martedì 16 aprile 2013

Tutto nella norma!

Ieri sera Radiotresuite ha trasmesso, in differita, un concerto ripreso il 16 marzo scorso al teatro Manzoni di Bologna, con l'orchestra sinfonica della Radio Svedese diretta da Daniel Harding, nell'ambito della rassegna Bologna Festival 2013. Il programma, comprendente anche l'arcinota 5^ sinfonia di Mahler, era preceduto da una pagina breve e di rarissimo ascolto, del compositore tedesco del 18° secolo, Joseph Martin Kraus, ovvero una breve sinfonia funebre scritta per commemorare la morte di Re Gustavo III di Svezia, avvenuta per mano di congiurati, a cui il Kraus, oltrechè esserne il musicista di corte, era legato da profonda amicizia (è proprio quello stesso Gustavo III che, in futuro, fornirà lo spunto iniziale a Verdi per l'omonima opera, poi profondamente mutata, per motivi di censura oltrechè di opportunità politica, nel celebre "Un ballo in maschera", con un cambio radicale di ambientazione da Stoccolma a Boston, come è noto). Questo brano è stato per me una piacevolissima scoperta, stante il fatto che non conoscevo per nulla il compositore in questione e tenendo conto che la musica del '700 non rappresenta il mio territorio di elezione, costituendo anzi, secondo il mio modesto parere, la parte più interessante del concerto, poichè la 5^ di Mahler, pur piacendomi enormemente, l'ho sentita talmente tante volte da conoscerla letteralmente a memoria fin nei minimi dettagli, per cui mi esce letteralmente dalle orecchie! Inoltre, l'interpretazione quivi datane, pur buona nel suo complesso, mi pareva a tratti viziata da qualche manierismo ed effettismo di troppo, soprattutto quella accelerata nelle ultimissime battute del movimento finale, non trovandola alla fine particolarmente rivelatrice, ma proprio per questo non mi aspettavo granchè in tal senso. Penso comunque di non essere stato l'unico a rimanere positivamente colpito dal brano di Kraus, perciò mi ha dato enorme fastidio quando, al termine della differita, il conduttore di Radiotresuite, ha letto, fra gli altri, anche l'sms mandato da un certo Duccio di Bologna, il quale affermava che la composizione di Kraus gli sembrava ancora più noiosa in radio di quanto non gli fosse risultata assistendo al concerto in sala! D'accordo che i gusti sono soggettivi, però questo mi conferma la mia impressione su quanto i melomani bolognesi siano chiusi e provinciali, stante la loro scarsa propensione a qualsivoglia novità. Perchè, caro Duccio, mi devi continuare a far vergognare di essere nato proprio in questa città, stante il fatto che il brano in questione era certamente ben più orecchiabile di tanta musica contemporane che vi manda fin troppo facilmente in crisi? Perchè devo continuare a sentirmi letteralmente un pesce fuor d'acqua? Che ho fatto di veramente male per meritare tutto ciò? Poi non ci si risenta se dico che bolognesi fa rima con cerebrolesi, purtroppo l'atteggiamento di quelli come Duccio, rappresenta la norma (peraltro anche quella di Bellini si conclude tragicamente con un rogo in cui periscono i 2 protagonisti), non c'è proprio niente da fare, ahinoi!

Dischi veramente fetenti!

I dischi Joker, forse i più scadenti in assoluto, erano ovviamente prodotti in Italia e non poteva essere altrimenti, vista la nostra vecchia tradizione in tal senso (generalmente variabili dal mediocre al catastrofico erano anche le stampe delle succursali italiane della Cbs, Emi ed Rca, tacendo poi di quelle penosissime della Fonit Cetra, ecc. ecc.). Ma chissa perchè nei primi anni recavano le copertine e le etichette scritte esclusivamente in tedesco, salvo in anni successivi alternare a quest'ultima sia l'italiano, che l'inglese e il francese. Inoltre, a volte le etichette, che all'inizio erano nere o grigio scuro, talvolta sembravano scimmiottare quelle della Capitol americana, caratterizzate dal logo "Fds", che stava a significare Full Dimensional Sound per i dischi mono e Full Dimensional Stereo per quelli stereofonici. Le etichette Capitol, scure anch'esse, avevano la caratteristica di una vivace fascia colorata sul bordo, simile a quella che talvolta compariva anche sui dischi Joker (attenzione che esistono dei Capitol Fds stampati anche in Italia, pressochè simili agli originali, ma comunque distinguibili se osservate bene il retrocopertina, dove è indicato l'effettivo stabilimento di fabbricazione. Gli originali venivano stampati in una fabbrica a Scranton, in California e a volte ristampati anche dalla Emi inglese.). Le copertine, inoltre, con una grafica che ambiva forse a essere raffinata ma che io trovavo alquanto greve, avevano inizialmente la superficie lucida, divenendo poi successivamente opaca. All'iniziale etichetta scura sulle facciate dei dischi, ne succedette negli anni '70, una gialla caratterizzata da un nuovo logo "Joker International", presente anche sulle copertine, scimmiottante quello della Dgg. Le incisioni che proponevano nel loro catalogo di classica talvolta provenivano anche da case come Remington, Everest, Saga, Musidisc, ma molte erano di dubbia provenienza. Probabilmente il belletto grafico a cui erano sottoposti aveva il solo scopo di dare del fumo negli occhi, all'acquirente tipo, generalmente neofita, dandogli l'illusione di comprare a poco prezzo, un prodotto di prestigio. La qualità dello stampaggio variava dal mediocre al catastrofico, la qualità sonora dal miserrimo all'ectoplasmico e quella interpretativa dallo scadente al discreto, salvo sporadiche eccezioni. Anche quando gli interpreti del disco erano nomi celebri, il tutto veniva comunque vanificato dalla scadentissima resa del supporto fonografico. Sono dei dischi-zombie, dei titoli da Helza-Poppin! Con l'avvento del cd, questo catalogo ne è stato almeno parzialmente riversato, io però me ne sono tenuto alla larga, saggiamente. Va da sè che le versioni in musicassetta di questi titoli siano, se possibile, ancora più obbrobriose, perciò gettatele direttamente nel cassonetto: le uniche che salvo, anche se non c'entrano per niente con la musica, sono quelle contenenti i vecchi monologhi del cabarettista romagnolo noto con lo pseudonimo di Sgabanaza, perchè almeno sono divertenti e la qualità sonora è meno critica in questo caso, però è un po' poco per mutare di opinione generale. Ovviamente le mie osservazioni in materia di collezionismo discografico, sono riferite massimamente all'ambito della musica classica, con la leggera e gli altri generi, il discorso cambia. Ricordo di aver letto, per esempio, che nel caso dei dischi di Elvis Presley, stampati all'epoca, varrebbero di più collezionisticamente gli esemplari fabbricati in Italia, rispetto agli originali provenienti dagli Stati Uniti, in quanto i primi avrebbero avuto una tiratura complessiva inferiore a questi ultimi, ma la cosa mi fa sorgere dei dubbi sulla sua attendibilità, essendo le stampe italiane non molto considerate in generale, stante la loro intrinseca qualità, di norma non esaltante. Tutto è possibile però!

