domenica 16 novembre 2014

Celluloide non di celluloide / Appendice.

Un'altra manciata di titoli, acquisiti successivamente dal sottoscritto, da aggiungere alle mie precedenti, lacunose, discografie e bibliografie succinte, inerenti l'argomento della musica da film: - Nino Rota; lavori orchestrali: vol.1) The legend of the Glass Mountain, suite; Satyricon/Roma, suite; Il Padrino, tema d'amore, per arpa (+Variazioni sopra un tema gioviale; Fuga per quartetto d'archi, organo ed orchestra d'archi; Concerto per violoncello ed orchestra -1925-; Concerti nn. 1,2 per violoncello ed orchestra; Allegro concertante; Concerto per arpa ed orchestra; Sarabanda e toccata per arpa; Il cappello di paglia di Firenze, ouverture) - 2 cd Decca 481 0284; vol. 2) War and Peace (Guerra e Pace), suite; Amarcord, suite; Le notti di Cabiria, suite (+Concerto per trombone ed orchestra; Guardando il Fujiama; Andante sostenuto per il Concerto per corno ed orchestra KV412 di W. A. Mozart; La fiera di Bari, ouverture; Concerto per fagotto ed orchestra; La scuola di guida; Castel del Monte, ballata per corno ed orchestra) - 2 cd Decca 481 0394; vol.3) Prova d'orchestra, suite (+Le Molière Imaginaire, balletto; Rabelaisiana; Concerto in mi magg. per pianoforte ed orchestra 'Piccolo mondo antico') - 2 cd Decca 481 0694; Elena Piva, arpa; Mario Shirai Grigolato, violoncello; Valentina Corradetti, soprano; Paolo Cauteruccio, tenore; Giuliano Rizzotto, trombone; Sandro Ceccarelli, Giuseppe Amatulli, corni; Alarico Lenti, fagotto; Davide Vendramin, fisarmonica; Maria Silvana Pavan, Carlotta Lusa, Simone Pedroni, pianoforti; / Orchestra Sinfonica di Milano "Giuseppe Verdi" / Giuseppe Grazioli, direttore. / Registrazioni di studio effettuate nell'agosto del 2011 all'Auditorium di Milano della Fondazione Cariplo (sede abituale dell'orchestra). - Nota: il progetto del quale fanno parte i presenti cd, tutti usciti nel corso del 2013, a prezzo economico ma dal confezionamento terrificante, prevedeva l'incisione integrale dei lavori orchestrali di Rota, per complessivi 6 volumi, ovvero per un totale di 12 cd; purtroppo, ne ignoro il motivo, trattandosi per giunta di ottime esecuzioni, la faccenda sembra si sia arenata al terzo volume, in rete non ho trovato alcuna delucidazione al riguardo, stessa cosa chiedendo al commesso del negozio di dischi dove vado abitualmente, speriamo che non sia un brutto sintomo, sarebbe veramente un peccato, poichè questi 3 volumi già usciti, comprendono almeno una decina di brani in prima incisione assoluta, tra cui le suites da "Satyricon/Roma" e "Le notti di Cabiria" (non così è invece per il balletto "Le Molière Imaginaire", contrariamente a quanto dichiarato nel retro copertina, del quale esisterebbe l'incisione Deutsche Grammophon uscita nel 1975, con gli stessi interpreti della prima assoluta, ovvero l'Orchestre du Theatre de La Monnaye de Bruxelles, diretta da Elio Boncompagni, attualmente fuori circolazione, faccenda che rammento di aver già menzionato in precedenza). La qualità sonora di questi dischi è buona anche se non particolarmente entusiasmante, caratterizzata da un'immagine un po' troppo costipata e da una ripresa un po' troppo ravvicinata, oltre che da un'acustica secca, penso dovuta anche al luogo di registrazione, con una timbrica a tratti un filino satura ed una dinamica buona, ma non certo da pelle d'oca (non direi sicuramente che si tratti del tipico "suono Decca" degli anni d'oro, anche perchè gli autori di queste riprese sonore, nostrani, non fanno certamente parte dei responsabili 'storici', produttori e tecnici, che hanno forgiato, a suo tempo, il suono peculiare di questa etichetta; oramai, con il progressivo inglobamento di queste case da parte dei grossi gruppi multinazionali, queste etichette hanno visto svilire il proprio prestigioso marchio a mero specchio per le allodole, poichè è andata decisamente a farsi benedire la particolare e personale impronta sonora notoriamente associata alla Decca, come anche nel caso di altre etichette consimili, anche perchè, volendo economizzare risparmiando sul personale, sempre più spesso ci si affida a strutture esterne che, sovente, operano anche per altri gruppi ed etichette discografici, provocando così una crescente omogeneizzazione e spersonalizzazione della qualità sonora complessiva; soltanto una parte delle case discografiche indipendenti è riuscita a mantenere una propria, precisa identità sonica, ahimè, discorso lungo e complesso, senz'altro meritorio di ulteriori approfondimenti futuri). Giuseppe Grazioli, allievo di Franco Ferrara, Peter Maag e Leonard Bernstein, è lo stesso che diresse efficacemente, nel 2008, quel bell'allestimento dell'opera "Napoli milionaria" dello stesso Rota, al Festival di Martina Franca, fortunatamente documentato in un dvd attualmente reperibile, emesso a cura dello stesso festival, ma anche in questo caso con l'indicazione mendace (ma è proprio una mania!) di "prima incisione assoluta". Guarda caso, proprio verso le ore 10 di domenica 2 novembre, Rai 5 ha trasmesso la ripresa televisiva Rai, con immagini a colori, della prima assoluta, avvenuta nel 1977 al Teatro Nuovo di Spoleto, nell'ambito del Festival dei Due Mondi, diretta da Bruno Bartoletti, con una esordiente Giovanna Casolla, nel ruolo della coprotagonista femminile, ripresa della quale il sottoscritto, allora ragazzino, avendola vista in diretta, si ricordava benissimo, tanto più che, anni fa, anche Radiotresuite ne trasmise la parte audio, intervistando telefonicamente, in precedenza, lo stesso Bartoletti! A quando un dvd anche di questo primigenio allestimento? ------ Manuel De Sica (1949): Una vita in musica. - "Una breve vacanza", per viola ed archi; "Il giardino dei Finzi Contini", suite per grande orchestra; Filmusic, per pianoforte ed archi (+In memoriam, per archi; Kojiki, per arpa ed archi; Concerto per violino ed archi) / Floraleda Sacchi, arpa; Maristella Patuzzi, violino; Anna Serova, viola; Michelangelo Carbonara, Marco Attura, pianoforti; - Filarmonica "Arturo Toscanini" / Flavio Emilio Scogna, direttore (assistente: Marco Attura) - Registrazione effettuata il 27 e 28 maggio 2013, al Centro di Produzione Musicale della Filarmonica "Arturo Toscanini", Parma - cd Brilliant Classics 94905 / Nota: in questo bellissimo disco a basso prezzo, uscito nel 2014, dal minutaggio generoso (79' 10"), quello che è senza dubbio il migliore dei 2 figli maschi di Vittorio De Sica, purtroppo essendo anche quello del quale si parla di meno, ovviamente (!), si dimostra un notevolissimo compositore non soltanto nell'ambito delle colonne sonore, ma anche per quel che concerne la musica da concerto, come si evince ampiamente da queste eccellenti esecuzioni, tra l'altro anche ottimamente registrate in maniera piuttosto realistica, sia da rendere l'ampia dinamica, immagine ed estensione della suite da "Il giardino dei Finzi Contini", così come le escursioni più contenute ed intimistiche, negli altri brani presenti nel cd, oltre, in generale, ad un buon equilibrio fra strumenti solisti ed orchestra. Da rilevare che, contrariamente a quanto suggerisce di primo acchito il titolo, il brano 'Filmusic', è in realtà musica astratta, non correlata alle immagini di alcuna pellicola cinematografica, nella forma di un breve concertino in 3 movimenti, per strumento solista ed archi. Nel libretto, succinte ma succose note sul compositore e sulle composizioni, di Sandro Cappelletto e dello stesso Manuel De Sica, oltre ad una sintetica biografia di orchestra e direttore, peccato soltanto siano riportate in traduzione inglese e non anche nell'originale in italiano, chissà perchè! Sempre a proposito del De Sica compositore, qualcuno più si ricorda della bellissima sigla della serie televisiva, degli anni '80, a colori, de "I nuovi racconti del Maresciallo", su soggetto di Mario Soldati, con Arnoldo Foà come protagonista, caratterizzata anche da uno stupendo assolo di tromba? Continuiamo a meritarci un moccoluto (o boccoluto?) Giovanni Allevi, mi raccomando! ------ Sir Peter Maxwell Davies (1934): Suite from "The boyfriend" (1971); Suite from "The devils" (1971); (+Seven in nomine -1965- ; da "The yellow cake revue" -1980- : 2 brani per pianoforte) - gruppo strumentale "Aquarius", diretto da Nicholas Cleobury (brani strumentali); Sir Peter Maxwell Davies, pianoforte. - Registrato nell'ottobre del 1989, agli Emi Studios di Abbey Road a Londra (per i brani strumentali) - T.T. 71' 02'' - cd Naxos 8.572408 - Nota: in questo altro bel disco, sempre a basso prezzo, con incisioni uscite originariamente nel 1990 e nel 1994 per la defunta Collins Classics e riedite dalla Naxos nel 2014, caratterizzato da lavori destinati sia al cinema che al palcoscenico teatrale, abbiamo anche, in esecuzioni impeccabili, un paio di belle suites tratte dalle musiche composte per i 2 omonimi, celeberrimi film di Ken Russel. ------ Aram Kachaturian (1903-1978): "La battaglia di Stalingrado", suite (1949); "Otello", suite (1956); Viktor Simcisco, violino; Jana Valàskovà, soprano; Coro Filarmonico Slovacco di Bratislava; - Orchestra Sinfonica della Radio Slovacca / Adriano - Registrato dal 6 all'8 luglio 1989 e dal 22 al 24 giugno 1992, nella Sala da Concerto della Radio Slovacca, a Bratislava - T.T. 63' 36'' - cd Naxos "Film Music Classics" 8.573389 - Nota: riedizione economica, uscita nel giugno del 2014, di un disco stampato originariamente nel '93 per l'etichetta Marco Polo. Musica trascinante, ottimamente eseguita e ben incisa, di un compositore secondo me ingiustamente sottostimato, stretto com'è tra 2 colossi del calibro di Prokofiev e Shostakovich, suoi contemporanei (il secondo peraltro gli riconosceva una certa superiorità nella vena melodica), arcinoto esclusivamente per la celeberrima "danza delle spade" dal balletto "Gayaneh", ed in misura minore per l'adagio dal balletto "Spartacus", usato anche da Stanley Kubrick nel suo film celeberrimo "2001, Odissea nello Spazio"; musicista senz'altro meritevole di una conoscenza assai più vasta della sua opera (cito soltanto la sua 2^ sinfonia ed i concerti per violino e per pianoforte), di quanto non sia in realtà. Nel caso di questo disco si tratta di un paio di suites sinfoniche tratte dalle musiche scritte per 2 film, il primo dei quali è il tipico prodotto di propaganda di regime, mentre il secondo è una più ambiziosa riduzione cinematografica dell'omonimo dramma shakespeariano. In ambedue i casi, ma soprattutto per il primo titolo, trattasi di pellicole che vengono ricordate soprattutto in virtù della bellissima musica che le riveste (nell' "Otello" tra gli altri vi recitava un "certo" Sergei Bondarciuk, divenuto noto in seguito come regista). ------  Ed ora, per concludere, almeno per il momento, un'altra segnalazione libraria: ---  Gilles Mouellic: "La musica al cinema. Per ascoltare i film" (titolo originale: "La musique de film. Pour écouter le cinéma"; Editions Cahiers du Cinéma/SCEREN-CNDP; 2003), traduzione di Elga Mugellini, redazione a cura di Gabriele Giuliano; 1^ edizione italiana: aprile 2005, collana "Strumenti / Cahiers du Cinéma", Lindau Editore, Torino, pagg. 96, con immagini in b/n, eccetto quella a colori in copertina, euro 12,80). - Nota: "cineasti e musicisti,un secolo d'incontri", "partiture sinfoniche e musiche popolari", "il potere della musica", così "strilla" la copertina di questo ulteriore, discreto, agile e sintetico, anche se non esaustivo, volumetto sulla musica 'di celluloide' ed annesse problematiche ed implicazioni, suddiviso in 2 parti ben distinte, la prima, dove si cerca di tracciare, in una manciatina di capitoletti, una panoramica generale di tutta la questione, la seconda, costituita da una serie di "documenti, testi, testimonianze, analisi di sequenze ed inquadrature", ad opera di vari autori e d'interesse variabile, con, in appendice, anche una utile "bibliografia essenziale". Pubblicazione reperita pesonalmente alla "Fondazione Cineteca di Bologna", piazzetta Pier Paolo Pasolini, 3/B, nei paraggi di via Azzo Gardino, in occasione dell'annuale mostra- mercato, tenutasi nelle giornate de "Il cinema ritrovato", ma dovrebbe essere agevolmente rintracciabile, nonostante non sia certo recentissima, anche nelle normali librerie specializzate, e pure in quelle facenti parte dei grossi gruppi editoriali. Altro dir non so...     

sabato 18 ottobre 2014

I ragazzi del coro.

