè gli estremi di etichetta indicati sono di un Emi/Hmv! Ci sarebbe anche in realtà, un altro piccolissimo refuso all'interno del testo dell'articolo principale a pag.3, verso la fine, ma tralasciamolo per carità di patria. / Dati di registrazione nuovamente scarni (disco registrato nel 1969 a Sankt Moritz, in Svizzera, ed uscito nel 1972 - produttore, Otto Gerdes, supervisione di Hans Weber, tecnico del suono Guenter Hermanns). / L'interpretazione, pur in una chiave romanticizzata e non filologica, è sorprendentemente sobria ed estremamente musicale, rifinita e godibile. Ho solo trovato un pò troppo uniforme il clavicembalo nel brano di Pachelbel. / La qualità sonora è ottima, pur con una dinamica e un'estensione ovviamente limitata, stante il genere relativamente tranquillo e l'organico strumentale ristretto, con una timbrica calda, rotonda e avvolgente, anche se a volte con un eccesso di riverbero, soprattutto nei brani di Giazotto e Pachelbel. Inoltre, principalmente nel brano di Giazotto, sono avvertibili qui e là delle piccole sbocconcellature dell'audio, che farebbero pensare a dei tagli di montaggio. Il livello d'incisione è un pò più alto della media. / Qualità della stampa un pò rumorosa ma accettabile, anche se con qualche rumore impulsivo di troppo.
mercoledì 24 aprile 2013
Ora ti conto un fatto.
Intorno ai primissimi anni '70, un ragazzino abitante in una cittadina nei pressi di Bologna, appassionato di musica, un giorno, ascoltando alla radio l'ottetto per fiati di Igor Stravinski, rimane folgorato sulla via Damasco, decidendo all'istante di scrivere una letterina al sommo musicista in cui grosso modo dichiara: "Dopo avere ascoltato il suo ottetto alla radio, io credo che lei sia veramente il più grande compositore vivente, ecc. ecc. ...", indirizzando il tutto a: Igor Stravinski - Hotel Danieli - Venezia e spedendola il giorno successivo. Il bello è che, non solo questa lettera giunge a destinazione, ma il sommo artista si degna persino di inviare una breve lettera di risposta al fanciullo, invitandolo esplicitamente a fargli visita presso l'albergo. Al che, il ragazzino, sventolando trionfante la lettera di Stravinski sotto il naso del padre, chiede a quest'ultimo il permesso di intraprendere il viaggio verso Venezia. Purtroppo per lui, essendo che per il padre il massimo della modernità ammissibile in musica, veniva rappresentato da Ermanno Wolf-Ferrari, suonandogli perciò il nome stesso di Stravinski come anatema, si vide opporre dal genitore, un fermo diniego. Ma l'indomito soggetto non se la dà per inteso, dimodochè alla prima occasione, anzichè recarsi a scuola, prende l'autobus che lo porta alla Stazione ferroviaria di Bologna Centrale, deciso ad incontrare finalmente il suo idolo. Senonchè, una volta fatto il suo ingresso nell'atrio principale, si arresta di botto, poichè gli cade l'occhio sulle locandine dei giornali nei paraggi dell'edicola, che 'strillavano' l'appena avvenuta dipartita del grande compositore. A quel punto al fanciullino non rimane che ritornarsene mestamente a casa, con l'unica consolazione di essere riuscito a possedere una lettera autografa del musicista. Col passare degli anni, lui e la sua famiglia faranno diversi traslochi, cambiando sovente località, nel frattempo la famosa lettera finendo dentro a un grosso baule che, una volta trasferitisi in quel di Genova, viene collocato