O per intenderci, la cosiddetta "vintage hi-fi", per i più raffinati (solo che io, per la serie "parla come mangi"...), fatto sta che, il destino, o caso che dir si voglia, ha portato a suo tempo, anche il sottoscritto, ad aggiungersi alla schiera di persone che si dedicano saltuariamente a recuperare vecchi apparecchi stereo, reperiti nei luoghi più improbabili (a parte l'esborso, per una manciata di euro, per un paio di piastre di registrazione a cassette a 3 testine del 1990, una Teac V-680 ed una Technics RS-B765, avvenuto tempo addietro in un mercatino dell'usato locale), cosa che nemmeno lontanamente mi sarei immaginato di fare, ma tant'è! La faccenda ha avuto inizio un paio d'anni fa circa, quando, una mattina, incidentalmente m'imbatto, nei paraggi di un cassonetto di via Belle Arti, in un giradischi Thorens Td-115mk2 del 1982, danneggiato nel coperchio, ma per il resto integro, che naturalmente porto a casa, risistemandolo e ripulendolo; più di recente, nella parrocchia dove faccio volontariato, dapprima pesco, in un locale all'interno, adibito a biblioteca, un multilettore cd "a carosello" Nad 505 del 1992, in uno stato accettabile anche se un poco sporco ed impolverato (sfortunatamente privo del suo telecomando originale, così come delle chiavette di bloccaggio della meccanica in caso di trasporto dell'apparecchio, che dovrebbero esservi alloggiate inferiormente), ed infine, roba di pochi giorni fa, sgomberando il cortile da una parte del ciarpame che lo occupa, ecco affiorare, fra vecchie casse acustiche muffe ed infradiciatissime, anche un amplificatore integrato stereo, di fabbricazione giapponese, anch'esso sporco, ma in condizioni apparentemente più che decenti, un Aurex by Toshiba SB-A60, oggetto delle mie attuali cure casalinghe, con tanto di libretto d'istruzioni in buono stato, pur se un poco stropicciato, comprendente persino la traduzione in lingua italiana, anche se un tantino zoppicante, il tutto contenuto in una sorta di fodero, a sua volta cacciato dentro in uno scatolone infradiciato, che originariamente conteneva una piastra di registrazione Technics (purtroppo ho dovuto proprio buttare via, invece, un vecchio lettore cd Philips CDP-380, che aveva la meccanica che si rifiutava di riprodurre i dischetti, sito nello stesso locale dove ho preso il Nad). Lo stesso responsabile che mi assiste nel mio volontariato, sapendo che ho già un impianto stereo in casa, resta perplesso dal fatto che dedichi del tempo a simili quisquilie e forse avrà anche ragione lui, ma probabilmente uno dei sintomi più gravi ed evidenti del fatto di essere diventato, progressivamente ed inesorabilmente, anch'io un "impallinato", ossia un fanatico di musica ed audiovisivo, è proprio che mi piange il cuore di vedere un apparecchio vecchiotto, economico ma di marca, abbandonato solingo a un gramo destino, per cui mi perito, sia pure con le mie limitatissime capacità tecnico-manuali, di cercare di ridonargli una seconda vita, se ritengo, dopo un primo, succinto esame sul luogo, che possa valerne la pena (al contrario, da un vecchio giradischi sgangherato precedentemente emerso dalla medesima massa informe di ciarpame, l'unica cosa che ho potuto salvare, oltre al centratore per i dischi a 45 giri, è stata la testina, una vecchia Excel ES-70S, risalente all'incirca al 1974, che intendo montare sul braccio del Thorens summenzionato), se si tiene conto poi che certe operazioni di recupero, le ho già effettuate con dei dischi in vinile, penso s'intuisca facilmente che sono completamente in preda a un "morbo" che non lascia scampo alcuno, oramai sono un "malato terminale", non c'è pezza che tenga, ahimè! A parte la faccenda che, ovvia conseguenza del mio delirio maniacal-patologico, il mio appartamento si sta sempre più ingombrando minacciosamente di marchingegni, ordigni vari che sbucano da ogni pertugio, a cui si aggiunge anche il fatto di una mia amica, la quale, ogni qualvolta che si ritrova col dischetto imprigionato nel lettore, chiede ovviamente soccorso al sottoscritto, con questo direi che il quadro è pressochè completo: sono un individuo decisamente "irrecuperabile", è acclarato! Nelle mie ricerche su internet di notizie, dati tecnici e immagini dei gingillini che recupero, a parte la pessima nomea di cui sembra che goda il Thorens da me ripescato, che mi sembra un tantinello esagerata, mi sono accorto anche che, riguardo all'Aurex/Toshiba, prodotto nel 1980, gli scarni dati tecnici riportati sui vari siti, sono incompleti, errati e fuorvianti, per cui mi sembra utile, con l'ausilio dell'originale libretto d'istruzioni, dare conto di quelli corretti, ufficiali del produttore.--- Amplificatore integrato stereo Aurex by Toshiba SB-A60, numero di serie 09730239/Caratteristiche tecniche: a) Generali - Alimentazione: 220V/50Hz per l'Europa, 240V/50Hz per l'Inghilterra e l'Australia - Consumo di corrente: 340 W - Peso: 6,6 kg. - Dimensioni (L x A x P): 420 x 110 x 285 mm.; - b) Amplificatore - Potenza continua da 20 Hz a 20 kHz, con entrambi i canali funzionanti (RMS): 42 W x 2 (su 4 ohm), 40 W x 2 (su 8 ohm); ad 1 kHz, con entrambi i canali funzionanti: 44 W x 2 (su 4 ohm), 42 W x 2 (su 8 ohm) - Distorsione armonica totale (THD): 0,08% (alla potenza nominale, su 8 ohm) - Risposta in frequenza sezione preamplificatrice: 5 Hz-100 kHz (+0,-3dB) - Larghezza di banda della potenza (IHF): 10 Hz-35kHz (-3dB) - Rapporto S/R (pesato A): 95 dB (TUNER, TAPE, AUX), 75 dB (PHONO) - Sensibilità d'ingresso/impedenza: PHONO; 2,5mV/47Kohm - TUNER, TAPE, AUX; 150mV/47kOhm - MIC; 0,09mV/47kOhm; - Livello d'uscita: TAPE REC, 150mV; - Controlli di tono: BASSI (a 100 Hz), +/-8dB; ACUTI (a 10 kHz), +/-8dB; - Ingresso PHONO, risposta in frequenza: da 20 Hz a 20 kHz, +/-0,5 dB (equalizzazione RIAA); accettazione dinamica: 150 mV ad 1 kHz (RMS); - c) Altro: attenuazione audio (fade out) di circa -40 dB; impedenza diffusori tollerata (A, B, A+B) da 4 a 16 ohm; ingresso microfonico monoaurale (MIC), miscelabile con le altre fonti sonore; sezione finale accoppiata in corrente continua. // Direi proprio che siano le tipiche caratteristiche di un decoroso integrato del periodo, anch'io all'epoca possedevo un Technics SU-V2A, della serie "new Class A synchro-bias", di caratteristiche non troppo dissimili, i dati di targa della potenza in uscita del Toshiba, con differenze trascurabilissime fra quelli a 20hz-20khz ed a 1khz, così come fra quelli a 4 ed 8 ohm, farebbero pensare ad evidenti limitazioni nel dimensionamento della sezione di alimentazione, così come ad un intervento decisamente prudenziale delle protezioni, anch'esso classico dell'epoca in questa categoria di apparecchi, di potenza impulsiva o dinamica che dir si voglia, manco a parlarne ovviamente, inoltre il consumo di corrente dichiarato è sensibilmente superiore a quello di un prodotto odierno che, con simili caratteristiche, consumerebbe sì e no un decimo, per contro, riguardo al pilotaggio dei diffusori acustici, si dava scarsa o nulla importanza a parametri come il fattore di smorzamento, o la capacità di erogare corrente a basse impedenze (carico limite); troppa importanza si dava invece al tasso di distorsione, portato a livelli bassi con massiccio impiego della controreazione ed all'accettazione dinamica o sovraccarico dell'ingresso fono, portata, come in questo caso, a livelli troppo elevati e dai benefici inutili, all'atto pratico, anche perchè, come dimostrato da certe riviste specializzate, la cartina di tornasole per verificare le effettive capacità dinamiche di uno stadio phono, era costituita non da questo parametro ma dapprima dal test dell'onda quadra (Q20), poi dalla Tim 100 ed infine dalla Tritim, che ne dava una rappresentazione grafica tridimensionale. Quello che invece rimpiango degli amplificatori economici dell'epoca è la presenza degli indicatori di potenza separati per canale (ad ago, a led come nel Toshiba o fluorescenti come nel Technics da me posseduto), così come la presenza del commutatore di modo (stereo/mono), che chissà perchè, qualche bello spirito ha deciso successivamente, in pratica, di abrogare quasi completamente, in questo tipo di apparecchi, ma anche il compensatore fisiologico o "loudness" ed il filtro subsonico, mi sembra che stiano diventando anch'essi una rarità, sui prodotti attuali. Certo a tradire l'epoca di apparecchi come questo Toshiba, ci sono anche i piedini di appoggio, assai più miserrimi degli standard attuali, così come i morsetti per i diffusori, del tipo economicissimo a molla e perciò privi dei tappi di sicurezza imposti dalle normative attuali ( per giunta, uno di questi, precisamente il "negativo" destro 'nero' della coppia A, tende ad impuntarsi una volta aperto, perlomeno sull'esemplare in questione, faccenda comunque non troppo preoccupante), che accettano soltanto cavi con terminazioni spellate e non di certo con connettori tipo banane, bananine, forcelle e compagnia bella. Ad ogni buon conto, osservandone l'interno, ho notato una costruzione in linea col periodo e con la categoria economica di appartenenza, cioè discretamente ordinata, robusta e razionale, sia pure con qualche cavo volante di troppo e col tipico trasformatore di alimentazione a lamierini e i 2 condensatori della sezione finale, in ambo i casi di dimensioni superiori a quel che mi sarei aspettato, pur senza strafare, inoltre non ho rilevato la presenza dei famigerati "power pack", anch'essi assai frequenti sugli apparecchi economici dell'epoca, almeno a quanto mi sembra (per contro, sullo stadio fono, c'è un solo piccolo operazionale per entrambi i canali), le piastre dei circuiti stampati sono fissate con viti ramate, robusto ed adeguatamente dimensionato il dissipatore del calore; ho però trovato un poco fragile e deboluccio, il pannello retrostante, quello dove sono alloggiate le varie prese di collegamento, si direbbe fabbricato con una sorta di fòrmica persino un poco sbriciolabile, che tradisce decisamente l'economicità della concezione progettuale del manufatto. All'assenza dei ponticelli colleganti i terminali PRE OUT/MAIN IN dell'integrato (almeno nell'esemplare in mio possesso), finiti chissà dove, ho ovviato con l'inserzione di un normale cavo audio stereo, almeno per il momento. Non ho ancora condotto una prova d'ascolto approfondita dell'oggetto, mi sono fino ad ora limitato, con l'ausilio di una cuffia Audio-Technica ATH-AD500, a saggiare grossolanamente la rumorosità intrinseca degli ingressi audio a vuoto, anch'essa comunque sensibilmente maggiore di quella di un qualunque apparecchio odierno, com'era da supporre, notando che i tasti di commutazione degli ingressi audio producono dei piccoli transitori udibili, alla loro attivazione, anche se non a livelli di guardia. Da detto apparecchio mi aspetto perciò un suono non troppo dissimile da quello del Technics che utilizzavo a quei tempi e quindi non certo sonorità particolarmente dinamiche, definite, brillanti ed incisive come un moderno esemplare (e nemmeno come il mio attuale Marantz PM6010OSE/KIS, che peraltro conta già 14 primavere), anche perchè 34 anni non sono certo pochi in termini di progresso tecnologico, i dischi ottici (cd, dvd, sacd, bd, ecc.) erano ancora di là dal venire, ma ad ogni buon conto non si sa mai, le sorprese, magari piccole, non sono mai da escludere, almeno in questo campo. Vedremo e soprattutto, udremo............ Certo è che gli effluvi prodotti da tutti questi disossidanti e detergenti per apparecchiature elettroniche, che sto utilizzando copiosamente, intanto mi stanno producendo una grossa emicrania, speriamo solo che ne valga la pena!
Disquizioni intorno alla musica colta, con particolare riferimento alla realtà contemporanea.
venerdì 3 ottobre 2014
venerdì 26 settembre 2014
Notturno svelato.