Dal mese di maggio del corrente anno, sono entrato anch'io a far parte di una delle tante corali amatoriali cittadine, ma una delle poche ancora esclusivamente maschili, trattasi precisamente de "La Tradotta", avente l'attuale sede "operativa" (se così si può dire!), sita presso la parrocchia di Santa Maria della Carità, in via San Felice, in pieno centro storico felsineo. Inizialmente inserito nella sezione dei tenori (o "terrori"?) primi, successivamente spostato fra i secondi poichè a rischio di strangolamento (ma secondo qualcuno sarei più adatto fra i baritoni o "barritoni"), devo dire che l'ambiente in sè non sarebbe affatto malvagio, sennonchè questo coro risulta afflitto da un problema endemico, che rischia seriamente di minarne la sopravvivenza futura. Il problema è innanzitutto di natura anagrafica, stante il fatto che l'età media dei suoi attuali componenti veleggia sui 70-75 anni (del resto la persona che mi ci ha introdotto, Maurizio, è un sessantacinquenne stralunato ex-bancario, con un vocione da basso in perenne lotta senza esclusione di colpi con l'intonazione; fra cantare nel coro e giocare a tennis, suoi principali passatempi, difficilissimo stabilire quale gli venga peggio) e a parte il sottoscritto, prossimo ai 53, ho constatato che, al momento del mio ingresso in formazione, i 2 elementi relativamente più giovanili, erano un quarantacinquenne che si è successivamente defilato ed un trentanovenne, Gilberto (detto "Gibi"), 'scombiccherato' autista-soccorritore del 118, alternante espressioni facciali varianti dal catatonico più assoluto all'isterico uterino, che viene una tantum e che mostra già da qualche tempo dei segni di stanchezza e sul quale dubito si possa contare molto per il futuro; ciò significa che il sottoscritto "rischia" anche di risultare, attualmente, l'elemento "più giovane" -sic!- ovvero meno "rudere" di tutta la compagine e sarebbe veramente il colmo, poichè tutto ciò accentuerebbe ulteriormente la vocazione perigliosamente 'gerontologica' del gruppo (allegria!), essendo un coro con un'anzianità di "servizio" quasi cinquantennale e che ai bei tempi andati contava almeno una quarantina di elementi fra le sue fila, mentre adesso è già un miracolo se si riesce ad arrivare ad almeno 2 o 3, forse, chissà, eccezionalmente anche 4 elementi per singola sezione (tenori - o per l'appunto "terrori" -  primi, tenori / "terrori" secondi, baritoni/"barritoni", bassi/"bassotti"-nel senso proprio di "banda bassotti", purtroppo!), la qual cosa sta a voler significare che difficilmente si supera la quindicina, quando va bene! Praticamente un coro da camera, a voler essere generosi, decimato progressivamente, nel corso degli anni, da una ridda di patologie assortite facilmente immaginabili, arteriosclerosi, sordità e cecità inclusi, che continuano a funestare anche una buona parte degli attuali sopravvissuti (a parte il fatto, cosa alquanto antipatica, che ancora non figuro ufficialmente nell'organico della formazione, non più aggiornato da almeno un triennio, il che significa che sono praticamente un "corista fantasma"). Ma non è nemmeno pensabile, come ci ha fatto presente il suo attuale direttore, Ennio, 'consumato', navigato esperto di queste faccende, di trasformarlo in un coro misto, aprendoci all'apporto muliebre, come altre formazioni in condizioni simili alle nostre hanno già fatto, poichè ciò presupporrebbe un lungo e complicato lavoro di reimpostazione totale del coro che si tradurrebbe in un ulteriore periodo di rodaggio, chè vista l'anzianità della quasi totalità dei componenti, comporterebbe degli sforzi difficilmente sostenibili e un tantinello rischiosetti per degli ingrigiti cantori. E qui si arriva ad un altro punto cruciale della faccenda, innanzitutto il repertorio, costituito da canti popolari, talvolta anche con armonizzazioni raffinate ed interessanti, discretamente complesse e niente affatto prive di dissonanze o di modulazioni particolari, tutt'altro che facili da cantare insomma, ma purtroppo dal carattere prevalentemente cupo, lugubre e drammatico, trattandosi di brani imperniati soprattutto sui temi della guerra, dell'emigrazione, della partenza; ad accentuare il clima uniformemente plumbeo, funereo e cinereo della questione, ci pensano anche le (ovviamente) usurate, limitate capacità vocali della maggior parte di questi attempati "ragazzi del coro", che inducono il nostro direttore ad operare ulteriori aggiustamenti, soprattutto in materia di rallentamenti ritmici e abbassamenti di tonalità, al fine di non rischiare l'incolumità fisica (soprattutto strangolamenti da capponi sgozzati) dei componenti la corale, rischiando per contro, di rendere il carattere di questi canti, ancora più soporifero ed uniformemente triste di quanto già non sia in origine, rendendone la fruizione ad un ipotetico pubblico, senz'altro più ostica del dovuto . A parte il fatto che, attualmente, l'unica speranza di esibizione in vista, sarebbe non prima del giugno del 2015, nell'ambito del "Giugno Corale" dell'Oratorio di Santa Cecilia in via Zamboni (luogo ameno nel quale ci siamo già esibiti proprio nel mese di giugno del corrente anno), nell'ambito per l'appunto della ricorrenza del centenario dall'entrata in conflitto dell'Italia nella Prima Guerra Mondiale, sempre tanto per stare allegri; e a parte Beppe, nostro 'consumatissimo' segretario, sempre alla ricerca di altri possibili, quanto improbabili, abboccamenti, che regolarmente svaniscono come neve al sole, al fine di procacciare al nostro coro nondimeno un fittizio carnet di esibizioni, tanto per salvare almeno le sempre più flebili apparenze! Tra parentesi, in effetti, ero presente all'interno della compagine corale, nelle sue ultime 3 esibizioni, accadute tutte nel mese di giugno, che comprendevano, oltre a quella svoltasi all'Oratorio di Santa Cecilia, un altro paio svoltosi all'interno della stessa parrocchia di Santa Maria della Carità, di cui l'ultima particolarmente breve, dovendo fare semplicemente da apripista ad un'altra formazione corale mista, decisamente più baldanzosa e giovanile; ma la cosa migliore di queste ultime 2 serate parrocchiali, è stato indubbiamente il fatto che, a ciascuna di esse, ha fatto seguito una cena luculliana all'interno dei locali della canonica, riservata ai coristi ed ai loro familiari ed amici, nel corso delle quali, il sottoscritto (che per sua fortuna, non aveva alcuna persona al seguito), non solo si è strafogato di brutto, senza alcun ritegno, ma all'ultima di esse, si è pure riportato a casa una bella teglia di rutilanti, rubizzi fagioli messicani al sugo, coi quali si è abbuffato ad abundantiam pure il giorno seguente, sfogando costì persino la sua anima d'incallito, illanguidito petomane assassino, con 'contorno' di poderosissime, fragorosissime e gagliardissime flatulenze assortite ad libidinum ( tanto ero solo in casa) associate naturalmente ad odorosissime e fragranti emissioni gassose, contrappuntate da qualche sguaiato rutto qui e là, tanto per gradire (dopotutto non si vive di solo spirito, dico bene, anche la pancia ha le sue sacrosantissime esigenze, alla facciaccia della "Kunstlerleben"!), a tutto questo facendo seguito, come di prammatica, una copiosissima e soddisfacente defecazione, a degno coronamento dell'intrapresa! Eh sì, perchè per poterci produrre decentemente nelle nostre esibizioni serali, avevamo la tassativa disposizione di rimanere digiuni come minimo a partire dal primo pomeriggio, affinchè le nostre prestazioni vocali non ne risentissero più di tanto (bah!), per cui, una volta terminato il concerto, non ci si vedeva letteralmente più dalla fame, o almeno il sottoscritto, prossimo, con la bava alla bocca e gli occhi fuori dalle orbite, a manifestare istinti di volgarissimo cannibalismo tribale nei confronti dei suoi più vetusti colleghi coristi, non vedeva praticamente l'ora di abbandonarsi lussuriosamente alla crapula più smodata, svergognata e incontrollata, come dimostrato susseguentemente nei fatti! Altra incognita, tanto per rimanere in tema geriatrico, l'anzianità dell'attuale parroco titolare della parrocchia ove alberga la corale, Don Valeriano, settantaseienne comprensibilmente stanco e desideroso di mettersi un poco e giustamente a riposo, al quale dovrebbe subentrare, all'incirca, forse, ma chissà, entro il 29 di novembre, il suo successore, tal Don Davide, baldo (od almeno così si spera!) "giovincello" trentaseienne, auspicabilmente ben disposto nel continuare a concedere al coro di poter dimorare nell'attuale sede, altrimenti sarebbe proprio un'altra bella gatta da pelare, non bastasse pure il resto! Certo è che l'annuncio messo all'esterno della canonica, per la ricerca di nuovi membri (!) per il coro, obiettivamente non era molto incoraggiante, visto che si richiedeva almeno una media capacità di leggere la musica, la qual cosa, in una nazione come la nostra, dove l'educazione musicale non ha mai fatto parte dei normali programmi scolastici, nemmeno in tempi assai migliori degli attuali, è francamente assai poco realistica, tant'è che sia lo stralunato Maurizio come il rintronato sottoscritto, andiamo praticamente ad orecchio e credo proprio, salvo smentite, che non siamo nemmeno gli unici così (s)combinati; non c'è da meravigliarsi quindi che non si sia mai fatto vivo alcun aspirante, almeno fino ad ora! Ma l'autore dell'annuncio, Giuliano, padre dello "stravolto" Gilberto, risente ancora dei suoi retaggi di ex-sindacalista, con la sua tipica prosa fortemente tendente al 'burocratese', cosa che si evince ancor di più, quando stila le note di commento ai programmi dei concerti, alquanto verbose, retoriche, enfatiche, roboanti, ampollose, non prive di luoghi comuni e stereotipi. Al momento, dopo la prolungata pausa estiva, si prova soltanto una volta la settimana, sia pure in un clima generale da cronicario per malati terminali,  generalmente il mercoledì sera, a cui si aggiunge la serata del lunedì qualora si approssimi un'esibizione pubblica (ma andando di questo passo,campa cavallo che l'erba cresce, oramai!); in effetti, la maggior parte del tempo dedicato alle prove, mediamente un paio d'ore circa, viene occupato da chiacchiere e facezie varie, con sovente una piccola appendice mangereccia a base usualmente di grissini, salame e vino. Se non altro, ci si può consolare pensando almeno che non manchi qualche sia pur modesta occasione di bisbocciare, ovvero chi si contenta gode! A completare, almeno per il momento, il quadro clinico della situazione, ci si è messo pure Mauro, il nostro "dinamicissimo" (almeno nelle intenzioni)  presidente, non certo di primo pelo, che rimarrà assente per alcune settimane, dovendosi far operare per via di un'ernia inguinale (auspicando che la faccenda non abbia, in futuro, imbarazzantissime, nefaste ed inimmaginabili conseguenze trans-genetiche sul suo timbro vocale originario di basso talmente profondo da sembrare un autentico buco nero), sostituito, si fa per dire, nelle sue (dis)funzioni presidenziali, nel frattempo, sempre dal "fido" Beppe, che comincia, in cotal guisa, ad accaparrarsi spudoratamente un po' troppe cariche con gagliarda disinvoltura, il che renderà inevitabile il suo prossimo defenestramento d'autorità, vedremo anche qui gli sviluppi della situazione! Lo stesso Mauro ci ha informato, nella medesima occasione, di essersi precedentemente intrattenuto una sera, premurandosi chissà perchè di specificare che trattavasi soltanto di una banale cena al ristorante (ma basta vederlo con quell'aspetto fisico così sgangheratissimamente male in arnese, praticamente un rottame, già con un piede, se non ambedue, nella fossa, per credergli assolutamente sulla parola; orsù, suvvia, si metta pure tranquillo, requiescat in pace!), con una nostra presunta estimatrice nipponica, una certa Satomi, o qualche cosa del genere, la quale, sorta di stramba Cio-Cio-San, pur facendoci veramente le pulci dal punto di vista vocale, parrebbe che ci trovi, avendoci auscultato ovviamente in pubblico, in qualche misura, capaci d'ingenerare emozioni (certamente non erezioni, come avrei senz'altro preferito, vista la mia non più giovanile età, nessuno fa miracoli, per sfortuna!) veramente profonde in lei, o misteri insondabili dell'anima orientale, ma forse qualcuno dovrebbe prontamente consigliarle una visita accurata dall'otorino o dallo psichiatra, meglio forse entrambi, anzi, mi sovvengono strani sospetti in proposito, oddio, non sarà stata mica la menopausa e/o le ovaie fuori squadra? Un bel dì vedremo! Piuttosto, forse, sarebbe proprio il caso, a questo punto, che qualcuno di noi, si decidesse una buona volta, a rammentare bene a Valter, solerte cassiere dell'associazione culturale (sic!) che starebbe alla base della corale, ogni qualvolta che batte chiodo, di specificare per benino a quale tipo di "cassa" si riferisca, poichè, visto che se l'intera compagine dei "ragazzi del coro" ammesso e non concesso che non sia già con un piede nella fossa, poco ci manca, non ci vuole molto ad intuire che eventuali fraintendimenti in tal senso, stiano letteralmente dietro l'angolo, ohimè! Certo però che l'attuale tassa d'iscrizione fissata a 30 euro (alquanto discutibile il fatto che non venga lasciato uno straccio di ricevuta, limitandosi a una semplice annotazione su un foglio), con la prospettiva anche di dover contribuire per 10 euro a cranio per le eventuali cene che dovessero far seguito a future (????) esibizioni pubbliche dei "Tradotti", rischia di costituire un'ulteriore freno all'ingresso di ipotetici nuovi adepti, almeno secondo la mia (im)modesta opinione; anche qui è proprio il caso di dire: "Chi vivrà (ammesso e non concesso che la sorte benevola gli consenta di campare a sufficienza, data l'età avanzata), vedrà (semprechè non divenga anche orbo nel frattempo, non si sa mai)!". Comunque, questa mia temo breve (stante che, se perdura, come temibile, la situazione attuale, il coro non può certo pensare di sopravvivere oltre il 2015, pure a patto che le cose non peggiorino nel frattempo, com'è stato chiaramente ribadito nell'ultima assemblea, la qual cosa non m'induce di certo all'ottimismo) sortita nel canto corale dilettantesco, mi ha fatto scoprire di possedere una voce non eccessivamente canina, che mi ha consentito di cavicchiarmela quasi passabilmente anche nella triade di esibizioni per così dire pubbliche (fortunatamente, in questo caso, il pubblico non era certo una folla oceanica, inoltre non ho notato persone a me conosciute frammiste ad esso, meno male, poichè ciò avrebbe aumentato sensibilmente il mio disagio), badando soprattutto, almeno nelle intenzioni, a non farmi notare troppo, in barba al mio nervosismo e alla mia totale inesperienza in tale ambito. Indubbiamente, prima di questa avventura, non avrei mai pensato che, anche fra i canti popolari (prevalentemente di provenienza emiliano-romagnola, friulana o comunque settentrionale, almeno nel caso del repertorio della corale in questione, per un totale di circa 56, il cui nome, "La Tradotta", corrisponde proprio al titolo di uno di essi, che costituisce praticamente una sorta di inno della medesima), ce ne potessero essere anche di quelli piuttosto complessi, con armonizzazioni ardite e raffinate, come già dichiarato in precedenza, con un'agogica varia, talvolta perfino con un carattere quasi operistico o d'innodia religiosa, con incastri ritmici fra le varie sezioni piuttosto complicati e dei gran saliscendi di tonalità piuttosto accidentati, persino da una sillaba all'altra del testo cantato, ma evidentemente devo essere stato vittima, fino a non molto tempo fa, come tanti, dei tipici pregiudizi, dell'autentica puzza al naso nutrita nei confronti di un genere forse a torto considerato minore e certamente poco conosciuto, tipica degli appassionati di musica colta! Al contrario, invece, trattandosi proprio, in questi casi, di autentiche bestie nere, irte di difficoltà vocali e ritmiche e proprio per questa ragione, estremamente stimolanti e galvanizzanti, una volta che se ne è finalmente, faticosamente riusciti a venirne a capo in qualche modo; dopotutto se persino un Arturo Benedetti Michelangeli si è preso la briga di armonizzarne alcuni (peccato che non ne abbia acquistato il relativo cd, a suo tempo uscito in edicola), evidentemente una ragione ci sarà pure! Diciamo proprio che mi si è squarciato un piccolo orizzonte in tal senso! Difatti si era accennato brevemente, poco prima della pausa estiva, di realizzare un cd da mettere in vendita a scopo benefico, con estratti di esibizioni pubbliche del coro, ma purtroppo, anche in questa occasione, la faccenda è tramontata sul nascere! Tornando alle mie impressioni, ho scoperto inoltre che è molto più difficoltoso cantare piano, pianissimo e/o a bocca chiusa, piuttosto che a squarciagola, soprattutto a livello di controllo dell'intonazione; purtroppo, sovente, in tal senso, la mia voce si comporta assai peggio di un cavallo imbizzarito, la qual cosa, regolarmente, non sfugge mai al "fido" Beppe, nemmeno nei momenti in cui sono sovrastato dalle voci degli altri componenti (il bello è che riesce  a distinguere benissimo la mia voce fra tutte le altre,  nonostante che mi trovi posizionato generalmente ad una certa distanza da lui, cantando per giunta al contempo egli stesso fra i tenori primi, diavolo d'un Beppe!), dotato, probabilmente a compensazione della sua cecità, di un orecchio sensibilissimo ed attento, al quale non sfugge veramente alcunchè, compresi i miei cali oltrechè le mie autentiche stecche! Ho dovuto pure procurarmi, con l'aiuto sempre dello stralunato Maurizio, la tenuta estiva per le esibizioni pubbliche, costituita da camicia a scacchi, blue-jeans e scarpe marroni (tipo Clarke o similari), mentre lo "schizzatissimo" Gilberto mi ha reperito lo stemma della corale da appuntare sul taschino della camicia, stemma che mi sono prontamente 'prodigato' a smarrire, dimenticandomi 'intelligentemente' di toglierlo poco prima di portare l'indumento alla lavanderia a secco, ma visto il futuro decisamente incerto e nebuloso della corale, penso proprio che alla fine sarà una faccenda irrilevante, così come il dotarmi di un'eventuale tenuta invernale, stante che comunque l'unica esibizione effettivamente prevista si dovrebbe svolgere intorno all'inizio dell'estate, non certo prima, se tutto va bene, come già rilevato in precedenza. Beh, nella peggiore delle ipotesi, vorrà dire che, almeno per un pò, mi son potuto sollazzare e divertire anch'io (e con contorno di saltuarie, salvifiche, salutari pappatorie, per fortuna)! Se dovesse finire, pazienza, la vita continua, o così dovrebbe, no? Qualche segno positivo quest'esperienza me l'avrà lasciato comunque ed, in ogni caso, mi resteranno almeno gli spartiti di alcuni di questi canti, per potermeli provare per conto mio, fra le mura domestiche, di tanto in tanto e senza affliggere sperabilmente le orecchie altrui, la qual cosa è senz'altro meglio di niente! Siamo, insomma, al canto del cigno?

