"Nel giugno del 2007, nel corso di una tournée, diressi un concerto della Filarmonica di Stoccarda a Milano. In quell'occasione, eseguimmo, tra le altre musiche in programma, un paio di poemi sinfonici di Ottorino Respighi ("Le fontane di Roma" ed "I pini di Roma", ndt). Visto che, fra la prova generale e l'esibizione vera e propria, mi ritrovavo con un poco di tempo libero, mi recai così, nel pomeriggio, al fornitissimo negozio musicale "Casa Ricordi", situato all'interno dell'ampia galleria commerciale, nei paraggi del celeberrimo "Teatro alla Scala", negozio dove ogni appassionato di musica e ciascun musicista di professione, può scovare delle autentiche rarità. Per cui feci la scoperta di una partitura relativa a una suite orchestrale, tratta da un balletto di Respighi, che mi risultava completamente ignoto (strano che non sapesse nemmeno che all'epoca esistevano già, da diverso tempo, ben 3 incisioni discografiche della suddetta suite, ndt): "Belkis, regina di Saba". Mi misi giusto a sfogliarne le pagine qua e là, osservando le note sul pentagramma. E dopo soltanto qualche istante, ne ero certo: volevo decisamente dirigere questo brano! Quindi ne comprai la partitura (frase aggiunta dal traduttore). Dopo alcune ricerche effettuate una volta tornato a Stoccarda, scoprii che la prima assoluta di questo balletto, che occupò l'intera serata (secondo quanto riportato dalla vedova di Respighi, in realtà inizialmente era previsto l'abbinamento con l'atto unico "Il Re" di Giordano, che avrebbe dovuto precederlo, successivamente sostituito, non trovandosi cantanti adeguati, con l'opera in 3 atti "Fedora", sempre dello stesso compositore, ndt), "Belkis, regina di Saba", ebbe luogo il 23 gennaio 1932, alla Scala di Milano, ovvero soltanto a poche centinaia di metri, rispetto al negozio dove avevo acquistato la partitura della suite. Varie fonti riportavano del concorso di parecchie centinaia di partecipanti per la messa in scena e della realizzazione di altrettanti sfarzosi costumi, interamente fatti a mano. Un recitante, un mezzosoprano, un coro misto e una grande orchestra, con gruppi fuori scena di ottoni e percussioni che suonavano in lontananza, costituivano i requisiti musicali preliminari per la sola esecuzione. Quanto incredibilmente complicato! Perchè questa composizione non venne mai più ripresa nuovamente, dopo la prima e unica breve serie di rappresentazioni? Ne esistevano delle registrazioni integrali? Il materiale musicale completo, partitura e singole parti strumentali, dell'intero lavoro, era ancora rintracciabile? Tutte queste domande necessitavano di una risposta. Dopo che venne presa la decisione di tentare il raggiungimento dell'obiettivo di pervenire a un'esecuzione integrale dell'intero lavoro, fissammo l'estate del 2012, come data per l'esibizione. Ulteriori ricerche rivelarono che, tutto il materiale musicale e le annotazioni relative al balletto completo, giacevano dimenticate (in realtà la traduzione letterale sarebbe 'sonnecchiavano', ndt) negli archivi di Casa Ricordi, fin dall'epoca della prima e unica serie di rappresentazioni alla Scala, la qual cosa significava che il nostro concerto avrebbe costituito la seconda esecuzione completa in assoluto, di questa musica. Tutto ciò, rappresentava un incentivo più che sufficiente per noi. In virtù della soddisfacente collaborazione che avevamo con loro da parecchi anni, ingaggiammo il Coro Filarmonico Ceco di Brno, il mezzosoprano Stella Doufexis (ed anche il tenore Metodi Morartzaliev, impiegato per i vocalizzi fuori scena nel finale, mi verrebbe da aggiungere, a meno che non sia un membro dello stesso Coro Filarmonico Ceco quivi impiegato, i nomi dei singoli elementi essendo inseriti nei titoli di coda, anche se in maniera, per me scarsamente leggibile - mi viene un sospetto - ndt!), per le parti vocali. Ma a questo punto, la faccenda si presentava più problematica. Avremmo dovuto includere anche una compagnia di danza? Come si sarebbe potuta inserire la parte del recitante, all'interno della rappresentazione? Dopo che il libretto di Claudio Guastalla venne completamente tradotto per noi, in una nuova versione ritmica in tedesco, sviluppammo il concetto d'innestare gli interventi recitati all'interno della partitura musicale. Secondo le indicazioni di Guastalla e Respighi, il recitante compare soltanto un paio di volte, la prima all'inizio e poi di nuovo all'incirca a metà. Le altre parti del libretto, non andrebbero recitate, limitandosi puramente a descrivere l'azione. Respighi le ha apposte in corrispondenza dei rispettivi quadri della composizione. Decidemmo coscientemente d'inserirle all'interno del flusso musicale. Pervenimmo a tale conclusione, conseguentemente ai seguenti fattori: la realizzazione scenica di un balletto all'interno della Beethoven Saal della Stuttgart Liederhalle (sede abituale dell'orchestra, ndt) era impossibile, stante la carenza di spazio a disposizione. Inserire delle parti recitate del testo in seno alla parte musicale, avrebbe creato un arco narrativo sufficiente a rendere esplicito lo svolgersi progressivo della trama del balletto, anche nell'ambito di una esecuzione in forma di concerto, specialmente stante il fatto che avevamo deciso di eseguire il pezzo con la versione ritmica in tedesco delle parti recitate (traduzione dall'italiano del libretto di Guastalla, a cura di Marzia Alesi, ndt). Fondere la musica con le parole, fu molto più facile di quel che mi aspettavo, poichè frequenti pause e passaggi tenui della prima, ci diedero l'opportunità d'inserire il testo recitato senza alcun cambiamento, e soltanto una volta dovemmo far ricorso ad alcuni espedienti, come si usa spesso nell'ambito dei musicals e delle operette. Ma chi avrebbe recitato il testo? Poichè il personaggio principale della vicenda, Belkis, era quello al quale venivano attribuite la maggior parte delle parole componenti il testo del libretto, optammo per una voce femminile, anzichè maschile come in origine. Stante che questa figura fiabesca, reca già in partenza, caratteristiche prettamente orientali, decisi conseguentemente di non cadere in questo luogo comune, affidando la recitazione a un'attrice dall'aspetto orientaleggiante. Questo ci avrebbe portato un po' troppo lontano. Perciò scegliemmo una fra le più autentiche e sensibili fra le attrici tedesche cinematografiche e teatrali - Julia Jentsch. Tutti questi sforzi di riportare alla luce una partitura che, secondo le mie considerazioni, era ispirata ed era caduta ingiustamente nel dimenticatoio, giungendo così a ridarle nuova vita ancora una volta, ebbero come risultato un autentico sforzo immane da parte degli oltre 200 musicisti coinvolti. Le prove delle singole parti, successivamente il metterle insieme come elementi integranti l'intero lavoro, ovvero orchestra, recitante, coro e cantanti, resteranno indelebilmente impresse nella mia memoria. Ogni nota cantata e suonata nelle prove era una novità assoluta, e tutto ciò rappresentava un viaggio all'interno di un nuovo mondo, ancora da scoprire. La straordinaria bellezza della musica, la sua strumentazione, l'integrazione magistrale di elementi Arabici, Ebraici, Gregoriani ed Africani, e il prorompente senso teatrale e drammatico di Respighi, si sono rivelati estremamente affascinanti. Nella speranza di avervi contagiato col mio entusiasmo per "Belkis, regina di Saba" di Ottorino Respighi, vi auguro un gran godimento nell'ascolto e nella visione di questo filmato! Vi saluto, il vostro Gabriel Feltz." / Questa la trama di "Belkis, regina di Saba": - "Il vento del Sud apporta novelle sulla Vestale Belkis, di Makeda, la Perla del Sud, dal remoto regno di Saba, al leggendario Re Salomone. Fin da quando è venuta a conoscenza della sua fama, della sua benevolenza e della sua saggezza, lei ha compreso di amarlo. Salomone le fa pervenire un messaggio tramite un uccello fatato, ovvero la leggendaria Araba Fenice, invitandola a raggiungerlo nella sua reggia di Gerusalemme, in maniera da poterla ricevere con tutti gli onori che le competono. Dopo che Belkis ha ricevuto l'invito e ha consultato i Saggi del suo paese, chiede lumi a un Oracolo delle Stelle: può così accettare l'invito. Una lunga carovana, carica di doni preziosi, viene approntata al fine di predisporsi a un lungo viaggio che si protrarrà per parecchi anni, al fine di condurre la Regina, attraversando il deserto, fino ad Israele. Con molta fortuna, tutti i componenti, riescono a sopravvivere a una terribile tempesta di sabbia, che rischia di soffocarli. Ad ogni modo, quando Belkis, finalmente giunta a destinazione, vede tutti i doni sfarzosi che Salomone ha messo da parte per lei, per poterla accogliere con tutti gli onori al suo arrivo, getta i regali che ha portato con sè, nella sabbia, vergognandosi per la loro pochezza. Il palazzo della Reggia di Gerusalemme viene addobbato a festa e gli Abissini, i Beduini e i Nubiani, appena giunti per l'occasione, danzano per intrattenere il Re. Quando Salomone vede per la prima volta il viso di Belkis, dopo averle tolto i veli, si mette anche lui a danzare per lei, come fece in precedenza suo padre Davide, al cospetto dell'Arca dell'Alleanza. Dopodichè il Re e la Regina, cadono l'uno nelle braccia dell'altra..." / Nota finale del traduttore: personalmente mi domando se, stante la presenza di elementi ebraici nella trama, così come nella musica, anche le leggi razziali promulgate dal regime fascista nel 1938 (Respighi era morto un paio d'anni prima, precisamente il 18 aprile 1936), non abbiano in qualche modo influito negativamente sulle sorti di questo balletto, contribuendo a decretarne la prematura scomparsa dalle scene (ma probabilmente ha ragione Elsa Olivieri Sangiacomo, la vedova di Respighi, nella sua celebre biografia concernente l'illustre marito, quando afferma, a proposito di questo balletto, che si trattava di un lavoro troppo ambizioso e grandioso, per poter sperare che rimanesse in repertorio). E sempre a riguardo delle numerose sortite solistiche di singoli strumenti in seno alla partitura, mi verrebbe da attribuire quelle del flauto al personaggio di Belkis, quelle del violoncello a Re Salomone, mentre quelle dell'ottavino le associerei all'Araba Fenice, ciò detto con beneficio d'inventario. / Per chi volesse saperne di più: www.belkisfilm.de / Tutto qui!
Disquizioni intorno alla musica colta, con particolare riferimento alla realtà contemporanea.