Era veramente da una vita che mi stavo chiedendo chi fosse l'autore di quella che era, illo tempore, la sigla di chiusura dei programmi televisivi dei bei tempi andati, almeno per noi vecchi matusa, per fortuna ci ha pensato un concerto dell'attuale orchestra Rai diretta da Pietro Mianiti, con la partecipazione, nella 2^ parte, del pianista Danilo Rea, avvenuto il 3 settembre all'Auditorium "Toscanini", in occasione del 60° anniversario dall'inizio ufficiale delle trasmissioni televisive italiane, tutto dedicato alle sigle televisive "storiche" di Mamma Rai, trasmesso in differita televisiva il 25 su Rai 5 (nota stonata: ma perchè farne coincidere la messa in onda, proprio con la quasi contemporanea diretta su Radiotre, del primo dei concerti della nuova stagione dell'orchestra? Mistero!), a risolvere questo ed altri piccoli misteri che ci attanagliavano il cervello, fin dalla più tenera età. Si trattava, per l'appunto, di un brevissimo notturno, composto appositamente per la bisogna, da un certo Roberto Lupi, fiorentino (chissà perchè mia madre si ostinava a confonderlo con quello di Martucci, del tutto diverso e ben più esteso). E che dire del celeberrimo "intervallo", caratterizzato dall'immagine fissa di un gregge di pecore (chissà mai perchè tale scelta? Velata allusione ad una certa propensione nostrana?), con in sottofondo la toccata (originale per clavicembalo, arrangiata a suo tempo per sola arpa e successivamente riarrangiata nell'attuale veste, appositamente per questo concerto) per arpa (solista Margherita Bassani) ed archi in la magg. di Pietro Domenico Paradisi (io però ricordo al posto delle pecore, talvolta, anche una serie di immagini panoramiche di varie città italiane, con una musica più lenta, credo fosse una sonata sempre originariamente per clavicembalo di Haendel, trascritta appositamente anch'essa per arpa, ma qui il mistero permane), sulla cui effettiva paternità mi sono trovato talvolta a disquisire in precedenza? Tutto sommato è stato un concerto insolito ed intrigante, diretto efficacemente da Mianiti (nonostante qualche confusione, a tratti, a livello di appiombo ritmico, da parte dell'orchestra), anche se con una prima parte, quella dedicata ai brani di musica classica utilizzati dalla tv (comprendente il finale dal 4° atto del "Guglielmo Tell" di Rossini - usato come sigla dell'inizio delle trasmissioni -, l' aria sulla 4^ corda, dalla suite n.3, di Bach - sigla di "Quark" -, estratti dal poema sinfonico, ovvero la parte finale da "Les Préludes" di Lizt - sigla di "Almanacco" - , la suddetta toccata di Paradisi, la "danse russe" da "Petrouchka" di Stravinski - sigla dell'omonima trasmissione, guaardacaso condotta proprio da quel Michele Dall'Ongaro, autore della presentazione del concerto -) , forse un po' troppo breve, omettendo almeno una "citazione" del "Sacre" stravinskiano (precisamente la "danza degli adolescenti", tratta dalla prima parte del balletto: "L'adorazione della terra"), utilizzato come sigla di "Orizzonti della scienza e della tecnica", e del primo movimento del 2° concerto per pianoforte ed orchestra di Rachmaninov, impiegato per "La storia siamo noi". Per contro, nella seconda parte, dedicata alle sigle e intersigle appositamente realizzate per la tv, il più delle volte non ne veniva menzionato l'autore originario, a parte Nino Rota per "Il giornalino di Giamburrasca" e Fiorenzo Carpi per "Pinocchio", oltre a un vago accenno per Ennio Morricone e Gervasio (a parte il fatto che, fra gli autori di sigle di quel periodo, figuravano anche Carlo Alberto Pizzini, Egisto Macchi e Giorgio Gaslini, se non erro). Peccato, si è persa un'occasione, mi sarebbe tanto piaciuto di sapere quali erano gli autori di "Carosello", "Rischiatutto", "Canzonissima", "Settevoci", "Studio Uno", "Tv7", "Mixer", "Tribuna Politica", "Chi l'ha visto?", "Indietro tutta!" (da quel che ho capito, pare che la parte vocale del "Cacao Meravigliao" fosse originariamente interpretata da Leda Cortellesi), "Scaramouche" (Domenico Modugno), "Ufo robot", "Spazio 1999", "Sandokan", "Il segno del comando", "Telegiornale", "Le previsioni del tempo" (Claude-Achille Debussy), "Almanacco del giorno dopo", "90° minuto", citando alla rinfusa, anche se in realtà questa seconda parte era organizzata in 4 sezioni distinte, collegate fra di loro dalle improvvisazioni jazzistiche (in una di queste, mi è parso di avvertire anche una brevissima citazione del 3° movimento del concerto per pianoforte di Gershwin) complessivamente niente affatto malvagie di Danilo Rea (la suddivisione esatta era la seguente, in 4 miscellanee tematiche alternate alle libere improvvisazioni di Rea: - Il varietà: Studio uno / Canzonissima / Sette voci / Indietro tutta!; - Le trasmissioni storiche: Tv Sette / Rischiatutto / Chi l'ha visto? / Almanacco del giorno dopo / Mixer / Tribuna politica / 90° minuto; - I grandi sceneggiati e non solo: Sandokan / Il segno del comando / Pinocchio / Il giornalino di Gianburrasca / Scaramouche / Ufo robot / Spazio 1999; - Le intersigle: Telegiornale / Carosello / Che tempo fa / La tv dei ragazzi / Eurovisione / Fine delle trasmissioni) , a parte alcuni "svolazzi" di troppo, il quale alla fine ne ha concessa un'ulteriore come bis (basata sulla celebre canzone di Mina, "Parole, parole, parole", sigla della trasmissione televisiva del 1972, "Teatro Dieci", ma anche con una citazione finale della -censuratissima all'epoca - canzone di Fabrizio De André, "Bocca di rosa"), a cui ha fatto seguito l'ulteriore bis di orchestra e direttore che hanno ripetuto, a furor di pubblico, "Ufo robot / Spazio 1999". Sopportabili le presentazioni del logorroico Michele Dall'Ongaro ed un bravo all'arrangiatore responsabile delle trascrizioni ed elaborazioni, presente in sala con la moglie, Andrea Ravizza, che ha messo insieme il materiale musicale di questa 2^ parte del concerto, piuttosto vario ed eterogeneo, conferendogli una certa credibilità e dignità esecutiva. Mi limito a rammentare, per quelli di scarsa memoria o che non avessero visto o assistito al concerto che, la sigla di inizio trasmissioni televisive, era costituita da un'arrangiamento per sola orchestra (forse ad opera del direttore d'orchestra Mario Rossi?) del finale dal "Guillaume Tell" di Rossini, che la sigla di "Almanacco" era tratta da "Les Préludes" di Lizt, che quella dell' "Eurovisione" è tutt'ora il "Te Deum" di Marc-Antoine Charpentier, quella di "Quark" è la celeberrima "aria sulla 4° corda" dalla suite n.3 di Bach, quella di "Petrushka" è ovviamente tratta dall'omonimo balletto stravinskiano. Allargando la faccenda anche alle trasmissioni radiofoniche, nessuno si ricorda più della sigla di "Tutto il calcio, minuto per minuto" su Radiouno, costituita da un brevissimo frammento del poema sinfonico "Rugby", di Honegger? Ragazzi, che nostalgia! Mi sovvengo ora degli sceneggiati televisivi "Cristoforo Colombo" e "Michelangelo", con le musiche di Ritz Ortolani, del fatto che quelle composte per il celebre documentario di Sergio Zavoli su un convento di suore di clausura, realizzato verso la fine degli anni '50, erano nientepopodimenoché di Ildebrando Pizzetti.... / P.S.: penso che non sarebbe un'idea affatto malvagia, se ci si decidesse ad immettere in commercio in video, sotto forma di bd o dvd, questo bel concerto dedicato alle sigle storiche della televisione, stante l'evidente gradimento sia del pubblico in sala che, successivamente, anche del pubblico radiotelevisivo, testimoniato anche dagli sms giunti a Radiotresuite, la sera di San Silvestro, dopo la differita radiofonica. Ascoltando l'intervista telefonica fatta precedentemente alla messa in onda, da parte del conduttore al direttore d'orchestra, Pietro Mianiti, da una frase di quest'ultimo, ne ho dedotto che, anno più anno meno, deve avere all'incirca la stessa età anagrafica dello scrivente, quasi cinquantatreenne, ma guarda un po'...
domenica 14 settembre 2014
Un pateracchio ibrido o (S)concerto del 2 agosto in Piazza Maggiore.
D'accordo che quest'anno ricorresse il ventennale del "Concorso Internazionale di Composizione 2 Agosto", che si volesse rimarcarlo facendo qualcosa di diverso dal solito, aggiungendo alla consueta diretta su Radiotre e relativa differita televisiva su Rai Tre, anche la diretta televisiva su Rai 5 (con replica la domenica pomeriggio e ripresa in alta definizione), solo che il risultato finale mi è parso uno strambo ibrido fra "Concerto del 2 Agosto", "Il Cinema Ritrovato" e "Cinema sotto le stelle" (guardacaso prolungantesi, proprio quest'anno, per la prima volta, fino al 14 agosto, anzichè terminare come al solito, il 30 luglio), snaturando così il carattere originario della manifestazione, già peraltro snaturatasi parecchio per conto suo, in precedenza. A sottolineatura di ciò, basti pensare che il direttore d'orchestra esibentesi quella sera, assieme all'orchestra del Comunale, stavolta trattavasi proprio di quel Timothy Brock, aduso alle colonne sonore dei film del passato, tanto più che, sfogliando l'opuscolo del programma della serata di sabato 2 agosto, si evince chiaramente che il tutto avveniva sotto l'egida della Cineteca di Bologna. E già, perchè come sottolineato dalle note introduttive del programma vergate da Fabrizio Festa, direttore artistico della manifestazione, il tema proposto ai concorrenti di quest'anno, era incentrato sulla relazione fra le immagini in movimento e la musica, pensate che originalità! A parte il fatto che 'sinfonizzare', come brano introduttivo, fuori concorso, una canzone di Claudio Lolli (tipico sottoprodotto del più becero cantautorato pseeudo-impegnato sinistrorso, ma quanto mi stanno sulle balle questi cavoli di cantautori, "impegnati" soprattutto a rimpinguarsi il portafoglio, alla facciaccia di noi poveri disgraziati!), "Piazza, bella piazza", con l'arrangiamento e l'orchestrazione di tal Michele Corcella (fra gli ex vincitori del suddetto concorso, credo), a commento di immagini estratte da un breve documentario del '74 sulla tragedia dell'Italicus, mi sembra una fantozziana "cagata pazzesca", tantopiù che all'ascolto, si capiva che l'orchestra sinfonica, in un tale scombinato contesto, ci stava letteralmente come i cavoli a merenda, inoltre ravvisai già nelle prove del concerto, svoltesi la sera prima in piazza, un retrogusto nauseantemente sanremese (e difatti ti leggo nell'opuscolo che, la voce solista, un certo Mario Rosini del quale non sapevo alcunchè, o beata ignoranza, nel 2004 si sarebbe classificata al 2° posto proprio al famigerato Festival di San Remo, poveri noi!). Anzi, la sera prima del concerto, proprio durante le prove, senza volerlo, commisi una gaffe, della quale peraltro non mi dolgo minimamente, poichè parlando col mio cosiddetto "vicino di poltrona", dissi chiaro e tondo che, secondo me ai membri (!) dell'Associazione Familiari delle Vittime del 2 agosto, non importava un fico secco delle musiche che vengono eseguite, stante la loro totale incompetenza in materia, ma che presenziavano alla cerimonia unicamente per motivi politici d'immagine, salvo rendermi conto, a posteriori, che avevo parlato proprio con uno di loro, comunque sia non me ne pento affatto! Se penso anzi al clima generale da becera scampagnata che ha attanagliato sovente questa manifestazione in passato, rammento alcune dirette allucinanti su Radiotre, quando abitavo a Cesena, con sottofondo di bambini strillacchianti e strombazzamenti e berciamenti vari; in particolare, nel '97 mi sembra, ai tempi della giunta Guazzaloca, sentir proferire, ai microfoni di Radiotre, dall'allora vice-sindaco Salizzoni, la frase: "Stiamo 'festeggiando' (anche in questo caso, senza volerlo, con questa 'gaffe' stava dicendo la verità) la ricorrenza della strage del 2 agosto, cioè volevo dire 'celebrando'...", veramente una chicca sublime che esemplifica l'autentica essenza della manifestazione, poichè, diciamocela veramente tutta, delle vittime non gliene frega un accidente a nessuno, ma tanto è tutto nella norma! Ma veniamo alla musica, complessivamente gradevole ma nulla più, nei limiti intrinseci di una onesta colonna sonora, dei 3 brani vincitori del concorso, peraltro non c'è molto da dire al riguardo, vista la modestia dell'assunto. Effettivamente, il 'migliore' della serata, se così si può dire, è risultato il brano, 1° classificato, del compositore polacco Beniamin Baczevski (classe 1991), che accompagnava un bislacco cortometraggio orrorifico muto "colorato" francese del 1907, "Le spectre rouge", di 9 minuti, una sciocchezzuola gradevole ma niente di più, brano che dimostrava, rispetto agli altri 2, almeno una maggior 'grinta' compositiva, pur con certi scimmiottamenti alla "James Bond/John Barry", gli altri, di piacevolezza ancora più ordinaria e slavata, erano del francese Matthieu Lechovski, 3° classificato (classe 1978), tipica musica della serie "carino ma dimenticabile", per il cortometraggio comico italiano del 1913, in bianco e nero, "Duello allo Schrappnell", di 10 minuti, altra non più che gradevole sciocchezzuola cinefila/cinofila d'antàn, ed infine il brano, dal titolo "Atticus", dello statunitense Kyle Hnedak, 2° classificato (classe 1993), per il cortometraggio di animazione "astratta" (sic!) computerizzata "Basmati" (nulla a che vedere con l'omonimo riso, purtroppo, anzi, a differenza di quest'ultimo, decisamente indigesto!), della durata di 5 minuti ("La brevità, gran pregio!", come dice uno dei personaggi de "La bohéme"), credo anch'esso realizzato appositamente per l'occasione (e non certo prodotto nel 1907, come erroneamente indicato nel programma, dalle cui note, tronfie ed enfatiche, si evince facilmente che trattasi comunque di una 'boiata pazzesca'!), musica che, dopo un inizio discretamente intrigante, non mantiene quanto promesso nel prosieguo, banalizzandosi e impoverendosi alquanto. Arriviamo così al brano conclusivo della serata, anch'esso fuori concorso, anzi, un "progetto" (e che palle, non ne posso veramente più dell'abuso che si fa di tale parola, sorta di foglia di fico per giustificare tutte le più riprovevoli castronerie!!!!), come ci si premura di specificare nell'opuscoletto del programma, definiamola pietosamente una sorta di composizione collettiva, ad opera dell'ennesimo, sedicente gruppuscolo di "pseudo-ricerca elettronica", denominato MaterElettrica, "impreziosita", si fa per dire, nuovamente, dall'apporto del prezzemolino sanremese Rosini, ovviamente in prima (ed ultima, statene certi!) assoluta, a supporto delle immagini di un altro brutto cortometraggio di animazione "astratta" (arisic!) computerizzata (sarò io che non ne capisco un'acca?), dal titolo "Flames", pure questo in prima/ultima assoluta, che, visto il consesso di "ingegni" chiamato a realizzarlo, volendo usare un pietosissimo eufemismo, si può solo dire che la montagna ha partorito un topolino, smunto, smagrito e miserello, per giunta, sia riguardo al filmato che alla musica! Quanto all'orchestra ed al direttore, una volta detto che la resa esecutiva dell'intero concerto era adeguata alla bisogna, si è detto veramente di tutto e di più! / Nel pomeriggio di domenica 3, dopo aver visto la replica televisiva del concerto su Rai 5, mi sono sciroppato anche il susseguente documentario sul ventennale della manifestazione, in realtà un semplice montaggio di spezzoni di concerti degli anni precedenti, che mi confermavano il livello alquanto altalenante della manifestazione, con frequenti e preoccupanti cadute verso il basso, senza che da tutto ciò ne sia mai partorito uno straccio di capolavoro assoluto, al massimo si è talvolta giunti a qualcosa di gradevolmente decoroso, ma nulla più, costante essendo la cronica mancanza di qualsivoglia originalità stilistica da parte di tutti i compositori partecipanti, ma forse, visto l'assunto di partenza, sarebbe impossibile pretendere altrimenti! Di sicuro, l'unica cosa che accomuna tutti i brani eseguiti nell'arco di un ventennio, è che la loro 'prima assoluta' è stata anche l'ultima, non potendo essere altrimenti, il che la dice tutta sulla effettiva validità di tale manifestazione! Soldi, pubblici e non, come sempre buttati e tutto sempre stramaledettamente nella norma, ma in fondo, ce lo meritiamo anche, branco di beoti incompetenti che altro non siamo! E vai col becerume! Così è l'Italia e così vanno le cose anche in quel di Bologna!