mercoledì 8 ottobre 2014

Il dannato dell'alta fedeltà.

Premesso che l'alta fedeltà per me non è null'altro che una propaggine, ovvero una conseguenza logica della mia passione musicale, come credo di avere già dichiarato in precedenza in più di un'occasione, un mezzo e non un fine quindi essendo quest'ultimo costituito dalla riproduzione sonora della materia musicale, che mi porta semplicemente ad avvertirne la viscerale ma altrettanto naturale, almeno secondo la mia modestissima opinione, necessità di cercare di goderne nella miglior maniera realizzabile, perlomeno compatibilmente con le mie reali possibilità soprattutto economiche e non certo come di un qualcosa di completamente fine a sè stesso, come paventerebbero certi 'audioti' (dopotutto la musica esiste fin dalla notte dei tempi, mentre il fenomeno della riproduzione dapprima soltanto sonora, poi successivamente audiovisiva, è una faccenda relativamente recente, tantopiù che, se non esistesse la musica, l'alta fedeltà sarebbe ben poca cosa, avrebbe sicuramente un impiego assai più limitato e circoscritto, non dimentichiamocelo!), tutto questo senza volerne affatto sminuire l'importanza, ma soltanto per riportare le cose alle giuste proporzioni, voglio dire che insomma, il volerne trattare saltuariamente, anche in questa sede, da parte mia, non costituisce per me affatto un'uscita dal seminato, poichè l'avverto come un qualcosa di limitrofo, intimamente connesso al soggetto musicale, argomento principe, perlomeno nei suoi intendimenti originari, del presente blog. Infatti, mi sto, per l'appunto, gingillando in questi giorni, nel provare la triade di apparecchi recuperati, costituita dal giradischi Thorens con testina Excel/multilettore cd Nad/amplificatore Aurex-Toshiba, alla quale ho fatto riferimento nel mio precedente scritto. Per collegare il lettore cd all'amplificatore, ho utilizzato un economicissimo ma decoroso cavo audio "Evology", i controlli di tono, privi di scatto centrale, li ho lasciati sulla posizione "0", loudness e filtro subsonico anch'essi esclusi, salvo all'inizio, utilizzando al momento per l'ascolto, la sola cuffia Audio-Technica. Il loudness, discutibilmente centrato, come intervento, soltanto sulle basse frequenze e del quale non vengono specificate le caratteristiche tecniche (ma anche quello del Technics da me posseduto all'epoca, era impostato similmente, con un'esaltazione di +10dB dichiarati a 50 Hz, col volume a -30dB e come suo unico effetto collaterale produceva una lieve attenuazione della gamma più acuta), in realtà all'ascolto mi sembra produca soltanto un eccessivo rigonfiamento dei medio-bassi con relativo indurimento del suono, da indurmi ad escluderlo successivamente, anche con la manopola del volume quasi al minimo, quanto al filtro subsonico del quale, anche in questo caso, non vengono svelate le caratteristiche (quello del Technics aveva un'attenuazione dichiarata di -3dB a 30 Hz, con una pendenza di 6dB per ottava), stante la sua natura intrinseca, è ovviamente impossibile da valutare ad orecchio, per cui bisogna andare sulla fiducia. Cosa singolare, per escludere loudness e filtro subsonico e per ascoltare in modalità stereofonica, i tastini relativi vanno premuti anzichè rilasciati, come usuale; gli indicatori di livello, separati per canale, non sono di picco, come sul Technics, ma indicano il livello medio (average) del suono. L'apparecchio, dotato di feritoie di raffreddamento soltanto inferiormente e, in misura minore, superiormente, tende a riscaldarsi con una certa facilità, avendo anche dei piedini d'appoggio un pò troppo bassi; in assenza di segnale, il ronzio di rete è udibile anche se non fastidioso, tende comunque a calare leggermente col trascorrere del tempo. Premesso che, per accelerarne il rodaggio, dopo una mezz'ora circa di preriscaldamento, lasciandolo dapprima acceso in assenza di segnale, ho utilizzato il cd-test "IsoTek / The Ultimate System Set-Up Disc", allegato al n.351 del novembre 2011 della rivista inglese "Hi-Fi Choice", comprendente sia 9 tracce di prova e taratura dell'impianto stereo (in particolare la n.9, "Burn-In & Demagnetisation", che si è dimostrata quasi miracolosa, dal punto di vista del miglioramento udibile della qualità del suono, con diversi degli apparecchi che già possiedo e soprattutto con effetti benefici che sembrano perdurare nel tempo), che 6 tracce di brani musicali di vario genere tratti dal catalogo dell'etichetta svedese Opus 3, devo constatare che l'alta sensibilità unita alla bassa impedenza della cuffia Audio-Technica, fa sì che, col segnale proveniente dal lettore cd, il volume d'ascolto sia già più che sufficiente, con la manopola del volume a 'ore 8' (posizione 1 della scala decimale dell'apparecchio). Con l'ascolto della musica sinfonica, si avverte una discreta dinamica anche se un poco compressa, una buona separazione, un discreto dettaglio ai bassi livelli ma con tendenza a congestionarsi nei pieni ed un'immagine non particolarmente estesa nelle 3 dimensioni, unita a una timbrica decente ma limitata in estensione, soprattutto nei bassi, peraltro anche gli acuti, caratterizzati da una certa vetrosità, non sono di sicuro particolarmente cristallini e rifiniti; passando all'ascolto di brani per organo e per gruppi strumentali ridotti, le limitazioni trovano ulteriore conferma, le voci tendono ad essere un poco aggressive e metalliche, insomma direi proprio che si tratti del tipico suono di un apparecchio dell'epoca, pur constatando che con le incisioni più recenti e di miglior qualità, i difetti si attenuano sensibilmente (anche se il mio Technics mi sembra avesse qualcosa in più, per quanto concerne dinamica ed estensione), non malvagio in assoluto, ma datato senz'altro, poi magari può essere che tutto ciò sia dovuto in parte all'abbinamento con la suddetta cuffia, vallo a sapere. A parte il fatto che gli affronti subiti dal lettore Nad nel corso degli anni, hanno reso la meccanica fragile, tendente a stararsi e con frequenti incertezze di funzionamento (tipiche soprattutto delle meccaniche con controllo del tracciamento del laser di tipo analogico, tendenzialmente più instabili di quelle dotate di servocontrollo digitale, come mi verrebbe da supporre anche in questo caso, ma nulla viene specificato al riguardo, nel manuale d'istruzioni dell'apparecchio, ma forse è anche la natura intrinseca delle meccaniche adottate in questi multilettori a "carosello", a renderli già in partenza, assai più vulnerabili e meno affidabili, aggiungendoci anche il maggior peso ed ingombro rispetto ad un apparecchio tradizionale, stante il fatto che, attualmente, non mi risultano essere più prodotti da alcun marchio d'elettronica), rendendo gli ascolti un tantinello accidentati e difficoltosi, ma dopotutto bisogna tener conto che trattasi pur sempre di oggetti vetusti che hanno subito, nel corso degli anni, parecchie ingiurie e perciò stesso non certo in condizioni ottimali, per cui non starei troppo a pignolare, quello che scrivo non ha alcuna pretesa di rigore ed esaustività, essendo il tutto condotto alla carlona, ma costituisce soltanto il modestissimo resoconto di un vecchio matusa di "audiota impallinato", che per distrarsi temporaneamente dai problemi del vivere quotidiano, si diverte a baloccarsi, saltuariamente, in questa maniera bislacca. Contrariamente a quanto ho letto nei vari siti in rete, non credo affatto che il marchio Aurex fosse riservato unicamente ai prodotti più ambiziosi del catalogo Toshiba, secondo me la differenza doveva essere simile a quella esistente fra i 2 marchi dell'altro gruppo nipponico importante, la Matsushita, ovvero Panasonic e Technics, col primo riservato prevalentemente all'elettronica di largo consumo e col secondo destinato ai prodotti più prettamente "hi-fi" ma non necessariamente ed esclusivamente "high-end", comprendendo articoli che partivano dalla fascia più economica (ve lo ricordate, per esempio, il giradischi Technics SL-303 con testina EPC-270S, del 1980, venduto al prezzo di listino di 99.000 lire?) per arrivare agli oggetti più pregevoli, ambiziosi e costosi, degni di far parte dell'alta fedeltà più sofisticata. Insomma, la differenza fra il marchio Aurex e quello Toshiba, secondo me, è simile, col primo che può essere considerato l'equivalente del marchio Technics ed il secondo, del marchio Panasonic, ma naturalmente, questa è soltanto la mia modestissima impressione. Quanto al giradischi Thorens, il riuscire a montargli la testina Excel sul suo braccio, mi ha fatto letteralmente ammattire, stante la diabolicità, la macchinosità estrema del sistema di fissaggio adottato su questo apparecchio, oltretutto la testina in questione ha anche la stranezza di recare ben 4 fori di fissaggio (2 per fiancata), piuttosto ravvicinati fra di loro, per le viti, ma alla fine, a suon di bestemmie ed imprecazioni assortite, dopo parecchie ore (!), ce l'ho fatta. Navigando in rete, ho reperito pochissime informazioni al riguardo, per cui ho regolato prudenzialmente il peso di lettura e l'antiskating sugli 1,5 grammi, ma ancora, al momento, non mi sono azzardato a saggiarne le caratteristiche soniche. A parte il fatto che, su questo modello di giradischi, bisogna tassativamente evitare di premere il pulsantino che seleziona la velocità di 78 giri, poichè ha la nefasta tendenza a bloccarsi, rimanendo incassato nel suo alloggiamento. Così come, tornando all'amplificatore, non mi sono accinto ancora a collegarlo ad una coppia di casse acustiche, poichè rimuovere le mie attuali (ma con 12 anni di anzianità) B&W DM602S3 dal mio attuale impianto stereo mi creerebbe un eccessivo trambusto, inoltre, non si sa mai, mi riuscisse in futuro di recuperare un paio di casse in condizioni decenti da qualche parte, per il momento preferisco aspettare... Mi stavo dimenticando che, nel fin troppo succinto libretto d'istruzioni dell'amplificatore, praticamente nulla ci viene detto riguardo alla presa a norma DIN a 6 poli, sita anch'essa nel pannello posteriore, denominata "REMOTE" e destinata ad un non meglio specificato, fantomatico, (tele) comando a distanza, stesso discorso riguardo ai terminali PRE OUT/MAIN IN con relativi ponticelli, posti nelle immediate vicinanze; inoltre, in alcuni siti internet, questo amplificatore, viene proposto, nell'ambito dell'alta fedeltà dannata, ad un prezzo di vendita sui 100 euro, il che mi sembra francamente esagerato, a meno che, caso assai improbabile, non ci si imbatta in un esemplare praticamente intonso; personalmente, se in ottime condizioni, io lo valuterei al massimo intorno ai 30 euro, ma si sa che tanto le follie all'interno della rete internet, sono all'ordine del giorno, anzi c'è ben di peggio, siamo sempre nella norma!