in cantina. Caratteristica nefasta delle cantine essendo quella di alluvionarsi facilmente, cosa che naturalmente succede anche in questo caso, si può ben immaginare quale sia stato il destino finale di questa lettera. Lo stesso protagonista, ovviamente adulto, raccontò per filo e per segno, questa amena storiellina ai microfoni di Radiotre, anni addietro. / Il giovane Johan Sebastian Bach, ai tempi del suo servizio come musicista di cappella presso la cittadina di Arnstadt, essendo un grande ammiratore di Dietrich Buxtheude, chiese ed ottenne dai suoi datori di lavoro, un permesso di 2 settimane, per andare a incontrare a Lubecca, il suo idolo, che si esibiva all'organo nei cosiddetti "Sonnenkonzerte", facendosi letteralmente a piedi, gli oltre 400 chilometri separanti le 2 città. Una volta giunto al cospetto di Buxtheude, quest'ultimo, già vecchio e stanco, gli dichiarò che volentieri l'avrebbe preso sotto la sua ala protettrice, poichè da tempo voleva lasciare ad altri il suo incarico di organista, ma a patto che Bach accettasse una clausola imposta anche dalla stessa municipalità di Lubecca, ovvero sposare l'orripilante figlia di Buxtheude. Al che Bach, la cui devozione per Buxtheude non arrivava a tanto, si produsse letteralmente nella prima delle sue memorabili fughe, tornandosene ad Arnstadt, dove nel frattempo, essendo passati nel frattempo, la bellezza di 4 mesi dalla sua dipartita, era stato licenziato in tronco dai suoi datori di lavoro, esasperati dalle sue intemperanze. La stessa proposta, ovvero sposare la figlia di Buxtheude, era già stata fatta in precedenza con analogo risultato, anche a Georg Philipp Telemann, successivamente anche Georg Friedrich Haendel e Johan Matheson, declineranno l'offerta. Altro che la figlia di Fantozzi, costei doveva essere veramente un'autentico scherzo di natura, non risultandomi che il suo illustre genitore sia mai riuscito, anche in seguito, a trovare un malcapitato disposto a inghiottire questo rospo (testualmente parlando!). / A proposito di Haendel e Matheson, grandi amici, durante la prima rappresentazione della "Cleopatra" di quest'ultimo, che tra l'altro impersonava anche Antonio sul palcoscenico, era previsto che, una volta che questo personaggio usciva di scena, Matheson avrebbe preso il posto di Haendel, che guidava l'organico strumentale seduto al clavicembalo. Senonchè quest'ultimo, ricacciò via il collega, continuando imperterrito a sedere al cembalo fino al termine dell'opera. Ne seguì una lite furibonda fra i 2, dopo la rappresentazione, sfociante in una sfida a duello. Il giorno convenuto, i 2 contendenti, decisi a sbudellarsi a vicenda, iniziarono la tenzone con gran lena, ma a un certo punto, la spada di Matheson colpì uno dei bottoni metallici della giacca di Haendel, spezzandosi in 2 tronconi. A questo punto, i duellanti, dapprima interdetti, si bloccano di colpo, finendo poi con lo scoppiare in una fragorosa risata reciproca, che li porterà a una subitanea riappacificazione. / Il primo biografo ufficiale di Bach, Thomas Spitta, rintracciò un suo vecchio ex allievo di canto corale alla Thomasschule di Lipsia, chiedendogli quali fossero mai i metodi d'insegnamento del sommo maestro. Al che, questi rispose: "Prima noi cantavamo come cani, dopodichè ci riempiva di ceffoni!". Semplice ed efficace, no?
martedì 23 aprile 2013
Il mondo è bello perchè è vario.