Dischi come l'aids (ovvero, se li conosci, li eviti come la peste bubbonica, garantito al limone!).

Prima di entrare nello specifico, ancora 2 parole sui Dg "italiani": il timbro S.I.A.E. talvolta era impresso sul lato 1 anzichè come usuale sul lato 2 dell'etichetta del disco, mai però su ambedue le facciate. Inoltre, a volte i titoli Philips stampati in Olanda, venivano esportati a volte direttamente negli Stati Uniti; in questo caso, in evidenza sul fronte della copertina compariva un bel bollino dorato, in genere situato nell'angolo in basso a destra, con la dicitura, in caratteri neri: "Imported from Europe/Manufactured in Holland". Detto questo, adesso passiamo a trattare dei dischi forse più sciamannati in assoluto, secondo lo scrivente: i Joker/Saar, croce e delizia della mia infanzia e adolescenza, poichè all'epoca, fra la seconda metà degli anni '60 e i primissimi '70, erano purtroppo gli unici ad avere un prezzo abbordabile, si reperivano anche nei grandi magazzini tipo Upim e Standa (a Bologna, li potevi trovare anche all'Omnia di via Marconi, nella stessa sede in cui attualmente è situata l'Oviesse), ovvero anche in punti vendita diversi da quelli canonici ed erano reperibili anche nelle cittadine come Cesena; il catalogo era ampio, comprendente in pratica tutti i generi musicali e non, comprese le fiabe per bambini, in un insieme estremamente eterogeneo. Erano dischi estremamente popolari e diffusissimi. Inizialmente costavano 650 lire dell'epoca, ma già quelli che iniziò a comprare mia madre erano aumentati a 950 lire. Per darvi dei termini di raffronto, gli economici dischi della Rca Victrola italiana, costavano 1800 lire per i monofonici e 1980 lire per gli stereofonici, in ambedue i casi tasse escluse (allora vigeva la cosiddetta IGE, antenata dell'attuale IVA, oltrechè percentualmente assai meno gravosa di quest'ultima), i Dgg a prezzo intero arrivavano alle 4000/4500 lire, a seconda degli interpreti coinvolti (e difatti i dischi incisi da Herbert von Karajan erano naturalmente i più costosi), costituendo il sogno proibito della maggior parte di noi appassionati (rammento ancora, nei primi anni '70, nella vetrina del poi defunto negozio di dischi "Nannucci" in via Oberdan a Bologna, l'esposizione con grande evidenza di un Dgg inciso da Karajan, in offerta speciale a 2500 lire!). Nel 1963, un disco monofonico ad alto prezzo della Rca italiana, costava la bellezza di 3900 lire (di cui 360 di tasse, come specificato nel retrocopertina). Negli anni '50, in Germania, un Dgg a prezzo intero, costava 24 marchi, quando lo stipendio medio di un lavoratore era di 350! In effetti, il formato ridotto da 25 cm. di diametro, era stato introdotto per consentire a un pubblico più ampio di poter acquistare un disco, stante la sua maggiore economicità, anche se poi venne progressivamente abbandonato dalle case discografiche (la Dgg ne produsse solo fino al 1962), sopravvivendo ancora per un certo numero di anni, nelle collane destinate alla diffusione tramite le edicole, venendo poi successivamente soppresso anche in quell'ambito. Per cui non lamentiamoci più di tanto del caro-disco attuale, poichè non c'è nulla di nuovo sotto al sole! O mondo ladro, o mondo rubaldo! Ritorniamo ai Joker, di cui accenna anche Roberto Diem-Tigani nel suo interessante libro "Custodi del suono. Un secolo e mezzo di storia della riproduzione sonora.", uscito l'anno scorso per la casa editrice Zecchini. Secondo me, ne dà un giudizio persino troppo tenero, poichè la quasi totalità dei titoli pubblicati non sarebbero buoni nemmeno per giocarci a frisbee! Altro che dischi volanti, autentica spazzatura, sono. Non dovrebbero nemmeno trovarsi nei mercatini dell'usato, a rigor di logica: va da sè che mi sono letteralmente sbarazzato di questi dischi con grande sollievo, sbolognandoli gratis a suo tempo, al primo malcapitato; non li vorrei nemmeno se me li regalassero, figuriamoci se li acquisterei alla bellezza di 5 euro, il prezzo a cui li si può fin troppo facilmente trovare nei mercatini. Il discorso prosegue nel prossimo scritto...