venerdì 3 ottobre 2014

Alta fedeltà d'annata (o dannata?).

O per intenderci, la cosiddetta "vintage hi-fi", per i più raffinati (solo che io, per la serie "parla come mangi"...), fatto sta che, il destino, o caso che dir si voglia, ha portato a suo tempo, anche il sottoscritto, ad aggiungersi alla schiera di persone che si dedicano saltuariamente a recuperare vecchi apparecchi stereo, reperiti nei luoghi più improbabili (a parte l'esborso, per una manciata di euro, per un paio di piastre di registrazione a cassette a 3 testine del 1990, una Teac V-680 ed una Technics RS-B765, avvenuto tempo addietro in un mercatino dell'usato locale), cosa che nemmeno lontanamente mi sarei immaginato di fare, ma tant'è! La faccenda ha avuto inizio un paio d'anni fa circa, quando, una mattina, incidentalmente m'imbatto, nei paraggi di un cassonetto di via Belle Arti, in un giradischi Thorens Td-115mk2 del 1982, danneggiato nel coperchio, ma per il resto integro, che naturalmente porto a casa, risistemandolo e ripulendolo; più di recente, nella parrocchia dove faccio volontariato, dapprima pesco, in un locale all'interno, adibito a biblioteca, un multilettore cd "a carosello" Nad 505 del 1992, in uno stato accettabile anche se un poco sporco ed impolverato (sfortunatamente privo del suo telecomando originale, così come delle chiavette di bloccaggio della meccanica in caso di trasporto dell'apparecchio, che dovrebbero esservi alloggiate inferiormente), ed infine, roba di pochi giorni fa, sgomberando il cortile da una parte del ciarpame che lo occupa, ecco affiorare, fra vecchie casse acustiche muffe ed infradiciatissime, anche un amplificatore integrato stereo, di fabbricazione giapponese, anch'esso sporco, ma in condizioni apparentemente più che decenti, un Aurex by Toshiba SB-A60, oggetto delle mie attuali cure casalinghe, con tanto di libretto d'istruzioni in buono stato, pur se un poco stropicciato, comprendente persino la traduzione in lingua italiana, anche se un tantino zoppicante, il tutto contenuto in una sorta di fodero, a sua volta cacciato dentro in uno scatolone infradiciato, che originariamente conteneva una piastra di registrazione Technics (purtroppo ho dovuto proprio buttare via, invece, un vecchio lettore cd Philips CDP-380, che aveva la meccanica che si rifiutava di riprodurre i dischetti, sito nello stesso locale dove ho preso il Nad). Lo stesso responsabile che mi assiste nel mio volontariato, sapendo che ho già un impianto stereo in casa, resta perplesso dal fatto che dedichi del tempo a simili quisquilie e forse avrà anche ragione lui, ma probabilmente uno dei sintomi più gravi ed evidenti del fatto di essere diventato, progressivamente ed inesorabilmente, anch'io un "impallinato", ossia un fanatico di musica ed audiovisivo, è proprio che mi piange il cuore di vedere un apparecchio vecchiotto, economico ma di marca, abbandonato solingo a un gramo destino, per cui mi perito, sia pure con le mie limitatissime capacità tecnico-manuali, di cercare di ridonargli una seconda vita, se ritengo, dopo un primo, succinto esame sul luogo, che possa valerne la pena (al contrario, da un vecchio giradischi sgangherato precedentemente emerso dalla medesima massa informe di ciarpame, l'unica cosa che ho potuto salvare, oltre al centratore per i dischi a 45 giri, è stata la testina, una vecchia Excel ES-70S, risalente all'incirca al 1974, che intendo montare sul braccio del Thorens summenzionato), se si tiene conto poi che certe operazioni di recupero, le ho già effettuate con dei dischi in vinile, penso s'intuisca facilmente che sono completamente in preda a un "morbo" che non lascia scampo alcuno, oramai sono un "malato terminale", non c'è pezza che tenga, ahimè! A parte la faccenda che, ovvia conseguenza del mio delirio maniacal-patologico, il mio appartamento si sta sempre più ingombrando minacciosamente di marchingegni, ordigni vari che sbucano da ogni pertugio, a cui si aggiunge anche il fatto di una mia amica, la quale, ogni qualvolta che si ritrova col dischetto imprigionato nel lettore, chiede ovviamente soccorso al sottoscritto, con questo direi che il quadro è pressochè completo: sono un individuo decisamente "irrecuperabile", è acclarato! Nelle mie ricerche su internet di notizie, dati tecnici e immagini dei gingillini che recupero, a parte la pessima nomea di cui sembra che goda il Thorens da me ripescato, che mi sembra un tantinello esagerata, mi sono accorto anche che, riguardo all'Aurex/Toshiba, prodotto nel 1980, gli scarni dati tecnici riportati sui vari siti, sono incompleti, errati e fuorvianti, per cui mi sembra utile, con l'ausilio dell'originale libretto d'istruzioni, dare conto di quelli corretti, ufficiali del produttore.--- Amplificatore integrato stereo Aurex by Toshiba SB-A60, numero di serie 09730239/Caratteristiche tecniche: a) Generali - Alimentazione: 220V/50Hz per l'Europa, 240V/50Hz per l'Inghilterra e l'Australia - Consumo di corrente: 340 W - Peso: 6,6 kg. - Dimensioni (L x A x P): 420 x 110 x 285 mm.; - b) Amplificatore - Potenza continua da 20 Hz a 20 kHz, con entrambi i canali funzionanti (RMS): 42 W x 2 (su 4 ohm), 40 W x 2 (su 8 ohm); ad 1 kHz, con entrambi i canali funzionanti: 44 W x 2 (su 4 ohm), 42 W x 2 (su 8 ohm) - Distorsione armonica totale (THD): 0,08% (alla potenza nominale, su 8 ohm) - Risposta in frequenza sezione preamplificatrice: 5 Hz-100 kHz (+0,-3dB) - Larghezza di banda della potenza (IHF): 10 Hz-35kHz (-3dB) - Rapporto S/R (pesato A): 95 dB (TUNER, TAPE, AUX), 75 dB (PHONO) - Sensibilità d'ingresso/impedenza: PHONO; 2,5mV/47Kohm - TUNER, TAPE, AUX; 150mV/47kOhm - MIC; 0,09mV/47kOhm; - Livello d'uscita: TAPE REC, 150mV; - Controlli di tono: BASSI (a 100 Hz), +/-8dB; ACUTI (a 10 kHz), +/-8dB; - Ingresso PHONO, risposta in frequenza: da 20 Hz a 20 kHz, +/-0,5 dB (equalizzazione RIAA); accettazione dinamica: 150 mV ad 1 kHz (RMS); - c) Altro: attenuazione audio (fade out) di circa -40 dB; impedenza diffusori tollerata (A, B, A+B) da 4 a 16 ohm; ingresso microfonico monoaurale (MIC), miscelabile con le altre fonti sonore; sezione finale accoppiata in corrente continua. // Direi proprio che siano le tipiche caratteristiche di un decoroso integrato del periodo, anch'io all'epoca possedevo un Technics SU-V2A, della serie "new Class A synchro-bias", di caratteristiche non troppo dissimili, i dati di targa della potenza in uscita del Toshiba, con differenze trascurabilissime fra quelli a 20hz-20khz ed a 1khz, così come fra quelli a 4 ed 8 ohm, farebbero pensare ad evidenti limitazioni nel dimensionamento della sezione di alimentazione, così come ad un intervento decisamente prudenziale delle protezioni, anch'esso classico dell'epoca in questa categoria di apparecchi, di potenza impulsiva o dinamica che dir si voglia, manco a parlarne ovviamente, inoltre il consumo di corrente dichiarato è sensibilmente superiore a quello di un prodotto odierno che, con simili caratteristiche, consumerebbe sì e no un decimo, per contro, riguardo al pilotaggio dei diffusori acustici, si dava scarsa o nulla importanza a parametri come il fattore di smorzamento, o la capacità di erogare corrente a basse impedenze (carico limite); troppa importanza si dava invece al tasso di distorsione, portato a livelli bassi con massiccio impiego della controreazione ed all'accettazione dinamica o sovraccarico dell'ingresso fono, portata, come in questo caso, a livelli troppo elevati e dai benefici inutili, all'atto pratico, anche perchè, come dimostrato da certe riviste specializzate, la cartina di tornasole per verificare le effettive capacità dinamiche di uno stadio phono, era costituita non da questo parametro ma dapprima dal test dell'onda quadra (Q20), poi dalla Tim 100 ed infine dalla Tritim, che ne dava una rappresentazione grafica tridimensionale. Quello che invece rimpiango degli amplificatori economici dell'epoca è la presenza degli indicatori di potenza separati per canale (ad ago, a led come nel Toshiba o fluorescenti come nel Technics da me posseduto), così come la presenza del commutatore di modo (stereo/mono), che chissà perchè, qualche bello spirito ha deciso successivamente, in pratica, di abrogare quasi completamente, in questo tipo di apparecchi, ma anche il compensatore fisiologico o "loudness" ed il filtro subsonico, mi sembra che stiano diventando anch'essi una rarità, sui prodotti attuali. Certo a tradire l'epoca di apparecchi come questo Toshiba, ci sono anche i piedini di appoggio, assai più miserrimi degli standard attuali, così come i morsetti per i diffusori, del tipo economicissimo a molla e perciò privi dei tappi di sicurezza imposti dalle normative attuali ( per giunta, uno di questi, precisamente il "negativo" destro 'nero' della coppia A, tende ad impuntarsi una volta aperto, perlomeno sull'esemplare in questione, faccenda comunque non troppo preoccupante), che accettano soltanto cavi con terminazioni spellate e non di certo con connettori tipo banane, bananine, forcelle e compagnia bella. Ad ogni buon conto, osservandone l'interno, ho notato una costruzione in linea col periodo e con la categoria economica di appartenenza, cioè discretamente ordinata, robusta e razionale, sia pure con qualche cavo volante di troppo e col tipico trasformatore di alimentazione a lamierini e i 2 condensatori della sezione finale, in ambo i casi di dimensioni superiori a quel che mi sarei aspettato, pur senza strafare, inoltre non ho rilevato la presenza dei famigerati "power pack", anch'essi assai frequenti sugli apparecchi economici dell'epoca, almeno a quanto mi sembra (per contro, sullo stadio fono, c'è un solo piccolo operazionale per entrambi i canali), le piastre dei circuiti stampati sono fissate con viti ramate, robusto ed adeguatamente dimensionato il dissipatore del calore; ho però trovato un poco fragile e deboluccio, il pannello retrostante, quello dove sono alloggiate le varie prese di collegamento, si direbbe fabbricato con una sorta di fòrmica persino un poco sbriciolabile, che tradisce decisamente l'economicità della concezione progettuale del manufatto. All'assenza dei ponticelli colleganti i terminali PRE OUT/MAIN IN dell'integrato (almeno nell'esemplare in mio possesso), finiti chissà dove, ho ovviato con l'inserzione di un normale cavo audio stereo, almeno per il momento. Non ho ancora condotto una prova d'ascolto approfondita dell'oggetto, mi sono fino ad ora limitato, con l'ausilio di una cuffia Audio-Technica ATH-AD500, a saggiare grossolanamente la rumorosità intrinseca degli ingressi audio a vuoto, anch'essa comunque sensibilmente maggiore di quella di un qualunque apparecchio odierno, com'era da supporre, notando che i tasti di commutazione degli ingressi audio producono dei piccoli transitori udibili, alla loro attivazione, anche se non a livelli di guardia. Da detto apparecchio mi aspetto perciò un suono non troppo dissimile da quello del Technics che utilizzavo a quei tempi e quindi non certo sonorità particolarmente dinamiche, definite, brillanti ed incisive come un moderno esemplare (e nemmeno come il mio attuale Marantz PM6010OSE/KIS, che peraltro conta già 14 primavere), anche perchè 34 anni non sono certo pochi in termini di progresso tecnologico, i dischi ottici (cd, dvd, sacd, bd, ecc.) erano ancora di là dal venire, ma ad ogni buon conto non si sa mai, le sorprese, magari piccole, non sono mai da escludere, almeno in questo campo. Vedremo e soprattutto, udremo............ Certo è che gli effluvi prodotti da tutti questi disossidanti e detergenti per apparecchiature elettroniche, che sto utilizzando copiosamente, intanto mi stanno producendo una grossa emicrania, speriamo solo che ne valga la pena!  
   