A Johannesburg, in Sudafrica, un appassionato di musica da camera, aveva delle poderosissime erezioni, ogni volta che ascoltava il quintetto per archi di Schubert (devo essere un caso disperato, poichè l'ascolto di questo brano non mi ha mai provocato un simile effetto!). Durante la seconda parte di un concerto pubblico, interamente occupata dal brano incriminato, il nostro era in loco, seduto al centro della platea, mentre complice il buio in sala, si stava dando da fare con impegno. Senonchè nel momento culminante, la musica termina, partono gli applausi del pubblico accendendosi al contempo le luci in sala, proprio nell'attimo più critico. Al che, il soggetto, rannicchiandosi alla bell'è meglio, lestamente sgattaiola via dalla sala come un ladro, imbarazzatissimo e rosso in volto come un peperone (altro che schizzi sinfonici!). / Verso la fine dell'800, al Teatro Bonci di Cesena, non so quale opera si desse in quell'occasione, fatto sta che si era optato per una messa in scena che, almeno nelle intenzioni, voleva essere particolarmente realistica, prevedendo a un certo punto, l'ingresso in palcoscenico, di un'autentica carrozza trainata da cavalli in carne e ossa. Ma evidentemente, il cocchiere non era pratico di movimenti scenici, poichè perse il controllo della situazione, i cavalli puntarono con decisione la fossa orchestrale, precipitandovi con annessi e connessi, fuggi fuggi di orchestrali e risate omeriche da parte di tutto il pubblico. / All'Arena di Verona, in tempi remoti, durante una rappresentazione di 'Aida', al secondo atto, nel momento della marcia trionfale, dei cavalli in processione, forse sull'onda emotiva suscitata in loro dalla musica, lasciarono sul palcoscenico un segno tangibile e odorosissimo della loro riconoscenza. / Al Festival di Salisburgo, metà anni '70, si stava provando il 'Trovatore' con Franco Bonisolli come protagonista ed Herbert von Karajan alla direzione. Fra i due non correva buon sangue, visti soprattutto gli atteggiamenti da prima donna del tenore, che arrivava alle prove regolarmente in ritardo. La misura fu colma il giorno in cui Bonisolli, oltre al consueto ritardo, irruppe in palcoscenico vestito da Batman, al chè Karajan senza degnarlo attacca con l'orchestra, dimodochè Bonisolli infuriato, gira i tacchi e se ne va via sbattendo rumorosamente la porta. / Al Metropolitan di New York, durante una rappresentazione del 'Don Giovanni', durante la scena in cui il protagonista invita a cena la statua del Commendatore, crollò il fondale del palcoscenico, ed essendo state dimenticate aperte le porte che danno sul retro, il pubblico vide, dietro la statua del Commendatore, gli agenti di polizia intenti a dirigere l'intricatissimo traffico della 56^ strada. / A Perth, in Australia, durante una rappresentazione di 'Salome', nella scena finale, quella in cui la protagonista ordina agli armigeri di Erode, di portarle su un vassoio d'argento la testa appena mozzata su suo ordine del profeta Jokanhaan, appena arriva il vassoio in scena, la protagonista, dopo averne sollevato il velo, esplode in una fragorosissima risata, tanto da costringere il direttore d'orchestra a bloccare gli strumentisti. Il motivo era dovuto al fatto che, sul vassoio, al posto della testa mozzata, stava una pila di tramezzini al prosciutto! Chissà, forse qualche tiro burlone di un barista del teatro? / A Bologna, concerto all'Aula Absidale di S. Lucia, il martedì 27 marzo 2012. Al clarinetto Giovanni Polo, al pianoforte Rina Cellini. In programma nella prima parte i Pezzi Fantastici op.73 di Schumann e la Sonata in fa diesis min. op.49 n.2 di Reger, nella seconda parte, sempre di Reger, la Sonata in la bem. magg. op.49 n.1 e l'Adagio e Allegro op.70 di Schumann. Tutto fila liscio nella prima parte, ma all'inizio della seconda, il clarinettista attacca con l'op.49 n.1 di Reger e la pianista col primo dei Pezzi Fantastici di Schumann! Sconcerto! La pianista rovista freneticamente fra gli spartiti, nuovo cenno d'intesa, si riparte, questa volta tutti e due con Reger, solo che lui con l'op.49 n.1, lei con l'op.49 n.2! Nuovamente sconcerto! Mentre lei ricomincia a rovistare spasmodicamente fra gli spartiti, lui, con un sorrisino stiracchiato e un tono imbarazzatissimo, rivolgendosi al pubblico, fa: "Scusatemi, ma la colpa non è mia. E' lei (indicando la pianista) che non me la vuole far suonare!" Risatine del pubblico, nuovo cenno d'intesa fra i due musicisti, si riparte questa volta, finalmente nella maniera giusta! Unico momento esaltante di un concerto altrimenti gelidamente accademico... / Parecchi