lunedì 15 aprile 2013

Cenni sommari sui dischi Philips.

I dischi Philips, sono stati anch'essi prodotti in varie parti del mondo, ma in questo caso, sono tutti chiaramente riconoscibili già anche da un semplice esame della loro custodia, poichè la loro provenienza è esplicitamente dichiarata, anzi nel caso di quelli italiani, francesi e tedeschi, tutte le scritte sulla custodia sono nella lingua di provenienza. La faccenda più curiosa riguarda la variabilità del colore delle etichette, poichè, per esempio quelli olandesi avevano delle etichette inizialmente rosse, seguite da una tonalità di marrone rossiccio molto simile a quella dei dischi Mercury, ma talvolta mi sono imbattuto anche in esemplari con etichette di colore blu elettrico o violetto; quelli francesi avevano generalmente un blu scuro, i tedeschi erano arancioni, gli italiani neri, gli statunitensi grigi, mentre nulla so dei giapponesi, non essendomene mai capitati a tiro. Collezionisticamente, credo che valgano di più le stampe olandesi, ma al momento non saprei essere più preciso al riguardo. Ovviamente, mi sto riferendo soprattutto alle collane a prezzo intero, essendo poco pratico di quelle a medio prezzo ed economiche, salvo quella denominata "Fontana serie Argento", stampata anche qui in Italia e dal valore collezionistico scarsissimo. Valore modesto presenta anche la collana "Mercury Golden Imports", presente soprattutto in area anglosassone e stampata in Olanda, che comprendeva ovviamente titoli tratti dal catalogo della prestigiosa etichetta, ma con una qualità sonora variabile che non sempre rendeva giustizia alle incisioni originarie, anzi quelle monofoniche venivano persino stereofonizzate artificialmente, con esiti ovviamente nefasti, quindi evitatele come la peste! A parte che alcune incisioni della stessa Mercury sono state ristampate anche qui da noi, con esiti se possibile anche peggiori, proprio nell'ambito della collana "Fontana serie Argento", da prendere eventualmente in considerazione solo se a prezzi stracciatissimi, ovviamente. I dischi originali Mercury erano stampati inizialmente negli Stati Uniti, dalla Rca americana, poi successivamente da un proprio stabilimento con sede a Richmond; quelli inglesi erano stampati dalla Emi, quelli francesi e tedeschi, dalle rispettive succursali della Philips. Per saperne di più al riguardo, rimando al libro di Stefano Rama "I dischi dell'età dell'oro", edizioni Voltaire 1995, che mi ha fatto letteralmente da apripista. Peccato che non ne sia mai stata realizzata una seconda edizione, anche perchè è l'unico testo in lingua italiana sull'argomento. Collezionisticamente parlando, c'è un'altra collana da cui dovreste stare decisamente alla larga, venduta nell'ambito dell'usato a prezzi un tantinello assurdi: i dischi Joker/Saar, che sono come l'aids, ovvero se li conosci, li eviti! Alla prossima (continua).

I dischi Deutsche Grammophon "italiani", ovvero: se li conosci, li eviti!