venerdì 26 settembre 2014

Notturno svelato.

Era veramente da una vita che mi stavo chiedendo chi fosse l'autore di quella che era, illo tempore, la sigla di chiusura dei programmi televisivi dei bei tempi andati, almeno per noi vecchi matusa, per fortuna ci ha pensato un concerto dell'attuale orchestra Rai diretta da Pietro Mianiti, con la partecipazione, nella 2^ parte, del pianista Danilo Rea, avvenuto il 3 settembre all'Auditorium "Toscanini", in occasione del 60° anniversario dall'inizio ufficiale delle trasmissioni televisive italiane, tutto dedicato alle sigle televisive "storiche" di Mamma Rai, trasmesso in differita televisiva il 25 su Rai 5 (nota stonata: ma perchè farne coincidere la messa in onda, proprio con la quasi contemporanea diretta su Radiotre, del primo dei concerti della nuova stagione dell'orchestra? Mistero!), a risolvere questo ed altri piccoli misteri che ci attanagliavano il cervello, fin dalla più tenera età. Si trattava, per l'appunto, di un brevissimo notturno, composto appositamente per la bisogna, da un certo Roberto Lupi, fiorentino (chissà perchè mia madre si ostinava a confonderlo con quello di Martucci, del tutto diverso e ben più esteso). E che dire del celeberrimo "intervallo", caratterizzato dall'immagine fissa di un gregge di pecore (chissà mai perchè tale scelta? Velata allusione ad una certa propensione nostrana?), con in sottofondo la toccata (originale per clavicembalo, arrangiata a suo tempo per sola arpa e successivamente riarrangiata nell'attuale veste, appositamente per questo concerto) per arpa (solista Margherita Bassani) ed archi in la magg. di Pietro Domenico Paradisi (io però ricordo al posto delle pecore, talvolta, anche una serie di immagini panoramiche di varie città italiane, con una musica più lenta, credo fosse una sonata sempre originariamente per clavicembalo di Haendel, trascritta appositamente anch'essa per arpa, ma qui il mistero permane), sulla cui effettiva paternità mi sono trovato talvolta a disquisire in precedenza? Tutto sommato è stato un concerto insolito ed intrigante, diretto efficacemente da Mianiti (nonostante qualche confusione, a tratti, a livello di appiombo ritmico, da parte dell'orchestra), anche se con una prima parte, quella dedicata ai brani di musica classica utilizzati dalla tv (comprendente il finale dal 4° atto del "Guglielmo Tell" di Rossini - usato come sigla dell'inizio delle trasmissioni -, l' aria sulla 4^ corda, dalla suite n.3, di Bach - sigla di "Quark" -, estratti dal poema sinfonico, ovvero la parte finale da "Les Préludes" di Lizt - sigla di "Almanacco" - , la suddetta toccata di Paradisi, la "danse russe" da "Petrouchka" di Stravinski - sigla dell'omonima trasmissione, guaardacaso condotta proprio da quel Michele Dall'Ongaro, autore della presentazione del concerto -) , forse un po' troppo breve, omettendo almeno una "citazione" del "Sacre" stravinskiano (precisamente la "danza degli adolescenti", tratta dalla prima parte del balletto: "L'adorazione della terra"), utilizzato come sigla di "Orizzonti della scienza e della tecnica", e del primo movimento del 2° concerto per pianoforte ed orchestra di Rachmaninov, impiegato per "La storia siamo noi". Per contro, nella seconda parte, dedicata alle sigle e intersigle appositamente realizzate per la tv, il più delle volte non ne veniva menzionato l'autore originario, a parte Nino Rota per "Il giornalino di Giamburrasca" e Fiorenzo Carpi per "Pinocchio", oltre a un vago accenno per Ennio Morricone e Gervasio (a parte il fatto che, fra gli autori di sigle di quel periodo, figuravano anche Carlo Alberto Pizzini, Egisto Macchi e Giorgio Gaslini, se non erro). Peccato, si è persa un'occasione, mi sarebbe tanto piaciuto di sapere quali erano gli autori di "Carosello", "Rischiatutto", "Canzonissima", "Settevoci", "Studio Uno", "Tv7", "Mixer", "Tribuna Politica", "Chi l'ha visto?", "Indietro tutta!" (da quel che ho capito, pare che la parte vocale del "Cacao Meravigliao" fosse originariamente interpretata da Leda Cortellesi), "Scaramouche" (Domenico Modugno), "Ufo robot", "Spazio 1999", "Sandokan", "Il segno del comando", "Telegiornale", "Le previsioni del tempo" (Claude-Achille Debussy), "Almanacco del giorno dopo", "90° minuto", citando alla rinfusa, anche se in realtà questa seconda parte era organizzata in 4 sezioni distinte, collegate fra di loro dalle improvvisazioni jazzistiche (in una di queste, mi è parso di avvertire anche una brevissima citazione del 3° movimento del concerto per pianoforte di Gershwin) complessivamente niente affatto malvagie di Danilo Rea (la suddivisione esatta era la seguente, in 4 miscellanee tematiche alternate alle libere improvvisazioni di Rea: - Il varietà: Studio uno / Canzonissima / Sette voci / Indietro tutta!; - Le trasmissioni storiche: Tv Sette / Rischiatutto / Chi l'ha visto? / Almanacco del giorno dopo / Mixer / Tribuna politica / 90° minuto; - I grandi sceneggiati e non solo: Sandokan / Il segno del comando / Pinocchio / Il giornalino di Gianburrasca / Scaramouche / Ufo robot / Spazio 1999; - Le intersigle: Telegiornale / Carosello / Che tempo fa / La tv dei ragazzi / Eurovisione / Fine delle trasmissioni) , a parte alcuni "svolazzi" di troppo, il quale alla fine ne ha concessa un'ulteriore come bis (basata sulla celebre canzone di Mina, "Parole, parole, parole", sigla della trasmissione televisiva del 1972, "Teatro Dieci", ma anche con una citazione finale della -censuratissima all'epoca - canzone di Fabrizio De André, "Bocca di rosa"), a cui ha fatto seguito l'ulteriore bis di orchestra e direttore che hanno ripetuto, a furor di pubblico, "Ufo robot / Spazio 1999". Sopportabili le presentazioni del logorroico Michele Dall'Ongaro ed un bravo all'arrangiatore responsabile delle trascrizioni ed elaborazioni, presente in sala con la moglie, Andrea Ravizza, che ha messo insieme il materiale musicale di questa 2^ parte del concerto, piuttosto vario ed eterogeneo, conferendogli una certa credibilità e dignità esecutiva. Mi limito a rammentare, per quelli di scarsa memoria o che non avessero visto o assistito al concerto che, la sigla di inizio trasmissioni televisive, era costituita da un'arrangiamento per sola orchestra (forse ad opera del direttore d'orchestra Mario Rossi?) del finale dal "Guillaume Tell" di Rossini, che la sigla di "Almanacco" era tratta da "Les Préludes" di Lizt, che quella dell' "Eurovisione" è tutt'ora il "Te Deum" di Marc-Antoine Charpentier, quella di "Quark" è la celeberrima "aria sulla 4° corda" dalla suite n.3 di Bach, quella di "Petrushka" è ovviamente tratta dall'omonimo balletto stravinskiano. Allargando la faccenda anche alle trasmissioni radiofoniche, nessuno si ricorda più della sigla di "Tutto il calcio, minuto per minuto" su Radiouno, costituita da un brevissimo frammento del poema sinfonico "Rugby", di Honegger? Ragazzi, che nostalgia! Mi sovvengo ora degli sceneggiati televisivi "Cristoforo Colombo" e "Michelangelo", con le musiche di Ritz Ortolani, del fatto che quelle composte per il celebre documentario di Sergio Zavoli su un convento di suore di clausura, realizzato verso la fine degli anni '50, erano nientepopodimenoché di Ildebrando Pizzetti.... / P.S.: penso che non sarebbe un'idea affatto malvagia, se ci si decidesse ad immettere in commercio in video, sotto forma di bd o dvd, questo bel concerto dedicato alle sigle storiche della televisione, stante l'evidente gradimento sia del pubblico in sala che, successivamente, anche del pubblico radiotelevisivo, testimoniato anche dagli sms giunti a Radiotresuite, la sera di San Silvestro, dopo la differita radiofonica. Ascoltando l'intervista telefonica fatta precedentemente alla messa in onda, da parte del conduttore al direttore d'orchestra, Pietro Mianiti, da una frase di quest'ultimo, ne ho dedotto che, anno più anno meno, deve avere all'incirca la stessa età anagrafica dello scrivente, quasi cinquantatreenne, ma guarda un po'...  

domenica 14 settembre 2014

Un pateracchio ibrido o (S)concerto del 2 agosto in Piazza Maggiore.