anni fa, un pomeriggio che mi trovavo nel reparto cd di una grossa catena d'elettronica, a Forlì. Mentre ero lì che spulciavo fra gli scaffali, a un certo punto irrompe un individuo trasudante buzzurraggine da tutti i pori, che con gran vociare richiama l'attenzione del commesso e mettendosi ad indicare a casaccio le file dei cofanetti esposti nella sezione di musica classica, comincia a gridargli: "Mi dia un pò di quelli rossi, un altro pò di quelli verdi, ed anche di quelli blu e di quelli gialli...", come se si trovasse dal salumiere. Per la cronaca, i cofanetti in questione, facevano parte della 'Bach Edition' della Teldec, caratterizzati per l'appunto da un diverso colore dei dorsi a seconda del genere musicale. Purtroppo le smanie del tipo non si fermarono lì, poichè a un certo punto disse: "E adesso, mi dia anche qualcosa di moderno. " E il commesso, ovviamente lietissimo, svuotò una fila di cofanetti all'interno della quale, ovviamente, c'era un titolo rarissimo che m'interessava, mai più ristampato naturalmente! Va da sè che quel giorno me ne ritornai a casa con un certo magone, ma tant'è! Anni dopo, in un negozio di dischi del centro di Bologna, ebbi un piccolo soprassalto, poichè fra due avventori anziani, ce n'era uno che si stava gingillando pigramente un cofanetto contenente "Show Boat" di Kern, dicendo all'altro: "Ma tu che dici, quasi quasi mi piglio qualcosa di moderno?" (all'anima del moderno, visto che questo musical risale all'incirca alla metà degli anni '20). Per tacere di quelle due vecchie babbione, che in un altro negozio, chiacchierando fra di loro, convennero che Wagner era proprio una grande pizza, o di quella signora che chiese al commesso il 5^ concerto di Rachmaninov... / Tempo fa, in una stradina del centro storico, mi imbattei casualmente in un vecchietto che, senza troppi complimenti, la stava facendo nel bel mezzo della strada. Cortesemente gli chiesi se gli avessero mai conferito una 'minzione speciale' per la sua personale 'rassegna di organi antichi'. Chissà perchè si arrabbiò tantissimo. Dicono che il mondo sia bello perchè è vario, però se, qualche volta, lo fosse un poco di meno, non guasterebbe affatto!
lunedì 22 aprile 2013
DAB, questo sconosciuto 4 (a volte ritornano).
Ho già accennato più volte all'esistenza, anche qui nel bolognese, della radio digitale terrestre (DAB) e della difficile reperibilità e dei costi eccessivi degli apparecchi predisposti a riceverla. Esiste comunque un'alternativa assai più economica se siete come me, in possesso di un PC, notebook o netbook che dir si voglia. Fra i moduli via usb, che consentono a questi apparati la ricezione radiotelevisiva, vi è anche quello prodotto dalla 'exaggerate' che, al modico costo di 29,99 euro, consente la ricezione dei canali radiofonici anche in DAB (banda III e banda L), oltrechè in FM e del digitale terrestre radiotelevisivo (DVB-T). Questo gingillo, dichiarato come il più piccolo al mondo, è anche telecomandabile e collegabile, tramite adattatore, anche all'impianto d'antenna domestico o a qualunque tipo di antenna esterna, ed è reperibile, qui a Bologna, alla libreria Mondadori di via D'Azeglio. Per quel che ho potuto constatare, il suo funzionamento è più che valido, soprattutto se collegato all'impianto d'antenna domestico. Colgo la palla al balzo, per constatare, come anche nella città che ha dato i natali a un certo Guglielmo Marconi, stante anche la presenza del museo 'Mille voci, mille suoni', mi sarei ingenuamente aspettato un maggior interesse generale da parte della cittadinanza, nei confronti di questo mezzo di trasmissione. Al contrario, conosco poche persone che seguono con una certa assiduità la radio e per giunta ad un livello di fruizione che mi sembra un poco superficiale, non sembrandomi interessati punto alla sua evoluzione storica e tecnologica. Insomma, anche Bologna, in questo mi sembra allineata al resto della nazione, con la sua predominante pseudo-cultura para-televisiva! Infatti, nel mio condominio di 12 appartamenti, sono l'unico a seguire la radio, solo per fare un banalissimo esempio. Vorrei tanto sbagliarmi ed essere smentito dai fatti, però! Anche in ambito audiofilo nostrano, la radio è assai poco considerata, anche come fonte di audio di alta qualità! In tal caso, vi posso assicurare che, una diretta radiofonica in modulazione di frequenza, ripresa dal punto di vista ovviamente sonoro, con tutti i crismi e a patto di avere una buona ricezione del segnale, ha una freschezza e un'immediatezza che, anche il disco in vinile più stratosferico, se la sogna!