In realtà, questa vuole essere una battuta provocatoria, al fine di catturare l'attenzione. Voglio dire che, anche se doveste imbattervi in questi esemplari, stante la qualità leggermente inferiore del loro stampaggio, non è che siano da evitare a priori, anzi tutt'altro, purchè li si trovi in vendita a prezzi ragionevoli, ovvero secondo la mia stima, a non più di una decina di euro, nel caso siano in ottime condizioni. Chiedere di più da parte del venditore, sarebbe quantomeno discutibile e arbitrario, anche se ognuno può ovviamente regolarsi come più gli aggrada. Come ho già affermato in precedenza, poichè le custodie, gli involucri esterni, eventuali libretti, le buste interne, di codesti dischi, sono comunque prodotte in Germania e quindi identiche agli originali, in tutto e per tutto, per riconoscere questi titoli, occorre esaminarne attentamente l'etichetta, che può apparire facilmente, a un esame superficiale, pressochè identica a quella del corrispettivo tedesco, poichè anche in questo caso, la totalità delle scritte riportatevi, resta in lingua tedesca. Le lievi differenze risiedono nella zona centrale dell'etichetta, dove c'è un riquadro, suddiviso in 3 sezioni. Se mettiamo a confronto visivo due esemplari degli anni '70, uno "tedesco" con un altro "italiano", sul tedesco troviamo generalmente: nella 1^ sezione del riquadro, all'estrema sinistra, la sigla "D. P.", nella 2^ sezione, ovvero quella di mezzo, a sinistra del foro centrale, troviamo la scritta "Made in Germany" o talvolta "Made in West Germany", mentre a destra del foro centrale è allocato il numero di catalogo, composto generalmente da 3 o 4 cifre, seguite dopo breve spaziatura, da altre 3 (0000 000); nella 3^ sezione, all'estremità destra, appare la scritta "STEREO 33". Sull'italiano, nella 1^ sezione, rarissimamente troviamo, sotto la sigla "D. P.", la scritta piccolissima SIAE, ma nella stragrande maggioranza dei casi, come nelle copie tedesche, troviamo solo la sigla "D. P."; invece, nella 2^ sezione, quella a sinistra del foro centrale, non ci sta scritto alcunchè! A destra del foro centrale, così come nella 3^ sezione, tutto risulta assolutamente identico agli esemplari germanici. Inoltre, quasi sempre solo sull'etichetta del lato 2 del disco, ma a volte nemmeno lì, è presente il timbro, regolarmente slavatissimo e quasi invisibile, della S.I.A.E., che sembrerebbe collocato a casaccio, stante l'estrema variabilità di posizionamenti dal sottoscritto riscontrati in diversi dischi, nel corso degli anni. Tra l'altro, mi sovvengo vagamente, di alcuni esemplari recanti una strana dicitura, il cui significato mi pare fosse: "fabbricati in Germania per conto del mercato italiano", salvo scherzi della memoria. Ribadisco che, essendo la casistica molto varia al riguardo, qualcosa potrebbe anche essermi sfuggito, tacendo del rischio di essermi preso dei colossali abbagli. Per cui, acquistate soltanto quei dischi usati, di cui potete visionare anche l'etichetta, poichè il solo esame della custodia e della busta interna, spesso diversa da quella originale, può essere fuorviante, come giustamente rilevato anche dai massimi esperti del settore. In caso contrario diffidate, poichè la fregatura ha serie probabilità di stare dietro l'angolo, o tutt'al più rischiate solo se il prezzo di vendita, risultasse decisamente stracciato. Per concludere, dirò che, generalmente, i titoli Dgg a minor rischio di "italianizzazioni", sono quelli in prevalenza dediti alla musica del '900 e contemporanea, anche quando riguarda autori nostrani come Berio, Bussotti, Maderna, Manzoni, Nono, Rota, così come quelli inerenti compositori come Henze, Hindemith, Stockhausen, Holst, Schoenberg, Berg, Webern, Orff, Busoni, Honegger, ecc., anche se pure in questi casi ho riscontrato eccezioni; per esempio, a distanza di anni mi sono accorto che la mia copia del disco in cui Claudio Abbado dirige, a capo dell'orchestra sinfonica di Chicago, la Suite scita e la suite dal "Tenente Kijè" di Prokofiev, era "italica", mentre invece un altro disco contenente musiche di Berg, (3 pezzi per orchestra, Altenberg lieder e Lulu suite), diretto sempre dal medesimo, era un originale tedesco. E potrei continuare con altri esempi, ma rischio di tediarvi, per cui vi invito sempre a verificare per bene, prima di procedere a qualsivoglia acquisto (continua).

sabato 13 aprile 2013

Come riconoscere i dischi Deutsche Grammophon "italiani".