sabato 6 settembre 2014
Sentieri selvatici e antipastini vari.
Non si può considerare un vero e proprio cineconcerto, quello avutosi la sera di mercoledì 16 luglio in Piazza Maggiore, a Bologna, nell'ambito della rassegna "Sotto le stelle del Cinema", poichè la parte prettamente "musicale" si riduceva a una sorta di antipasto, di una ventina di minuti scarsa, ad un lungo documentario/intervista su un vecchio campione automobilistico della Formula Uno, sul quale sorvolo. L' "antipasto", per l'appunto, era costituito dal cortometraggio "Le ballet mécanique" di Fernand Léger (Francia/1924), per il quale il compositore americano George Antheil scrisse la musica, peraltro già vistosi qualche anno fa nella stessa sede, con la differenza che allora la partitura venne eseguita nella revisione orchestrale del 1952, dall'orchestra del Comunale diretta da Timothy Brock, mentre nella presente occasione si è fatto ricorso alla versione originale per organico ridotto con l'apporto del complesso "Sentieri Selvaggi" diretto da Carlo Boccadoro. Anzi, a voler essere pignoli, con un organico per la verità anche più ridotto dell'originale, come confermato dalla cartolina "accompagnatoria" distribuita, come usuale, ben prima dell'inizio dello spettacolo, poichè la partitura originale prevederebbe 16 pianoforti a rullo, un gruppo di percussioni, 2 pianoforti "normali", 1 sirena, eliche d'aereo e campanelli elettrici, mentre l'effettivo organico impiegato in questa occasione si riduceva a 4 pianoforti, percussioni (2 xilofoni, 1 glockenspiel, 5 timpani, 2 campane elettriche, 1 gong, 1 piatto, 1 tamburo militare, 1 triangolo, 1 wood block, 1 tenor drum e 1 gran cassa) ed il suono di 2 motori d'aereo, riprodotto da un sistema di altoparlanti. Pur preferendo la revisione orchestrale del '52, l'esecuzione dei musicisti coinvolti, mi è sembrata abbastanza buona ed efficace, nonostante le discutibili libertà disinvoltamente presesi in ambito di organico strumentale impiegato. Divertente l'aneddoto raccontato dallo stesso Boccadoro, in sede di presentazione, che rammentava la realizzazione della prima assoluta di questo singolare "connubio", per così dire, fra musica e immagini (con il cortometraggio che termina con alcuni minuti di anticipo rispetto al commento musicale, sovente comunque in contrasto col ritmo delle immagini), svoltasi in un'atmosfera particolarmente turbolenta, aggravata dal fatto che il sistema meccanico di sincronizzazione che governava le 16 pianole, si rivelò assai poco affidabile, causando l'inconveniente, dopo circa 5 minuti dall'inizio del film, che ognuna delle pianole procedeva per i cavoli propri, aumentando la sensazione di cacofonia già insita nella partitura, con conseguenze immaginabili, creando oltretutto, anche un equivoco fra il pubblico presente in sala, poichè si ritenne che l'effetto fosse voluto per accentuare l'aspetto "avanguardistico" della faccenda, per cui i "sostenitori" applaudivano ancor più freneticamente, mentre i "dissenzienti", al contrario, fischiavano e urlavano sempre più fragorosamente (ah, che bei tempi!)...Ad ogni buon conto, un discreto filmetto che, se non fosse per l'importanza del commento musicale, perderebbe gran parte del suo interesse, rimanendo relegato, a voler essere generosi, nell'ambito di una bislacca curiosità, anche parecchio datata e invecchiata! / Ho trovato parecchio scontate e banali, le improvvisazioni al pianoforte di Gabriel Thibaudeau, durante la proiezione di vecchi cortometraggi muti chapliniani, a mò di preludio ad altre serate del cinema in piazza... Stesso discorso per il suo dimenticabile apporto pianistico, nella serata di domenica 29 giugno, al mediometraggio muto pacifista, di 44', parzialmente "colorato", "Maudite soit la guerre" (Belgio/1913) di tal Alfred Machlin, anch'esso decisamente irrilevante in sè, con prosieguo della serata all'insegna della più blanda mediocrità, poichè la "live computer soundtrack" con musica (????) di "Edison Studio", a commento del cortometraggio muto, in b/n, di 21', "En dirigeable sur les champs de bataille. Deuxième partie. De Nieuwpoort à Mont Kemmel" (Francia/1918), una sequela di riprese aeree di teatri di battaglia, fatte a bordo di un dirigibile, come il titolo lascia facilmente intuire, si riduceva in realtà ad un banalissimo e pallosissimo apporto "rumoristico", fortunatamente troncato anzitempo da un'improvviso acquazzone, a parte il fatto che l'ovvia tetraggine caratterizzante le immagini che scorrevano sullo schermo, era quanto di meno indicato per coloro che soffrono di cronica depressione, come il sottoscritto e ho detto tutto! / Per la serie "tutto il mondo è paese", ovvero "la presa della pastiglia", ripensando alla diretta radiofonica di Radiotre da Parigi, per il concerto sinfonico celebrante l'anniversario del 14 luglio, con l'Orchestre Nationale de France, diretta decisamente da "cani" dal milanese Daniele Gatti, con un tipico zibaldone di programma (ma già la conversazione telefonica fatta allo stesso Gatti dal conduttore di Radiotre in precedenza induceva a temere il peggio, poichè il nostro parlava della necessità di conciliare, nella scelta dei brani da eseguire, le esigenze sia del pubblico presente in piazza, svolgendosi il concerto all'aperto, sulla famosa Place de La Bastille, sia del pubblico televisivo, non necessariamente abituati alla musica colta e quindi da non intimorire, costringendoli a prestare attenzione a musiche troppo lunghe e complesse e via blaterando, poveri noi!) all'insegna del più becero nazional-popolare provincialismo da far invidia al nostro sedicente 'bel paese', sì da far sembrare persino le nostre peggiori e più deleterie sagre strapaesane, dei ritrovi di raffinatissimi esteti, al confronto, con esecuzioni (o plotone di esecuzione?) musicali, sferraglianti e fracassone, un'orchestra dalla 'tenuta' balnear-vacanziera-turistica che più non si può, talvolta a sostegno anche di gorgheggiatori a gogò, buoni giusto per quei narcisisti masturbatori che raggiungono l'orgasmo soltanto con simili bellurie vocali dal vacuo esibizionismo fine a sè stesso (conosco perfino una femmina di labrador che vocalizza in maniera assai più seria e posata di costoro) e con un conduttore francese (in contemporanea diretta televisiva in loco) petulante, invadente, sovente sovrapponentesi alla musica, da far sembrare, al confronto, quegli idioti all'ennesima potenza di Radiotre, degli impeccabili professionisti (già dopo poco più di mezz'ora dall'inizio del concerto, cominciavo a notare degli incipienti quanto preoccupanti sgretolamenti, nei miei alquanto precari, malconci, usurati e vetusti attributi), peccato veramente che, in questa occasione, non si siano improvvisamente materializzati dall'aldilà Robespierre e soci, incavolati neri, con annesse ghigliottine, poichè ce ne sarebbe stato veramente d'avanzo e con sacrosantissima ragione, a tagliar teste, non essendoci che l'imbarazzo della scelta, a cominciare, in primis, dal direttore d'orchestra milanese e dal presentatore televisivo francese! Al peggio non c'è mai limite, sul serio! Quel nefasto giorno la mia depressione ha toccato livelli assurdamente parossistici!
mercoledì 3 settembre 2014
Diligente artigianato?
Nell'ambito della rassegna "Verso il Cinema Ritrovato. Charlot 100", nella serata di mercoledì 25 giugno, in Piazza Maggiore a Bologna si è avuto un cineconcerto avente come oggetto una quaterna di 'classici' cortometraggi muti del periodo iniziale di Chaplin ("Kid auto races at Venice" (Gara di auto per bambini - 1914), "A night in the show" (Charlot a teatro - 1915), "The immigrant" (L'emigrante - 1917) e "Shoulder arms" (Charlot soldato - 1918). Salvo l'ultimo, le cui musiche d'accompagnamento risulterebbero composte dallo stesso Chaplin (penso senz'altro con qualche 'aiutino' da parte di qualche altro compositore 'professionista', poichè mi risulta, in realtà, che le sue nozioni musicali fossero alquanto limitate. Per esempio mi risulta che, per le musiche di "Modern times"-Tempi moderni, 1931- si sia fatto "aiutare" nientepopodimenoche da Alfred Newman, ricordo anche che Arnold Schoenberg, a suo tempo, giudicò negativamente le musiche di questa pellicola, trovandole "troppo fragorose"), per gli altri 3, il commento musicale, è stato composto da Timothy Brock che, anche in quell'occasione, dirigeva l'orchestra del Comunale, in buona forma. A proposito del Brock compositore di musiche da film, non conoscendone l'operato anche in ambito sinfonico, l'ho sempre trovato inferiore al Brock direttore, perlomeno in ambito cinematografico (poichè nel repertorio sinfonico più consueto mostra, secondo me, a tratti, qualche limite, mi ricordo a proposito di un'esecuzione radiofonica piatta e squadrata dell'accompagnamento orchestrale del concerto per pianoforte di Grieg, ascoltata anni orsono). Come compositore trattasi, per me, di un diligente artigiano, le cui musiche sono piene zeppe, anche troppo, di rimandi stilistici a questo o quel compositore, tanto per dimostrare che ha appreso bene la lezione, ma alle quali manca ancora, pur nel disinvolto eclettismo di fondo che le caratterizza, quei tratti stilistici distintivi che le rendano personali, ovvero riconoscibili ed attribuibili all'ascolto, al medesimo, senza ombra di dubbio, ad orecchie chiuse (non è certo un Morricone, insomma, tanto per fare il primo esempio che mi viene in mente), a volte vola anzi decisamente basso, come nel caso del film "Miss Europa" di Augusto Genina del 1928, con Louise Brooks, unico motivo di autentico interesse, stante il magnetismo irradiantesi dalla sua presenza scenica, di una pellicola di livello modesto e datatissimo, proiettato qualche anno fa, sempre in Piazza Maggiore, nell'ambito della rassegna "Il Cinema Ritrovato"; in quel caso, per quel che concerne le musiche di Brock, i rimandi stilistici erano tali e tanti da risultare decisamente irritanti ed in più le musiche erano complessivamente piatte, banali, prevedibili ossia 'telefonate'. Le cose migliori, il Brock sembra darle proprio in ambito chapliniano, come si è avuto conferma anche in questa occasione, l'ispirazione sembra prendere un poco di più il volo, pur non arrivando, anche in questo caso, alla codifica di uno stile compositivo particolarmente originale, anche se, perlomeno, si rimane a livelli più che dignitosi, pur con qualche rimando stilistico di troppo (Copland, Ives), anzi nel caso delle musiche per "The immigrant" (già ascoltate peraltro in un precedente cineconcerto di un paio d'anni fa), si avvertono anche delle decise suggestioni rotiane, ma guarda un pò! Quel giorno stesso, durante le prove orchestrali svoltesi poche ore prima, sempre in piazza, ho avuto l'ardire, col mio inglese stentato, di cercare di manifestargli queste mie opinioni al riguardo, ottenendo solo di lasciarlo sgradevolmente perplesso, poco male, ma almeno ci ho provato! Nel complesso comunque si è trattato di una serata gradevole, con una buona esecuzione orchestrale, per cui non lamentiamoci troppo! Mi stavo però dimenticando delle musiche 'originali' (?) di Chaplin per "Shoulder arms" di buona levatura, pur non raggiungendo certamente il livello di altri suoi titoli più celebrati...
martedì 2 settembre 2014
Una vedova poco allegra.