Catacombae (sepulchrum romanum).
Mi ricordo sempre di quel conduttore di Radiouno che, in tempi remoti, fece più o meno questo annuncio: "Il prossimo brano che stiamo per mandare in onda, lo dedichiamo alla nostra intera classe politica!" E partirono immediatamente le celeberrime note di "Cortigiani, vil razza, dannata!" dal "Rigoletto". Quanta acqua è passata sotto i ponti da allora! Adesso probabilmente più nessun conduttore oserebbe tanto! Occuparsi a qualunque titolo di cultura, in questa geronto-mafio- crazia, diventa sempre più un'autentico strazio dell'anima, anche perchè avverti sempre più il vuoto, il disinteresse generale, che aleggia intorno. Non c'è da meravigliarsi che un'importante istituzione culturale, come il polo museale 'La città della Scienza', sito nella zona industriale di Bagnoli, presso Napoli, sia andato letteralmente in fumo nel sostanziale menefreghismo generale! Io dico che, non solo abbiamo il paese che ci meritiamo, ma che ci meriteremmo anche ben di peggio, visto che siamo diventati proprio, per dirla con Massimo Fini, senz'anima! Altro che fermenti culturali e rivoluzionari, qui gli unici fermenti che continuo a ravvisare, sono i fermenti lattici! Ecco il mondo, grande e tondo! Peccato che il nostro italico ingegno si esplichi soltanto negli ambiti più deleteri. Questa mattina, dentro la buca delle lettere, ho rinvenuto un ameno opuscoletto del "Partito dei Nuovi Villaggi" (non si tratta ovviamente di figli illegittimi di Paolo Villaggio): ohibò, sembrerebbe esserci un nuovo partito, cosa di cui la nostra nazione, ha senz'altro un grande bisogno, stante la penuria di simili associazioni nel nostro panorama politico! Quale sarà mai il nobile intento di questi bipedi implumi? Costruire 'Nuovi Villaggi' ossia dei paradisi terrestri, ma per far ciò occorre ovviamente che noi li votiamo! Insomma, questi zuzzurelloni, vogliono farsi le seconde e le terze case a spese di noi contribuenti (in tal caso hanno proprio trovato i fessi!), o no? A meno che non si tratti di un pesce d'aprile ritardato (ma temo proprio il contrario), se da un lato mi viene da sorridere a cotale ennesima dimostrazione di faccia tosta, dall'altro sono sempre più sconfortato da questi miseri espedienti. Qui è tutta una grottesca marcia funebre, non c'è antidoto alcuno, questi sono gli unici parti (podalici) che fuoriescono dalle nostre menti bacate! Tutto sempre stramaledettamente nella norma! A proposito di partiti, andatevi a leggere una certa poesia di Yevgeni Yevtushenko al riguardo, peccato solo che ogni cosa cada regolarmente nel vuoto! Un bel dì vedremo... P.S.: a proposito dei 'Quadri di un'esposizione' di Mussorgski, in epoca remota, ne ascoltai alla radio anche una discutibilissima versione per pianoforte e orchestra, realizzata dal direttore d'orchestra Gennady Rodzhdestvenski, per la moglie pianista Viktoria Postnikova, tutto sommato superflua. In questi giorni, a Bologna, anche a 2 passi da casa mia, si stanno inaugurando delle piccole, se non addirittura lillipuziane, gallerie d'arte moderna. Stante le nostre scarsissime propensioni culturali, ed essendo prevalentemente deserte o al massimo con 2 gatti al momento dell'inaugurazione, visti i soldi che occorrono comunque per allestirle, in questi tempi di crisi, la cosa non mi torna, forse dietro c'è qualche intrallazzo o riciclaggio di denaro sporco, o peggio, visto che sembrano sbucare come funghi? Mah!...
domenica 21 aprile 2013
Cum mortuis in lingua mortua.