Innanzitutto questo problema non credo sussista per i dischi prodotti col marchio Archiv Produktion, costola della stessa Dgg, creata nell'immediato secondo dopoguerra, stante la natura eminentemente specialistica che ne ha caratterizzato fin dagli esordi l'operato, rivolta ai cultori del periodo musicale che parte grosso modo dal primo medioevo fino al primo '800, con ambizioni prevalentemente filologiche, in antitesi quindi alla filosofia per così dire generalista della stessa Dgg (pur essendo quest'ultima prevalentemente concentrata sul repertorio che va dal classicismo al tardo romanticismo), riguardo alla quale, fino adesso, mi sono imbattuto esclusivamente in stampaggi tedeschi o giapponesi. Ma, ritornando alla Dgg, mentre non vi è alcuna difficoltà nel riconoscere le varie nazionalità degli stampaggi tedeschi, inglesi, francesi, spagnoli, americani, argentini, brasiliani, giapponesi, in quanto esplicitamente dichiarati sia sulle copertine che sulle etichette dei dischi, con le stampe italiane, sovente quasi indistinguibili dagli originali tedeschi, il discorso si fa decisamente più insidioso. Salvo certi titoli delle collane economiche e a medio prezzo tipo la "Resonance", in cui anche le copertine recavano in questo caso scritte interamente in italiano, il pericolo maggiore d'incorrere inconsapevolmente in una stampa italiana, viene dalla collana ad alto prezzo. In effetti, nemmeno io mi capacitavo del fatto che alcuni titoli rivelassero all'ascolto, una qualità di stampa leggermente inferiore ad altri della stessa collana. Ci pensò, a metà anni '90, a mettermi letteralmente una pulce nell'orecchio, un negoziante, Salvatore Gennaro, tuttora titolare del negozio "Ges.Co.Ser Alta fedeltà" di Cesena, facendomi notare le piccole differenze a livello di etichetta (col quale, vi assicuro, non ho stipulato alcun accordo pubblicitario, essendo il medesimo del tutto ignaro di questa mia menzione nonchè in senso assoluto del mio sito). Ma procediamo con ordine: innanzitutto i titoli a maggior rischio, per così dire, sono quelli in primis di richiamo più popolare, ovvero relativi a compositori come Bach, Beethoven, Brahms, Ciaikovski, ecc. ecc., o con compositori nostrani molto conosciuti come Albinoni, Corelli, Vivaldi, Paganini, Verdi, Puccini, Rossini, Respighi, Mascagni e compagnia bella, o con musicisti nostrani come Accardo, Benedetti-Michelangeli, Ciani, Pollini, Abbado, Chailly, Sinopoli, Votto, Santini, Gavazzeni, ecc., o con complessi tipo quelli del Teatro alla Scala, solo per fare alcuni esempi. Oppure anche con interpreti stranieri di grandissimo richiamo come Karajan. Queste considerazioni di massima vanno però verificate di volta in volta, poichè ho riscontrato parecchie eccezioni. Inoltre, queste stampe italiane, sembrerebbero partire cronologicamente dal '70 in poi, non avendole fino ad ora riscontrate in esemplari di epoca antecedente, che sembrerebbero di provenienza esclusivamente germanica per quel che ho potuto vedere. Sono esenti da questo problema, tutti o quasi i titoli derivati da registrazioni digitali, che sembrerebbero essere stati stampati esclusivamente in Germania, ma che, in quanto tali, non hanno comunque grande valore collezionistico, essendo di produzione tarda. Tornando alle ristampe nostrane, quello che rende la faccenda insidiosa è il fatto che solo il disco vero e proprio è fabbricato in Italia, mentre cofanetti, libretti, custodie, buste interne e quant'altro li corredi, sono fabbricati in Germania! Inoltre le etichette di questi dischi, recano le stesse scritte interamente in lingua tedesca, degli originali. Ma volendomi dilungare su quest'ultimo aspetto, rimando il tutto al prossimo scritto, essendo la casistica assai varia al riguardo (continua).

Collezionismo vinilico: come riconoscere i dischi Decca "italiani".

(Segue) Come affermavo nello scritto precedente, i dischi Decca, venivano generalmente importati dal distributore ufficiale nostrano, direttamente dall'Inghilterra e saltuariamente, in piccola percentuale, anche dalla Germania, stampe chiaramente e nettamente distinguibili ossia riconoscibili, le une dalle altre, ma talvolta succedeva che, per i titoli di musica classica che si presumevano di maggior richiamo per il mercato nostrano, venissero di conseguenza ristampati di sana pianta (comprese le custodie e le buste interne), nel nostro paese, ovviamente con una qualità di stampa e quindi un valore collezionistico inferiore rispetto agli originali stampati dalla casa madre nel Regno Unito. Questi dischi Decca nostrani, non sono sempre chiaramente distinguibili dagli originali inglesi, per un neofita, anzi a un esame superficiale potrebbero persino apparire quasi identici, poichè non sempre le loro etichette recavano iscrizioni nella lingua nostrana e spesso, nemmeno nel retrocopertina, erano presenti note di commento in italiano. L'indizio principale per distinguerli può essere, nella maggior parte dei casi, una lettera I presente negli estremi di etichetta, ossia nei numeri di catalogo assegnati alle varie incisioni. La Decca usava delle sigle alfanumeriche composte da una serie di lettere maiuscole seguite da 3 o 4 cifre (per la collana ad alto prezzo si trattava delle sigle SXL, SXDL, SET limitatamente ai dischi di musica sinfonico-corale e alle selezioni operistiche, PFS; queste sigle venivano tutte seguite da un numero a 4 cifre, tranne la SET recante un numero a 3 cifre, tutto quanto detto fino adesso, vale per i dischi singoli, mentre per i cofanetti multipli la sigla distintiva era SET seguita da un numero complessivamente di 4 o 5 cifre, ma di cui l'ultima o le ultime 2, erano separate dalle precedenti da un trattino, poichè indicavano il numero dei dischi contenuti nel cofanetto; altre volte la sigla era una D seguita da un numero a 3 cifre, a cui seguiva un'altra D con 1 o 2 cifre, sempre a seconda del numero di dischi presenti. Per le collane a medio prezzo le sigle erano SDD o GOS - nella serie "Ace of diamonds" -, ACL -nella serie "Ace of clubs"-, SPA -nella serie "The world of..."-, JB -nella serie "Jubilee"-, LE -nella collana "London Enterprise". Per la collana economica "Eclipse", la sigla era ECS. Dimenticavo però di dire che, verso la fine degli anni '70 e fino ad almeno la metà degli anni '80, la casa madre inglese faceva stampare i vinili in Olanda, anch'essi comunque riconoscibili, con un certo scadimento qualitativo rispetto agli stampaggi inglesi.). Le stampe italiane erano indicate generalmente in questa maniera: SXLI, SXDLI, PFSI, SDDI, SPAI, ECSI, GOSI, JBI, seguite dal consueto numero a 4 cifre; oppure, per i cofanetti multipli D000DI00, SET000-00I; per le selezioni operistiche e i dischi di musica sinfonico-corale, SET000I. Sulle etichette del disco, si poteva leggere in piccolo la scritta "Made in Italy". Mi è capitato però una volta di imbattermi in un cofanetto Decca della "Fedora" di Umberto Giordano, nell'edizione diretta da Lamberto Gardelli, in cui era assente la I dagli estremi di etichetta, tanto da farmi supporre di essere al cospetto di una stampa originale d'epoca. Per fortuna, un rapido esame interno del cofanetto rivelò l'inganno, poichè le etichette dei dischi non solo recavano iscrizioni interamente in italiano, ma persino un riquadro con la sigla SIAE in bella evidenza, per cui fate molta attenzione! Il problema ovviamente non sussiste per i dischi col marchio London (mai regolarmente importati dalle nostre parti), poichè la Decca dovette inventarsi un simile stratagemma per esportare i suoi dischi in America, stante il fatto che l'American Decca, inizialmente nata come costola della casa madre britannica, se ne era svincolata completamente, rendendosi  di fatto indipendente, in tempi successivi. Ma pensate per esempio anche alla Emi, che per gli Stati Uniti aveva dovuto crearsi i marchi Angel, Capitol e Seraphim, non potendo utilizzare nè il marchio His Master's Voice poichè di esclusiva americana della Rca-Victor, nè il marchio Columbia, essendo di esclusiva statunitense della Columbia americana, che a sua volta si era dovuta inventare il marchio Cbs, per poter esportare il suo catalogo nel resto del mondo! (Continua)