Non mi ha del tutto persuaso la versione cinematografica di "The Merry Widow" ("La Vedova Allegra", b/n, durata circa 2 ore e 10', alla velocità di 22 f/s), realizzata da Eric von Stroheim negli Stati Uniti nel periodo 1924-25, liberamente basata sul libretto di Victor Leon e Leo Stein, utilizzato nella celeberrima operetta di Franz Lehàr, oggetto di un cineconcerto svoltosi nell'ambito della rassegna "Il Cinema Ritrovato", la sera di martedì 1° luglio, in Piazza Maggiore. A parte le innumerevoli libertà che il regista, anche co-sceneggiatore in questo caso, si è preso rispetto alla trama originaria e sulle quali non mi dilungo, sarà anche stato, come riportato nel pieghevole distribuito prima dell'inizio della proiezione, "miglior film realizzato a Hollywood nel 1926" secondo le critiche dell'epoca, ma l'ho complessivamente trovato alquanto disomogeneo nel suo trapasso decisamente brusco, dall'iniziale registro farsesco e sarcastico, al susseguente registro drammatico improvvisamente adottato a trama inoltrata e peggio ancora mi è sembrata quell'ulteriore virata verso un finale ancora più inverosimilmente, a questo punto, retoricamente, tronfiamente ottimistico, che mi sa tanto di appicicaticcio e forzato, da non trovarlo affatto consono alle corde più intime di Stroheim (sarà forse dovuto alla consueta retorica, tipicamente americana, dell' "happy ending", del lieto fine a tutti i costi, per pedestri motivi di botteghino,probabilmente imposta, anche in questo caso, dai produttori della MGM al regista austriaco? Mi piacerebbe tanto saperlo!), sempre con buona pace di eventuali cinefili/cinofili sfegatati! Anche questo, insomma, mi è parso sì un buon film, ma alquanto disomogeneo nel suo essere pervaso da evidenti fratture stilistiche e quindi complessivamente datato, da non annoverarsi certo fra i capolavori assoluti, almeno secondo il mio modestissimo parere da incompetente totale! Ma anche in questo caso, il commento musicale realizzato dalla compositrice Maud Nelissen, discontinuo e talvolta anodino, non direi che abbia contribuito in misura determinante a risollevare le sorti della serata! Ma leggiamo quanto dichiarato dalla medesima all'interno del pieghevole d'accompagnamento: "Quando ho accompagnato per la prima volta 'La Vedova Allegra', anni fa, sono stata colpita dall'adattamento estremamente creativo ed inventivo (io direi anche troppo, sic!) dell'operetta compiuto dal geniale regista.... Mi sono subito accorta che il mio 'semplice' accompagnamento per canto e pianoforte non era all'altezza di un film tanto brillante e intenso (beh, se è per questo, direi che lo stesso valga anche per l'attuale accompagnamento orchestrale, non certo memorabile!). Ho iniziato così a ragionare (ohibò!) su una partitura adatta al film e nello stesso tempo, ho avuto l'enorme fortuna di ottenere dagli eredi di Lehàr, il permesso di usare e rielaborare (ovviamente, va da sè!), ove necessario (?), la musica originale del film (il che significa originariamente rielaborata dallo stesso Lehàr sulla base della sua omonima operetta e perciò che bisogno c'era di commissionare ad altro compositore una partitura realizzata ex-novo, per giunta, in questo caso, non indimenticabile? Misteri della scienza e della tecnica!). Questa partitura si basa oggi, in parte sull'operetta di Lehàr ed in parte sulla musica da me composta. Mi ha dato la possibilità d'integrare, nell'accompagnamento, le sfumature cupe e satiriche di von Stroheim. La scelta dei punti in cui posizionare i motivi di Lehàr, è stata una sfida interessante ed impegnativa (la modestia dev'esserle un concetto totalmente sconosciuto, temo!). Considero molto importante che questo film straordinario, possa essere proiettato il più possibile (e ti credo, poichè, in virtù del diritto d'autore, più cineconcerti significano più quattrini per l'esimia soggetta!), .... (segue spudorata ruffianeria di prammatica, tutto nella norma!)". Bene, allora diciamo subito che la musica di questa Maud Nelissen (Carneade, chi era costui? Ammetto la mia più totale ignoranza!), non brilla certo per caratteristiche di particolare distintività, a tratti è anche discretamente efficace, ma altrove vi è una decisa discrepanza fra ritmo delle immagini e andamento musicale, ci sono pause troppo frequenti e prolungate, il discorso musicale procede a strappi, anche in maniera persino più disomogenea del film, si rivelano evidenti e frequenti vuoti d'ispirazione all'ascolto, soprattutto in certe sezioni di raccordo, veramente sciatte e tirate via, le citazioni lehàriane sono pedestri e banali, l'inserzione della fisarmonica nell'organico orchestrale pareva più un espediente per dare una parvenza d'originalità ad una partitura che non ne aveva punta, inoltre non più che decentemente corretta mi è parsa l'esecuzione dell'Orchestra del Teatro Comunale di Bologna, sotto la direzione di tal Stefanos Tsialis (altro Carneade? Ma quanto sono ignorante!), ma d'altro canto, il materiale musicale di partenza, era quello che era, ovvero modestuccio, miserrimo alquanto! Ad majora!
giovedì 28 agosto 2014
Delusione ed irritazione.
Dei complessivi 3370 metri di pellicola utilizzati, ne sono stati recuperati in totale 3102. Così avvertiva la didascalia che precedeva la proiezione del film "Cabiria" (Italia/1914), con la regia, soggetto e sceneggiatura di Luigi Pastrone (didascalie e nomi dei personaggi a cura di Gabriele D'annunzio), nell'ambito della rassegna "Il cinema ritrovato / Cento anni fa. Intorno al 1914", nella copia restaurata nel 2006, proveniente dal Museo Nazionale del Cinema di Torino, avutasi la sera di venerdì 4 luglio al Teatro Comunale di Bologna, alle ore 21, un cineconcerto con accompagnamento musicale dal vivo con i complessi del Comunale diretti da Timothy Brock, autore del restauro della partitura originale (!!!!!!) per orchestra composta da Manlio Mazza e dell'ouverture corale composta da Ildebrando Pizzetti (e non Piazzetti, come riportato sul pieghevole consegnato al pubblico dagli addetti, al momento dell'apertura della sala), stando almeno a quanto ci dicono le note del programma di sala (pur mancando quindi ancora 268 metri di pellicola, la durata complessiva dichiarata del film, resta ragguardevole considerando l'epoca, ovvero circa 2 ore e 49 minuti, alla velocità di 16 fotogrammi al secondo). Ad introdurre la serata ci sarebbe dovuta essere Donata Pesenti Compagnoni del Museo Nazionale del Cinema di Torino, sostituita invece, per motivi ignoti, da Gianluca Farinelli, direttore della Cineteca di Bologna, il quale ha letto la relativa presentazione, sul palco. Della parte musicale della serata, sulla quale il programma di sala non riportava alcunchè (e ti pareva! Tutto stramaledettamente nella norma!) dirò oltre, per il momento occupiamoci sinteticamente del film. Per quanto concerne i criteri adottati per il restauro del film, mi limito a riportare, per chi non fosse stato presente, ciò che sta scritto sul programma di sala: "Nel 2006, il Museo Nazionale del Cinema di Torino, nell'ambito di un più ampio progetto di valorizzazione delle collezioni di cinema muto torinese, ha realizzato un complesso restauro di 'Cabiria'. In seguito all'acquisizione da parte del Museo, di nuovi preziosi materiali di produzione relativi al film, infatti, è stato possibile realizzare 2 risultati in precedenza impossibili da raggiungere: la ricostruzione filologica della versione originale di 'Cabiria' (oh, beh, insomma, teniamo presente quei 268 metri di pellicola ancora mancanti all'appello, nota dello scrivente!) e il pieno recupero dell'edizione sonorizzata del 1931. Nel lavoro di ricostruzione, non solo sono state analizzate le copie dei film censite nei principali archivi del mondo (essendo andati persi i negativi originali, aggiungo io!), ma è stata anche approfonditamente studiata la ricca collezione di materiali extrafilmici relativi a 'Cabiria', conservati dal Museo, in particolare i campionari colore e le partiture di accompagnamento (e difatti le didascalie con i testi dannunziani, sono state completamente ricostruite ex novo, sia a livello di testo che di 'coloritura', non essendo ovviamente più rintracciabili gli originali, altra nota dello scrivente). Il lavoro di restauro, che si è avvalso, dove necessario, delle più moderne tecniche digitali, è stato realizzato presso il laboratorio Prestech di Londra." Come si evince da tutto ciò, essendo questa copia 'restaurata' realizzata partendo da diverse altre copie di varia origine, provenienti da archivi cinematografici siti in svariate parti del mondo, quindi in condizioni di conservazione estremamente variabili (dal buono al pessimo), la resa visiva risulta alquanto discontinua, passando da momenti nei quali le immagini posseggono una sorprendente pulizia e nitidezza per un film realizzato esattamente un secolo fa, ad altri nei quali sono piuttosto evidenti i segni del tempo (sgranature, sfocature, rigature, graffi, segni di interpunzione sui singoli fotogrammi e così via). Da segnalare il fatto che, a seconda del carattere delle singole scene, i fotogrammi siano virati in giallo, blu, verde, rosso, rosa, azzurrino o grigio. Per quanto concerne le didascalie dannunziane, introducenti le singole scene, a parte la prosa retoricamente ampollosa e tendenzialmente sbrodoleggiante (tipicamente riferibile al loro autore) della maggior parte di esse, ve ne erano altre, per contro, dal testo talmente sciatto e prosaico, che se non sapessi chi ne sia l'autore, non ne avrei nemmeno lontanamente attribuito la paternità al Vate, a costo di farci la figura dell'ignorante, anzi oso persino farmi venire alcuni dubbi sull'effettiva paternità di codeste didascalie! Quanto al film vero e proprio, pur valendo la pena, complessivamente, di essersi mossi da casa per andarlo a vedere, trovo che, accanto a scene obiettivamente tuttora impressionanti (in primis quella celebre con l'eruzione dell'Etna, ed in generale le scene di massa e di battaglia), con effetti speciali senz'altro strabilianti per l'epoca, ve ne sono altre dove, soprattutto a livello recitativo, con quella gestualità sovraeccitata ed enfatizzata tipica dei film muti dell'epoca, quella mimica facciale tendenzialmente sovraesposta, quel labiale ridicolmente esasperato, i segni del tempo trascorso risultano evidentissimi, con frequenti cadute nel comico involontario (e difatti in simili frangenti, una parte del pubblico presente in sala, giustamente, rideva con fragore), aggiungiamoci alcune scenografie che, naturalmente a un occhio odierno, risultano immediatamente di cartapesta, pur comprendendo che all'epoca abbiano prodotto notevole impressione (una per tutte, quel ridicolissimo tempio di Moloch, nella 2^ scena della 1^ parte, nella quale alcuni bambini vengono offerti in sacrificio al cospetto della statua della divinità), alla fine il risultato complessivo, almeno per il sottoscritto, resta irrimediabilmente datato, nonostante l'interesse della visione. Ma questo sarebbe ancora niente. Purtroppo però, la cosa che mi ha dato maggiori delusioni, è stata proprio la parte musicale, motivo principale del mio interesse, a parte il fatto che, su quest'ultima, lo stesso Farinelli ci si è soffermato sommariamente, nella sua presentazione (sic!). Innanzitutto, la buca del Teatro Comunale, è troppo ridotta per contenere i 120 musicisti, previsti in orchestra, per cui l'organico complessivo era un poco ridotto, rispetto a quanto prescritto, ma questo sarebbe il male minore. Diciamo subito che, dalla sera di quel fatidico venerdì 4 luglio, ho capito perchè di questo Manlio Mazza, co-autore (sic!) delle musiche, non avevo praticamente quasi mai sentito parlare. Volendo fare un facilissimo gioco di parole, si potrebbe dire senz'altro che costui non valeva... una mazza! Partiamo dall'inizio: come alcuni sanno, Pastrone aveva commissionato la realizzazione dell'intero commento musicale al compositore parmense Ildebrando Pizzetti, il quale, sfortunatamente, realizzò soltanto il brano iniziale, che va però eseguito prima dell'inizio del film, a sipario abbassato (o meglio a schermo spento) a mò di ouverture (il film è strutturato, almeno nelle intenzioni, come una sorta di melodramma, con una ouverture e 3 parti - ovvero 3 atti - quelle in cui è effettivamente suddivisa la pellicola), la breve ma bellissima "Sinfonia del Fuoco", per baritono, coro misto e grande (!) orchestra (approfitto dell'occasione per rimediare a un mio precedente errore che, sulla base delle note del libretto di un cd della Marco Polo, successivamente ristampato su etichetta Naxos con nuove note di commento un poco più attendibili, che ne comprende anche l'unica incisione finora effettuata e da me più volte citato, la situava in corrispondenza della scena dell'invocazione a Moloch, anzichè prima dell'inizio del film, in maniera da risultare così l'equivalente di una vera e propria ouverture d'opera, per l'appunto, come corretto; però, dopo un recente riascolto di questo brano, essendone la parte vocale relativa proprio all'invocazione a Moloch, col baritono solista nel ruolo del sacerdote contrappuntato dal coro dei fedeli, mi sorge il dubbio che questa musica potesse essere inizialmente prevista proprio come commento musicale alla suddetta scena, poi successivamente spostata dal regista prima dell'inizio del film vero e proprio, generando così il susseguente dissidio col musicista), dopodichè litigò col regista, affidando il completamento della parte musicale (forse proprio per fare un dispetto al medesimo?), al suo "migliore" allievo, Manlio Mazza (e se codesto era veramente il "migliore", figuriamoci cosa dovevano essere gli altri, poveri noi! Personalmente, sono più che mai convinto che Pizzetti, con questa