No, non mi sto riferendo alla rielezione di Giorgio Napolitano (chissà perchè a questo punto mi viene in mente anche 'L'affare Makropoulos' di Janàcek), ma al fatto che la terribile mietitrice mi sembra si sia data particolarmente da fare per far scomparire dalla faccia della terra, diverse personalità artistiche nei vari ambiti dello spettacolo e dell'intrattenimento, a partire dall'inizio di questo nefasto anno. Mi riferisco non solo alle dipartite di musicisti illustri nel campo della musica colta, come Wolfgang Sawallisch, Sir Colin Davis, James De Preist, Marie-Claire Alain, Van Cliburn, ma anche all'ambito della musica più popolare (Enzo Jannacci, Franco Califano), del teatro di prosa (Regina Bianchi), del cinema (Bigas Luna, Damiano Damiani). Mi sembra che ne siano morti talmente tanti, da farmi perdere il conto e confondermi le idee (mi sembra di avere dimenticato anche Dietrich Fischer-Dieskau). Ho sempre notato che le morti 'celebri' non vengono mai isolate, ma a grappoli, ciò nonostante mi sembra di notare una preoccupante concentrazione, in questi ultimi tempi. Non vorrei fare la figura dello iettatore, ma se penso che, ultimamente, anche Yuri Temirkanov, Seijii Ozawa, per non dire di James Levine, hanno dovuto annullare diverse esibizioni, per motivi di salute, non posso evitare di sentirmi ancora più inquieto. A proposito di Sir Colin Davis, vorrei far rilevare l'insulsa perfidia del conduttore di Radiotresuite che, all'inizio della serata di sabato 12 aprile, poco dopo aver dato la mesta notizia, ha chiamato in diretta via telefono, il maestro Zubin Mehta, appena reduce dalle prove e quindi in procinto di esibirsi di lì a poco, con l'orchestra del Maggio, in un concerto alla Scala, dicendogli senza preavviso: "Senta maestro, lei saprà senz'altro della notizia della scomparsa di Sir Colin Davis, vuole darci un suo ricordo personale su questo musicista?". A questo punto, nel tono della voce di Zubin Mehta, mi è sembrato di percepire una considerevole sorpresa ed imbarazzo, come se fosse stato colto alla sprovvista, tant'è che alla fine ha farfugliato qualche frase generica. Siccome secondo me il maestro, probabilmente, non era ancora a conoscenza del luttuoso evento, cosa del resto plausibilissima e comprensibilissima essendo fra prove e imminenza del concerto, in tutt'altre faccende affaccendato, la domanda mi sorge spontanea: non poteva, il conduttore della trasmissione, telefonargli preventivamente prima dell'inizio, in maniera sia da sincerarsi che ne fosse informato, sia in caso contrario di prepararlo, evitandogli così di farlo cadere in imbarazzo, durante il collegamento telefonico in diretta? Evidentemente il buon senso, il tatto, non alberga nei meandri dei cervelloni dei conduttori di Radiotre, tutto nella norma! Quanto a quello che succede quotidianamente in ambito politico e governativo, non posso che concludere che tutto nel mondo è burla, l'uomo è nato burlone, burlone. Peccato che, qui da noi, la burla degeneri regolarmente in farsa tragicomica! Sempre più, tutto nella norma!
sabato 20 aprile 2013
L'Olandese sfracellato e altre facezie.