venerdì 12 aprile 2013

Considerazioni sommarie sul collezionismo di dischi in vinile usati.

Proprio oggi mi è capitato di sfogliare velocemente, in edicola, quello che parrebbe essere il primo numero di una nuova rivista nostrana dedicata al collezionismo discografico, "Raropiù", la cui testata sembrerebbe volersi richiamare come titolo a quello della rivista "Raro!", mensile anch'esso dedito allo stesso argomento, che mi sembra effettivamente essere scomparso da un pò di tempo dalla circolazione, a ulteriore conferma dei tempi grami che stiamo vivendo, solo che, analogamente a quest'ultima, prende esclusivamente in considerazione i generi musicali più popolari, ignorando bellamente i generi più impegnati, classica in primis, ovviamente. Errare humanum est, perseverare est diabolicum, qui naturalmente si continua a perseverare in questo provincialismo e dilettantismo culturale, il che è brutto e distruttivo, come è nella norma, per carità. Ogni battaglia essendo persa in partenza, non resta che mestamente rassegnarsi a questo andazzo, sempre in tema di idiozia dilagante. Nel mio piccolo ci proverò io a dare qualche ragguaglio, sulla base della mia modesta esperienza, della mia mediateca personale e di quel poco che ho appreso viva voce, riguardo al collezionismo di vinili usati di musica classica, sempre con beneficio d'inventario e pressochè assoluta certezza d'incorrere in errori e castronerie clamorose, stante il fatto che, anche in questo ambito, non si finisce mai d'imparare, oltrechè di incappare in colossali bidonate come il peggiore degli imbecilli (il sottoscritto incappò in pieno, nel lontano 1984, in uno di questi bidoni colossali, spendendo 80.000 lire, ovvero quasi tutti i soldi che aveva, in uno schifosissimo cofanetto commemorativo in edizione ufficialmente fuori commercio, acquistandolo nel periodo natalizio, in un noto negozio specializzato del centro storico di Bologna, tuttora esistente anche se in altra strada, guadagnandoci, dopo esserselo ascoltato integralmente, un forte mal di pancia, accompagnato a una fortissima emicrania, che lo funestò per tutto il periodo festivo, finendo con lo sbolognare, ovvero letteralmente regalare, all'incompetente di turno, il mefitico cofanetto, pur di non vederselo mai più sotto gli occhi, cosa di cui tuttora si vergogna come un ladro!). Gli unici articoli al riguardo, che ricordo di aver letto, li trovai in qualche remoto numero della rivista "Audiophile Sound", se la memoria non m'inganna, essendo in un'età da piena arteriosclerosi dilagante. In questa sede mi voglio occupare, sinteticamente, delle varie stampe dei dischi Decca, Deutsche Grammophon/Archiv e Philips, stante la loro diffusione dalle nostre parti e la relativamente facile reperibilità nel mercato dell'usato. Cominciamo in ordine alfabetico dai Decca, regolarmente distribuiti a suo tempo nel nostro paese e prevalentemente stampati in Inghilterra fin verso la fine degli anni '70 e poi successivamente, fino ad almeno la metà degli anni '80, in Olanda, questi ultimi con una qualità di stampa inferiore e conseguentemente valore collezionistico minore. Dico prevalentemente, poichè ne esistevano anche delle stampe tedesche, effettuate dalla Telefunken, facilmente distinguibili, come peraltro le olandesi, da quelle britanniche, che talvolta erano reperibili anche da noi; in generale, vale anche per altre case discografiche, lo stampaggio germanico è solitamente quello di qualità migliore, ma non è affatto detto che sia anche quello di maggior valore dal punto di vista collezionistico, la casistica essendo varia. Ma la cosa che nessuno sembra rilevare è il fatto che esistono alcuni titoli Decca, soprattutto quelli di maggior richiamo, che venivano ristampati in Italia, non sempre immediatamente distinguibili dagli altri, con una qualità di stampa e un valore collezionistico ovviamente inferiore, come è purtroppo quasi sempre la regola generale nel caso delle stampe nostrane. Ancora più difficile, nella maggior parte dei casi, distinguere le stampe italiane dei dischi Dg, camuffate sovente in maniera perfida e subdola, a differenza di quelle tedesche, inglesi, francesi, spagnole, statunitensi, argentine, brasiliane e giapponesi, tutte assai più facilmente individuabili, mentre per la Archiv non sembrerebbero sussistere analoghi problemi, essendomi fino ad ora imbattuto esclusivamente in stampe tedesche e giapponesi. Anche per la Philips, le cose vanno meglio, essendo le varie stampe olandese, francese, tedesca, italiana, giapponese, statunitense, più agevolmente distinguibili le une dalle altre. Conto di entrare più nel dettaglio in merito, nel prossimo scritto (continua).