D'accordo che quest'anno ricorresse il ventennale del "Concorso Internazionale di Composizione 2 Agosto", che si volesse rimarcarlo facendo qualcosa di diverso dal solito, aggiungendo alla consueta diretta su Radiotre e relativa differita televisiva su Rai Tre, anche la diretta televisiva su Rai 5 (con replica la domenica pomeriggio e ripresa in alta definizione), solo che il risultato finale mi è parso uno strambo ibrido fra "Concerto del 2 Agosto", "Il Cinema Ritrovato" e "Cinema sotto le stelle" (guardacaso prolungantesi, proprio quest'anno, per la prima volta, fino al 14 agosto, anzichè terminare come al solito, il 30 luglio), snaturando così il carattere originario della manifestazione, già peraltro snaturatasi parecchio per conto suo, in precedenza. A sottolineatura di ciò, basti pensare che il direttore d'orchestra esibentesi quella sera, assieme all'orchestra del Comunale, stavolta trattavasi proprio di quel Timothy Brock, aduso alle colonne sonore dei film del passato, tanto più che, sfogliando l'opuscolo del programma della serata di sabato 2 agosto, si evince chiaramente che il tutto avveniva sotto l'egida della Cineteca di Bologna. E già, perchè come sottolineato dalle note introduttive del programma vergate da Fabrizio Festa, direttore artistico della manifestazione, il tema proposto ai concorrenti di quest'anno, era incentrato sulla relazione fra le immagini in movimento e la musica, pensate che originalità! A parte il fatto che 'sinfonizzare', come brano introduttivo, fuori concorso, una canzone di Claudio Lolli (tipico sottoprodotto del più becero cantautorato pseeudo-impegnato sinistrorso, ma quanto mi stanno sulle balle questi cavoli di cantautori, "impegnati" soprattutto a rimpinguarsi il portafoglio, alla facciaccia di noi poveri disgraziati!), "Piazza, bella piazza", con l'arrangiamento e l'orchestrazione di tal Michele Corcella (fra gli ex vincitori del suddetto concorso, credo), a commento di immagini estratte da un breve documentario del '74 sulla tragedia dell'Italicus, mi sembra una fantozziana "cagata pazzesca", tantopiù che all'ascolto, si capiva che l'orchestra sinfonica, in un tale scombinato contesto, ci stava letteralmente come i cavoli a merenda, inoltre ravvisai già nelle prove del concerto, svoltesi la sera prima in piazza, un retrogusto nauseantemente sanremese (e difatti ti leggo nell'opuscolo che, la voce solista, un certo Mario Rosini del quale non sapevo alcunchè, o beata ignoranza, nel 2004 si sarebbe classificata al 2° posto proprio al famigerato Festival di San Remo, poveri noi!). Anzi, la sera prima del concerto, proprio durante le prove, senza volerlo, commisi una gaffe, della quale peraltro non mi dolgo minimamente, poichè parlando col mio cosiddetto  "vicino di poltrona", dissi chiaro e tondo che, secondo me ai membri (!) dell'Associazione Familiari delle Vittime del 2 agosto, non importava un fico secco delle musiche che vengono eseguite, stante la loro totale incompetenza in materia, ma che presenziavano alla cerimonia unicamente per motivi politici d'immagine, salvo rendermi conto, a posteriori, che avevo parlato proprio con uno di loro, comunque sia non me ne pento affatto! Se penso anzi al clima generale da becera scampagnata che ha attanagliato sovente questa manifestazione in passato, rammento alcune dirette allucinanti su Radiotre, quando abitavo a Cesena, con sottofondo di bambini strillacchianti e strombazzamenti e berciamenti vari; in particolare, nel '97 mi sembra, ai tempi della giunta Guazzaloca, sentir proferire, ai microfoni di Radiotre, dall'allora vice-sindaco Salizzoni, la frase: "Stiamo 'festeggiando' (anche in questo caso, senza volerlo, con questa 'gaffe' stava dicendo la verità) la ricorrenza della strage del 2 agosto, cioè volevo dire 'celebrando'...", veramente una chicca sublime che esemplifica l'autentica essenza della manifestazione, poichè, diciamocela veramente tutta, delle vittime non gliene frega un accidente a nessuno, ma tanto è tutto nella norma! Ma veniamo alla musica, complessivamente gradevole ma nulla più, nei limiti intrinseci di una onesta colonna sonora, dei 3 brani vincitori del concorso, peraltro non c'è molto da dire al riguardo, vista la modestia dell'assunto. Effettivamente, il 'migliore' della serata, se così si può dire, è risultato il brano, 1° classificato, del compositore polacco Beniamin Baczevski (classe 1991), che accompagnava un bislacco cortometraggio orrorifico muto "colorato" francese del 1907, "Le spectre rouge", di 9 minuti, una sciocchezzuola gradevole ma niente di più, brano che dimostrava, rispetto agli altri 2, almeno una maggior 'grinta' compositiva, pur con certi scimmiottamenti alla "James Bond/John Barry", gli altri, di piacevolezza ancora più ordinaria e slavata, erano del francese Matthieu Lechovski, 3° classificato (classe 1978), tipica musica della serie "carino ma dimenticabile", per il cortometraggio comico italiano del 1913, in bianco e nero, "Duello allo Schrappnell", di 10 minuti, altra non più che gradevole sciocchezzuola cinefila/cinofila d'antàn, ed infine il brano, dal titolo "Atticus", dello statunitense Kyle Hnedak, 2° classificato (classe 1993), per il cortometraggio di animazione "astratta" (sic!) computerizzata "Basmati" (nulla a che vedere con l'omonimo riso, purtroppo, anzi, a differenza di quest'ultimo, decisamente indigesto!), della durata di 5 minuti ("La brevità, gran pregio!", come dice uno dei personaggi de "La bohéme"), credo anch'esso realizzato appositamente per l'occasione (e non certo prodotto nel 1907, come erroneamente indicato nel programma, dalle cui note, tronfie ed enfatiche, si evince facilmente che trattasi comunque di una 'boiata pazzesca'!), musica che, dopo un inizio discretamente intrigante, non mantiene quanto promesso nel prosieguo, banalizzandosi e impoverendosi alquanto. Arriviamo così al brano conclusivo della serata, anch'esso fuori concorso, anzi, un "progetto" (e che palle, non ne posso veramente più dell'abuso che si fa di tale parola, sorta di foglia di fico per giustificare tutte le più riprovevoli castronerie!!!!), come ci si premura di specificare nell'opuscoletto del programma, definiamola pietosamente una sorta di composizione collettiva, ad opera dell'ennesimo, sedicente gruppuscolo di "pseudo-ricerca elettronica", denominato MaterElettrica, "impreziosita", si fa per dire, nuovamente, dall'apporto del prezzemolino sanremese Rosini, ovviamente in prima (ed ultima, statene certi!) assoluta, a supporto delle immagini di un altro brutto cortometraggio di animazione "astratta" (arisic!) computerizzata (sarò io che non ne capisco un'acca?), dal titolo "Flames", pure questo in prima/ultima assoluta, che, visto il consesso di "ingegni" chiamato a realizzarlo, volendo usare un pietosissimo eufemismo, si può solo dire che la montagna ha partorito un topolino, smunto, smagrito e miserello, per giunta, sia riguardo al filmato che alla musica! Quanto all'orchestra ed al direttore, una volta detto che la resa esecutiva dell'intero concerto era adeguata alla bisogna, si è detto veramente di tutto e di più! / Nel pomeriggio di domenica 3, dopo aver visto la replica televisiva del concerto su Rai 5, mi sono sciroppato anche il susseguente documentario sul ventennale della manifestazione, in realtà un semplice montaggio di spezzoni di concerti degli anni precedenti, che mi confermavano il livello alquanto altalenante della manifestazione, con frequenti e preoccupanti cadute verso il basso, senza che da tutto ciò ne sia mai partorito uno straccio di capolavoro assoluto, al massimo si è talvolta giunti a qualcosa di gradevolmente decoroso, ma nulla più, costante essendo la cronica mancanza di qualsivoglia originalità stilistica da parte di tutti i compositori partecipanti, ma forse, visto l'assunto di partenza, sarebbe impossibile pretendere altrimenti! Di sicuro, l'unica cosa che accomuna tutti i brani eseguiti nell'arco di un ventennio, è che la loro 'prima assoluta' è stata anche l'ultima, non potendo essere altrimenti, il che la dice tutta sulla effettiva validità di tale manifestazione! Soldi, pubblici e non, come sempre buttati e tutto sempre stramaledettamente nella norma, ma in fondo, ce lo meritiamo anche, branco di beoti incompetenti che altro non siamo! E vai col becerume! Così è l'Italia e così vanno le cose anche in quel di Bologna!         

sabato 6 settembre 2014

Sentieri selvatici e antipastini vari.

Non si può considerare un vero e proprio cineconcerto, quello avutosi la sera di mercoledì 16 luglio in Piazza Maggiore, a Bologna, nell'ambito della rassegna "Sotto le stelle del Cinema", poichè la parte prettamente "musicale" si riduceva a una sorta di antipasto, di una ventina di minuti scarsa, ad un lungo documentario/intervista su un vecchio campione automobilistico della Formula Uno, sul quale sorvolo. L' "antipasto", per l'appunto, era costituito dal cortometraggio "Le ballet mécanique" di Fernand Léger (Francia/1924), per il quale il compositore americano George Antheil scrisse la musica, peraltro già vistosi qualche anno fa nella stessa sede, con la differenza che allora la partitura venne eseguita nella revisione orchestrale del 1952, dall'orchestra del Comunale diretta da Timothy Brock, mentre nella presente occasione si è fatto ricorso alla versione originale per organico ridotto con l'apporto del complesso "Sentieri Selvaggi" diretto da Carlo Boccadoro. Anzi, a voler essere pignoli, con un organico per la verità anche più ridotto dell'originale, come confermato dalla cartolina "accompagnatoria" distribuita, come usuale, ben prima dell'inizio dello spettacolo, poichè la partitura originale prevederebbe 16 pianoforti a rullo, un gruppo di percussioni, 2 pianoforti "normali", 1 sirena, eliche d'aereo e campanelli elettrici, mentre l'effettivo organico impiegato in questa occasione si riduceva a 4 pianoforti, percussioni (2 xilofoni, 1 glockenspiel, 5 timpani, 2 campane elettriche, 1 gong, 1 piatto, 1 tamburo militare, 1 triangolo, 1 wood block, 1 tenor drum e 1 gran cassa) ed il suono di 2 motori d'aereo, riprodotto da un sistema di altoparlanti. Pur preferendo la revisione orchestrale del '52, l'esecuzione dei musicisti coinvolti, mi è sembrata abbastanza buona ed efficace, nonostante le discutibili libertà disinvoltamente presesi in ambito di organico strumentale impiegato. Divertente l'aneddoto raccontato dallo stesso Boccadoro, in sede di presentazione, che rammentava la realizzazione della prima assoluta di questo singolare "connubio", per così dire, fra musica e immagini (con il cortometraggio che termina con alcuni minuti di anticipo rispetto al commento musicale, sovente comunque in contrasto col ritmo delle immagini), svoltasi in un'atmosfera particolarmente turbolenta, aggravata dal fatto che il sistema meccanico di sincronizzazione che governava le 16 pianole, si rivelò assai poco affidabile, causando l'inconveniente, dopo circa 5 minuti dall'inizio del film, che ognuna delle pianole procedeva per i cavoli propri, aumentando la sensazione di cacofonia già insita nella partitura, con conseguenze immaginabili, creando oltretutto, anche un equivoco fra il pubblico presente in sala, poichè si ritenne che l'effetto fosse voluto per accentuare l'aspetto "avanguardistico" della faccenda, per cui i "sostenitori" applaudivano ancor più freneticamente, mentre i "dissenzienti", al contrario, fischiavano e urlavano sempre più fragorosamente (ah, che bei tempi!)...Ad ogni buon conto, un discreto filmetto che, se non fosse per l'importanza del commento musicale, perderebbe gran parte del suo interesse, rimanendo relegato, a voler essere generosi, nell'ambito di una bislacca curiosità, anche parecchio datata e invecchiata! / Ho trovato parecchio scontate e banali, le improvvisazioni al pianoforte di Gabriel Thibaudeau, durante la proiezione di vecchi cortometraggi muti chapliniani, a mò di preludio ad altre serate del cinema in piazza... Stesso discorso per il suo dimenticabile apporto pianistico, nella serata di domenica 29 giugno, al mediometraggio muto pacifista, di 44', parzialmente "colorato", "Maudite soit la guerre" (Belgio/1913) di tal Alfred Machlin, anch'esso decisamente irrilevante in sè, con prosieguo della serata all'insegna della più blanda mediocrità, poichè la "live computer soundtrack" con musica (????) di "Edison Studio", a commento del cortometraggio muto, in b/n, di 21', "En dirigeable sur les champs de bataille. Deuxième partie. De Nieuwpoort à Mont Kemmel" (Francia/1918), una sequela di riprese aeree di teatri di battaglia, fatte a bordo di un dirigibile, come il titolo lascia facilmente intuire, si riduceva in realtà ad un banalissimo e pallosissimo apporto "rumoristico", fortunatamente troncato anzitempo da un'improvviso acquazzone, a parte il fatto che l'ovvia tetraggine caratterizzante le immagini che scorrevano sullo schermo, era quanto di meno indicato per coloro che soffrono di cronica depressione, come il sottoscritto e ho detto tutto!  / Per la serie "tutto il mondo è paese", ovvero "la presa della pastiglia", ripensando alla diretta radiofonica di Radiotre da Parigi, per il concerto sinfonico celebrante l'anniversario del 14 luglio, con l'Orchestre Nationale de France, diretta decisamente da "cani" dal milanese Daniele Gatti, con un tipico zibaldone di programma (ma già la conversazione telefonica fatta allo stesso Gatti dal conduttore di Radiotre in precedenza induceva a temere il peggio, poichè il nostro parlava della necessità di conciliare, nella scelta dei brani da eseguire, le esigenze sia del pubblico presente in piazza, svolgendosi il concerto all'aperto, sulla famosa Place de La Bastille, sia del pubblico televisivo, non necessariamente abituati alla musica colta e quindi da non intimorire, costringendoli a prestare attenzione a musiche troppo lunghe e complesse e via blaterando, poveri noi!) all'insegna del più becero nazional-popolare provincialismo da far invidia al nostro sedicente 'bel paese', sì da far sembrare persino le nostre peggiori e più deleterie sagre strapaesane, dei ritrovi di raffinatissimi esteti, al confronto, con esecuzioni (o plotone di esecuzione?) musicali, sferraglianti e fracassone, un'orchestra dalla 'tenuta' balnear-vacanziera-turistica che più non si può, talvolta a sostegno anche di gorgheggiatori a gogò, buoni giusto per quei narcisisti masturbatori che raggiungono l'orgasmo soltanto con simili bellurie vocali dal vacuo esibizionismo fine a sè stesso (conosco perfino una femmina di labrador che vocalizza in maniera assai più seria e posata di costoro) e con un conduttore francese (in contemporanea diretta televisiva in loco) petulante, invadente, sovente sovrapponentesi alla musica, da far sembrare, al confronto, quegli idioti all'ennesima potenza di Radiotre, degli impeccabili professionisti (già dopo poco più di mezz'ora dall'inizio del concerto, cominciavo a notare degli incipienti quanto preoccupanti sgretolamenti, nei miei alquanto precari, malconci, usurati e vetusti attributi), peccato veramente che, in questa occasione, non si siano improvvisamente materializzati dall'aldilà Robespierre e soci, incavolati neri, con annesse ghigliottine, poichè ce ne sarebbe stato veramente d'avanzo e con sacrosantissima ragione, a tagliar teste, non essendoci che l'imbarazzo della scelta, a cominciare, in primis, dal direttore d'orchestra milanese e dal presentatore televisivo francese! Al peggio non c'è mai limite, sul serio! Quel nefasto giorno la mia depressione ha toccato livelli assurdamente parossistici! 