mercoledì 5 febbraio 2014
martedì 4 febbraio 2014
Cinema per le orecchie su grande schermo panoramico (segue)
Il mio scritto immediatamente precedente a questo, è stata un'imprevista, piccola digressione, da parte mia, ma adesso torniamo a bomba su "Belkis, regina di Saba", di Ottorino Respighi. Come già riferito in precedenza, il dvd del quale mi accingo a parlarvi, documenta quella che è non solo la riesumazione pubblica di una partitura 'dimenticata' da quasi ottant'anni e mezzo dalla prima assoluta (all'epoca della ripresa video), ma rappresenta anche la prima esecuzione integrale assoluta di questa musica, in Germania: --- Respighi: "Belkis, regina di Saba" / Voce recitante: Julia Jentsch; Mezzosoprano: Stella Doufexis; Tenore: Metodi Morartzaliev; / Coro Filarmonico Ceco di Brno, diretto da Petr Fiala; / Stuttgarter Philarmoniker, diretta da Gabriel Feltz; / Regia video: Martin Andersson; Produttore: Christian Mueller; / Ripresa dal vivo, effettuata il 17 giugno 2012, alla Beethoven Saal, Stuttgart Liederhalle; / Libretto interno con note bilingui in tedesco e in inglese; / Dvd 5 (singolo strato), regione 0, Pal 16:9 (1:2.35), Dolby Digital 5.1 (concerto) e 2.0 (documentario), durata circa 110 minuti (concerto) e circa 6 minuti (documentario), in tedesco con sottotitoli in inglese; - Dreyer Gaido DVD 21079 (disponibile anche in blue-ray disc come art. BD 21081); prezzo euro 19,99. --- Purtroppo, come usuale in questi casi, c'è da lamentare la vergognosa assenza di note in lingua nostrana, così come nel libretto non viene riportato il testo recitato e cantato, poichè trattandosi di un'esecuzione pubblica in terra germanica, la parte recitata, oltre ad essere stata affidata a una voce recitante femminile anzichè maschile come originariamente previsto in partitura, per motivi che vedremo più avanti, il testo relativo è stato tradotto in tedesco e purtroppo i sottotitoli sono soltanto in inglese, ma nonostante questi appunti, il risultato complessivo dell'esibizione, mi sembra decisamente rimarchevole. Ovviamente il mezzosoprano e il coro misto, cantano il testo originale in italiano e in quel caso sullo schermo, compaiono dei sottotitoli in tedesco, non sempre puntualissimi e precisissimi, peraltro; riguardo alla pronuncia italiana di ambedue, l'ho trovata un poco aliena, soprattutto quella del mezzosoprano che, ad un certo punto, pronuncia erroneamente 'insenso' anzichè 'incenso', ma per il resto la prova mi è sembrata più che valida. Riguardo agli interventi della voce recitante, nonostante si sia adottata, anche per ovvie ragioni, una versione ritmica tedesca, l'attrice in questione mi sembra avere un bellissimo timbro, oltrechè integrarsi efficacemente nel flusso musicale, come purtroppo di rado capita di verificare quando la parte recitata di un brano musicale viene affidata a un attore teatrale o cinematografico, poichè in genere o risultano gelidamente accademici o insopportabilmente gigioni, in ambedue i casi rimanendo estranei al tessuto musicale, la qual cosa mi par proprio, nel caso di questo video, non accada affatto, per fortuna. Valido anche l'apporto del tenore fuori scena, con la sua serie di brevi vocalizzi, così come dell'orchestra, dell'organo e dei gruppi di ottoni e percussioni fuori scena anch'essi, una resa complessivamente ottima, come testimoniato dalle numerose sortite solistiche di singoli strumenti, nonostante qualche piccola smagliatura nel corso dell'esecuzione. Chiaramente entusiasta, convinto e convincente, nonostante si sbracci un pò troppo, mi è sembrato il direttore d'orchestra, in grado di dipanare l'intricata matassa, senza perdere mai il filo e senza mai farsi prendere la mano, poichè ripensando anche all'osservazione fatta dal regista del video e da me citata nello scritto precedente, per questa musica vale più o meno la stessa osservazione fatta, sere fa, da un conduttore di Radiotre, riguardo alla "Tzigane" di Ravel, ovvero che, trattandosi di musica sia pur bellissima ma costantemente al confine del kitsch, che sia nel caso di Ravel che di Respighi, viene dappresso sfiorato senza mai essere superato, questo richiede da parte dell'interprete un gusto sorvegliato, che non lo induca a debordare, a esagerare con l'espressività, a danno quindi della sostanza musicale. Direi proprio che, nel caso del video tedesco, il direttore, che stranamente mi era ignoto così come gli interpreti vocali e la recitante, sia stato bravissimo, pur nell'ambito di una conduzione intensa, vibrante e appassionata, giustamente salutata con calorosissimi applausi al termine (peccato solo per quei posti vuoti in prima fila, evidentemente anche in Germania mala tempora currunt), nel non cadere in queste trappole, rendendo così alla fine un bellissimo servizio a questa magnifica musica. La qualità delle immagini in formato panoramico del video è complessivamente molto buona, pur con qualche eccesso di ricorso alle sfocature da parte della regia, stacchi non sempre puntualissimi e qualche inquadratura un pò stramba (curioso che, in fase di montaggio del video, non si sia notato chiaramente, a un certo punto, quando vengono ripresi gli ottoni fuori scena, piedi e gambe di qualcuno di passaggio, sullo sfondo). Certo il formato panoramico e i criteri di ripresa adottati, rispondono, almeno nelle intenzioni, al concetto di "cinema per le orecchie" propugnato innanzitutto dal regista del video, come si evince anche visionando il breve ma interessante documentario riguardante il 'dietro le quinte' dell'impegnativa intrapresa, anch'esso in tedesco con sottotitoli in inglese, ma al sottoscritto il risultato complessivo non sembra granchè diverso da una normale ripresa televisiva di buon livello di un concerto sinfonico (anche se, per onestà, devo ammettere di avere concentrato la mia attenzione più sul versante audio-musicale che su quello video). Nel breve documentario inoltre, a parte alcuni sintetici interventi del direttore d'orchestra e del regista video, si mostrano serratamente i criteri adottati per la disposizione dell'orchestra, dei solisti, del coro e dei gruppi fuori scena, in vista dell'esibizione pubblica con relativa ripresa video e si vedono anche alcuni istanti delle prove. Quanto al tipo di disco adottato, a singolo strato (DVD 5), anzichè ricorrere, in virtù di una minore compressione anche della parte video e quindi di una qualità ottenibile potenzialmente maggiore, a un disco a doppio strato (DVD 9), nonostante la qualità complessivamente adeguata delle immagini ottenuta pur con l'adozione di tale compromesso, ma soprattutto riguardo alla ripresa audio, complessivamente ottima, avrei però qualcosa da ridire, per via della codifica adottata, almeno nel caso del dvd in esame, poichè, trattandosi di un concerto sinfonico, avrei preferito al pur valido Dolby Digital, il più performante Dts o, meglio ancora, il PCM Stereo Lineare, che avrebbe senz'altro garantito una resa sonica superiore, importantissima in partiture complesse come questa. In ogni caso, la timbrica è buona, così come l'immagine stereofonica (non posseggo un impianto multicanale), per contro la selettività e il dettaglio mi sembrano a tratti leggermente offuscate dall'acustica riverberante della sala, quanto alla dinamica risulta complessivamente buona ma un poco manipolata, con qualche accenno di compressione in alcuni dei passaggi più intensi e una certa distorsione dei picchi, in corrispondenza della 'danza guerriera' nella seconda parte, ed è in questi casi, secondo me, che si avvertono i limiti del Dolby Digital, aggiungiamoci alcuni suoni un pochino incerti e traballanti durante la seconda parte, forse dovuti a un imperfetto montaggio audio o ai limiti insiti in una ripresa dal vivo, pur tuttavia questi sono ovviamente rilievi da parte di un ipercritico, che non inficiano più di tanto l'assoluta godibilità del risultato complessivo. L'unica caratteristica che trovo un poco fastidiosa è data dal fatto che l'audio del documentario è inciso ad un livello sensibilmente più alto di quello del concerto. Da rilevare il fatto che, nei titoli di coda, che scorrono rapidamente, siano anche riportati i nomi di tutti i singoli componenti del coro, sezione per sezione, analogamente a quelli degli orchestrali! Comunque sia, c'è da essere grati ai tedeschi, per averci consentito di colmare una simile rimarchevole lacuna, nell'attuale panorama videodiscografico, una delle pochissime uscite tutt'altro che inutili, anzi direi proprio essenziali, nel sempre più asfittico panorama delle novità discografiche in generale, un titolo comunque entusiasmante, nel suo complesso. Ma a questo punto, a ulteriore complemento di quanto già affermato, ritengo utile e interessante riportare, pressochè integralmente, nel mio prossimo post, quello che ci dice il direttore d'orchestra, Gabriel Feltz, nelle sue note, riportate all'interno del libretto del dvd e intitolate, per l'appunto, "Cinema per le orecchie" (la traduzione dall'inglese è del sottoscritto), alle quali seguono le considerazioni del regista del video, la trama succinta del balletto e cenni biografici concernenti gli interpreti principali, il coro e l'orchestra. Mi pare di aver capito, visionando il breve 'dietro le quinte' in appendice, con l'ausilio dei sottotitoli in inglese, salvo miei abbagli, che la filarmonica di Stoccarda abbia acquisito il diritto esclusivo di esecuzione di questa partitura nel 2009, non ho idea ovviamente a che condizioni e quando eventualmente scadrebbe. Comunque sia, nel frattempo, non sarebbe affatto male se, anche interpreti nostrani adusi a questo genere di repertorio, come per esempio Gianandrea Noseda e Francesco La Vecchia con le rispettive orchestre e relative etichette discografiche, ci facessero ben più di un pensierino in merito, approdando, prima o poi, a una qualche incisione in studio, dalla resa acustica potenzialmente ottimale, la qual cosa non guasterebbe affatto, anche se certamente, in questi tempi bui, l'impresa si dovesse rivelare ardua, per ovvie motivazioni, ma la speranza è l'ultima a morire, come ben si sa (continua).
giovedì 30 gennaio 2014
Una stecca clamorosa!
Iersera, ascoltando alla radio un concerto della rassegna "Mi-To, Settembre Musica", registrato al Regio di Torino il 6 settembre scorso, con un programma comprendente musiche di Bartòk e Dvòrak eseguite dall'Orchestra Filarmonica di Budapest diretta da Ivan Fischer, con l'apporto in uno dei 2 pezzi del compositore ungherese in programma, anche del coro del 'Regio' sotto la direzione di Claudio Chiavazza (anche se sulla corretta denominazione dell'orchestra così come annunciata dal conduttore di Radiotre, avrei qualche dubbio, non è forse Ivan Fischer direttore stabile dell'Orchestra del Festival di Budapest?), durante l'esecuzione del quarto movimento dell'ottava sinfonia del compositore ceco, inserita nell'ultima parte del concerto, ecco che ti sento, a sottolineare uno dei temi presenti nella partitura, un sonoro "AH, AH, AH!", pronunciato ad alta voce, secondo me dallo stesso direttore o forse dagli strumentisti dell'orchestra (almeno secondo il conduttore di Radiotre) o forse ancora, da tutti i musicisti, che mi ha fatto letteralmente trasalire, facendomi lo stesso effetto di una stecca clamorosa e guastando, stupidamente, un altrimenti buon concerto (non so come l'avrà presa il pubblico allora presente in sala che pure non ha disdegnato applausi calorosi ai musicisti). Secondo il conduttore di Radiotre, questo denotava il coinvolgimento viscerale dei musicisti ungheresi, sarò cretino io, ma a me ha fatto l'effetto di una insulsa gigionata 'pour épater les bourgeois', cioè degna di pubblici di bocca buona, mi auguro vivamente che non divenga una moda, in quest'epoca d'insulsaggine dilagante non si sa mai! Con la scusante del cosiddetto 'coinvolgimento viscerale', di lì a passare all'abbandonarsi a rutti e flatulenze varie in pubblico, basta veramente poco! Non oso immaginare quel che potrebbero combinare, per esempio, questi musicisti ungheresi, qualora gli venisse lo sfizio di abbuffarsi di goulash, poco prima dell'inizio di un'esibizione pubblica, chissà che delizia! Non bastavano le cantilene di Arturo Toscanini o gli arcinoti mugugni di Glenn gould, ampiamente documentati in disco, per tacere degli 'abbandoni' e/o dei muggiti di questo o quel divetto odierno, durante le loro esibizioni in pubblico, pure questo ci si deve sciroppare! Il troppo stroppia, ma fate i musicisti seri, ammesso che ne siate ancora capaci, anzichè i buffoni! Quando siete in vena di 'coinvolgimenti viscerali', vi suggerisco di farveli passare con una congrua dose di lassativo, così vedete come vi liberate prontamente, vi assicuro che vi sentirete leggiadri come mai in vita vostra, pronti più che mai ad affrontare l'arena! Datemi retta, lo dico per il vostro bene! Vi prego, vi scongiuro! Per piacere, fate in modo, possibilmente, di non 'stimolarmi' mai più, a simili riflessioni 'viscerali'!!!
mercoledì 29 gennaio 2014
Cinema per le orecchie.