giovedì 11 aprile 2013

Frenesie viniliche.

Proprio oggi, scorrendo il settimanale Panorama, ho letto che anche quest'anno si celebrerà, il 20 aprile, il giorno del vinile e del cd, a livello internazionale, con iniziative promozionali e sconti in una parte dei negozi di dischi. Francamente, visti i tempi di vacche magre, ripensando anche agli anni passati, non credo ci sia da aspettarsi molto in tal senso, mi chiedo anzi se simili iniziative commerciali, non siano in realtà inutili e fuorvianti, oltrechè gettare fumo negli occhi, in un mercato discografico sempre più asfittico e sclerotizzato nei suoi eterni malvezzi, come il consueto riproporre, in simili occasioni, costosissime edizioni per collezionisti, soprattutto viniliche, di titoli della cosiddetta musica di consumo. Non credo che il continuare ad immettere sul mercato simili oggetti chiaramente di natura elitaria e di nicchia, apporti alcun beneficio effettivo e contribuisca in qualsivoglia maniera a modificarne l'inarrestabile declino, visti i troppi errori fatti in passato, soprattutto a livello gestionale, di scelte artistiche e repertoriali e di politica economica. Troppe volte, da semplici appassionati, siamo stati trattati brutalmente come polli da spennare senza alcun riguardo. Non saranno certo simili ridicoli espedienti a salvare le case discografiche, nemmeno per il rotto della cuffia; nemmeno continuandoci imperterrite a vomitare, uno dietro l'altro, fanciulletti e damigelline aggraziate, che non hai nemmeno il tempo di notarli, tanta è la rapidità con cui vengono avvicendati in un'infinita catena di montaggio (più che mettergli in bocca un microfono, verrebbe voglia, potendo, di cacciargli qualcos'altro d'innominabile in tutti gli orifizi disponibili!), divetti plasticosi puntualmente e prontamente immortalati da biografie cartacee più o meno "autorizzate". A parte il fatto che, oramai, le promozioni discografiche, si susseguono l'una all'altra, nei negozi, pressochè ininterrottamente da anni, ma con i titoli che, in massima parte, continuano a giacere stabilmente negli scaffali dei negozi, anche perchè l'effetto traino del periodo natalizio, si è drasticamente attenuato da tempo. Chissà perchè poi, soprattutto qui in Italia, il collezionismo vinilico, viene prevalentemente considerato di un certo interesse, limitatamente ai generi musicali di più largo consumo, con la conseguenza che qualunque porcheria, purchè incisa su vinile, assurge spesso a quotazioni completamente sballate, stante l'incompetenza, la ciarlataneria e la cialtroneria dilaganti, foriere peraltro di clamorosissime sottovalutazioni riguardo ai vinili comprendenti i generi musicali più impegnati, incomprensibili ai microcefali invertebrati cerebrolesi che s'improvvisano, numerosi, venditori di vinile dall'oggi al domani, la qual cosa, occasionalmente, può avere delle conseguenze positive per il rarissimo appassionato fine intenditore, che si può imbattere in occasioni clamorosamente convenienti, ma che in linea di massima producono sfracelli, se poi ci si dovesse trovare nella necessità di rivenderli a un prezzo che sia almeno parzialmente adeguato al loro effettivo valore, finendo quasi regolarmente con lo svenderli per un tozzo di pane, quando va bene. In più, nel caso del vinile, gioca anche una componente feticistico-modaiola, già almeno in parte insita nel supporto in sè, sempre più preponderante con l'avanzare della fase di recupero e rivalutazione del disco in corso in questi anni, la quale ha prestato facilmente il fianco a speculazioni di ogni sorta, come il riproporre titoli ristampati in vinile, ma con incluso all'interno della confezione anche il corrispondente cd e/o dvd, con l'aggiunta financo della chiave d'accesso per scaricarne il contenuto anche da internet (ma diciamo download, che fa più fico!), ovviamente al prezzo modico di svariate decine di eurini, così ti vedi uscire dal negozio, il giovane idiota, con il suo carissimo vinilone iperaccessoriato sottobraccio, inconscio del fatto e forse anche menefreghista al riguardo, che il suo bellissimo feticcio, su vinile vergine pesante, è in realtà tratto da un volgarissimo file digitale, alla faccia del tanto decantato e in realtà mitizzato, calore del suono analogico! Probabilissimo anzi, che lo consideri alla stregua di un bel soprammobile e che nemmeno lo tolga dal cellophane che lo avvolge! O tempora, o mores!

martedì 9 aprile 2013

"Der unfliegende hollaender".