mercoledì 3 settembre 2014

Diligente artigianato?

Nell'ambito della rassegna "Verso il Cinema Ritrovato. Charlot 100", nella serata di mercoledì 25 giugno, in Piazza Maggiore a Bologna si è avuto un cineconcerto avente come oggetto una quaterna di 'classici' cortometraggi muti del periodo iniziale di Chaplin ("Kid auto races at Venice" (Gara di auto per bambini - 1914), "A night in the show" (Charlot a teatro - 1915), "The immigrant" (L'emigrante - 1917) e "Shoulder arms" (Charlot soldato - 1918). Salvo l'ultimo, le cui musiche d'accompagnamento risulterebbero composte dallo stesso Chaplin (penso senz'altro con qualche 'aiutino' da parte di qualche altro compositore 'professionista', poichè mi risulta, in realtà, che le sue nozioni musicali fossero alquanto limitate. Per esempio mi risulta che, per le musiche di "Modern times"-Tempi moderni, 1931- si sia fatto "aiutare" nientepopodimenoche da Alfred Newman, ricordo anche che Arnold Schoenberg, a suo tempo, giudicò negativamente le musiche di questa pellicola, trovandole "troppo fragorose"), per gli altri 3, il commento musicale, è stato composto da Timothy Brock che, anche in quell'occasione, dirigeva l'orchestra del Comunale, in buona forma. A proposito del Brock compositore di musiche da film, non conoscendone l'operato anche in ambito sinfonico, l'ho sempre trovato inferiore al Brock direttore, perlomeno in ambito cinematografico (poichè nel repertorio sinfonico più consueto mostra, secondo me, a tratti, qualche limite, mi ricordo a proposito di un'esecuzione radiofonica piatta e squadrata dell'accompagnamento orchestrale del concerto per pianoforte di Grieg, ascoltata anni orsono). Come compositore trattasi, per me, di un diligente artigiano, le cui musiche sono piene zeppe, anche troppo, di rimandi stilistici a questo o quel compositore, tanto per dimostrare che ha appreso bene la lezione, ma alle quali manca ancora, pur nel disinvolto eclettismo di fondo che le caratterizza, quei tratti stilistici distintivi che le rendano personali, ovvero riconoscibili ed attribuibili all'ascolto, al medesimo, senza ombra di dubbio, ad orecchie chiuse (non è certo un Morricone, insomma, tanto per fare il primo esempio che mi viene in mente), a volte vola anzi decisamente basso, come nel caso del film "Miss Europa" di Augusto Genina del 1928, con Louise Brooks, unico motivo di autentico interesse, stante il magnetismo irradiantesi dalla sua presenza scenica, di una pellicola di livello modesto e datatissimo, proiettato qualche anno fa, sempre in Piazza Maggiore, nell'ambito della rassegna "Il Cinema Ritrovato"; in quel caso, per quel che concerne le musiche di Brock, i rimandi stilistici erano tali e tanti da risultare decisamente irritanti ed in più le musiche erano complessivamente piatte, banali, prevedibili ossia 'telefonate'. Le cose migliori, il Brock sembra darle proprio in ambito chapliniano, come si è avuto conferma anche in questa occasione, l'ispirazione sembra prendere un poco di più il volo, pur non arrivando, anche in questo caso, alla codifica di uno stile compositivo particolarmente originale, anche se, perlomeno, si rimane a livelli più che dignitosi, pur con qualche rimando stilistico di troppo (Copland, Ives), anzi nel caso delle musiche per "The immigrant" (già ascoltate peraltro in un precedente cineconcerto di un paio d'anni fa), si avvertono anche delle decise suggestioni rotiane, ma guarda un pò! Quel giorno stesso, durante le prove orchestrali svoltesi poche ore prima, sempre in piazza, ho avuto l'ardire, col mio inglese stentato, di cercare di manifestargli queste mie opinioni al riguardo, ottenendo solo di lasciarlo sgradevolmente perplesso, poco male, ma almeno ci ho provato! Nel complesso comunque si è trattato di una serata gradevole, con una buona esecuzione orchestrale, per cui non lamentiamoci troppo! Mi stavo però dimenticando delle musiche 'originali' (?) di Chaplin per "Shoulder arms" di buona levatura, pur non raggiungendo certamente il livello di altri suoi titoli più celebrati... 

martedì 2 settembre 2014

Una vedova poco allegra.

Non mi ha del tutto persuaso la versione cinematografica di "The Merry Widow" ("La Vedova Allegra", b/n, durata circa 2 ore e 10', alla velocità di 22 f/s), realizzata da Eric von Stroheim negli Stati Uniti nel periodo 1924-25, liberamente basata sul libretto di Victor Leon e Leo Stein, utilizzato nella celeberrima operetta di Franz Lehàr, oggetto di un cineconcerto svoltosi nell'ambito della rassegna "Il Cinema Ritrovato", la sera di martedì 1° luglio, in Piazza Maggiore. A parte le innumerevoli libertà che il regista, anche co-sceneggiatore in questo caso, si è preso rispetto alla trama originaria e sulle quali non mi dilungo, sarà anche stato, come riportato nel pieghevole distribuito prima dell'inizio della proiezione, "miglior film realizzato a Hollywood nel 1926" secondo le critiche dell'epoca, ma l'ho complessivamente trovato alquanto disomogeneo nel suo trapasso decisamente brusco, dall'iniziale registro farsesco e sarcastico, al susseguente registro drammatico improvvisamente adottato a trama inoltrata e peggio ancora mi è sembrata quell'ulteriore virata verso un finale ancora più inverosimilmente, a questo punto, retoricamente, tronfiamente ottimistico, che mi sa tanto di appicicaticcio e forzato, da non trovarlo affatto consono alle corde più intime di Stroheim (sarà forse dovuto alla consueta retorica, tipicamente americana, dell' "happy ending", del lieto fine a tutti i costi, per pedestri motivi di botteghino,probabilmente imposta, anche in questo caso, dai produttori della MGM al regista austriaco? Mi piacerebbe tanto saperlo!), sempre con buona pace di eventuali cinefili/cinofili sfegatati! Anche questo, insomma, mi è parso sì un buon film, ma alquanto disomogeneo nel suo essere pervaso da evidenti fratture stilistiche e quindi complessivamente datato, da non annoverarsi certo fra i capolavori assoluti, almeno secondo il mio modestissimo parere da incompetente totale! Ma anche in questo caso, il commento musicale realizzato dalla compositrice Maud Nelissen, discontinuo e talvolta anodino, non direi che abbia contribuito in misura determinante a risollevare le sorti della serata! Ma leggiamo quanto dichiarato dalla medesima all'interno del pieghevole d'accompagnamento: "Quando ho accompagnato per la prima volta 'La Vedova Allegra', anni fa, sono stata colpita dall'adattamento estremamente creativo ed inventivo (io direi anche troppo, sic!) dell'operetta compiuto dal geniale regista.... Mi sono subito accorta che il mio 'semplice' accompagnamento per canto e pianoforte non era all'altezza di un film tanto brillante e intenso (beh, se è per questo, direi che lo stesso valga anche per l'attuale accompagnamento orchestrale, non certo memorabile!). Ho iniziato così a ragionare (ohibò!) su una partitura adatta al film e nello stesso tempo, ho avuto l'enorme fortuna di ottenere dagli eredi di Lehàr, il permesso di usare e rielaborare (ovviamente, va da sè!), ove necessario (?), la musica originale del film (il che significa originariamente rielaborata dallo stesso Lehàr sulla base della sua omonima operetta e perciò che bisogno c'era di commissionare ad altro compositore una partitura realizzata ex-novo, per giunta, in questo caso, non indimenticabile? Misteri della scienza e della tecnica!). Questa partitura si basa oggi, in parte sull'operetta di Lehàr ed in parte sulla musica da me composta. Mi ha dato la possibilità d'integrare, nell'accompagnamento, le sfumature cupe e satiriche di von Stroheim. La scelta dei punti in cui posizionare i motivi di Lehàr, è stata una sfida interessante ed impegnativa (la modestia dev'esserle un concetto totalmente sconosciuto, temo!). Considero molto importante che questo film straordinario, possa essere proiettato il più possibile (e ti credo, poichè, in virtù del diritto d'autore, più cineconcerti significano più quattrini per l'esimia soggetta!), .... (segue spudorata ruffianeria di prammatica, tutto nella norma!)". Bene, allora diciamo subito che la musica di questa Maud Nelissen (Carneade, chi era costui? Ammetto la mia più totale ignoranza!), non brilla certo per caratteristiche di particolare distintività, a tratti è anche discretamente efficace, ma altrove vi è una decisa discrepanza fra ritmo delle immagini e andamento musicale, ci sono pause troppo frequenti e prolungate, il discorso musicale procede a strappi, anche in maniera persino più disomogenea del film, si rivelano evidenti e frequenti vuoti d'ispirazione all'ascolto, soprattutto in certe sezioni di raccordo, veramente sciatte e tirate via, le citazioni lehàriane sono pedestri e banali, l'inserzione della fisarmonica nell'organico orchestrale pareva più un espediente per dare una parvenza d'originalità ad una partitura che non ne aveva punta, inoltre non più che decentemente corretta mi è parsa l'esecuzione dell'Orchestra del Teatro Comunale di Bologna, sotto la direzione di tal Stefanos Tsialis (altro Carneade? Ma quanto sono ignorante!), ma d'altro canto, il materiale musicale di partenza, era quello che era, ovvero modestuccio, miserrimo alquanto! Ad majora!

giovedì 28 agosto 2014

Delusione ed irritazione.