decisione, abbia proprio volutamente fatto un bello sgambetto al regista, appioppandogli il suo "migliore" - o, piuttosto, peggiore? - allievo). Un vero peccato, comunque sia, poichè, proprio dopo aver ascoltato l'operato di quest'ultimo, sono più che mai del parere che, se lo stesso Pizzetti avesse concluso l'intrapresa, il film avrebbe senz'altro acquisito una decisa marcia in più, anche agli occhi di uno spettatore odierno (guarda caso, quella sera, al termine dell'esecuzione del brano pizzettiano, ovvero la "Sinfonia del Fuoco", ho sentito dietro di me, levarsi la voce di qualcuno fra il pubblico che ha gridato "Bella!". Sottoscrivo in pieno! Anzi, aggiungerei, "Bellissima!"). Non ho mai saputo per qual preciso motivo Pizzetti e Pastrone litigarono, così come mi chiedo per quale ragione Manlio Mazza abbia fatto quel che, ahimè, ha fatto (Mancanza di tempo? D'ispirazione? O di entrambi? Pelandronite acuta? Nulla ci è detto, per carità!). Non credo proprio che il Mazza (!) abbia minimamente, per così dire, gli "attributi" per aspirare, anche in misura infinitesima, ad un posticino quantomeno decente, nell'ambito della storiografia musicale, bah! La differenza che passa fra costui e il suo maestro, è la stessa che può esserci fra, nella migliore delle ipotesi, un onesto ma impersonale artigiano, caratterizzato da un plumbeo grigiore burocratico ed un grandissimo artista, quale Ildebrando Pizzetti senz'alcun dubbio era. Insomma, ciò che ha combinato questa "mazza" di artista (?), si riduce in realtà, a un modesto, disinvolto, assemblaggio, montaggio di frammenti (di alterna efficacia nel loro rapportarsi alle immagini che scorrono sullo schermo) di musiche preesistenti di autori compresi fra il tardo '600 e la prima metà dell'800, senza la benchè minima traccia di rielaborazione o di rivisitazione che denoti perlomeno un qualsivoglia barlume di personalità (contrariamente ad altri casi, non auspico alcuna incisione discografica di un tale appiccicoso pastrocchio che svilisce, per giunta, il valore intrinseco dei frammenti musicali, spudoratamente riutilizzati, non potendo che "meritare" un definitivo oblio, assieme al suo indegno "creatore"). Il che mi ha fatto capire che, tutti coloro che, a proposito di questo film, parlano impropriamente di musiche di Manlio Mazza (a cominciare da quel branco di pallosissimi soloni saputoni di "Hollywood Party" su Radiotre), in realtà non conoscono una "mazza", sia riguardo al film, che alle musiche, naturalmente! A parte la decisa ed evidentissima frattura stilistica venentesi a creare con quanto ascoltato in precedenza (ovvero la "Sinfonia del Fuoco", dal linguaggio già decisamente primonovecentesco, sia pure in un tonalissimo ambito), peraltro caso non unico nell'ambito della musica cinematografica del periodo, il Mazza, si potrebbe dire, "crea" uno strambo zibaldone, stilisticamente eterogeneo e disomogeneo, che pesca a piene mani citazioni da Mozart, Gluck ("danza delle Furie" e "danza degli Spiriti Beati", dall' "Orfeo ed Euridice"; finale dal balletto "Don Juan"), Vivaldi, Spontini ("La Vestale"), Rossini ("Guillaume Tell"), Donizetti, Mendelssohn-Bartholdy (l'ouverture "Die Hebriden"), Schumann (la musica impiegata nella scena dell'eruzione dell'Etna, mi è parsa tratta dalle sue "Szenen aus Goethes Faust", ma lo dichiaro con beneficio d'inventario) ed altre che, pur non risultandomi affatto nuove, non sono riuscito ad individuare, molte di esse venendo pedissequamente ripetute più volte nel dipanarsi della narrazione filmica. Aggiungiamoci che, dal punto di vista esecutivo, le cose migliori si sono avute proprio nell'iniziale "Sinfonia del Fuoco", con una buona prova complessiva di orchestra e coro, quest'ultimo diretto da Andrea Faidutti (la parte del baritono solista venendo ricoperta da un elemento del coro medesimo), mentre nelle restanti musiche, a parte a tratti un certo squilibrio fonico venentesi a creare fra fiati ed archi, con i primi che tendevano a sovrastare i secondi (almeno questo è quanto avvertivo dalla mia postazione d'ascolto, sita in platea, a ridosso del corridoio centrale), proprio il settore dei fiati era quello che, secondo me, denotava le maggiori smagliature a livello esecutivo, soprattutto le trombe. In conclusione, una serata in parte irritante, innanzitutto dal punto di vista musicale, dove valeva la pena di esserci più per motivi d'interesse cinefilo/musicologico e conseguente verifica personale, che per l'effettiva godibilità dal punto di vista artistico. Teatro non pienissimo, il che mi ha consentito di avanzare di qualche fila, rispetto al posto originariamente prenotatomi (a parte la discrepanza fra gli orari della biglietteria indicati sul pieghevole del "Cinema Ritrovato", rispetto a quelli riscontrati una volta recatomi in loco, tanto per cambiare!). Alla fine, una lunga serata, dopo la quale, il mito relativo a questa centenaria pellicola cinematografica, si è drasticamente ridimensionato, almeno per me e con buona pace dei cinefili/cinofili ad oltranza (per non parlare di questo smunto Manlio Mazza, poveri noi, ma mi chiedo in concreto, in che cosa sarà effettivamente consistito il dichiarato restauro della partitura "originale" -????-, effettuato dallo stesso direttore d'orchestra, Timothy Brock, secondo quanto dichiarato nel pieghevole di sala? Però temo che la mia rimanga una "Unanswered Question", per dirla con Ives!). Luci ed ombre, con prevalenza di queste ultime, insomma...
giovedì 10 aprile 2014
Binario triste e solitario.
Non era certo un amante del treno, Gioachino Rossini (1792-1868), quando compose la raccolta, composta da una decina di brevi pezzi pianistici, preceduti da sintetiche, sapide didascalie, talvolta declamate dal solista, in concerto, prima di attaccare ciascun brano (come fece per l'appunto Bruno Canino, durante un'esibizione pubblica, in diretta radiofonica, mi ricordo in particolare le ultime 2: "arrivo a destinazione" e "commiato dei parenti"), intitolata ironicamente "Un petit train de plaisir" (contenuta nel 10° volume dei tardi "Péches de vieillesse"), ma bisogna capirlo, all'epoca, un viaggio in treno, rappresentava veramente un'avventura piena di incognite ed il pesarese era reduce da un tragitto particolarmente disastroso, che ne aveva squassato l'animo (di questo breve ciclo pianistico, il compositore milanese Azio Corghi (1937), ne curò di recente una gustosissima versione per 2 pianoforti, percussioni, comprendente anche un fischietto da capostazione, ascoltata un paio di anni fa, durante un concerto gratuito che si svolse nella chiesa di Santa Cristina, a Bologna). Ben diverso l'atteggiamento del compositore svizzero Arthur Honegger (1892-1955), al contrario grande appassionato di ferrovie, che vi dedicò quello che è forse il suo brano più noto, il movimento sinfonico "Pacific 2-3-1", composto nel 1923 ed ispirato all'omonima famiglia (o gruppo) di locomotive a vapore, diffusissime all'epoca, sia in Francia, che in Svizzera. Avvalendosi unicamente dell'organico di una grande e moderna orchestra sinfonica, ovviamente con le percussioni particolarmente impegnate, facendo ampio uso di accordi politonali, il compositore riesce, in pochi minuti, a rendere efficacemente l'idea dell'avvio graduale della vaporiera, la sua progressiva accelerazione, persino, durante il tragitto, l'attraversamento di un passaggio a livello, la susseguente decelerazione e l'arrivo a destinazione, con tanto di effetto di frenata, fischio e sbuffi di vapore! Niente male! Ma bisogna tenere conto che, rispetto all'epoca di Rossini, parecchia acqua era già passata sotto i ponti e il progresso tecnologico, in tale ambito, era stato enorme e quindi il moderno mezzo di trasporto ne aveva beneficiato parecchio, in termini di affidabilità! Pochi anni dopo Honegger, anche il compositore brasiliano Heitor Villa-Lobos (1887-1959), sull'esempio del suo collega svizzero, aveva dedicato un vivido ritratto musicale ad una locomotiva a vapore, precisamente nel 4^ ed ultimo brano di cui si compone la sua "Bachiana Brasileira" n.2, per orchestra da camera, creata nel 1930, quello intitolato "O trenzìno do Caipira" (il piccolo treno dei contadini), in forma di toccata, nel quale ci si riferisce a uno di quei convogli che transitavano, all'epoca, nell'entroterra del nord-est del Brasile, treni variopinti e sgangheratissimi, che sembravano sfidare ad ogni piè sospinto le leggi della fisica, sovraccarichi di varia umanità, che percorrevano questi tragitti tortuosi, ripidi, con grande sforzo e che la musica di Villa-Lobos rende in maniera straordinariamente pittoresca, superando, come esito, persino il movimento sinfonico di Honegger e rivelantesi come uno dei risultati migliori in assoluto, del prolifico musicista brasiliano. Più di mezzo secolo dopo, sarà l'americano Steve Reich (1936), fra gli esponenti di punta della corrente minimalista, a firmare, nei primi anni '80, una composizione alquanto singolare, sempre di argomento, per così dire, ferroviario, ovvero "Different trains", per quartetto d'archi e nastro magnetico, successivamente arrangiato, dal medesimo, per orchestra d'archi e nastro magnetico. Lo spunto di partenza di questo capolavoro assoluto, viene dall'infanzia stessa di Reich, di origine ebraica, i cui genitori, all'inizio degli anni '40, avendo divorziato, ed essendosi successivamente trasferiti, col padre che risiedeva a Los Angeles e la madre a New York, affinchè il ragazzino potesse trascorrere alternativamente dei periodi sia con l'uno che con l'altra, doveva per forza viaggiare frequentemente in treno, per potersi spostare dall'una all'altra delle 2 località. Anni dopo, divenuto adulto, ed essendo nel frattempo venuto a conoscenza degli orrori dell'Olocausto, provò ad immaginare che, se anzichè nascere negli Stati Uniti, fosse nato in Europa, in quanto ebreo, sarebbe stato costretto a salire in treni di ben altro genere e per ben diverse destinazioni. Pensando quindi a questo suo ipotetico, immaginario alter-ego europeo, gli venne l'idea di creare "Different trains", con il nastro magnetico, nel quale sono incise voci di passeggeri, del capostazione e di rumori ambientali di stazione, ma anche frasi lasciate scritte dai deportati sulle pareti dei campi di concentramento, che fa da tappeto al suono degli strumenti ad arco. In tempi ancora più vicini ai nostri, credo all'inizio degli anni '90, il compositore inglese Michael Nyman (1944), scrisse un brano per orchestra intitolato MGV (Musique à Grande Vitesse), credo commissionato proprio dalle ferrovie francesi, per l'inaugurazione di una nuova linea ferroviaria per l'alta velocità, progettata proprio per i loro notissimi convogli superveloci, i TGV (Train à Grande Vitesse), questa composizione venne anche incisa su un disco della Argo/Decca. Un paio di anni fa circa, rammento anche di aver ascoltato una differita di Radiotre, mi pare proveniente dall'Accademia Filarmonica Romana, comprendente oltre al breve atto unico "Partita a pugni" (1950) di Vieri Tosatti, anche una altrettanto breve "cantata ferroviaria" (su libretto di un sedicente "Etierre Seicento", ma guarda un pò! Forse il musicista medesimo che ha voluto firmare il testo del suo lavoro con questo bizzarro pseudonimo, coincidente con la sigla degli elettrotreni costituenti, assieme ai loro predecessori - Etr500 - la flotta dei convogli "Frecciarossa" di Trenitalia?) dal titolo di "Frecciarotta" (febbraio 2012) del compositore vivente Riccardo Panfili (1979) che, pur non essendo un capolavoro assoluto, risultava gradevole e divertente, in particolare all'inizio, quando una voce fuori campo (o meglio da un altoparlante), dalla banchina di un'ipotetica stazione ferroviaria, dopo aver annunciato inizialmente la prossima partenza del rapido "Frecciarotta", in viaggio inaugurale, invitando i passeggeri a prendervi posto, successivamente contrapponeva un altro annuncio nel quale la stessa voce dichiarava che: "Per motivi tecnici imprecisati e non dipendenti da Trenilandia, la partenza del rapido Frecciarotta, subirà un ritardo indefinito". Immediatamente, il coro misto, in fortissimo, con una seriosità degna di un corale luterano preso di pacca da una passione bachiana, intonava all'unisono la frase: "Li mortacci tuoi!", all'interno di una trama volutamente surreale in cui compaiono il presidente di una fantomatica Trenilandia, che nonostante tutto cerca di magnificare le presunte doti del treno "Frecciarotta", spacciandolo per un gioiellino della tecnologia, la presidentessa della compagnia ferroviaria rivale "Russki Deraglia" che, approfittando di una fermata fuori programma in aperta campagna del convoglio (precedentemente mossosi dalla stazione di partenza), poco prima di giungere alla stazione di Milano (con relativa fuga del macchinista), strapperà, per un tozzo di pane, facendogli firmare un contratto truffaldino, "Trenilandia", al suo presidente, licenziandolo in tronco e un controllore opportunista e servile, ovviamente prontissimo a mettersi ai servigi della nuova padrona, col treno che misteriosamente riparte proprio in quel momento, per giungere finalmente a destinazione. Fin troppo facile vedervi una bonaria satira delle ferrovie nostrane! / Al di fuori dell'ambito della musica classica, ci sarebbe da citare anche lo splendido disco di John Coltrane, "Blue train" del 1957 (Blue Note) e "Chattanooga Choo Choo" di Glenn Miller (augurandomi di non aver detto delle corbellerie). / Chiaramente questo breve excursus inerente musiche ispirate dall'ambito ferroviario, messo lì alla buona, non ha alcuna pretesa di completezza ed esaustività, essendo certamente molto lacunoso al riguardo, ma al momento rappresenta tutto quel poco che conosco riguardo a tale argomento.