Ieri sera ho ascoltato la diretta radiofonica dell' 'Olandese Volante' dal San Carlo di Napoli, nell'allestimento importato direttamente dal Comunale di Bologna e quindi con la stessa regia e con lo stesso direttore d'orchestra, Stefan Anton Reck. Di diverso rispetto a Bologna, a parte ovviamente i complessi corali e orchestrali, c'erano solo i cantanti impiegati per la rappresentazione, ma purtroppo, come temevo, questo non ha mutato in meglio le cose, almeno dal punto di vista musicale, anzi tutt'altro! Se sostanzialmente identico è il discorso che si può fare per la direzione orchestrale, forse un pò meno erratica che al Comunale, ma sostanzialmente confinata sempre nell'ambito di una solida ed impersonale routine, per contro l'orchestra, anche se tutt'altro che impeccabile, mi è parsa leggermente migliore, mentre il coro, soprattutto nel settore femminile, l'ho trovato un poco confusionario. Ma il peggio, anche stavolta, viene proprio dai cantanti, a cominciare dal protagonista, impersonato dal cantante finlandese Juha Kuusisto, un autentico strazio dell'anima, una catastrofe totale che si è rivelata fin dal monologo iniziale, veramente pietoso. A fronte di questa autentica calamità poco potevano un Daland, un Erik, non più che discreti, una passabile Senta, una Mary alquanto greve e affaticata di Elena Zilio ed un timoniere mediocre, anche se un pò meno disastroso di quello ascoltato da Bologna. E se in un'opera come questa, viene a mancare il protagonista, come in questo caso, facendo apparire stratosferico, al confronto, il non più che decoroso omologo bolognese, non c'è che da concludere: povero Wagner! Ma da quale clinica per malattie mentali l'hanno tirato fuori, un simile scherzo di natura? Poi non si incolpi la crisi e i tagli alla cultura, se le cose non vanno! Anche se non sono un esperto di vocalità, nè tantomeno un vociomane, quello che ho ascoltato ieri sera, per me gridava decisamente vendetta! Per contro direi che note più liete le ho riscontrate, almeno sul piano musicale, con la diretta scaligera dell'Oberto verdiano, in cui l'orchestra e il coro, veramente frizzavano, mi si passi il gioco di parole e i cantanti, pur non essendo tutti irreprensibili, mi sembravano più convinti e impegnati. A differenza dei sedicenti verdiani oltranzisti, che mi sembrano l'equivalente dei famigerati bidelli del Walhalla, concordo con l'autorevole opinione di Chailly, che afferma che in Verdi non ci sia alcunchè che non sia quantomeno degno di interesse. E in effetti, sotto la direzione di Riccardo Frizza, pur tra evidenti debiti donizettiani ed acerbità giovanili varie, mi sembra che, anche in questo lavoro, la zampata della forte personalità emerga in più punti, a cominciare dall'ouverture. Inoltre c'era un ulteriore motivo d'interesse, costituito dal ripescaggio di un duetto inedito delle 2 protagoniste femminili all'interno del 2^ atto, da Verdi stesso espunto prima che l'opera fosse rappresentata, su consiglio dell'impresario Sperelli, al fine di non affaticare troppo le cantanti, poichè a questo faceva seguito un quartetto con i 2 protagonisti maschili. Dai commenti del conduttore radiofonico e dei suoi ospiti, si evinceva che la regia teatrale di Mario Martone fosse modernamente astrusa come d'abitudine, del resto se penso al suo brutto allestimento scaligero di Pagliacci e Cavalleria con la direzione di Harding, non me ne meraviglio affatto, ma tant'è! Per fortuna che la parte musicale era degna di nota!
Ci risiamo!
Una delle eterne diatribe in ambito musicale, ma anche specificatamente audiofilo, riguarda la superiorità (presunta) dell'ascolto dal vivo, rispetto a quello mediato dai mezzi di riproduzione. Come credo di aver già fatto capire in precedenza, io propendo più per quest'ultimo, stante la mia modesta esperienza in merito. Mi ero comunque ripromesso di tornare sull'argomento alla prima occasione, cosa che mi accingo a fare ora, poichè ieri, navigando sul sito di AS-Extra, ho letto quella lunga intervista di Pierre Bolduc, in cui anche lui ribadisce l'intrinseca superiorità dell'ascolto dal vivo. Oramai non mi arrabbio più per simili dichiarazioni, venendomi al contrario da sorridere, pensando a quanto coloro che fanno simili asserzioni, vivano in un altro mondo, rispetto a noi comuni mortali. Come dimostrato anche dalle asserzioni fatte dallo stesso Bolduc in questa come in altre occasioni, salta sempre fuori che i fautori di simili tesi, non si rendono conto