Perbacco, direi persino un autentico orgasmo uditivo! Singolare il fatto che molte delle composizioni di Ottorino Respighi, al semplice ascolto, evochino dappresso, in maniera prepotente, un'immaginario cinematografico, pur non essendo mai stato il nostro, mai minimamente tentato di comporre colonne sonore, nè tantomeno che l'ambiente cinematografico abbia mai provato ad approcciarlo, almeno a quanto mi risulta, eppure, dicevo, la sua musica possiede una potenza immaginifica debordante, una sorta di cinematicità innata. Queste considerazioni mi sono ritornate spontanee ultimamente, dovute al reperimento di un dvd, comprendente una versione integrale del suo balletto "Belkis, regina di Saba", da me acquistato il mese scorso. E' probabilmente la partitura per balletto più folle, ipertrofica, originale che mi sia capitato di ascoltare, un qualcosa che mi ha lasciato veramente stupefatto, pur conoscendo parecchie delle sue composizioni, dandomi l'ennesima dimostrazione della fantasia veramente sconfinata del suo autore che qui non sembra veramente conoscere limiti. Fino ad ora, di questo balletto, composto nel periodo 1930-31, erano reperibili soltanto 3 eccellenti edizioni discografiche della relativa suite da concerto, realizzata nel 1934, alla quale, nelle intenzioni dell'autore, avrebbe dovuto farne seguito una seconda, purtroppo mai concretizzata, in seguito a una grave malattia che lo portò alla morte, ma dichiaro subito che, per quanto splendida sia la suite da concerto, sbiadisce di fronte all'ascolto della composizione integrale, di una eloquenza fluviale e immaginifica, dalla quale si evince che l'autore ha veramente superato sè stesso, non solo in materia di risorse timbrico-dinamiche (da andare anche oltre la più fervida delle immaginazioni) e ritmiche, nel trattamento dell'organico impiegato, ma anche riguardo a un'intensità espressiva sovente portata al calor bianco. Altrochè, come spesso gli viene ingiustamente accusato, di comporre una musica effettistica ma vuota, questa musica qualcuno la potrà anche trovare ridondante, io direi persino sfacciatamente ridondante, ma è realizzata in una maniera trascinante come poche, un qualcosa che ti prende dall'inizio per non mollarti più fino alla fine, di una perizia tecnica trascendentale, che fonde elementi etnici e occidentali in un modo da lasciare increduli, per l'epoca in cui venne realizzata. Chi conosce soltanto i 3 arcinoti poemi sinfonici 'romani' di Respighi, non può che avere una visuale limitata e parziale dello stile del compositore, qui si arriva parecchio oltre, persino oltre rispetto a quello che ritenevo il suo lavoro forse più pirotecnico ed 'estremo' nel trattamento dell'organico orchestrale, ovvero le "Vetrate di Chiesa", non pensavo proprio che potesse aver superato quel limite e invece è proprio così! Pensate che frammenti di questa musica da balletto, mi stanno 'tormentando' piacevolmente il cervello da giorni, non credo che 'riuscirò a liberarmene' per almeno un bel pezzo! Questo balletto ebbe la prima al Teatro alla Scala di Milano, il 23 gennaio del 1932, prima a cui seguirono una decina di repliche (le coreografie erano di Leonide Massine, con scenografie e costumi di Nicola Benois, figlio di Alexander Benois, il celebre scenografo di Sergei Diaghilev, ballerini principali la valente danzatrice persiana Leila Bederkhan, autentica principessa caucasica, nel ruolo di Belkis, l'allora giovane e promettente David Lichtenstein o Lichine, ebreo russo del Baltico, nel ruolo di Salomone e una giovane esordiente della scuola di danza scaligera, Attilia Radice, nel ruolo dell'Araba Fenice; la direzione d'orchestra era affidata a Franco Ghione), dopodichè non venne mai più riesumato fino al 17 giugno del 2012 (nonostante il successo travolgente della prima assoluta scaligera, con recensioni entusiastiche in tutta Europa e negli Stati Uniti), ovvero quasi ottant'anni e mezzo dopo e soltanto in forma di concerto, in quel di Stoccarda e il dvd costituisce la ripresa video di tale evento. Peraltro il motivo di questa prolungata assenza dai palcoscenici dei teatri, così come dalle sale da concerto, si spiega almeno in buona parte, col fatto che richiede un organico complessivo davvero smisurato, colossale. Credo che, all'epoca, ci sia voluto il concorso di un migliaio di persone fra danzatori, strumentisti e compagnia bella, per poterlo allestire (vennero realizzati più di 600 costumi di scena), per cui, attualmente richiederebbe un cospicuo esborso economico oltrechè la disponibilità di uno spazio adeguato a qualunque ente musicale che volesse accingersi a una tale intrapresa, la qual cosa diventa praticamente impossibile nei tempi attuali di crisi. Già lo sforzo fatto in quel di Stoccarda per realizzarlo sia pure soltanto in forma di concerto, s'intuisce essere stato non indifferente, guardando il video. L'organico degli esecutori essendo già in sè cospicuo, poichè integra un'orchestra di 120 elementi, un coro misto di circa 80, con l'aggiunta di una voce recitante e un mezzosoprano sul palco, un tenore e gruppi strumentali di ottoni e percussioni fuori scena e, ciliegina sulla torta, anche un'organo, per un totale di oltre 200 musicisti e scusate se è poco, per quasi un'ora e tre quarti di musica, decisamente un lavoro ambizioso, che a suo tempo richiese frotte di danzatori in scena, al fine di rappresentare, oltre ai personaggi principali, l'avvicendarsi di folle di persone, carovane ed eserciti. Deve essersi trattato di uno spettacolo veramente fuori dall'ordinario, per chi ebbe la ventura di assistervi. Dopo che a suo tempo avevo ascoltato la suite da concerto, speravo proprio che, prima o poi, qualcuno si prendesse la briga di farci conoscere la partitura intera, meno male che ci hanno pensato in Germania, perchè qui da noi si poteva veramente attendere invano, per la serie "nemo profeta in patria"! Ringrazio il cielo di avermi dato modo di conoscere pressochè integralmente una tale meraviglia, della quale auspicherei anche una incisione discografica in studio, al fine di poterne godere in maniera ottimale, stante le innumerevoli preziosità strumentali di cui è costellata, difficilmente rendibili in toto nell'ambito di una ripresa dal vivo, sia pure di ottima qualità. Questo balletto in 2 parti e 7 quadri, la cui stesura della trama, del testo della parte recitata e delle didascalie apposte in partitura ai singoli quadri, si deve alla mano di Claudio Guastalla (che riciclò, per l'occasione, un suo precedente abbozzo di libretto operistico, basato sul medesimo soggetto e rimasto inutilizzato), librettista abituale per quel che concerne i lavori destinati al teatro di Respighi (suoi i 'suggerimenti' anche per i titoli apposti a ciascuna delle 4 "Vetrate di chiesa" del compositore bolognese), salvo che per la "Marie Victoire" recante invece un libretto in francese del drammaturgo Edmond Guiraud (oltrechè i 2 lavori teatrali giovanili, "Re Enzo", su libretto di Alberto Donini e "Semirama", su libretto di Alessandro Ceré e a parte la fiaba musicale "La bella dormente nel bosco", su libretto di Gian Bistolfi), non è soltanto gravido di sorprese sul piano timbrico e ritmico, ma vi alterna anche rapinose folate melodiche veramente singolari, affidate soprattutto agli archi, con dei momenti 'rumoristici' nei quali si fa ovviamente ampio impiego di percussioni (penso soprattutto alla descrizione di una tempesta di sabbia, poco dopo l'inizio della 2^ parte, con il singolare intervento dell'organo) non indegni di un Varèse, un uso suggestivo del coro (misto nella 1^ parte, solo femminile a contrappuntare la sortita del mezzosoprano nella 2^, in quest'ultimo caso, dopo una prima sezione gregorianeggiante, successivamente adotta un andamento cullante che mi ha fatto pensare vagamente alla "Lakmè" di Délibes), la sequela di brevi ma suggestivi vocalizzi intonati dal tenore fuori scena, poco prima del finale del balletto, il canto dal sapore arcaicizzante che costituisce l'intervento del mezzosoprano (le cronache del periodo, parlerebbero, per la verità, di diversi solisti vocali presenti in origine, anzichè il paio qui utilizzati), le numerose sortite solistiche di singoli strumenti come il sassofono soprano, con un assolo dal carattere vagamente blues, o del flauto (il cui assolo iniziale apre la prima parte del balletto, comprendente i primi 3 ampi quadri), dell'ottavino, del violino, della viola (l'assolo della quale apre la seconda parte della composizione, con i restanti e più sintetici 4 quadri) e del violoncello, soprattutto quest'ultimo coi suoi melismi, mi ha fatto avvertire nettamente l'impronta di Rimski-Korsakov (in modo particolare, guarda caso, proprio quello della celeberrima "Sheherazade", ma anche, come rilevato da altre fonti, quello della 2^ sinfonia "Antar", ed inoltre pure quello della suite da "Il gallo d'oro"), del quale Respighi è stato notoriamente allievo, un'impronta che non lo abbandonerà mai, anche se in questo caso mi verrebbe voglia di dire che l'allievo in questa partitura ha superato il maestro, se possibile (ma così come nell'operato di Alfredo Casella, altro esponente come il nostro della cosiddetta 'generazione dell'80', permanentemente influenzato dallo stile di Mahler da lui ammirato, la personalità di questi compositori è talmente forte, da non correre il rischio di confonderli coi loro idoli, nonostante gli evidentissimi rimandi stilistici), per contro negli assoli dell'oboe, avverto nettissima la lezione del Ravel del balletto "Ma mére l'oye", che credo sia stato realizzato nel 1927, ovvero pochi anni prima (ma altre assonanze raveliane nel corso della composizione, mi fanno pensare, guardacaso anche alla sua "Shéhérazade", ouverture de féerie, per orchestra, ascoltata di recente in radio; ma ci sarebbe anche da aggiungere che la "danza guerresca" inserita nel 2° atto di "Belkis", appare evidentemente modellata sull'omologa raveliana contenuta nella 2° parte del balletto, o sinfonia coreografica secondo la definizione del compositore medesimo, "Daphnis et Chloé", del 1912). Inoltre, nel lavoro respighiano è particolarmente rilevante la pletora di diversi tipi di sordine impiegate per le trombe e i tromboni, con delle sonorità veramente inusitate, caratterizzate da singolarissimi glissandi. Ma ho notato anche, nel video, vicino al timpanista, uno strano supporto con diverse coppie di bacchette di vario tipo, a riprova della vasta gamma di sonorità richieste dalla partitura anche a questi strumenti, mentre la grancassa grande, disposta singolarmente in orizzontale anzichè in verticale come di consueto, adopera ovviamente mazze ben più corpose, la presenza di una batteria di 3 bonghi, oltre che tamburo militare, tam-tam, piatti, piatti sospesi, triangolo, xilofono, celesta, campanelli, tamburello basco, eliofono o macchina del vento, pianoforte in orchestra, tacendo degli strumenti fuori scena, ovvero trombe, tromboni, un altro tam-tam, campana e una ulteriore macchina del vento. In orchestra i legni e gli ottoni sono a 3, con la presenza di 2 arpe (le cronache del tempo parlano anche della presenza di alcuni sitar e di altri strumenti etnici in organico, non presenti nel video in questione, la qual cosa mi fa presumere che si sia ricorso, in questo caso, a qualche compromesso, riducendo il numero complessivo degli esecutori, vocali e strumentali, rispetto a quelli originariamente previsti in partitura). Originalissime anche certe sonorità ruvide e raschianti, ottenute dalla massa degli archi, almeno queste le mie impressioni in ordine sparso. C'è persino uno dei motivi che circolano all'interno del lavoro, che mi ricorderebbe vagamente il celebre tema dell'adagio dal 'Concierto de Aranjuez' di Rodrigo, se non fosse che quest'ultimo è stato creato successivamente, ovvero nel 1939, così come a tratti la musica di "Belkis" mi ha fatto pensare al Rota cinematografico, che più o meno in quel periodo, esordiva proprio come compositore di musica da film, anche se in maniera circoscritta e limitata, non potendo quindi dispiegare appieno la sua personalità, cosa che avverrà ben più tardi, poichè riguardo al primo titolo da lui musicato, ovvero "Treno popolare" di Raffaello Matarazzo, in pratica il suo apporto venne limitato sostanzialmente al solo riarrangiamento di alcune note canzoncine dell'epoca, inserite nel corso del film, venendogli così negata in partenza, l'espressione della sua peculiare cifra stilistica, da lui già posseduta all'epoca. Tornando al balletto respighiano, certo dinamismo ed esuberanza ritmici di momenti come la 'danza guerresca' nella 2^ parte, sembrerebbero rimandare anche al compositore americano Copland, la qual cosa non mi sembrerebbe poi così improbabile, visto che Respighi aveva rapporti con gli Stati Uniti ("Feste Romane" venne eseguita in prima assoluta nel 1928, dalla Philarmonic Symphony Orchestra of New York, diretta da Arturo Toscanini, "Vetrate di chiesa" e "Metamorphoseon-Modi XII, tema e variazioni", gli vennero commissionate dalla Boston Symphony Orchestra, diretta da Sergei Koussevitski, il secondo dei 2 brani, se non sbaglio, per il 50° anniversario della compagine bostoniana), ed era amico del compositore e direttore d'orchestra statunitense, anche se di origini svedesi, Howard Hanson, che tra l'altro in quegli anni vinse il "Prix de Rome", per la sua seconda sinfonia "Romantica", il cui stile, oltre a essere debitore di Mussorgski, Grieg e Sibelius, è parzialmente influenzato anche da quello del compositore bolognese. Sicuramente, riguardo a quest'ultimo, la musica di "Belkis", nella sua enfasi e magniloquenza persino sfacciata, risente senz'altro dell'atmosfera dell'epoca, analogamente al mistero in un atto "Il deserto tentato" di Alfredo Casella (l'ultimo dei 3 unici contributi al repertorio del teatro lirico, assieme a "La donna serpente", lavoro in 3 atti e all'opera da camera, anch'essa in un atto, "La favola di Orfeo", del compositore torinese), composto proprio in quegli anni, dopotutto era il periodo delle campagne di Etiopia e dell'Abissinia, durante il regime mussoliniano (dico questo non certo per cadere nel luogo comune di voler assimilare Respighi in toto al fascismo, al quale, come altri, aderì in realtà in maniera, a dir poco, decisamente relativa e forzata, non certo per intima convinzione, nè tantomeno per opportunismo, stante il prestigio internazionale di cui godeva, al contrario era il fascismo che, caso mai, se ne serviva per portare acqua al suo mulino, voglio solo rilevare come anche il compositore bolognese non fosse certamente del tutto impermeabile al clima generale di quel periodo, all'atmosfera dell'epoca) e a voler essere proprio ipercritici, questo balletto, analogamente ad altri lavori del musicista felsineo, sembra più un immenso poema sinfonico per voci e orchestra, più una sinfonia coreografica alla maniera di un "Daphnis et Chloé" di Maurice Ravel, che un lavoro prettamente destinato alla danza (in effetti, lo rileva anche il direttore d'orchestra tedesco, nel breve documentario in appendice, quando dichiara che la musica, eminentemente sinfonica nel suo trattamento vocale e strumentale, è caratterizzata da un'estrema mutevolezza agogica, oltrechè cambiare di atmosfera nel volgere di pochi istanti, rendendo certamente le cose non facili ai danzatori), anzi secondo una dichiarazione del regista del video, musicista jazz lui medesimo, contenuta in un breve 'dietro le quinte', unico contenuto aggiuntivo del dvd, questa musica sarebbe costantemente in bilico fra kitsch e sublime, osservazione molto acuta e condivisibile, eppure, nonostante ciò, la forza rapinosa di questa composizione, ti fa passare tranquillamente sopra a questi rilievi, è decisamente grande musica, dall'andamento ritmico estremamente flessibile, come giustamente rilevato dal direttore d'orchestra, sempre durante il breve 'dietro le quinte' summenzionato, veramente e supremamente "cinema per le orecchie", come del resto viene definito anche all'interno del fascicoletto che accompagna il disco. Proprio "cinema per le orecchie" e per giunta su grande schermo panoramico! A proposito sempre di questo lavoro, ricordo che, anni fa, trovandomi all'interno di un tendone dove si vendevano libri usati e a metà prezzo, qui a Bologna, in piazza Verdi, casualmente occhieggiai un vecchio titolo il cui autore era un critico musicale nostrano del quale non rammento il nome, ma che attirò la mia attenzione in quanto si trattava di una pubblicazione che ambiva a tracciare un panorama complessivo delle nuove generazioni di compositori italiani dell'epoca, essendo stato pubblicato verso la fine degli anni '30. Orbene, in questo tomo, abbastanza interessante pur essendo chiaramente datato e del quale non ricordo nè il titolo, nè l'editore, sfogliandolo, mi accorsi che, a parte alcuni giudizi decisamente sommari, come, per esempio,quello relativo a Victor De Sabata compositore, sbrigativamente inserito fra gli epigoni straussiani, mentre invece basterebbe ascoltarne proprio il suo stupefacente balletto "Le mille e una notte", putacaso anch'esso definito recentemente da un recensore nostrano, come una partitura superficialmente hollywoodiana, tanto per cambiare (segnalo, per gli eventuali interessati, che di questa partitura ne esitono un paio di edizioni discografiche, di cui una integrale e l'altra riguardante la sola suite da concerto), guardacaso composto più o meno negli stessi anni del lavoro di Respighi, per rilevarne, al contrario, pur fra vari rimandi stilistici, l'assoluta originalità di linguaggio, ecco proprio che, nel trafiletto dedicato a Respighi, si parla, ma guarda un pò, del suo "Belkis", dopotutto andato in scena pochi anni prima. L'autore del saggio, dopo aver rilevato la presenza di strumenti etnici in seno all'orchestra e aver riferito sinteticamente dei pareri estasiati degli stessi orchestrali, riguardo alle sonorità inusitate ottenute dal compositore, alla fine, ne traccia un giudizio come al solito, nel caso di Respighi, decisamente negativo, ovvero di una musica di grande effetto e nessuna sostanza, tanto per cambiare, l'unica cosa che simili detrattori non gli potevano, loro malgrado negare, era la strepitosa perizia tecnica nel trattamento dell'orchestra, tale ne era l'evidenza; il sottoscritto, assai più modestamente, asserisce semplicemente che Respighi fosse in tutti i sensi, un autentico mostro di bravura, troppo bravo in un paese di cialtroni invidiosi quale è sempre stato l'Italia, per giunta capace di scrivere musica orecchiabilissima, tonalissima, ma rimanendo moderno e originale, in barba ad Adorno e soci! Ma essendomi già dilungato più che a sufficienza su "Belkis, regina di Saba", lavoro che fonde in modo singolare, nella sua scrittura, elementi ebraici, africani e arabici, con modalismi gregoriani, ne rimando la disamina critica del relativo video, allo scritto seguente, nel quale disquisirò anche riguardo alla parte affidata alla voce recitante, originariamente prevista per voce maschile e inizialmente limitata a 2 soli interventi (in verità l'autore aveva pensato anche ad un terzo intervento a cavallo degli ultimi 2 quadri del balletto, ovvero fra il 6° ed il 7°, ma venne dissuaso in ciò dall'editore Tito Ricordi, il quale temeva che il pubblico potesse spazientirsi), cioè all'inizio e a circa metà del balletto, stante il fatto che, per questa versione da concerto oggetto del video, si sono adoperati criteri differenti (continua).