mercoledì 2 aprile 2014
Stracciamenti.
Non mi ci voleva proprio il concerto trasmesso la sera di mercoledì 26 marzo su Radiotre, facente parte della rassegna di musica contemporanea "Play it" dell'Orchestra Regionale Toscana, il peggio che mi potesse capitare stante la mia perenne crisi depressiva, dopo i primi 3 brani non ce l'ho fatta più, ho dovuto spegnere la radio, quella che stavo ascoltando per me rappresentava il peggior genere di avanguardia, involuta, ripetitiva, stantia, monotona, un vero e proprio stracciamento di marroni, tale da indurmi a non azzardarmi ad ascoltare il concerto successivo, quello di sabato, nel timore di ulteriori conseguenze letali per il mio disastrato stato d'animo (per la verità ho acceso l'apparecchio quando stavano trasmettendo l'ultimo brano, accettabile anche se non esaltante, di Azio Corghi, che peraltro non rappresentava affatto una novità assoluta, essendo già stato eseguito anni prima, come ricordato in trasmissione), per contro non vengono mai nemmeno lontanamente menzionate valenti compositrici viventi, come Maria Teresa Procaccini (della quale ascoltai qualche decennio fa una bella musica per archi, inoltre dovrebbe esistere un cd della Bongiovanni che contiene dei lavori sinfonici, tra i quali "La notte di Luzubel") ed Elisabetta Brusa, milanese classe 1954, della quale sono reperibili un paio di validi dischi della Naxos, comprendenti una serie di belle composizioni orchestrali, eseguita dall'Orchestra Sinfonica Nazionale Ucraina diretta da Fabio Mastrangelo, usciti anni fa e recensiti positivamente anche sulla defunta rivista "Cd Classica" (Lavori orchestrali, voll.1,2 - 8.555266 e 8.555267), evidentemente non devono essere sul "libro paga" di quelli di Radiotre, purtroppo! Tutto nella norma! / La mattina di sabato 22 marzo, mi trovavo al conservatorio "Martini" di Bologna, nell'ambito della seconda giornata di "porte aperte al pubblico", l'impressione complessiva che ne ho ricevuto è stata altalenante e non proprio esaltante, era tutto un poco superficiale e frettoloso (deplorevole sorvolare sul fatto che il consevatorio abbia annoverato fra i suoi direttori, anche un eminente compositore come Giuseppe Martucci, nemmeno minimamente menzionato nel breve excursus storico introduttivo alla visita guidata), in particolare risultava decisamente sommario il concentrare la visita all'aula delle percussioni in soli 5 minuti, direi persino irritante, col docente che aveva premura di andare a pranzare. Ma il momento peggiore è stato quando ci si è trovati in un'aula angusta, per assistere alla visione di 2 brevi (per fortuna!) filmati, "pluripremiati" (almeno così ci è stato detto), musicati da un allievo del corso di composizione del quale non rammento il nome (ma anche l'apporto musicale, si è rivelato, nell'occasione, alquanto scarno, impersonale e non più che funzionale in ambedue i filmati, di certo non tale da imprimersi indelebilmente nella memoria dell'ascoltatore, ma dopotutto c'è chi afferma, non proprio a torto, che la migliore musica da film, è quella della quale non ci si accorge minimamente, non risultando disturbante e distraente ai fini della visione, per cui, se lo si considerasse da questo punto di vista, il risultato complessivo diventerebbe addirittura encomiabile!); il secondo filmato, appartenente alla categoria del "carino ma dimenticabile", era quantomeno gradevole e divertente, ma quello che l'aveva preceduto, dal titolo programmatico (sic!) "Memorial" (imperniato su un soldato che, aggirandosi fra le lapidi dei caduti in guerra, s'imbatte nel fantasma di una ragazzina da lui uccisa), era veramente spappolatorio quant'altri mai, pallosissimo fino allo spasimo, cascava veramente come il cacio sui maccheroni nel mio caso, visto il mio stato d'animo perennemente depressivo, immaginatevi quanto il mio animo possa essersi sollevato dopo una simile "esaltante", "corroborante", visione! Da andare decisamente in brodo di giuggiole! Sembrava proprio fatto apposta! Per giunta, non bastasse tutto ciò, lo stracciamento marronaro, veniva incrementato a livelli ancor più decisamente parossistici, esasperanti, da quella povera disgraziata che presentava i filmati (sarebbe meglio dire che abborracciava un embrione di tentativo di un qualcosa che potesse vagamente aspirare ad assomigliare ad una sorta di sedicente presentazione), quantomai impacciata e oltretutto imbranatissima nel maneggiare gli apparecchi audiovisivi oltrechè incapace di articolare un discorso minimamente coeso e filato; trattavasi di un'allieva del corso di flauto (secondo me assai più propensa a certi particolarissimi flauti carnosi che a quelli metallici o di ebano, se penso inoltre che mi ha dichiarato di considerare pesante la musica di Kachaturian, stiamo proprio freschi!) di mia conoscenza (sic!), della quale vi taccio il nome per carità di patria (per la serie "ma proprio non si poteva trovare di meglio???"), vi dico soltanto che è una delle varie partecipanti a quella sgangheratissima, allegra combriccola di giuggioloni "suonati" come dei tamburi esotici, bamboccioni multietnici "comme il faut" (che si riunisce tutti i mercoledì sera in una "mitica" parrocchia di via Massarenti), denominata "Arte migrante" (ma se "migrassero" veramente, non sarebbe mica sbagliato, nevvero? Purtroppo non lo fanno affatto, restano lì inamovibili, non bastasse Beppe Maniglia!!!), ed anche in quell'ambito, lo stracciamento assurge, ve lo assicuro caldamente, avendoci assistito una volta (ed è anche troppo!), a vette incommensurabili, proprio da paura, garantito al limone! Ho anche tentato, ingenuamente, mentre mi trovavo ancora al conservatorio, quella mattina fatidica, di interessare il rappresentante degli studenti, un giovane avvocato che studia da basso-baritono, ad alcune cose che avevo scritto precedentemente su questo blog, riguardo una composizione di Respighi quasi sconosciuta, per la quale ci avrei tenuto a suscitare un certo interesse nella sua città natale, ma aldilà di un rapido scambio di indirizzi, e-mail, cellulari (anche lui appartiene alla nutritissima specie di "coloro che non hanno mai tempo", ovviamente!), senza alcun seguito, temo che sia stato peggio che andar di notte, un autentico buco nell'acqua! Vabbè, almeno ci ho provato, non morirò per questo! Evidentemente non valgo alcunchè, come aspirante divulgatore di cultura musicale, pazienza! Al termine di questa giornata di "porte aperte" (ma sarebbe stato meglio, a questo punto, "potte aperte" o "porche aperte", mi sarei senz'altro tirato su il morale, il "molare" e forse, nonostante la mia vetustaggine, anche qualcosina d'altro genere), il bilancio finale è piuttosto deludente, il solito modo di condurre le cose "all'italiana", deprimente, non credo ripeterò l'esperienza! Ma, tornando alla questione dello stracciamento di marroni, avendo assistito, qualche anno fa, ad un paio di convegni tenutisi sempre al conservatorio, la palma dello spappolatore, sventratore testicolare, fra i relatori, spetterebbe di diritto sacrosantissimo all'organista, direttore d'orchestra e docente Arturo Sacchetti. Tutti i più nefasti difetti che può avere un oratore, sono in lui elevati alla massima potenza, peggio della peste bubbonica, più disastroso di un'invasione di cavallette, più distruttivo di un termitaio impazzito, più lesivo di uno sciame di vespe! Al suo confronto, persino quella lagnosissima e disastrosissima allieva flautista della quale dicevo dianzi, ci fa la figura di una finissima dicitrice, di una sagace ed avvincente oratrice, per la serie "al peggio non vi è mai limite"!!!! Non posseggo alcuno dei dischi registrati da Sacchetti (nomen omen), anche se so che l'interprete, che ha peraltro il merito di esplorare un repertorio desueto, viene generalmente giudicato gelido dagli esperti, quel che è certo è, che se l'oratore fosse pari al musicista, ci sarebbe veramente da suicidarsi, comunque dopo essermici imbattuto in un paio di sciaguratissime occasioni, in concomitanza dei succitati convegni, certamente non ho alcuna voglia di arrischiarmi ad ascoltare qualcuna delle sue incisioni, madonna santissima, pericoloso! Gli si dovrebbe francamente conferire di diritto l' "Oscar-da-Bagno", per le sue innate capacità sgretolatorio-lesionatrici-disintegratrici di scatolame maschile assortito, assolutamente uniche ed impareggiabili, che riversa con dovizia, nella sua "eloquentissima"(?), "fluentissima"(??), "inimitabile"(???), "arte"(????) oratoria, straordinariamente "eccezziunale veramente", se siete in vena di penitenziali sadomasochismi, è proprio il soggetto che fa per voi! Mi meraviglio anzi, che non sia ancora stato gratificato dal "Decrepito", della nomina a senatore a vita (non si sa mai, facesse poi la stessa fine di un altro musicista insigne nostrano, recentemente defunto proprio qui a Bologna, per la serie, nel caso di Sacchetti, "non tutto il male verrebbe per nuocere"!), come mai nessuno ancora ha pensato di proporre la candidatura di un sì "glande" (nel senso che te lo rompe proprio di brutto!) personaggino? Relatore (ma de chè, ahò?) melenso, sommamente soporifero, noiosissimo assai più della più pallosa fra le puntate di "Porta a porta", peggiore del peggior Marzullo (?), frammentario, prolisso (e prolasso), confuso (e confusionario), disorganico, dispersivo quant'altri mai, in grado di rovinare completamente anche spunti iniziali talvolta potenzialmente interessanti, tono di voce flebilissimo, biascicatissimo, strascicatissimo (per la serie "la dizione, questa sconosciuta"!), il più delle volte dalla sua bocca fuoriescono bizzarri borborigmi e fonemi spiaccicati da far invidia persino al peggiore John Cage, per giunta totalmente incapace di condurre un discorso che abbia anche soltanto una parvenza di compiutezza, con quella sua aria perenne da vecchio trombone rintronato, canuto salice piangente, veramente un "sacchetto" d'ossa, come se fosse stato trascinato di peso da chissà quale remotissimo, miserevolissimo cronicario da malati terminali, da far invidia persino ai vecchietti di Villa Baruzziana, al raffronto persino quei cuccioloni dementi suonatissimi di "Arte migrante" sembrano dei fulmini di guerra, la qual cosa la dice lunga su questo individuo asfittico, omuncolo catatonico. Rapportati a lui, persino gli altri relatori dei convegni a cui ho assistito, tutt'altro che esaltanti in sè, facevano la loro porca figura! Ci ritroviamo con l'organista più trombato, più lassativo, più diuretico, che ci sia al mondo, un'autentica frana, una slavina infinita, un colossale geni(o)tale! Sacchetti è come l'aids, se lo conosci, lo eviti! Credo che anche quest'anno lo sciamannato figuri fra i relatori di un altro di questi convegni organizzati al conservatorio (penso collegato all'imminente inaugurazione ufficiale, con tanto di concerto, dell'appena restaurato organo a canne a 3 manuali, costruito dalla ditta Tamburini, della Sala Bossi, risalente al 1970 e del quale, almeno, si è potuto ascoltarne le sonorità in anteprima, proprio durante quella mattinata), tanto per cambiare, peggio del festival di San Remo! Ma sì, dài, trituriamoceli, sbrindelliamoceli a più non posso, con sì magnifici divulgatori, così, senza pudor, senza freni inibitori, senza vergogna alcuna! Povera Musica! Simili individui non possono che produrre sfracelli irrimediabili (non oso pensare a come possa essere il docente, derelitti quegli allevi, pardon, allievi, lapsus freudiano)! Da sbudellarsi! Da scompisciarsi! Da piangere lacrime amarissime! / Ho notato che già da qualche tempo sono spariti, per fortuna, i dischi "sacrileghi", dalla vetrina del negozio "Bongiovanni" in via Ugo Bassi, del resto ne avevo parlato, in precedenza, anche con lo stesso gestore e la sua lunatica commessa, soprattutto quest'ultima si stava arrampicando sugli specchi, per giustificare la faccenda! Si vede che le mie osservazioni non dovevano poi essere così campate in aria, o almeno, presuntuosamente, lo presumo. In ogni caso, meno male! / Che fine ha fatto "Girotondo di note", breve rassegna primaverile di concerti da camera gratuiti di giovani musicisti, svolgentesi certe domeniche mattina alla libreria Coop/Ambasciatori di via degli Orefici? Cassata pure quella? In tal caso, brutto segno!