di essere enormemente privilegiati rispetto alla massa, avendo frequentato le sale da concerto e i teatri lirici più rinomati nel mondo, avendo assistito alle esibizioni dei più grandi artisti, dei migliori complessi strumentali e corali ed avendo avuto l'opportunità, grazie a provvidenziali relazioni, di sedere in mezzo agli orchestrali, di assistere alle prove, di avvicinare in prima persona i sommi artisti oltrechè gli addetti ai lavori, anche grazie alle loro notevoli possibilità economiche: difatti, quasi sempre, queste persone, dispongono anche di diversi impianti di riproduzione da mille e una notte, in barba agli audiofili-Cipputi a cui fa riferimento Stefano Rama nel suo libro! E' chiaro che, se uno ha avuto la possibilità di andarsi ad ascoltare alla Philarmonie, i filarmonici di Berlino diretti da Karajan, solo per fare un esempio, può trovare l'esperienza dal vivo superiore, grazie al porco! Ma la realtà di noi comuni mortali, stretti fra problemi economici che certo non ci consentono di girovagare per il mondo e spesso condizionati dal luogo di residenza, è che il più delle volte, ci dobbiamo accontentare letteralmente di quel che passa il convento, sia per quello che concerne l'acustica dei luoghi, che per quello che riguarda il livello interpretativo. Soltanto in condizioni veramente ottimali, l'ascolto dal vivo può superare quello riprodotto, ma queste condizioni sono più teoriche che reali, assai rare a verificarsi all'atto pratico. Quando risiedevo a Cesena, ho frequentato per diversi anni il Teatro Bonci, ben prima che venisse restaurato riducendone la capienza complessiva, che era effettivamente caratterizzato da un'ottima acustica, peccato però che il livello artistico dei cartelloni proposti, fosse estremamente discontinuo, ovvero non sempre esaltante. Per tacere dell'acustica non certo esaltante di alcune chiese e dei disastri che succedevano a volte durante i concerti all'aperto nel cortile della Rocca Malatestiana; ne ricordo uno in particolare, ventoso, in cui volava di tutto, spartiti compresi. Qui a Bologna, non ho trovato malvagia l'acustica del Comunale, così come quella del Manzoni, anche se un pò troppo secca e debole sui registri gravi, ma per contro ho trovato frustrante l'acustica dispersiva e riverberante di luoghi come la Basilica dei Servi, mentre per contro una ripresa in differita di una Missa Solemnis di Beethoven, effettuata nello stesso luogo dai tecnici di Radiotre, aveva compiuto il miracolo di farmi ascoltare questa musica con una qualità sonora talmente notevole, che di sicuro me la sarei sognata, qualora mi fossi trovato in loco! Sono stato in diversi altri luoghi come Santa Cristina, SS. Annunziata, Aula absidale di Santa Lucia, San Martino, Cappella Farnese, Cortile dell'Archiginnasio, sala Bossi, Oratorio di Santa Cecilia, San Petronio e compagnia bella, arrivando alla conclusione inesorabile che spesso le condizioni di ascolto erano in prevalenza troppo deficitarie e quelle interpretative troppo discontinue, per pervenire a una fruizione ottimale della musica proposta, sorvolando poi sulle scelte repertoriali. Secondo un articolista di Fedeltà del Suono, la capacità di distinguere un suono naturale da uno riprodotto, è istintiva nel genere umano, anche prescindendo da eventuali esperienze d'ascolto. Non so se le cose stiano proprio così, però quel che è certo è il fatto che, nell'esperienza dal vivo, esiste un elemento tutt'altro che trascurabile, in grado di rovinare in partenza una situazione di per sè ottimale, ossia il pubblico stesso, rumoroso, caciarone e indisciplinato, nella stragrande maggioranza dei casi, una delle ragioni che mi hanno indotto a stare alla larga dalle sale da concerto. Nel mio piccolo, avendo anche frequentato il teatro di prosa, ho visto e sentito veramente di tutto e di più. Mi hanno anche raccontato di un concerto ravennate con l'orchestra di Chicago diretta da Muti, in cui il pubblico ne ha fatte veramente di tutti i colori, guadagnandosi delle occhiatacce furibonde da parte del maestro, cadute purtroppo nel vuoto, come è nella norma ovviamente. Inoltre, mi sono accorto che, alcune piccole distorsioni del suono che attribuivo ingiustamente al mio impianto di riproduzione, le riscontravo pari pari nell'ascolto dal vivo. Se a ciò aggiungo un paio di esperienze deprimenti all'Arena di Verona, il quadro direi che sia completo, almeno per il momento.
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