venerdì 24 gennaio 2014
Il coraggio.
Ripensando a "L'Africaine" di Meyerbeer (il cui vero titolo sarebbe, assai più propriamente "Vasco De Gama", ma purtroppo essendo l'autore morto subito dopo averla composta, ci pensò il musicologo François-Joséph Fétis a farla portare in scena l'anno dopo, nel 1865, al prezzo non solo del mutamento del titolo, ma anche di tagli, alterazioni e stravolgimenti assurdi), radiotrasmessa in diretta nel novembre scorso dalla Fenice di Venezia, durante uno degli intervalli, veniva intervistato dall'inviato di Radiotre, il sovrintendente del teatro, definito persona coraggiosa per 'l'originalità' di tale scelta nel cartellone, che inaugurava l'attuale stagione del teatro. Ma quale coraggio nello scegliere un lavoro del 1864 (oltretutto nemmeno nella recente edizione critica di circa 4 ore effettive di musica, a cura di Juergen Schlaeder, senz'altro più fedele all'autografo meyerbeeriano, messa in scena all'inizio del 2013 alla Chemnitz Stadt Oper e presto su cd per conto della Cpo, ma, al contrario, nella consueta versione spuria realizzata da Fétis, probabilmente per risparmiare sui diritti d'autore spettanti in questo caso al revisore, sia pure con lo schizofrenico criterio di riaprire qualche taglio qui, per tagliare indiscriminatamente qua, tanto per salvare maldestramente la faccia), mica stiamo parlando di un'opera contemporanea in prima assoluta, vogliamo scherzare? Semmai è una vergogna che simili lavori siano rappresentati di rado nei teatri sparsi per il mondo, soprattutto quasi mai in forma integrale, ma di regola pesantemente amputata per biechi motivi di natura economica e in casi come questi a farne le spese, trattandosi di grand-opèra, sono il più delle volte, le sequenze di balletto, quasi sempre estromesse del tutto o, nella migliore delle ipotesi, ridotte a risibili tronconi, tanto per salvare la faccia (ma vi sembra giusto che un sovrintendente di un teatro nostrano guadagni da 1000 a 3000 euro al giorno, con l'aggiunta di auto blu, appartamento, vitto, lavatura e stiratura e benefici vari a carico del contribuente, mentre lo stipendio medio di un orchestrale dello stesso teatro, senza alcun 'benefit' aggiuntivo, si aggira intorno ai 1000 euro al mese, come giustamente stigmatizzato sul mensile 'Musica', tenuto conto che i sovrintendenti che si avvicendano nei teatri italiani, sono sempre i soliti noti, facenti parte di quella conventicola politico-massonica alla quale si riferì a suo tempo, Enrico Stinchelli, sempre sulla rivista 'Musica'; e poi ci si lamenta dei tagli ai finanziamenti per la cultura, una bella faccia tosta, non c'è che dire! Va da sè che, con l'abolizione di simili assurdi privilegi, si troverebbero più facilmente fondi per gli spettacoli!). Durante l'intervista summenzionata, inoltre, il sovrintendente della Fenice, ha mentito spudoratamente, quando ha affermato che, la versione dell'opera che stava andando in scena, era quella da 4 ore complessive che, se così fosse stato, sarebbe stata pressochè integrale, mentre in realtà il sottoscritto ha cronometrato non più di circa 2 ore e 49 minuti totali effettivi di musica, col balletto ovviamente ridotto a un miserrimo lacerto, svilendolo a semplice interludio strumentale, in aggiunta a sforbiciamenti vari senza costrutto qui e là, col direttore d'orchestra che, anche lui intervistato durante gli intervalli, si arrampicava ignominiosamente sugli specchi, per giustificare un simile aborto testuale! Ma da quando in qua, nel computo della durata complessiva di uno spettacolo, si inseriscono anche gli intervalli e i cambi di scena all'interno dei singoli atti di un'opera, perchè non la smettete di prenderci sfacciatamente per i fondelli? A maggior ragione del persistere di questa pratica indecente dei teatri che, quando decidono di mettere in scena simile repertorio, regolarmente le partiture ne vengono stuprate, il mondo discografico, a conforto del semplice appassionato, avrebbe dovuto contrastare tale nefandezza, immettendo sul mercato delle edizioni assolutamente integrali e attendibili, soprattutto le grosse case discografiche, che avevano i mezzi finanziari per poterselo permettere. E invece ciò non è avvenuto che in minima parte, tant'è che, per esempio, delle pochissime edizioni esistenti de "L'Africaine" di Meyerbeer, non ce n'è una che sia minimamente attendibile e integrale, nemmeno in riferimento alla versione approntata da Fétis, mentre, rimanendo nell'ambito dello stesso autore, lo stesso discorso vale per "Robert le diable", titolo importantissimo in quanto è proprio con questo lavoro che il compositore, ufficialmente, inventa un genere nuovo, ossia il "Grand-Opèra"; inoltre abbiamo 2 sole edizioni integrali di "Le profète", entrambe dirette da Henry Lewis, una di studio della Cbs/Sony, l'altra derivante da una registrazione Rai, pubblicata da varie etichette tra cui l'Arkadia; 2 sole edizioni pressochè integrali de "Les Huguenots" (Richard Bonynge/Decca, Cyril Diederich/Erato). Passando a Gounod, 2 sole edizioni pressochè integrali del suo titolo più noto, il "Faust" (Michel Plasson/Emi, Carlo Rizzi/Teldec), una sola edizione veramente integrale di "Romèo et Juliette" (la seconda incisione di Michel Plasson per la Emi, quella con Roberto Alagna come protagonista), una di "Mireille" (Michel Plasson/Emi). Quanto a Thomas, una di "Mignon" (Antonio De Almeida/Cbs-Sony) e solo una di "Hamlet" (sempre diretta da Antonio De Almeida per la Emi). Purtroppo nessuna delle edizioni disponibili de "La juive" di Halèvy è attendibile e integrale, almeno a quanto mi risulta, così, a volo d'uccello, salvo scherzi della memoria (per ulteriori approfondimenti rimando alla nota guida di Elvio Giudici). Come si evince da tutto ciò, il mondo videodiscografico ha supplito in maniera insufficiente a questa lacuna (per me è come se si trattasse di un diritto negato), stante il fatto che la maggioranza delle edizioni disponibili sul mercato sono, dal punto di vista testuale, amputate e inattendibili, come già rilevato in precedenza. Si è preferito saturare il mercato di inutili barbieri, rigoletti, trovatori, traviate, tosche, bohème, butterfly, turandot, don giovanni,boiate barocchiste e cavoli vari per fare da cassa di risonanza ai divetti plasticosi di turno, pratica non ancora cessata nemmeno nei tempi attuali di crisi, sprecando così le potenzialità culturali dello strumento discografico, in nome di non si sa quali benefici, il che rappresenta la norma, tanto per cambiare! E anche costoro hanno il coraggio di lamentarsi se poi i dischi si vendono sempre meno, è già un miracolo, con simili presupposti, che ancora se ne vendano! / Anche di Spontini, una sola edizione integrale de "La vestale" (Riccardo Muti/Sony) e mi pare anche una di "Agnes von Hohenstaufen" (mi sembra con lo stesso direttore con identica casa discografica), ma prendetela con beneficio d'inventario, intendo verificare tutto ciò poichè non ne sono sicuro; due edizioni della "Lodoiska" di Cherubini (Muti/Sony, Jérémie Rhorer/Ambroisie-Naive). Tutti titoli anche questi che dovrebbero essere assimilabili al genere del "Grand-Opèra", se non erro. Ecc. ecc. / Nuovamente in tema di 'coraggio', a proposito del recente "Parsifal", andato in scena all'Orinale di Bologna, del quale ho ascoltato la diretta radiotrasmessa il 16 scorso, vi avevo già detto che, sulla base delle dichiarazioni fatte dal direttore artistico Nicola Sani, intervistato tempo addietro su Radiotre, temevo fortemente che l'allestimento scenico fosse funestato da 'registate' varie. Il resoconto che ho sentito durante gli intervalli dello spettacolo, dell'inviato di Radiotre, riguardo alla parte visiva dello spettacolo, sembrerebbe, ahimè, confermare tristemente tutto ciò. Si è parlato di un autentico pitone bianco presente nei primi 2 atti (dov'è l'ente che si occupa della protezione degli animali?), di fanciulle-fiore in tenuta sadomaso con parrucche nel 2^ atto, di immagini di una discarica di rifiuti e di una periferia urbana nel 3^ atto, di riferimenti pseudo-sessuali sparsi qui e là nel corso dell'intero spettacolo, insomma sembrerebbe il tipico trovarobato postmodernista, i consueti cascami pseudo-avanguardistici, con cui ci hanno ripetutamente spappolato i testicoli fino alla nausea, questi cialtroni che, con la loro presunta originalità, mascherano ridicolmente, la loro totale mancanza di idee originali, correlata alla loro miseria d'animo. E tutto questo ridicolo circo dei miracoli, finanziato anche con soldi pubblici, non dimentichiamolo! In questi casi considero un privilegio, attraverso la radio, il poter ascoltare senza doversi sciroppare simili obbrobri, anche perchè, da perfetto idiota, mi sorge spontanea una domanda: ma cosa ci azzecca tutto questo con il "Parsifal"? C'era bisogno d'importare una simile puttanata dall'estero? Continuiamo ipocritamente a lamentarci dei tagli alla cultura!!!! Quanto all'esecuzione, ho trovato la direzione di Roberto Abbado complessivamente buona, ma a tratti ancora un poco acerba e superficiale, coro e orchestra discreti ma con dei limiti di compattezza, si avvertiva insomma che non ci si trovava a Bayreuth, cantanti un poco discontinui ma complessivamente validi. Occorre per onestà rammentare che essendo il "Parsifal" un'opera pensata dal suo autore esplicitamente per la particolare acustica della Festspielhaus di Bayreuth, il metterlo in scena altrove, comporta generalmente delle difficoltà aggiuntive a qualunque ente lirico si accingesse all'opra. / Ho acquistato, il mese scorso, il terzo volume dei lavori orchestrali di Nino Rota, facente parte di un ciclo inciso per la Decca, dall'Orchestra Sinfonica di Milano "Giuseppe Verdi" diretta da Giuseppe Grazioli, un doppio cd contenuto in un'indecente confezione cartonata che, oltre a essere scarsamente protettiva, presenta demenzialmente nella prima tasca il cd inserito insieme al libretto, il che rende praticamente impossibile non rigarlo all'atto dell'estrazione (lo stesso discorso vale per i 2 precedenti volumi del ciclo), inducendomi a inserire i 2 cd e il libretto in uno slim-box, nella speranza di prevenire ulteriori danneggiamenti. Sapete