mercoledì 26 marzo 2014
Il mio tempo verrà.
Mi è capitato in questi giorni, di sfogliare in libreria, la recente ristampa, del luglio 2011, in veste più economica, del libro "Gustav Mahler. La musica tra Eros e Thanatos" di Quirino Principe, originariamente edito nel 2002, nella sua seconda versione, per i tipi della Bompiani. Ad una prima scorsa, il volume mi sembra decisamente preferibile, come impostazione generale, a quello, secondo me sopravvalutatissimo, di Henri-Louis de La Grange sul medesimo argomento, più ridotto ma assai più sostanzioso rispetto a quest'ultimo. Ai miei occhi, comunque, il pregio principale del libro di Quirino Principe, è costituito dal fatto che è uno dei pochissimi tomi, fra i tanti dedicati al compositore ebreo boemo naturalizzato austriaco, che dedica uno spazio adeguato alla negletta decima sinfonia incompiuta del musicista, a differenza di altri titoli, anche celebri, che o la trascurano completamente o la trattano sbrigativamente in poche righe, ingiustamente anche secondo il mio modestissimo parere, stante il fatto che quello che è comunque riemerso grazie ai vari tentativi di ricostruzione, parziali o totali, più o meno opinabili, susseguitisi a partire dall'inizio degli anni '20 del secolo scorso, fino quasi ai giorni nostri, è più che sufficiente per giustificarne l'approdo in sede esecutiva, dandogli così vita, anzichè lasciarla languire in qualche polveroso archivio, accessibile esclusivamente agli addetti ai lavori, nonostante illustri pareri contrari. Pur tuttavia, stranamente, nel paragrafo che Principe dedica alla decima, ho riscontrato alcune lacune, se non proprio errori. Fra le varie proposte di ricostruzione integrale della decima sinfonia, l'autore sembra considerare come effettive, soltanto quelle realizzate dal musicologo inglese Deryck Cooke (1919-1976), affiancato dal compositore e direttore d'orchestra Berthold Goldschmidt (1903-1996) e dai fratelli compositori Colin (1946) e David Matthews (1943), ed a voler pignoleggiare, nemmeno in maniera esaustiva, poichè, se menziona la versione per così dire provvisoria del 1959/60, registrata dalla Bbc nel 1960, per il terzo programma radiofonico e successivamente sottoposta all'approvazione della vedova del musicista, se naturalmente cita la prima versione da concerto eseguita nel 1964, ed anche la successiva versione (o revisione), realizzata da Cooke con i medesimi collaboratori fra il 1966 ed il 1972, successivamente rivista nel 1974 (questa è stata peraltro la prima ad essere ufficialmente edita a stampa, nel 1976), omette di dire che, proprio nel 1976, poco prima di morire, ne stava realizzando una terza, successivamente integrata e corretta dai suoi consueti collaboratori fino al 1989, anno della sua pubblicazione. Quanto ai compositori ai quali, in precedenza, con esito negativo, era stato proposto dal musicologo statunitense Jack Diether, di accingersi al completamento della composizione mahleriana, ai nomi di Arnold Schoenberg e Dimitri Shostakovich, andrebbe aggiunto anche quello di Benjamin Britten. Così come non risponde a verità il fatto che la proposta dello stesso Diether, fatta successivamente a 2 musicologi, l'americano Clinton A. Carpenter (1921-2005) e l'inglese Joseph Hugh Wheeler (1927-1977), e ad un musicologo e scrittore tedesco, Hans Wollschlaenger, non abbia sortito alcun effetto, poichè, in realtà, ognuno di essi ne tentò una ricostruzione, anche se ciascuno all'insaputa dell'altro! Carpenter ci lavorò dal 1942 (o 1947, secondo altre fonti) al 1966, revisionandola nel 1982, ovvero realizzandone ben 6 versioni diverse, in aggiunta a una trascrizione per 2 pianoforti (al riguardo ho delle notizie confuse, poichè prima della sua ultima revisione, ci sarebbe stata un'esecuzione pubblica avvenuta non so dove nè quando, diretta da Gordon Peters, alla quale, dopo la revisione finale, ne avrebbe fatto seguito un'altra a New York nell'83, non so con quali interpreti e poi una successiva al Festival di Utrecht, in Olanda, nel novembre '86, con l'Orchestra del Brabante, diretta da Theodore Bloomenfield; comunque, ne esistono almeno 2 edizioni discografiche, la prima con la Dallas Symphony Orchestra diretta da Andrew Litton, che vi operò alcuni aggiustamenti, registrata dal 3 al 6 giugno 2001, alla Eugene McDermott Hall del Morton H. Meyerson Center di Dallas (Texas) per la Delos, la seconda diretta da David Zinman, con la Tonhalle Orchester Zurich, incisa dall'1 al 3 febbraio 2010, alla Tonhalle di Zurigo in Svizzera, per la Rca Victor Red Seal, ed una terza in video, della quale non rammento i dati), Wheeler ne realizzò una prima versione nel 1952/53, la quarta ed ultima nel 1965/66 (eseguita in prima assoluta nel 1997 nell'ambito del Colorado MahlerFest X, sotto la direzione di Robert Olson, anche direttore artistico di siffatta manifestazione, che vi apportò ulteriori ritocchi e correzioni e la incise per la Naxos dal 29 maggio al 3 giugno del 2000 con l'Orchestra Sinfonica della Radio Nazionale Polacca a Katowice, nella sala intitolata al direttore d'orchestra Grzegorz Fitelberg), anche Wollschlaenger intraprese la sua ricostruzione, pubblicandone però il solo terzo movimento nel '59, salvo sopprimerla appena il musicologo Erwin Ratz iniziò, a partire dal '60, la sua nuova edizione critica dell' intero corpus mahleriano, includendovi il solo adagio iniziale (dichiarandosi al contempo contrario ad ogni possibile completamento della sinfonia), per conto della Internationaler Gustav Mahler Gesellschaft (IGMG). A queste andrebbero aggiunte, non menzionate affatto nel volume di Principe, la versione di Rudolf Barshai, eseguita per la prima volta nel dicembre del 2000 a San Pietroburgo (anche di questa esiste l'incisione discografica effettuata alla Konzerthaus di Berlino il 12 settembre 2001 dalla Junge Deutsche Philarmonie diretta dallo stesso Barshai, per l'etichetta Laurel Records e successivamente ristampata dalla Brilliant Classics), quella di Theodor Guschlbauer, quella del solito duo musicologico, arcinoto ai bruckneriani, Nicola Samale/Giuseppe Mazzucca (2001) ed il paio di versioni realizzato dal musicologo americano Remo Mazzetti jr. (la prima del 1983, revisionata nell'85/86, della quale vennero eseguiti i soli primi 3 movimenti sempre al Festival di Utrecht del novembre '86, dall'Orchestra del Brabante diretta da Bloomfield, nuovamente revisionata ed eseguita, questa volta per intero, nell'89, alla Powell Symphony Hall di Saint Louis, dalla Saint Louis Symphony Orchestra diretta da Leonard Slatkin ed incisa dagli stessi interpreti e nel medesimo luogo, dal 10 al 13 marzo del '95, per la Rca Victor; la seconda, iniziata nel '94 e terminata nel '96/97, eseguita a Barcellona nel settembre '99 diretta da Jesus Lopez-Cobos, che la diresse anche in prima assoluta negli Stati Uniti il 4 ed il 5 febbraio del 2000, alla Music Hall di Cincinnati (Ohio) con la Cincinnati Symphony Orchestra ed incisa i giorni seguenti, il 6 e 7 febbraio dai medesimi interpreti nello stesso luogo, per la Telarc); e probabilmente, l'elenco risulterà incompleto! Se a ciò si aggiunge, andando a ritroso nel tempo, la revisione del solo movimento iniziale, l'andante-adagio, fatta da Ernst Krének nel 1923 (Alma, la vedova del musicista, aveva tolto temporaneamente il veto iniziale a possibili ricostruzioni ed esecuzioni pubbliche anche solo parziali, molto probabilmente per motivi meramente economici, poichè pare che Mahler, sentendo prossima la fine, le avesse addirittura ordinato di bruciare il manoscritto incompiuto, tesi avallata anche dai discepoli mahleriani più integralisti come Walter, Adorno e Klemperer, ma sulla cui veridicità sussistono seri dubbi), mentre Alban Berg si occupò del solo terzo movimento (ma secondo altri ci misero le mani anche lo stesso Krének, oltre a Schalk e a Zemlinski, la faccenda invero si presenta assai ingarbugliata) , l'intermezzo "Purgatorio oder Inferno" (allegretto moderato, in forma A-B-A), con esecuzione di questi 2 soli movimenti in concerto, il 12 (od il 14, secondo Principe?) ottobre 1924 all'Opera di Stato di Vienna, con la Wiener Philarmonisches Orchester sotto la direzione di Franz Schalk, il quale operò qualche ulteriore aggiustamento in sede esecutiva (gli altri movimenti, ovvero i 2 scherzi ed il finale, vennero all'epoca giudicati a uno stato troppo frammentario per essere sottoposti a tentativi di ricostruzione, sulla base del materiale disponibile in quel periodo), seguito in questo da Alexander von Zemlinski (anch'egli aveva diretto successivamente in pubblico questi 2 movimenti) che ne apportò di ulteriori ( gli aggiustamenti di Schalk e di Zemlinski, stanno alla base dell'edizione a stampa del 1951 dell'adagio e dell'intermezzo), mettiamoci un tentativo, non andato in porto, da parte di Alma, di indurre il direttore d'orchestra Willhelm Mengelberg a completare la composizione, aggiungiamoci pure una riduzione per pianoforte a 4 mani, effettuata da Friedrich Block, fra la metà degli anni '30 ed il 1940, del 2^, 4^ e 5^ movimento e circolata in forma privata (oggetto di un'articolo dello stesso Block, apparso nel 1941, sulla rivista americana "Chord and Discord", che funse probabilmente anche da stimolo per i successivi tentativi di ricostruzione integrale), mettiamoci anche il fatto che la stessa Alma chiese nuovamente nel 1949 a Schoenberg di occuparsi del completamento (il quale declinò adducendo motivi di anzianità) ed inoltre se si pensa che, a partire dal 1960, il musicologo tedesco Erwin Ratz, nella sua revisione critica del catalogo mahleriano, incluse ufficialmente il solo adagio iniziale, si può ben capire la complessità del caso costituita dalla decima sinfonia di Gustav Mahler. Intanto, è senza alcun dubbio, una delle composizioni incompiute, che abbiano conosciuto il maggior numero di tentativi parziali o totali di completamento, roba da dar dei punti persino al finale della nona sinfonia di Bruckner (del quale mi sono già precedentemente occupato) e comunque l'unica cosa che non sembra mai essere stata messa in discussione dai vari ricostruttori avvicendatisi nel corso del tempo (nonostante i divergenti criteri di partenza, con i quali hanno operato sul torso mahleriano), è la struttura complessiva del lavoro, ovvero la successione e quindi la disposizione dei cinque movimenti che la compongono, che Mahler aveva lasciato chiaramente a intendere, nelle pagine del manoscritto. E' una struttura a palindromo, ad arco, con i due movimenti lenti disposti all'estremità, i due scherzi che occupano la seconda e la quarta posizione e il bizzarro, breve intermezzo orchestrale al centro (se non fosse per le libertà agogiche che si consentono i direttori d'orchestra, i 2 lunghi movimenti estremi e i 2 scherzi più serrati, dovrebbero avere all'incirca, fra di loro, lo stesso minutaggio, cioè poco più di una ventina di minuti ciascuno, i 2 movimenti estremi e poco più di una decina ciascuno, i 2 scherzi, ovvero all'incirca la metà dei 2 movimenti esterni, mentre l'intermezzo centrale dovrebbe a sua volta durare circa la metà rispetto ai 2 scherzi, cioè poco più di 5 minuti, ma chiaramente si tratta di indicazioni di massima da parte mia ). Indubbiamente l'agogica dei movimenti lenti esterni è leggermente differente (da alcuni ritenuti in forma sonata, ma avrei dei dubbi al proposito, mi sembra quantomeno una forma sonata molto libera, all'ascolto, in verità), il primo è un andante che sfocia in un adagio, il