Dei complessivi 3370 metri di pellicola utilizzati, ne sono stati recuperati in totale 3102. Così avvertiva la  didascalia che precedeva la proiezione del film "Cabiria" (Italia/1914), con la regia, soggetto e sceneggiatura di Luigi Pastrone (didascalie e nomi dei personaggi a cura di Gabriele D'annunzio), nell'ambito della rassegna "Il cinema ritrovato / Cento anni fa. Intorno al 1914", nella copia restaurata nel 2006, proveniente dal Museo Nazionale del Cinema di Torino, avutasi la sera di venerdì 4 luglio al Teatro Comunale di Bologna, alle ore 21, un cineconcerto con accompagnamento musicale dal vivo con i complessi del Comunale diretti da Timothy Brock, autore del restauro della partitura originale (!!!!!!) per orchestra composta da Manlio Mazza e dell'ouverture corale composta da Ildebrando Pizzetti (e non Piazzetti, come riportato sul pieghevole consegnato al pubblico dagli addetti, al momento dell'apertura della sala), stando almeno a quanto ci dicono le note del programma di sala (pur mancando quindi ancora 268 metri di pellicola, la durata complessiva dichiarata del film, resta ragguardevole considerando l'epoca, ovvero circa 2 ore e 49 minuti, alla velocità di 16 fotogrammi al secondo). Ad introdurre la serata ci sarebbe dovuta essere Donata Pesenti Compagnoni del Museo Nazionale del Cinema di Torino, sostituita invece, per motivi ignoti, da Gianluca Farinelli, direttore della Cineteca di Bologna, il quale ha letto la relativa presentazione, sul palco. Della parte musicale della serata, sulla quale il programma di sala non riportava alcunchè (e ti pareva! Tutto stramaledettamente nella norma!) dirò oltre, per il momento occupiamoci sinteticamente del film. Per quanto concerne i criteri adottati per il restauro del film, mi limito a riportare, per chi non fosse stato presente, ciò che sta scritto sul programma di sala: "Nel 2006, il Museo Nazionale del Cinema di Torino, nell'ambito di un più ampio progetto di valorizzazione delle collezioni di cinema muto torinese, ha realizzato un complesso restauro di 'Cabiria'. In seguito all'acquisizione da parte del Museo, di nuovi preziosi materiali di produzione relativi al film, infatti, è stato possibile realizzare 2 risultati in precedenza impossibili da raggiungere: la ricostruzione filologica della versione originale di 'Cabiria' (oh, beh, insomma, teniamo presente quei 268 metri di pellicola ancora mancanti all'appello, nota dello scrivente!) e il pieno recupero dell'edizione sonorizzata del 1931. Nel lavoro di ricostruzione, non solo sono state analizzate le copie dei film censite nei principali archivi del mondo (essendo andati persi i negativi originali, aggiungo io!), ma è stata anche approfonditamente studiata la ricca collezione di materiali extrafilmici relativi a 'Cabiria', conservati dal Museo, in particolare i campionari colore e le partiture di accompagnamento (e difatti le didascalie con i testi dannunziani, sono state completamente ricostruite ex novo, sia a livello di testo che di 'coloritura', non essendo ovviamente più rintracciabili gli originali, altra nota dello scrivente). Il lavoro di restauro, che si è avvalso, dove necessario, delle più moderne tecniche digitali, è stato realizzato presso il laboratorio Prestech di Londra." Come si evince da tutto ciò, essendo questa copia 'restaurata' realizzata partendo da diverse altre copie di varia origine, provenienti da archivi cinematografici siti in svariate parti del mondo, quindi in condizioni di conservazione estremamente variabili (dal buono al pessimo), la resa visiva risulta alquanto discontinua, passando da momenti nei quali le immagini posseggono una sorprendente pulizia e nitidezza per un film realizzato esattamente un secolo fa, ad altri nei quali sono piuttosto evidenti i segni del tempo (sgranature, sfocature, rigature, graffi, segni di interpunzione sui singoli fotogrammi e così via). Da segnalare il fatto che, a seconda del carattere delle singole scene, i fotogrammi siano virati in giallo, blu, verde, rosso, rosa,  azzurrino o grigio. Per quanto concerne le didascalie dannunziane, introducenti le singole scene, a parte la prosa retoricamente ampollosa e tendenzialmente sbrodoleggiante (tipicamente riferibile al loro autore) della maggior parte di esse, ve ne erano altre, per contro, dal testo talmente sciatto e prosaico, che se non sapessi chi ne sia l'autore, non ne avrei nemmeno lontanamente attribuito la paternità al Vate, a costo di farci la figura dell'ignorante, anzi oso persino farmi venire alcuni dubbi sull'effettiva paternità di codeste didascalie! Quanto al film vero e proprio, pur valendo la pena, complessivamente, di essersi mossi da casa per andarlo a vedere, trovo che, accanto a scene obiettivamente tuttora impressionanti (in primis quella celebre con l'eruzione dell'Etna, ed in generale le scene di massa e di battaglia), con effetti speciali senz'altro strabilianti per l'epoca, ve ne sono altre dove, soprattutto a livello recitativo, con quella gestualità sovraeccitata ed enfatizzata tipica dei film muti dell'epoca, quella mimica facciale tendenzialmente sovraesposta, quel labiale ridicolmente esasperato, i segni del tempo trascorso risultano evidentissimi, con frequenti cadute nel comico involontario (e difatti in simili frangenti, una parte del pubblico presente in sala, giustamente, rideva con fragore), aggiungiamoci alcune scenografie che, naturalmente a un occhio odierno, risultano immediatamente di cartapesta, pur comprendendo che all'epoca abbiano prodotto notevole impressione (una per tutte, quel ridicolissimo tempio di Moloch, nella 2^ scena della 1^ parte, nella quale alcuni bambini vengono offerti in sacrificio al cospetto della statua della divinità), alla fine il risultato complessivo, almeno per il sottoscritto, resta irrimediabilmente datato, nonostante l'interesse della visione. Ma questo sarebbe ancora niente. Purtroppo però, la cosa che mi ha dato maggiori delusioni, è stata proprio la parte musicale, motivo principale del mio interesse, a parte il fatto che, su quest'ultima, lo stesso Farinelli ci si è soffermato sommariamente, nella sua presentazione (sic!). Innanzitutto, la buca del Teatro Comunale, è troppo ridotta per contenere i 120 musicisti, previsti in orchestra, per cui l'organico complessivo era un poco ridotto, rispetto a quanto prescritto, ma questo sarebbe il male  minore. Diciamo subito che, dalla sera di quel fatidico venerdì 4 luglio, ho capito perchè di questo Manlio Mazza, co-autore (sic!) delle musiche, non avevo praticamente quasi mai sentito parlare. Volendo fare un facilissimo gioco di parole, si potrebbe dire senz'altro che costui non valeva... una mazza! Partiamo dall'inizio: come alcuni sanno, Pastrone aveva commissionato la realizzazione dell'intero commento musicale al compositore parmense Ildebrando Pizzetti, il quale, sfortunatamente, realizzò soltanto il brano iniziale, che va però eseguito prima dell'inizio del film, a sipario abbassato (o meglio a schermo spento) a mò di ouverture (il film è strutturato, almeno nelle intenzioni, come una sorta di melodramma, con una ouverture e 3 parti - ovvero 3 atti - quelle in cui è effettivamente suddivisa la pellicola), la breve ma bellissima "Sinfonia del Fuoco", per baritono, coro misto e grande (!) orchestra (approfitto dell'occasione per rimediare a un mio precedente errore che, sulla base delle note del libretto di un cd della Marco Polo, successivamente ristampato su etichetta Naxos con nuove note di commento un poco più attendibili, che ne comprende anche l'unica incisione finora effettuata e da me più volte citato, la situava in corrispondenza della scena dell'invocazione a Moloch, anzichè prima dell'inizio del film, in maniera da risultare così l'equivalente di una vera e propria ouverture d'opera, per l'appunto, come corretto; però, dopo un recente riascolto di questo brano, essendone la parte vocale relativa proprio all'invocazione a Moloch, col baritono solista nel ruolo del sacerdote contrappuntato dal coro dei fedeli, mi sorge il dubbio che questa musica potesse essere inizialmente prevista proprio come commento musicale alla suddetta scena, poi successivamente spostata dal regista prima dell'inizio del film vero e proprio, generando così il susseguente dissidio col musicista), dopodichè litigò col regista, affidando il completamento della parte musicale (forse proprio per fare un dispetto al medesimo?), al suo "migliore" allievo, Manlio Mazza (e se codesto era veramente il "migliore", figuriamoci cosa dovevano essere gli altri, poveri noi! Personalmente, sono più che mai convinto che Pizzetti, con questa decisione, abbia proprio volutamente fatto un bello sgambetto al regista, appioppandogli il suo "migliore" - o, piuttosto, peggiore? - allievo). Un vero peccato, comunque sia, poichè, proprio dopo aver ascoltato l'operato di quest'ultimo, sono più che mai del parere che, se lo stesso Pizzetti avesse concluso l'intrapresa, il film avrebbe senz'altro acquisito una decisa marcia in più, anche agli occhi di uno spettatore odierno (guarda caso, quella sera, al termine dell'esecuzione del brano pizzettiano, ovvero la "Sinfonia del Fuoco", ho sentito dietro di me, levarsi la voce di qualcuno fra il pubblico che ha gridato "Bella!". Sottoscrivo in pieno! Anzi, aggiungerei, "Bellissima!"). Non ho mai saputo per qual preciso motivo Pizzetti e Pastrone litigarono, così come mi chiedo per quale ragione Manlio Mazza abbia fatto quel che, ahimè, ha fatto (Mancanza di tempo? D'ispirazione? O di entrambi? Pelandronite acuta? Nulla ci è detto, per carità!). Non credo proprio che il Mazza (!) abbia minimamente, per così dire, gli "attributi" per aspirare, anche in misura infinitesima, ad un posticino quantomeno decente, nell'ambito della storiografia musicale, bah! La differenza che passa fra costui e il suo maestro, è la stessa che può esserci fra, nella migliore delle ipotesi, un onesto ma impersonale artigiano, caratterizzato da un plumbeo grigiore burocratico ed un grandissimo artista, quale Ildebrando Pizzetti senz'alcun dubbio era. Insomma, ciò che ha combinato questa "mazza" di artista (?), si riduce in realtà, a un modesto, disinvolto, assemblaggio, montaggio di frammenti (di alterna efficacia nel loro rapportarsi alle immagini che scorrono sullo schermo) di musiche preesistenti di autori compresi fra il tardo '600 e la prima metà dell'800, senza la benchè minima traccia di rielaborazione o di rivisitazione che denoti perlomeno un qualsivoglia barlume di personalità (contrariamente ad altri casi, non auspico alcuna incisione discografica di un tale appiccicoso pastrocchio che svilisce, per giunta, il valore intrinseco dei frammenti musicali, spudoratamente riutilizzati, non potendo che "meritare" un definitivo oblio, assieme al suo indegno "creatore"). Il che mi ha fatto capire che, tutti coloro che, a proposito di questo film, parlano impropriamente di musiche di Manlio Mazza (a cominciare da quel branco di pallosissimi soloni saputoni di "Hollywood Party" su Radiotre), in realtà non conoscono una "mazza", sia riguardo al film, che alle musiche, naturalmente! A parte la decisa ed evidentissima frattura stilistica venentesi a creare con quanto ascoltato in precedenza (ovvero la "Sinfonia del Fuoco", dal linguaggio già decisamente primonovecentesco, sia pure in un tonalissimo ambito), peraltro caso non unico nell'ambito della musica cinematografica del periodo, il Mazza, si potrebbe dire, "crea" uno strambo zibaldone, stilisticamente eterogeneo e disomogeneo, che pesca a piene mani citazioni da Mozart, Gluck ("danza delle Furie" e "danza degli Spiriti Beati", dall' "Orfeo ed Euridice"; finale dal balletto "Don Juan"), Vivaldi, Spontini ("La Vestale"), Rossini ("Guillaume Tell"), Donizetti, Mendelssohn-Bartholdy (l'ouverture "Die Hebriden"), Schumann (la musica impiegata nella scena dell'eruzione dell'Etna, mi è parsa tratta dalle sue "Szenen aus Goethes Faust", ma lo dichiaro con beneficio d'inventario) ed altre che, pur non risultandomi affatto nuove, non sono riuscito ad individuare, molte di esse venendo pedissequamente ripetute più volte nel dipanarsi della narrazione filmica. Aggiungiamoci che, dal punto di vista esecutivo, le cose migliori si sono avute proprio nell'iniziale "Sinfonia del Fuoco", con una buona prova complessiva di orchestra e coro, quest'ultimo diretto da Andrea Faidutti (la parte del baritono solista venendo ricoperta da un elemento del coro medesimo), mentre nelle restanti musiche, a parte a tratti un certo squilibrio fonico venentesi a creare fra fiati ed archi, con i primi che tendevano a sovrastare i secondi (almeno questo è quanto avvertivo dalla mia postazione d'ascolto, sita in platea, a ridosso del corridoio centrale), proprio il settore dei fiati era quello che, secondo me, denotava le maggiori smagliature a livello esecutivo, soprattutto le trombe. In conclusione, una serata in parte irritante, innanzitutto dal punto di vista musicale, dove valeva la pena di esserci più per motivi d'interesse cinefilo/musicologico e conseguente verifica personale, che per l'effettiva godibilità dal punto di vista artistico. Teatro non pienissimo, il che mi ha consentito di avanzare di qualche fila, rispetto al posto originariamente prenotatomi (a parte la discrepanza fra gli orari della biglietteria indicati sul pieghevole del "Cinema Ritrovato", rispetto a quelli riscontrati una volta recatomi in loco, tanto per cambiare!). Alla fine, una lunga serata, dopo la quale, il mito relativo a questa centenaria pellicola cinematografica, si è drasticamente ridimensionato, almeno per me e con buona pace dei cinefili/cinofili ad oltranza (per non parlare di questo smunto Manlio Mazza, poveri noi, ma mi chiedo in concreto, in che cosa sarà effettivamente consistito il dichiarato restauro della partitura "originale" -????-, effettuato dallo stesso direttore d'orchestra, Timothy Brock, secondo quanto dichiarato nel pieghevole di sala? Però temo che la mia rimanga una "Unanswered Question", per dirla con Ives!). Luci ed ombre, con prevalenza di queste ultime, insomma...