a chi si deve la realizzazione di un simile obbrobrioso confezionamento, o come direbbero i cretini provinciali à la page, "packaging"? Guardando il retrocopertina, così come il libretto allegato, si scopre che si tratta dello Studio "Punto e Virgola" di Bologna! Veramente complimenti! Sono fiero di constatare che gli ideatori di un simile confezionamento demenziale si trovano proprio qui, nella città in cui sono nato e, ahimè, risiedo! Ma quegli idioti della Universal italiana, non potevano rivolgersi altrove? Inoltre nel doppio cd in questione, le musiche per la commedia-balletto di Maurice Bèjart "Le Molière imaginaire", vengono indicate come in prima registrazione assoluta. Affermazione mendace, secondo me, risultandomi già incise nel 1976, in un disco in vinile della Deutsche Grammophon, siglato 2536 280, eseguito dall'Orchestre du Theatre de La Monnaie-Opèra National de Belgique, diretta da Elio Boncompagni, inoltre mi ricordo che, nel catalogo della casa svedese Bis, esiste un'incisione della suite dal balletto. Siccome attualmente, proprio l'etichetta Deutsche Grammophon, fa parte del gruppo Universal, come mai detto titolo, attualmente da tempo immemorabile fuori catalogo, non è mai stato rieditato su cd? Gradirei senz'altro una risposta in proposito, quel che è certo è che, per l'ennesima volta, questi discografici si confermano per l'ennesima volta dei pagliacci e degli ignoranti incommensurabili! / Quanto a coraggio, anche la Rai, con i suoi spot per indurre al pagamento del canone, sempre più stupidi, idioti e offensivi, ma se la smettesse mai di buttare soldi pubblici in tali scempiaggini, soprattutto ogni volta che vedo quello con quei bambinelli mocciosetti anzichennò, mi verrebbe voglia di stuprarli all'istante!!!! / La prossima metamorfosi di Claudio Abbado? Da defunto si trasformerà in una serie di cofanetti commemorativi, con i quali gli asfittici discografici, ricicleranno in varia maniera le sue arcinote incisioni (già m'immagino i titoli: "The best of...", "The art of...", "Abbado Modern" e via scempiando, cosa del resto già ampiamente accaduta con lo stesso Abbado e altri celebrati interpreti, quando ancora erano in vita; prepariamoci anche all'uscita di qualche insulso libro commemorativo, pieno di banali ricordi di questo o di quello, concernente il "caro estinto"). Già ho visto nella vetrina de "La Feltrinelli" di via dei Mille, esposti alcuni dei suoi vecchi titoli in cd, a prezzi ribassati. Tutto sempre nella norma, no? / Mi ricordo che nell'edizione italiana della rivista "Penthouse", c'era un'interessante rubrichetta intitolata "Il buco di culo del mese" (una volta venne giustamente e meritatamente dedicata al "fido" Biagio Agnes"), omologa della corrispondente rubrica dell'edizione americana intitolata "The ass-hole of the month". Sto pensando di ripristinarla all'interno del mio blog, visti i tempi... / Per il momento è tutto qua, dalla 'penisola dei morti' (avete mai fatto caso che scomponendo a metà la parola 'penisola', se ne creano altre 2, ovvero 'peni' e 'sola'? Non è che questo significa, per caso, che siamo un branco di teste di cazzo, impegnate a fregarci a vicenda? E' una mia impressione sbagliata? Mah!). / Post scriptum: ovvero per la serie "ve l'avevo detto", ecco che quegli stupidi avvoltoi del giornale "La Repubblica", hanno vomitato in questi giorni, nelle edicole, a tambur battente e col cadavere ancora caldo, il primo di una serie di cd "dedicati" ad Abbado, comprendenti una parte delle sue più celebri incisioni discografiche, in stragrande maggioranza già precedentemente proposte in edicola proprio dalla suddetta testata giornalistica, ma che originali, d'altronde è tutto sempre nella stramaledetta norma, vero? E state pur certi che non saranno gli unici!.... Così vanno le faccende nella 'terra dei cachi'. E poi c'è anche il "concerto commemorativo" dal(la) (sotto)Scala, con Barenboim a dirigere la filarmonica nella 5^ di Mahler, trasmesso in diretta televisiva lunedì prossimo su Rai 5, potenza dei defunti!
mercoledì 22 gennaio 2014
La cosa buffa.
Napolitano in visita alla camera ardente allestita per Abbado in Santo Stefano ("Com'è la camera?", "Ar dente!", chioserebbe un cuoco in romanesco): sorgono spontanee un paio di riflessioni; la prima, sarebbe stato meglio l'incontrario, ovvero Abbado in visita alla camera ardente allestita per Napolitano, essendo quest'ultimo senz'altro il più vecchio decrepito dei due, ed essendo anche quello più nefasto, in quanto grigio burosauro di regime, per la serie "sono sempre i migliori quelli che se ne vanno!". La seconda, Napolitano porta iella, a pochi mesi dall'avergli conferito la nomina a senatore a vita, Abbado tira le cuoia (ad ulteriore dimostrazione, se mai ce ne fosse ancora bisogno, che il parlamento, come tutti i luoghi in cui alberga il potere, è un luogo di morte, popolato da morti che non si vogliono rendere conto di essere tali); fossi al posto degli altri designati, a questo punto, comincerei a fare seriamente gli scongiuri!!! Chiunque fosse in procinto in futuro di essere nominato senatore a vita, in particolare voi musicisti di professione, sarà il caso che declini decisamente, datemi retta, non si sa mai, li Napolitanacci suoi!!!! E' proprio vero che l'erba cattiva non muore mai! Ovviamente in giorni come questi, grondanti melassa funeraria sui mass media, tralascio in questa sede di disquisire sull'artista Abbado, dato che ci sproloquiano già in troppi, per cui non è il caso che mi ci aggiunga, tralasciando le boiate ecologiche del nostro tipo la piantumazione di nuovi alberi e il ricordo del progetto abortito di un nuovo auditorium qui a Bologna, che se fosse stato concretizzato, si sarebbe rivelato l'ennesima dispendiosa cattedrale nel deserto e sul quale ricordo di essermi già espresso a suo tempo in uno dei miei primi scritti in questa sede e al quale rimando, non avendo minimamente mutato parere al riguardo (il post in questione s'intitola per l'appunto "Una boiata pazzesca."). A parte i rapporti non propriamente idilliaci sempre del nostro, avuti a suo tempo col fisco nostrano e certi intrallazzi dei suoi familiari, sinceramente a questo punto delle sorti dell'orchestra Mozart, non me ne potrebbe fregare di meno! Facciamo ipocritamente finta di non sapere che in realtà, le cosiddette 'nuove orchestre' create da Abbado, sono praticamente dei cloni ottenuti rimescolando in varia misura musicisti provenienti in gran parte dalle principali orchestre europee con le quali, nella maggior parte dei casi, Abbado si è esibito nel corso della sua carriera, con l'aggiunta di alcuni solisti di fama internazionale e di qualche giovane di belle speranze, tanto per dargli una parvenza di giustificazione alla loro esistenza. Soltanto che, con la morte del loro 'creatore', le flebili ragioni della loro presenza, sono definitivamente crollate, non si vede proprio perchè si dovrebbero sprecar quattrini per esse, tanto più che i musicisti che le compongono, proprio per le ragioni summenzionate, nella quasi totalità dei casi, non corrono certo il rischio di rimanere disoccupati! Piuttosto ci sarebbe da preoccuparsi seriamente della sorte di quella sottospecie di corte dei miracoli, gravitante nell'orbita del sommo musicista, costituita dai cosiddetti 'abbadiani itineranti'. Orfani del loro beniamino, l'unico che ne potesse fragilmente giustificare la loro costituzione, dicevo e adesso pover'uomini, come faranno? Bisognerebbe proprio segnalarli alla Caritas, auspicando che se ne occupi prontamente di questi lugubri parassiti! Mi ci struggo da matti, roba da non dormirci la notte! E sempre riguardo al loro idolo, c'è da rilevare che del suo ricordato impegno a favore della musica contemporanea e del '900 storico, negli ultimi anni ne erano rimaste tracce scarse per non dire nulle, analogamente al suo amico e sodale Maurizio Pollini (prossimo senatore a vita anche lui? In tal caso facciamo gli scongiuri!) che da parecchio tempo si è concentrato sulla 'solita minestra', salvo smentite! Se penso poi ai visitatori della camera ardente allestita per Abbado, ma che senso ha andare a vedere un cadavere, branco di necrofili esibizionisti, probabilmente speranzosi di essere immortalati da qualche telecamera o macchina fotografica? E tutto l'apparato di polizia mobilitato per il decrepito Napolitano e tutto il consueto circo mediatico accorso all'evento, quanti soldi pubblici sperperati invano, in barba alla crisi! Certo che se è vero che, come hanno scritto, Abbado era impegnato anche nel sociale, come mai io, comune mortale indigente, non me ne sono mai accorto? Nemmeno sapevo che abitasse proprio qui in Bologna, zona Santo Stefano, a poca distanza, in linea d'aria, da casa mia, pensavo risiedesse piuttosto in quel di Ferrara! Mi sarò per caso rincretinito? Ho paura proprio di sì! / Mi piacerebbe tanto avere una foto di Napolitano, scattata nel momento in cui ha conferito la nomina di senatore a vita ad Abbado, per poterci sovrapporre un teschio in corrispondenza del volto di Napolitano e includerla quindi in questo blog, a suggello del presente scritto, perciò casomai se qualcuno volesse aiutarmi... / Auspico vivamente che, fra i prossimi senatori a vita, sia conferita tale nomina dallo stesso Napolitano ( il quale, suo malgrado, farebbe in tal caso, una volta tanto, cosa egregia) anche a Beppe Maniglia e Giovanni Allevi, nella decisa speranza che così facciano finalmente la stessa fine di Abbado, che è l'unica cosa che si meritano!!! / Tornando alla famiglia Abbado, se penso che zio (Claudio) e nipote (Roberto), pur essendo colleghi, ovverossia ambedue direttori d'orchestra, si sono bellamente ignorati reciprocamente per tutta la loro vita, quando si dice una gran bella famiglia... tutto nella norma! / Un altro certamente dispiaciutissimo della dipartita di Abbado, sarà senz'altro Riccardo Muti, il quale in un ipotetica classifica dei migliori direttori d'orchestra operanti sulla piazza, si ritroverebbe lo scettro di Abbado, il quale non può più fargli alcuna ombra oramai, o no? Viva l'Italia, 'la penisola dei morti'!
giovedì 21 novembre 2013
Contemporanea all'italiana.