quinto inizia in tempo lento ma non troppo (langsam schwer), ha una sezione centrale più mossa (allegro moderato) per poi sfociare in un tempo non troppo dissimile da quello del movimento iniziale (andante comodo, ma non trascinante); in quest'ultima parte, infatti, viene ripreso del materiale tematico del primo movimento, a sottolineare la ciclicità della composizione. Tra l'altro, il brusco accordo in fortissimo, prodotto dal tamburo coperto da un panno (o tamburo con sordina) che chiude il secondo scherzo (allegro energico), cioè il quarto movimento, è il medesimo che apre il movimento successivo, ovvero il finale. Ho voluto buttare lì, alla buona, queste iniziali considerazioni sul lavoro mahleriano, sulle quali conto di tornare in maniera più approfondita in futuro, proprio perchè stimolato dalle strane lacune che ho rilevato sul testo di Quirino Principe, tanto più singolari in un volume, vista anche l'epoca non certo preistorica della sua originaria pubblicazione (2002 nella sua seconda versione, anche se, a voler essere pignoli, l'edizione primigenia risalirebbe al 1983, pur tuttavia nelle note aggiuntive dell'edizione aggiornata del 2002, poste nelle prime pagine della pubblicazione, simili lacune si sarebbero potute tranquillamente correggere, alcune anzi non sono giustificabili nemmeno rapportandosi all'anno 1983!), nel suo complesso, notevolissimo e senz'altro migliore di molti altri titoli, anche illustri, dedicati a Mahler (nonostante alcuni giudizi drastici e discutibilissimi, come quello riguardo alla presunta 'bruttura' dell'adagietto della 5^ ed al conseguente giudizio negativo riguardo al film "Morte a Venezia" di Visconti, che mi sembra sia diventato 'di moda' prendere di mira oggidì!), anche perchè da tempo accarezzavo comunque l'idea di dedicare spazio a questa composizione enigmatica ed affascinante anche e soprattutto nella sua incompiutezza (parrebbe però che Mahler l'abbia eseguita integralmente al pianoforte, al cospetto della moglie) e senz'altro degna di essere maggiormente conosciuta ed eseguita nella sua "interezza" assai più di quanto non lo sia in realtà, nonostante eventuali prevenzioni, poichè quello che comunque emerge dell'animo del suo creatore, è di livello tale da giustificarne l'interesse, questo lo ribadisco, anche se interpreti mahleriani illustri come Mengelberg, Walter, Klemperer, Karajan, Barbirolli, Solti, l'abbiano completamente ignorata, mentre altri come Scherchen, Mitropoulos (che evidentemente, aveva comunque parzialmente mutato il suo atteggiamento iniziale, del tutto contrario a una riesumazione anche soltanto parziale, come testimoniato da 2 registrazioni dal vivo del solo primo tempo, una con la New York Philarmonic, l'altra con la Koelner Rundfunks Orchester), Bernstein, Boulez, Abbado, Sinopoli, Kondrashin, Leinsdorf, Maazel, Mehta, Neumann, Tennstedt, Haitink, Kubelik, Bertini, Levi, ne abbiano preso in considerazione il solo movimento iniziale (unico peraltro, ad essere presente in forma pressochè completa, all'origine. Ma a voler essere ancora più pignoli, come è stato fatto giustamente rilevare, anche "Das lied von der erde"-Il canto della terra- e la 9^ sinfonia, andrebbero in un certo qual modo, considerate anch'esse delle incompiute, poichè il loro autore, che era anche uno dei più grandi direttori d'orchestra a livello internazionale dell'epoca, a differenza dei lavori composti precedentemente, non ebbe modo di verificarne la resa in sede concertistica, ovvero di provarle e dirigerle personalmente in pubblico, la qual cosa lo induceva, inevitabilmente, ad apporvi successivi ritocchi, soprattutto strumentali, sovente in più di un'occasione, tant'è che ambedue le composizioni furono eseguite postume, quindi senza i probabilissimi aggiustamenti successivi che Mahler gli avrebbe apportato, se le circostanze della vita glielo avessero consentito, sotto la direzione di Bruno Walter). Fra i pochi 'integralisti' (o quasi) che l'abbiano eseguita in toto in almeno una delle sue ricostruzioni, abbiamo Chailly, Inbal, Levine, Rattle (per ben un paio di volte), Zinman, Litton (Previn l'ha invece diretta in pubblico, pur non avendola mai incisa). Singolare il fatto che, inizialmente, sia Levine che Inbal, abbiano inciso dapprima il solo adagio, per poi passare successivamente alla registrazione dell'intera sinfonia nei suoi 5 movimenti, anche se, ad essere pignoli, in realtà, nel caso di Levine, quest'ultimo si limitò ad incidere i restanti 4 tempi (questi ultimi col sistema digitale, in luogo dell'analogico utilizzato precedentemente per il solo adagio), in un momento successivo, mentre Inbal reincise l'adagio iniziale, per l'occasione. Mi piacerebbe poter fare un ascolto comparativo di almeno tutte le ricostruzioni che sono state incise in disco, ma purtroppo, per far ciò, mi manca il costoso cofanetto triplo della Testament che comprende l'incisione del 19 dicembre 1960 allo studio di Maida Vale della BBC, della versione provvisoria con la proposta pressochè integrale dell'adagio, dell'intermezzo e del finale e l'esecuzione in forma abbreviata dei due scherzi, intercalati da brevi interventi dello stesso Cooke, essendo i movimenti, all'epoca, maggiormente allo stato frammentario, effettuata dalla Philarmonia Orchestra diretta da Goldschmidt, la ripresa dal vivo del 13 agosto 1964, della prima assoluta della versione da concerto appena approntata, con la London Symphony Orchestra sempre diretta da Goldschmidt, alla Royal Albert Hall, nell'ambito della stagione degli "Henry Wood Promenade Concerts" (gli attuali "Bbc Proms") e con il lungo commento, di circa 35 minuti, nel terzo disco, dello stesso Cooke, registrato sempre per la trasmissione radiofonica del '60; inoltre non posseggo la prima incisione assoluta del primo completamento di Mazzetti jr., realizzata nel 1995, alla Powell Symphony Hall di Saint Louis, dalla Saint Louis Symphony Orchestra, diretta da Leonard Slatkin, per la Rca Victor Red Seal, purtroppo da parecchio tempo fuori catalogo (non posseggo nemmeno, ahimè, il numero del dicembre 2011, della rivista "Gramophone", comprendente un ampio servizio su tale composizione, così come non ho l'ancor più remoto numero del "Bbc Music Magazine" con allegata in cd un'esecuzione dal vivo diretta da Mark Wigglesworth, con la Bbc Symphony Orchestra). Fortunatamente però, dispongo della ristampa su cd, della prima incisione in studio della versione iniziale di Cooke, svoltasi il 17 novembre 1965, alla Town Hall di Philadelphia (Pennsylvania), con la Philadelphia Orchestra diretta da Eugene Ormandy, con le note di commento originali (cioè dell'edizione in lp) di Jack Diether (registrazione che seguiva di poco un'esecuzione pubblica coi medesimi interpreti, avvenuta il 5 novembre dello stesso anno e che costituisce la prima americana di questa ricostruzione; tra l'altro, proprio in quegli anni, il direttore d'orchestra Harold Byrns, ovvero colui che fece ascoltare il nastro dell'incisione del '60 ad Alma, la stava portando in Germania ed in Italia), per la Columbia/Cbs-Sony Classical (ci sarebbe anche, stando a Wikipedia, un'altra incisione in studio del '66, diretta da Jean Martinon, che mi giunge nuova, forse edita dalla Rca Living Stereo?); in più, tempo addietro, fra i dischi usati, ho reperito in buone condizioni e a prezzo basso, un cofanetto di 2 lp, comprendente la prima incisione di studio della seconda versione Cooke, con gli stessi interpreti della prima esecuzione pubblica del 15 ottobre '72, avvenuta alla Royal Festival Hall di Londra, ovvero la New Philarmonia Orchestra diretta da Wyn Morris, uscito nel '74 per la Philips Classic e mai ristampato su cd, per quel che mi risulta. Al cofanetto è allegato un succinto ma interessante saggio trilingue dello stesso Cooke, corredato da illustrazioni, tra cui una pagina del manoscritto della partitura incompiuta oltrechè dalla riproduzione di un paio di lettere, una di Alma Maria Schindler-Mahler, la vedova, indirizzata al musicologo anglosassone e scritta poco prima della sua dipartita nel 1963 (non datata, ma col timbro postale recante la data del 3 maggio 1963, in contrasto con quanto affermato nel volume di Principe, che gli attribuisce invece la data dell'8 maggio di quell'anno), lettera nella quale, dopo aver ascoltato il nastro dell'esecuzione radiotrasmessa dalla BBC circa 3 anni prima, autorizza ufficialmente il musicologo ad approntarne la (prima) versione eseguibile in sede concertistica, e l'altra di sua figlia, ovvero la figlia dello stesso compositore, Anna, inviata al medesimo dopo avere ascoltato a Londra (e naturalmente approvato) il nastro magnetico della registrazione discografica oggetto del cofanetto Philips. Fu proprio Anna, ad inviare al musicologo, subito dopo la morte di Alma, altre 44 (o 50?) pagine manoscritte fino ad allora inedite, che consentirono di colmare la maggior parte delle lacune precedenti, consentendo la realizzazione della versione da concerto del '64 e, conseguentemente, delle 2 revisioni successive. Leggenda vorrebbe che altre pagine manoscritte inedite, siano tuttora in possesso del De la Grange, ma dubito fortemente della fondatezza di questa asserzione. Fra gli altri direttori che si sono confrontati in pubblico e/o in disco, con una delle versioni completate, figurano anche Mark Wigglesworth, Daniel Harding, Jesus Lopez-Cobos, Michael Gielen, Johnathan Nott, Leonard Slatkin, in aggiunta ovviamente allo stesso Rudolf Barshai per la propria realizzazione. Insomma, chi rifugge dalla decima sinfonia (in qualsivoglia forma) per partito preso, non sa proprio quello che si perde! Ultimamente,sto compulsando i libretti delle varie edizioni discografiche in mio possesso, per raffrontarne le informazioni, avendo come già detto, l'intenzione futura di trattare riguardo a questa musica, in maniera assai più articolata e completa di quanto non abbia fatto fino ad adesso, per cui il presente scritto va naturalmente considerato come un semplice assaggio preliminare. Per il momento, ho la netta impressione di essermi imbattuto in un bel ginepraio, anche peggio che con le sinfonie bruckneriane, ma chi me l'ha fatto fare, bah! / Gustav Mahler: Sinfonia n.10 in fa diesis maggiore - o minore? Le indicazioni sui dischi sono contrastanti - (1910); I) Adagio: andante - adagio; II) Scherzo I: Schnelle vierteln - In gemaechlicher bewegung, ohne hast (Presto - Andante con moto, senza fretta); III) Purgatorio (oder Inferno): Unheimlich bewegt (Allegretto moderato); IV) Scherzo II: Kraeftig, nicht zu schnell (Allegro pesante, non troppo veloce); V) Finale: Langsam schwer (Lento grave, ma non troppo); indicato invece come Allegretto nell'edizione Wheeler - Allegro moderato - Ruhig, aber nicht schleppend (Andante comodo, ma non trascinante). / In questi giorni, forse anche per via del mio stato d'animo, la mia mente è ossessionata in maniera ripetitiva da frammenti di sinfonie mahleriane e particolarmente proprio dall'adagio della decima, purtroppo, per quel che concerne le mie faccende personali, appena intravvedo uno spiraglio di speranza, questi regolarmente si richiude inesorabilmente dopo poco, precipitandomi nuovamente nell'angoscia e nella tetraggine più nera, temo proprio che non riuscirò affatto a rivoluzionare positivamente la mia vuota, inutile esistenza, come auspicavo alcuni giorni fa. Il mio tempo (non) verrà (mai)! Tutto stramaledettamente nella norma! Allegria!
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