Finalmente, nella serata di domenica scorsa, Radiotresuite si è degnata di trasmettere l'ultimo lavoro teatrale di Giorgio Battistelli, autore anche del libretto, ovvero l'atto unico "Divorzio all'italiana", da lui stesso denominata 'azione musicale per il crepuscolo della famiglia', liberamente tratta dalla prima stesura della sceneggiatura per l'omonimo film di Pietro Germi (come esplicitamente dichiarato dallo stesso compositore in un'intervista telefonica in diretta, che ne ha preceduto la messa in onda),data in prima italiana al Comunale di Bologna e nello stesso allestimento originario commissionato dall'Opéra National de Lorraine - Nancy, registrata l'11 giugno scorso. L'impressione complessiva che ne ho tratto dal semplice ascolto radiofonico non è malvagia, direi che, tutto sommato, il lavoro si lasci ascoltare agevolmente e alla fine concordo col giudizio di una radioascoltatrice, che lo ha definito un buon esempio di opera buffa contemporanea, ma sicuramente non lo definirei un capolavoro assoluto, pur non arrivando a giudizi drasticamente negativi, come mi è capitato di rilevare, facendo una rapida ricerca in rete. In parte, alcune riserve però le condivido, tipo il fatto che l'orchestrazione tende un po' troppo a coprire, soffocare le voci, a tratti (ma in parte ciò potrebbe essere dovuto anche a responsabilità del direttore d'orchestra) e che la musica di Battistelli, pur nella sua piacevolezza, manchi ancora di quelle caratteristiche stilistiche distintive che le associno immediatamente al suo autore, ossia risulti non molto personale e riconoscibile, con sovente la sensazione del 'già sentito' accompagnata da un vago retaggio minimalista; piuttosto, se le orecchie non mi hanno ingannato, mi è parso che l'entrata in scena dei vari personaggi fosse caratterizzata da brevi cellule melodiche a essi singolarmente associate che ne precedevano di pochi attimi l'ingresso. Per esempio, ho notato che ogni volta che il protagonista, don Sandrino Ferraù, era in scena, veniva regolarmente preceduto, in orchestra, da un breve, veloce inciso di terzine, suonate dagli archi. Altra scelta decisamente singolare l'aver affidato quasi tutti i ruoli femminili (Donna Matilde, Donna Rosalia, Donna Fifidda, Immacolata Patanè) a dei bassi en travesti (secondo quanto dichiarato da Battistelli nell'intervista telefonica, al fine di far risaltare la 'forza virile' del genere femminile), eccettuato quello di Angela (che nel film era interpretata dalla Sandrelli), assegnato a un soprano, mentre la parte dell'ex spasimante di Donna Rosalia, ovvero Carmelo Patanè, viene svolta da un controtenore o falsettista che dir si voglia, semprechè le mie orecchie non abbiano preso un abbaglio! Certamente è vero che, rispetto al film, la trama è stata assai semplificata, con i nomi di alcuni personaggi, a cominciare dal protagonista, mutati (non per niente l'autore ha già messo le mani avanti, dichiarando esplicitamente che trattasi di libero adattamento, basato oltretutto, come lui stesso ha detto nella succitata intervista telefonica, sulla prima versione della sceneggiatura, che prevedeva l'ambientazione della vicenda proprio a Barrafranca), ma è noto che, quando lo stesso soggetto passa da un medium espressivo ad un altro (in questo caso dal cinema al teatro lirico), un certo grado di 'infedeltà' è insito nell'operazione, salvo eccezioni, stante le diverse modalità ed esigenze espressive. Lo stesso compositore faceva giustamente notare, nell'intervista, come i ritmi cinematografici divergano rispetto a quelli più rallentati del melodramma, sia che si voglia inscenare un'azione così come esprimere un concetto, tant'è che per questo suo lavoro ha voluto introdurre il concetto di 'drammaturgia dinamica', ovvero cercare di avvicinare i tempi scenici del teatro lirico a quelli cinematografici, rendendo l'azione più serrata, ritenendo anzi che l'ispirarsi a soggetti di natura cinematografica, possa costituire una nuova linfa vitale per lo sviluppo del teatro d'opera contemporaneo (idea per altro non nuova in assoluto e già tentata da qualche compositore americano). L'esito complessivo, come ho già detto, non è del tutto compiuto, mancando "Divorzio all'italiana" soprattutto del suggello di una maggiore originalità stilistica (e probabilmente lo squilibrio fonico fra voci e orchestra era molto più avvertibile in teatro che in radio), pur tuttavia, nonostante i suoi limiti, degno di essere ascoltato e conosciuto, visto che poi la resa esecutiva di cantanti, coro ed orchestra, mi è parsa complessivamente adeguata, squilibri fonici a parte. Piuttosto, l'ora e venti complessiva di musica, era decisamente poco per riempire adeguatamente un'intera serata; mi chiedo se fosse veramente questa la durata originaria del lavoro quando è stato messo in scena in Francia. Dico questo con ragione, mi ricordo di un'intervista a Marco Tutino, di alcuni anni fa, sempre su Radiotre, il quale disse a proposito della sua opera "Federico II" commissionatagli dalla Germania, che per farla rappresentare in Italia, la dovette accorciare di un bel pò! Noto regolarmente che, nelle sue sempre più rare incursioni nel repertorio lirico che va dal '900 storico al contemporaneo, al Comunale di Bologna si punta regolarmente su lavori in scala ridotta, o come organico complessivo (guardacaso in questi giorni è in scena "The turn of the screw" di Britten), o come durata totale (come nel caso dell'opera di Battistelli), quando non addirittura ambedue ("Jacob Lenz" di Wolfgang Rihm); questo eccesso di prudenza non è affatto un buon segno (sono lontani i tempi de "Le grand macabre" di Ligeti, dato nel 1977 con la direzione di Zoltan Pesko, ma anche di "Vec Makropoulos" di Janàcek con Raina Kabaivanska come protagonista e la direzione di Christian Thielemann, inoltre se penso che in tempi più recenti, un'altra opera da camera, "A midsummer night's dream" di Britten venne cancellata per far posto a "La rondine" di Puccini richiedente un organico ben maggiore, bisogna dire che la coerenza non è mai stata il punto forte dei vertici del Comunale), per cui devo dire che, riguardo al lavoro di Battistelli, proprio per questo mi aspettavo di molto peggio, visto lo scarso coraggio nell'impostazione dei cartelloni di stagione del Comunale, perciò per il momento accontentiamoci. / Ritorno alla base per il sottoscritto, ovvero di nuovo alla mensa dei poveri, anche in questo caso alla faccia della coerenza! Finale scontato, rassegnazione di fronte al fatto di essere uno sconfitto in mezzo ad altri suoi simili, la pancia ha vinto sulla psiche e non poteva essere altrimenti, per il momento sono ancora qui a vomitare facezie su questo blog, ma con un sempre maggior senso di vuoto e inutilità, mitigato da un ritrovamento discografico inatteso, fatto pochi giorni fa in un mercatino parrocchiale, per l'ingente somma di 2 euro! Nonostante la mia fase 'ecologica' (al verde, cioè!) persevero, per la serie 'il lupo perde il pelo ma non il vizio' (e ti pareva!). Saluti da un predestinato alla iella (tantopiù che, a causa del mio pessimo rapporto con telefoni fissi e mobili, temo di aver mancato la possibilità di una borsa lavoro, cosa che contribuisce a incupirmi e a farmi sentire sempre più un condannato all'inevitabilità del proprio miserrimo destino)!
sabato 9 novembre 2013
Lacerti.
Trovo, se possibile, sempre più desolante, il panorama delle attuali uscite video-discografiche, a cominciare dall'ambito della musica classica che, salvo sporadiche eccezioni, sembra ristretto a musicisti vanagloriosi e divetti plasticosi riproponenti stancamente la solita minestra e barocchisti più o meno polverosi e putrescenti, forse lo fanno apposta per me, visto che continuo pervicacemente nella mia fase economicamente 'ecologica', così non mi debbo dolere di non avere più il becco di un quattrino per potermi comprare uno straccio di cd, se è così, ma che carini che sono! (al massimo mi dolgo per i titoli di Maxwell-Davies che escono per la Naxos, o per le incisioni dell'Orchestra Sinfonica di Roma diretta da La Vecchia per quel che concerne il repertorio sinfonico nostrano, o per il ciclo delle sinfonie di Villa-Lobos sempre per la Naxos, ma a parte ciò, non ho rimpianto alcuno, non l'avrei mai immaginato!) / Come al solito, anche quest'anno, le varie ricorrenze musicali o anniversari che dir si voglia, hanno ulteriormente dimostrato la loro sostanziale insulsaggine e inutilità, per esempio sembrerebbe che Benjamin Britten abbia composto soltanto il "Peter Grimes", il "War Requiem", dati fino alla nausea e poco altro (questo mese, in scena al Comunale di Bologna, ci dovrebbe essere anche "The turn of the Screw", tutt'altro che sconosciuto anch'esso), nessuno che abbia inscenato la versione francese dell' "Otello" verdiano, realizzata per Parigi e cantata ovviamente in francese, della quale, talvolta, si ascoltano (oltrechè essere state incise su disco) praticamente solo le danze! E che dire delle 4 versioni del "Tannhaeuser" di Wagner? Poichè quella comunemente detta 'di Dresda' è in realtà una versione successiva, già recante modifiche rispetto alla versione primigenia, rappresentata a Lipsia, mentre quella cosiddetta di Parigi, è in realtà una versione posteriore rappresentata a Vienna, col testo cantato nuovamente in lingua tedesca, poichè quella di Parigi era cantata in francese ed inoltre l'ouverture e la susseguente 'musica del Monte di Venere' (ovverossia il balletto, anche se secondo me questa musica ha assai poco di ballettistico in realtà) erano separate da una breve pausa, anzichè essere riunite in un blocco unico come nella successiva e più nota versione? Perchè non si è fatto qualcosa di simile almeno a quanto fecero ad Essen nel 2004, quando eseguirono in forma di concerto la versione primigenia di "Der Fliegende Hollaender", composta da Wagner a Parigi nel 1841-42 e mai andata in scena, con la storia ambientata in Scozia (e precisamente nelle Isole Orcadi), anzichè in Norvegia, come nelle più note versioni successive e quindi con i nomi di alcuni personaggi differenti rispetto a queste ultime (qui Daland si chiama Donald ed Erik assume il nome di Georg), recita di buon livello complessivo fortunatamente fissata su disco dalla Deutsche Harmonia Mundi in un cofanetto purtroppo attualmente fuori catalogo, tacendo delle differenze riguardo all'orchestrazione e della diversa stesura delle linee vocali, con la ballata di Senta, un tono sopra rispetto alle versioni successive? (Wagner fu costretto successivamente ad abbassarla di un tono, cioè da sol minore a la minore, poichè la cantante da lui prescelta per la parte, dopo averla ascoltata in una recita di "Norma", era Wilhelmine Schroeder-Devrient, che si rivelò non in grado di reggere l'originaria tessitura). Per la cronaca Wagner, se la morte non fosse sopravvenuta, non aveva ancora messo la parola 'fine' nè per il "Tannhaeuser", nè per "Der Fliegende Hollaender", poichè aveva seriamente intenzioni di apportarvi ulteriori ritocchi. Signori sovraintendenti e direttori artistici, vergognatevi (si fa per dire)! Tutto nella norma, come al solito! / Sempre a proposito di Wagner, tempo fa ho ascoltato su Radiotresuite, un'intervista all'attuale direttore artistico del Comunale di Bologna, Nicola Sani, il quale dichiarava, a proposito del "Parsifal" diretto da Roberto Abbado che dovrebbe andare in scena il prossimo 14 gennaio, che la regia teatrale avrà un carattere innovativo, proponentesi di mostrare l'evoluzione della figura di Parsifal, attraverso il passare dei secoli (gulp!), la qual cosa mi fa temere 'registate' a gogò, oltrechè ennesimo spreco di denaro pubblico, speriamo che almeno la parte musicale sia quantomeno all'altezza della situazione! Tra l'altro in quell'occasione, giustamente si rammentava come Bologna sia stata la prima città italiana a rappresentare il "Parsifal", a tamburo battente con lo scadere del veto imposto dallo stesso Wagner che ne confinava le rappresentazioni esclusivamente in quel di Bayreuth, veto che scadeva il 31 dicembre del 1913, cosa che consentì al Comunale di Bologna di rappresentarlo alle ore 15 del 1° gennaio 1914, l'orario insolito dovendosi al fatto di voler battere sul tempo il Teatro Costanzi di Roma (l'attuale 'Teatro dell'Opera di Roma'), la cui rappresentazione della stessa opera era fissata per le 15 e 30 dello stesso giorno, in una delle varie sterili gare usuali fra i teatri nostrani, per poter rivendicare la prima assoluta o la prima italiana di una certa opera (incredibile comunque, proprio nel pomeriggio di Capodanno, ritrovarsi con due rappresentazioni quasi contemporanee del 'Parsifal', cosa impensabile oggidì, nell'attuale era masturbatorio-ipertecnologica), sia pure in versione ritmica italiana e con alcuni tagli, come allora si usava. Non per niente, nel capoluogo felsineo, si erano già avute, in precedenza, le prime italiane di "Lohengrin" (alla quale assistette, da un palco, lo stesso Verdi), di "Tannhaeuser" e di "Der Fliegende Hollaender". Bologna, prima città wagneriana in Italia, avanti a Palermo e Venezia, ma come abbiamo fatto a cadere così in basso? Domanda retorica! / Nel musical "Carousel" del 1946, di Rodgers-Hammerstein, è presente una celebre canzone intitolata "You'll never walk alone", quando se non sbaglio, ad uno dei personaggi principali muore la madre. "You'll never walk alone"? Peccato che la realtà sia ben diversa! Altro che se ti ritrovi a camminare da solo, più che mai, soprattutto quando sei nei guai, ovviamente! / Sempre a proposito di comunicazione, come mai ogni volta che si invia una e-mail a qualcuno, il destinatario, regolarmente, non si sente mai indotto a inviarti a sua volta una qualsivoglia risposta, lasciandoti conseguentemente nel dubbio se l'abbia ricevuta e l'abbia anche letta, salvo il caso che non ti capiti d'incontrarlo di persona, successivamente? Qui facciamo veramente acqua da tutte le parti! / Sul numero di novembre della rivista 'Suono' attualmente in edicola, ennesimo articolo di Pietro Acquafredda concernente gli ennesimi intrallazzi, inciuci, clientelismi e favoritismi, praticati bellamente coi finanziamenti pubblici, all'ombra dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia in Roma, chiamanti pesantemente in causa il suo attuale presidente, Bruno Cagli; naturalmente, nulla di nuovo sotto il sole, ma sarò l'unico a provare un soffocante senso di nausea, almeno così mi chiedo? Evviva l'Italia! Certo è che se esiste veramente un Dio, allora lo odio proprio a morte, poichè il ritrovarmi scaraventato mio malgrado in quest'orrido pantano che ancora qualcuno si azzarda a definire il 'Bel Paese', lo considero la peggiore cattiveria che mi si potesse fare! La vita è un dono solo per i furbi, per gli altri è una iattura! / Si complica sempre di più la faccenda relativa alle varie stesure delle sinfonie di Bruckner, di cui mi sono già occupato tempo addietro; scorrendo le recensioni discografiche degli ultimi 2 numeri della rivista "Gramophone", mi sono accorto che esiste una nuova edizione della 2^ versione del 1877 della sinfonia n.2, realizzata da William Carraghan, che differirebbe in alcuni dettagli dalle precedenti edizioni Haas e Nowak (questa nuova edizione è incisa in un sacd della Pentatone, con l'Orchestre de la Suisse Romande, diretta da Marek Janowski), mentre dell'8^ sinfonia ne esisterebbe un'ulteriore stesura del 1888, riesumata sempre da Carraghan, quindi cronologicamente intermedia fra le 2 stesure ufficiali, rispettivamente del 1884/87 e del 1887/90, più vicina concettualmente alla prima di queste (questa stesura intermedia è incisa in un doppio cd della Hannsler-Profil, con la Philarmonia Festiva diretta da Gerd Schaller, con in appendice un brano di Otto Kitzler, maestro di composizione dello stesso Bruckner, stimatissimo dal medesimo; trattasi di una 'Trauermusik', composta da Kitzler proprio in occasione dei funerali del suo illustre allievo, una musica funebre orchestrata dallo stesso Schaller). Inoltre, tempo addietro, mi sono accorto che, in un recente cd della Accentus Music, con la Luzerne Festival Orchester diretta da Abbado, contenente la sinfonia n.1, ne viene adottata la 3^ versione, che sospetto in realtà spuria, del 1893, nell'edizione all'epoca curata da Guenther Broesche, erroneamente indicata come la versione di Vienna, analogamente a quanto fecero Chailly e la Radio Sinfonie Orchester Berlin, in un cd Decca uscito nel 1987 (strana comunque la scelta di Abbado, visto che nella precedente integrale realizzata per la Dg con i Wiener Philarmoniker, aveva optato per la consueta 2^ versione, edita da Nowak, quest'ultima erroneamente indicata come versione di Linz, ma in realtà essendo proprio la versione viennese, mentre nell'incisione Decca degli anni '60, aveva scelto sempre quest'ultima versione, ma nell'edizione Haas). Non avendo potuto visionare nè tantomeno ascoltare i dischi summenzionati, per il momento mi limito a questa modesta segnalazione.
Il programma di sala, questo sconosciuto.
Lunedì sera, durante il collegamento con il Teatro alla Scala, per il concerto d'inaugurazione della stagione della Filarmonica, quegli ameni simpaticoni di Radiotresuite discettavano, tra le altre cose, anche della progressiva estinzione dell'utilizzo del classico programma di sala, sempre più sovente sostituito da presentazioni verbali dei brani musicali componenti il programma del concerto, da parte degli stessi interpreti, adducendo come motivo il sempre maggior bisogno del pubblico degli appassionati, di forme di comunicazione più immediate e meno gelide di quelle rappresentate da un programma cartaceo (e giù il solito profluvio di luoghi comuni sul fatto che viviamo in un'era basata sulla comunicazione, provocata dal diffondersi massiccio di tutte queste nuove tecnologie, ecc. ecc.). Io, in casi come questo, mi sento un emulo sbiadito di quello zuzzurellone del ministro della cultura della Germania nazista, rispondente al nome di Goebbels, al quale, come è noto, per sua stessa ammissione, veniva spontaneo il portare la mano alla pistola, ogni qualvolta sentiva pronunciare la parola 'cultura'. Beh, io ho una reazione molto simile ogni qualvolta sento pronunciare la parola 'comunicazione', con la non irrilevante differenza di non possedere alcuna pistola (casomai un miserrimo pistolino, che in tal guisa non serve proprio a un cavolo!), ed ecco il motivo per cui mi sono definito un emulo sbiadito del suddetto. Abbiamo, con questa barbarie generalizzata, letteralmente stuprato, violentato, vilipeso, svilito, il significato autentico di parole come amore, amicizia, sesso, cultura (anche in assenza di personaggi come Goebbels), rivoluzione e per l'appunto comunicazione, svuotandole, con il costante ed indebito abuso, di qualsivoglia essenza, riducendole a banalissime espressioni verbali con le quali ci riempiamo costantemente quell'orrido, immondo orifizio che ancora chiamiamo bocca, ritrovandoci sempre più immersi in un assurdo vuoto pneumatico esistenziale che cerchiamo malamente di riempire di aria fritta, piombando regolarmente in uno stato di convulsione epilettica continua, autocondannandoci a un'esistenza priva del benchè minimo costrutto. Ma quale comunicazione mi posso aspettare in una città di spettri come Bologna, in cui, dopo 11 anni dal mio esservi ritornato, mi ritrovo ancora più solo di quando ci sono arrivato, in cui la sera, aggirandomi per il centro storico, non m'imbatto più in una sola faccia conosciuta, ritrovandomi in mezzo ad individui completamente sconosciuti, peggio che se avessi traslocato altrove e se per caso t'imbatti in un volto conosciuto per pochi, fugacissimi istanti, hai la netta sensazione di aver visto riaffiorare, per un attimo, un qualche spettro riemerso da chissà quali reconditi recessi, un autentico relitto di un passato remotissimo e sbiadito, non ci siamo proprio! Aggiungiamoci la bufala di internet e di tutti i gingilli tecnologici ad essa correlati, coi quali ci masturbiamo e balocchiamo quotidianamente da stupidi bamboccioni quali ci siamo ridotti, ingannando noi stessi coltivando le nostre fallaci, flebili illusioni di credersi al centro dell'universo, rifiutandoci di vederci per ciò che noi siamo realmente, cioè un branco di umanoidi alla deriva, per cui di quale cavolo di comunicazione parliamo se abbiamo perso financo la capacità di salutarci se per caso c'incontriamo fisicamente per strada? Ma fatemi il sacrosanto piacere! Piuttosto, ritornando alla questione del programma di sala, la sua progressiva sparizione non può che essere vista che come un ulteriore segno di degrado e impoverimento culturale, può magari far comodo alle nostre istituzioni musicali, visto che in quella maniera risparmiano un po' di quattrini, stante il fatto che la sua realizzazione comporta ovviamente dei costi dal punto di vista economico, potendo oltretutto far leva sulla naturale pigrizia mentale del pubblico, che non ha la benchè minima voglia di sforzarsi nemmeno di dargli una scorsa, figuriamoci leggerselo per intero, per carità! Al giorno d'oggi si vuole tutto 'cotto e mangiato', il cervello è l'organo del corpo umano più in disuso e disprezzato e con ragione, tanto c'è internet, facebook, twitter e compagnia bella, perchè perdere tempo ed energie a usarlo, dico bene? Non dico affatto di essere contrario in senso assoluto ad una presentazione a viva voce dei brani in programma, ma a patto che non si pretenda di sostituirla in toto a un programma di sala cartaceo, ne deve semmai costituire un'aggiunta, un'integrazione. Una presentazione verbale, per non correre il rischio di risultare prolissa e tediosa, deve per forza di cose essere più sintetica, veloce, superficiale, mentre un programma di sala ben redatto, può a volte costituire un vero e proprio saggio in miniatura, nel quale gli aspetti musicali trattati per ovvie ragioni più superficialmente se non addirittura sorvolati del tutto in una presentazione verbale, possono essere più approfonditi e stimolare la curiosità dell'appassionato in una maniera più compiuta, se poi si aggiunge che in certi casi può essere dotato anche di un corredo iconografico, di rimandi bibliografici e/o video-discografici, oltrechè di eventuali testi cantati, a volte di difficile reperibilità, con relative traduzioni, ecc. ecc., si capisce che sostituirlo integralmente con una presentazione verbale, non è esattamente la stessa cosa! Io stesso conservo tutt'ora, a distanza di tempo, la stragrande maggioranza dei programmi di sala delle varie esibizioni musicali alle quali ho assistito nel corso degli anni passati, consultandoli periodicamente. E poi non dimentichiamoci del fatto che 'verba volant, ma scripta manent', anche in un'era di chincaglieria tecnologica come l'attuale, teniamolo ben presente, mi raccomando! Va da sè che talvolta ci s'imbatta in programmi di sala sciatti, lacunosi, indecenti persino, ma proprio per questo chi di dovere si proponga eventualmente di migliorarli e non certo di farli sparire definitivamente, per rimediare ad eventuali buchi di bilancio, gli sprechi sono altrove, lo sappiamo bene tutti quanti! Ai miei simili, bipedi implumi, ribadisco che l'organo del corpo umano più importante è il cervello e non quello che vi ritrovate tra le coscie, chiaro? A buon intenditor ...
venerdì 25 ottobre 2013
Pancia e psiche.
Ovvero dell'impossibilità di conciliare le esigenze dell'una e dell'altra, almeno per quello che mi riguarda. Purtroppo le mie vicissitudini extra-musicali stanno nuovamente prendendo il sopravvento su tutto il resto, come era prevedibile. Essendomi a suo tempo volutamente allontanato dall'ambito delle mense per poveri, soprattutto per motivi psicologici, visto che non sono null'altro che l'anticamera della fine secondo la mia opinione, stante anche l'umanità alla deriva con la quale hai inevitabilmente a che fare, volente o nolente, tutti i santi giorni, con il conseguente senso di ineluttabile sconfitta e di deriva mentale che sopravviene, volendo anche solo simbolicamente dare una scossa alla mia patetica esistenza, uscendo dall'atteggiamento di passiva accettazione di un destino ingrato che ne costituisce la naturale conseguenza, ho deciso, dopo averlo meditato da parecchio tempo, di dare un taglio drastico a tutto ciò, anche perchè la faccenda mi procurava diverse crisi di nervi e di pianto. Ovviamente all'inizio la cosa non sembrava affatto così difficile, anzi ti sentivi più libero da condizionamenti vari, solo che avevo fatto i conti senza l'oste, ossia la mia pancia, per cui se dal punto di vista psicologico mi sembrava di stare leggermente meglio, lo stomaco rimbrottava a più non posso e avevo voglia a fare orecchie da mercante, naturalmente e giustamente, non voleva sentire ragioni e non poteva essere altrimenti. Senonchè, escludendo a priori per i summenzionati motivi l'idea di tentare di rientrare, per così dire, nel 'giro', ho cercato una sorta di compromesso, rivolgendomi a una delle tante associazioni di volontariato cittadine che, settimanalmente, distribuiscono cibo e indumenti alle persone bisognose. In effetti, anche grazie a uno sguardo in rete, non mi è stato difficile iscrivermi ad una di esse proprio in giornata, inoltre anche bussando ad altre porte, nonostante il periodo difficile, non ho avuto problemi ad ottenere risultati concreti sotto questo profilo, anzi troppa grazia Sant'Antonio! In questa maniera circoscrivendo la faccenda in ambito settimanale anzichè giornaliero, pensavo proprio di aver trovato un accettabile compromesso fra la pancia e la psiche, avendo l'ennesima conferma che, in condizioni d'indigenza, almeno qui in Bologna, cibo e vestiario sono problemi risolvibili con relativa facilità anche senza il bisogno di ricorrere alle mense e ad organizzazioni come la Caritas, quello che è irrisolvibile è il problema di sbarcare il lunario pagando tasse, bollette e gabelle varie, come facilmente intuibile. Ma a parte il problema che la maggior parte degli alimenti che ti danno è costituita da generi rapidamente deperibili come pane, frutta e verdura (d'altronde capisco che in questi casi non si può fare decisamente i difficili), mentre personalmente preferirei, per ragioni ovvie di praticità e comodità, più alimenti a lunga conservazione come pasta, riso, biscotti secchi e scatolame, presenti in percentuale assai più ridotta, tanto più che vivendo da solo non riuscirò certo a smaltire tutto il pane, la frutta e la verdura che copiosamente mi ritrovo in casa, prima che divenga inutilizzabile, nè conoscendo altre persone a cui donarlo a mia volta, questo sarebbe comunque un problema relativo, una quisquilia. Poichè purtroppo, anche il solo fatto di ritrovarmi una sola volta alla settimana, a far la coda in mezzo a questa umanità dolente nell'attesa della mia spettanza, sta già nuovamente mettendo in crisi la mia psiche, mi sento di nuovo addosso quel senso di sconfitta ineluttabile e senza appello, schizofrenicamente scisso in 2 persone, quella che va a far la fila in mezzo ai poverelli per prendersi la sua spettanza alimentare e quell'altra che, in questo momento, è seduta in una biblioteca pubblica cittadina, in un ambiente di persone normali e rispettabili, a vomitare queste scempiaggini sul mio blog. Tutto nella norma!
domenica 20 ottobre 2013
La generazione dell'ottanta.
Purtroppo non ho seguito con la dovuta attenzione gli altri 2 concerti che Radiotre ha trasmesso dalla Biennale Musica di Venezia, anche se quello di domenica 6 ottobre, con Les Percussions de Strasbourg, mi è parso alquanto lambiccato e discontinuo a livello di brani proposti, oltrechè parecchio accidentato sia per quanto concerneva il fallosissimo collegamento audio in diretta, sia a livello logistico, fra ritardi e spostamenti vari per ricollocare i musicisti da una sala all'altra (e a parte il fatto che, contrariamente a quanto affermato dai soloni di Radiotre, che favoleggiavano di 'tutto esaurito' a livello di pubblico, a ogni piè sospinto, giudicando a orecchio la consistenza uditiva degli applausi, non si aveva certo l'impressione di una folla oceanica, valendo ciò almeno anche per gli altri 2 concerti precedentemente trasmessi, ma si sa bene che qui tutto è relativo), la qual cosa per un concerto di musica contemporanea non è certo un bene, oltre che denotare preoccupanti carenze dal punto di vista organizzativo, mentre il concerto di lunedì 7, diretto da Andrea Pestalozza sul podio dell'Orchestra Regionale Toscana, mi è parso discreto ma non particolarmente esaltante. Ma è sul concerto di domenica scorsa, 13 ottobre, che ovviamente non ha nulla a che vedere con la rassegna veneziana, trasmesso da Milano, con l'Orchestra Filarmonica della Scala diretta da Gianandrea Noseda ed Enrico Dindo solista al violoncello, che mi vorrei soffermare con qualche banalissima riflessione. Innanzitutto aveva un gran bel programma, di quelli ahimè rarissimi, coi quali vado letteralmente a nozze, dedicato a 2 dei 4 compositori rappresentanti la cosiddetta generazione dell'ottanta, così detta per via del fatto che i suoi esponenti sono nati tutti intorno all'anno 1880, musicisti che hanno voluto affrancare l'Italia dall'egemonia del melodramma, contribuendo a rinnovare il panorama nostrano soprattutto nell'ambito della musica strumentale, vocale, da camera, orchestrale e al contempo proponendosi ognuno nella propria maniera di superare la tipica estetica del melodramma, nei loro lavori destinati al teatro lirico, aprendosi agli influssi di oltralpe e contribuendo a sprovincializzare il clima culturale nostrano, al contempo favorendo, sia pure con criteri pre-filologici, la riscoperta del nostro immenso patrimonio musicale soprattutto ma non solo del periodo barocco e tardo barocco, allora caduto praticamente nel dimenticatoio (c'è comunque da aggiungere che a fare da apripista nell'ambito della musica strumentale, vocale, da camera, si erano già in precedenza distinti compositori di vaglia come Giuseppe Martucci e Giovanni Sgambati, fortemente influenzati dal tardoromanticismo tedesco, per tacere dell'enorme contributo, non solo in ambito organistico di Marco Enrico Bossi, solo per fare qualche nome). Personalmente ho sempre avuto una particolare predilezione per queste 4 figure di musicisti che, per la cronaca, rispondono ai nomi di Alfredo Casella, Gianfrancesco Malipiero, Ottorino Respighi e Ildebrando Pizzetti, riservandomi, qualora superi il mio periodo difficile, di indagarne più a fondo le rispettive personalità, poichè soltanto in tempi molto recenti hanno ottenuto una considerazione critica più consona al loro intrinseco valore, oltre che una maggiore attenzione da parte del mercato discografico, con le ovvie benefiche conseguenze. Infatti ricordo fin troppo bene, ai tempi della mia gioventù, di quanto fosse estremamente arduo e frustrante reperire delle incisioni discografiche di questo tipo di repertorio, tra l'altro non sempre di livello artistico e qualità sonora ottimale, eccettuati i brani più arcinoti di Respighi, già allora reperibili in una pletora di edizioni, così come era difficilissimo ascoltare delle loro musiche, al di fuori delle stagioni sinfoniche delle allora esistenti 4 orchestre sinfoniche della Rai (di Roma, di Milano, di Torino e la 'Alessandro Scarlatti' di Napoli), per cui, rispetto ad allora, la conoscenza discografica delle loro musiche è senz'altro molto più facilitata oggidì, anche se ancora la loro opera non è stata sviscerata a fondo, questo non toglie che rispetto a 30 anni fa, siamo in un altro mondo. Ma torniamo al concerto di domenica scorsa, comprendente in apertura, la seconda delle 3 suite di antiche danze ed arie per liuto di Respighi, seguita dal concerto per violoncello e orchestra e, dopo l'intervallo, dall'ampia 2^ sinfonia di Alfredo Casella. Giustamente, durante il concerto e soprattutto nell'intervista concessa da Dindo nell'intervallo, di quanto il concerto per violoncello e orchestra di Casella, anticipi sorprendentemente gli analoghi lavori di uno Shostakovich, pur essendo stato composto molto tempo prima e precisamente fra il 1934 e il 1935, mentre il primo dei 2 concerti del compositore russo risale al 1959. Ma anche qualche radioascoltatore ha giustamente rilevato la cinematicità del carattere della 2^ sinfonia (dedicata da Casella al musicista rumeno George Enescu), pur essendo stata creata in un periodo in cui il cinema era ancora agli albori (1908/09), venendo peraltro diretta in concerto dallo stesso autore a Parigi alcune volte fra il 1910 e il 1911, cosa che lo indusse a revisionare il primo movimento proprio nel 1911 (la cui stesura originale è andata perduta), inoltre la partitura non venne edita, nè più Casella si peritò di riproporla al pubblico, per cui cadde nel dimenticatoio fino al 1991, quando venne riesumata. Singolarmente, per il terzo movimento, l'autore riutilizzò il secondo movimento, ovvero quello centrale, della sua precedente sinfonia ripartita secondo il modello franckiano in 3 tempi (mentre la 2^ è suddivisa in 4 tempi più un epilogo), ossia la 1^, composta nel 1905/06, del quale evidentemente doveva essere particolarmente soddisfatto, ma riorchestrandolo interamente e allungandolo leggermente di una battuta (peraltro anche la 1^ sinfonia non venne a suo tempo edita, cadendo anch'essa nel dimenticatoio e venendo riportata alla luce soltanto pochi anni fa, nel 2009). Sempre riguardo alla seconda sinfonia, egli stesso dichiarò di averne composto il secondo movimento sotto l'influenza di Balakirev e Rimski-Korsakov, quel che è evidente è che la partitura, nel suo complesso, pur con un evidente influsso mahleriano (di Mahler Casella fu uno dei più strenui sostenitori) e rimandi stilistici non solo ai 2 compositori russi testè citati, ma anche a Scriabin e Rachmaninov e pur, anche in questo caso, sorprendenti anticipazioni shostakoviciane, denota già una propria personalità in certo incedere e mobilità ritmica, oltrechè in certe soluzioni orchestrali, già tipiche del Casella maturo. Insomma, si tratta di musica che, tornando al concerto in questione, ha dimostrato di avere tutti i numeri per catturare positivamente l'attenzione del pubblico e che ci si augura di veder eseguita sempre più spesso in ambito concertistico, facendola definitivamente uscire dall'oblio in cui era ingiustamente caduta (parziale eccezione il brano relativamente più celebre di Respighi), quanto vorrei vederli più spesso simili programmi di sala nelle stagioni concertistiche delle varie istituzioni musicali! Ce ne sarebbero di autentici tesori da riscoprire in tale ambito! L'ho già detto e lo ribadisco per l'ennesima volta, così come non mi stancherò mai di farlo ad ogni occasione! / Secondo alcuni, ai 4 compositori della cosiddetta generazione dell'ottanta, ci sarebbe da aggiungere un quinto nome e ovviamente non solo per ragioni anagrafiche, ovvero quello di Franco Alfano, musicista peraltro ragguardevolissimo e ancora in attesa di adeguata rivalutazione critica, almeno secondo me (la sua maledizione, se così si può affermare, è stata quella di essere principalmente noto per il completamento del finale della 'Turandot' di Puccini, per giunta conosciuto principalmente nella sua stesura finale, scorciata per volere o forse proprio per mano di Arturo Toscanini, nell'intento di essere il più fedele possibile ai frammenti manoscritti di Puccini, se non fosse che la prima stesura del completamento di Alfano, che purtroppo non conosco, sia ritenuta assai più moderna, originale e teatralmente più credibile di quella usualmente conosciuta, peccato che questa primigenia stesura abbia goduto di pochissime esecuzioni pubbliche. E' chiaro comunque che conoscere Alfano solo per il completamento di questo finale, costituisca un'immagine altamente riduttiva e limitativa, volendone giudicare la statura artistica nel suo complesso), solo che, in questo caso, mi cominciano a venire dei dubbi, nell'opportunità di collocarlo, ossia di accomunarlo, agli altri 4 compositori. Proprio perchè questi ultimi avevano, ognuno alla propria maniera, un atteggiamento di reazione e di superamento nei confronti dell'estetica melodrammatica, mentre al contrario proprio nel melodramma Alfano si mise in luce, dapprima nel solco della cosiddetta giovane scuola di stampo veristico, ma con forti ascendenze pucciniane ("Risurrezione", dall'omonimo romanzo di Lev Tolstoi), approdando soltanto in seguito a una sintesi originalissima e personalissima fra istanze melodrammatiche e una modernità al passo con quello che accadeva oltralpe ("La leggenda di Sakuntala", straordinario lavoro di estrema complessità timbrica e armonica, soprattutto nella sua versione originale del 1921, forse il capolavoro assoluto di Alfano, ma anche il lavoro grazie al quale fu prescelto proprio da Toscanini medesimo per procedere al completamento del finale della "Turandot" pucciniana, avendo in comune con quest'ultima l'ambientazione orientaleggiante, nel quale il musicista riesce a traghettare pienamente il melodramma nostrano, pur fra influssi straussiani, debussiani e raveliani, in una dimensione moderna perfettamente al passo coi tempi aliena da qualsivoglia provincialismo), arrivando successivamente a includere elementi neoclassici nella sua opera "Cyrano de Bergerac", dall'omonimo romanzo di Claude Rostand, nondimeno il nostro si è prodotto con risultati notevoli anche nel campo della musica strumentale, da camera, vocale (notevolissime le "Nuove liriche tagoriane" per soprano e orchestra) e sinfonica, ma purtuttavia arrivò a sviluppare la sua personalissima concezione di modernità per l'appunto partendo dal melodramma, anzichè porvisi in contrapposizione decisa come fecero Casella, Malipiero, Pizzetti, Respighi, nei loro lavori destinati ai palcoscenici teatrali, per cui non riterrei opportuno accostarlo a questi ultimi come qualcuno vorrebbe fare, mi sembrerebbe oltremodo fuorviante, ma questa è comunque una mia opinione personale. / Il concerto milanese di Noseda, con musiche di Respighi e Casella, mi sta inducendo, in questi giorni, ad ascoltare e anche riascoltare diversi dischi comprendenti musiche di questi autori, portandomi a fare una piccola scoperta che ritengo sorprendente e quindi meritevole di essere sottoposta all'attenzione altrui, ovvero l'elegia eroica per grande orchestra, composta da Casella nel 1916 alla memoria di un soldato morto al fronte della Grande Guerra e presentata in pubblico nello stesso anno, brano fra i più tesi ed estremi del compositore torinese, con frequenti dissonanze e passaggi dodecafonici, ma che si conclude, dopo toni concitati, in tempo lento, tranquillo apparentemente ma con un che di sospeso e angoscioso, caratterizzato, poco prima della fine, dall'emergere, come da misteriosa, remota, distanza, dal canto sommesso della tromba acuta su un tappeto di archi, enunciante l'inno nazionale "Fratelli d'Italia", chiaramente discernibile ma al contempo spoglio di qualsivoglia retorica, anzi con un che di sinistro, spettrale e al contempo suggestivo substrato, da cogliermi letteralmente di sorpresa, non avendo in quel momento ancora letto le note di commento del libretto interno del disco dove successivamente ne ho trovato conferma, rimanendo assolutamente stupefatto dalla bellezza del risultato complessivo, veramente degno di un genio, visto che di per sè il nostro inno nazionale è di una bruttezza assoluta, per cui riuscirlo, come fa qui Casella, a renderlo addirittura suadente, è qualcosa che ha assolutamente dell'incredibile, secondo me. Prova ne sia il fatto che, all'epoca, il pubblico in sala rimase silente al termine dell'esecuzione, come testimoniato da una cronaca del tempo del letterato e scrittore Bruno Barilli, il quale afferma che soltanto lui e alcuni amici letterati e musicisti, osarono applaudirlo timidamente, ma più per solidarietà verso il compositore che per reale comprensione, poichè nessuno dei presenti ne aveva recepito l'essenza, anzi per rianimarsi da tale silenzio tombale, si erano messi tutti a tossire e rumoreggiare. Tutto nella norma! Per la cronaca il brano in questione è contenuto in un cd della Naxos comprendente anche la 3^ sinfonia, interpretato dall'Orchestra Sinfonica di Roma, diretta da Francesco La Vecchia, di facile reperibilità, per cui se ci si vuole togliere la curiosità, basta poco e ne vale assolutamente la pena! / Purtroppo la notizia letta sulla rivista "Audio Review" di qualche tempo fa, relativa al ritorno della casa discografica Bis sul mercato nostrano e della riapertura del distributore Codaex, recentemente fallito, era una bufala, pazienza! / In questi giorni, stante le mie a dir poco disastrate condizioni economiche, ho installato sui miei computer, gli antivirus gratuiti, visto che anche quello è un lusso che non mi posso più permettere, ma fino a questo momento non me ne sento molto penalizzato, per cui spero di poter continuare tranquillamente come prima, a scrivere le mie facezie in questa sede. Se si potesse risolvere in maniera simile anche il resto, ma non chiediamo troppo alla sorte e cerchiamo di tenere botta in qualche maniera, in barba anche al clima metereologico uggioso quant'altri mai, che contribuisce a peggiorare il mio umore! Alla prossima!
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