Decisamente non vola quest'olandese wagneriano andato in scena al Comunale di Bologna; anche dopo averne ascoltato la differita radiofonica, sabato scorso alle ore 20, su Radiotre, successiva alla differita televisiva di Rai 5, potendo quindi ascoltare la parte musicale con maggiore attenzione, in quanto ovviamente svincolata dalle immagini (alla fine pensando anche ad altre opere trasmesse in tv, sempre su Rai 5, come il "Nabucco" diretto da Luisotti alla Scala, o sempre dallo stesso teatro, il "Siegfried" e il "Lohengrin", diretti da Barenboim, mandati in onda anche in radio, meglio farne a meno delle immagini, visto che questi registucoli, alla costante ricerca di originalità a tutti i costi, non sanno fare altro che realizzare autentiche castronerie). Peraltro l'allestimento registico di Yannis Kokkos, (ir)responsabile anche delle scene e i costumi, era il medesimo già precedentemente utilizzato dal teatro; immagino che ciò sia dovuto anche a criteri economici, ciò non toglie che, vistane la bruttezza e insulsaggine, sarebbe stato meglio farne a meno. Meglio ancora sarebbe stato, come ho già detto, non riproporre affatto un titolo così inflazionato, stante il fatto che, anche la parte musicale non mi è sembrata proprio esaltante. Alla testa di un'orchestra talvolta imprecisa, con degli archi stridenti e con qualche bella stecca, soprattutto dei fiati, almeno nella ripresa trasmessa che era quella del 13 marzo (bellissima, si fa per dire, la poderosa pernacchia dei corni, proprio all'inizio dell'ouverture!), stava Stefan Anton Reck, con una direzione effettivamente un pò erratica e pesante, complessivamente di grigia correttezza. Il coro, sostanzialmente corretto, ma non esaltante, secondo me, risente del fatto di cambiare troppo spesso maestro (l'attuale risponde al nome di Andrea Faidutti, contrariamente a quanto annunciato dal conduttore di Radiotre, che erroneamente enunciava Lorenzo Fratini, attualmente operante in altro teatro, credo il Regio di Torino). Il gruppo dei cantanti, non esaltante anch'esso, annoverava un Olandese, Mark S. Doss, un Daland, Mika Kares, discreti, una buona Senta, Anna Gabler, un modesto Erik, Marcel Reijans e come ciliegina sulla torta, un pessimo timoniere, con delle oscillazioni vocali proprio da mal di mare, Gabriele Mangione e una catastrofica Mary, Monica Minarelli, che a tratti sembrava indulgere a una sorta di sprech-gesang, cantato-parlato, vagamente schoenberghiano. Insomma, a conti fatti, un'edizione complessivamente dimenticabile e a poco vale come pretesto per questa stanca riproposta, il fatto che questa opera abbia avuto la sua prima italiana, proprio qui, al Comunale, il 14 novembre 1877. Tra l'altro, questo stesso allestimento, con il medesimo direttore d'orchestra, sarà ripresentato, la prossima settimana, anche al San Carlo di Napoli (ignoro se anche i cantanti saranno gli stessi), questa volta con diretta radiofonica sempre su Radiotre, che obiettivamente, ci si poteva risparmiare! Quest'Olandese non vola proprio, anzi è decisamente atterrato, ed è indicativo del clima di generale grigiore che caratterizza la programmazione dei teatri nostrani. Cambiando discorso, per la serie il lupo perde il pelo ma non il vizio, recentemente il critico musicale del Corriere della Sera, Paolo Isotta, è finito nella lista nera dell'attuale sovrintendente del Teatro alla Scala (o per meglio dire del "sottoscala"), evidentemente per il suo atteggiamento non troppo ossequioso nei confronti di questa prestigiosa istituzione musicale, ahilui, a cui giustamente si è ribellata l'intera associazione dei critici musicali nostrani, che ne ha preso le difese. Evidentemente, certi malvezzi dell'ente lirico, non sono cessati, anche dopo la dipartita di Muti. Se la madre dei cretini è sempre incinta, evidentemente deve aver fatto anche gli straordinari, visti i geni tali che ci ritroviamo! Ad majora!

venerdì 5 aprile 2013

Senza sole.

Proprio come il titolo di un ciclo vocale mussorgskiano, questo è veramente un paese senza sole, a cominciare dal punto di vista climatico. L'atmosfera generale è veramente di un grigiore insopportabilmente infinito, nelle cose come nelle persone; sembrerebbe non esserci alcuna via d'uscita da questo vicolo cieco in cui siamo pesantemente sprofondati. Il bello è che ci sono ancora in circolazione parecchi idioti col paraocchi, che si fanno miserevolmente scudo della retorica del bel paese, culla della civiltà, degli italiani brava gente, del paese del sole e via di questo passo, così irritantemente ottusi nel rifiutarsi di vedere il cumulo di macerie che gli sta intorno, ma ovviamente tutto questo rientra tranquillamente nella norma (non quella di Bellini, purtroppo!), stupido è chi, come il sottoscritto, continua a meravigliarsene e a dolersene. Siamo decisamente una massa di pagliacci (non quelli di Leoncavallo, sfortunatamente), rimbambiti dall'eccesso di benessere (ma non ancora per molto, temo), almeno per coloro che godono ancora di una certa agiatezza, in un contesto sociale che ha reso la vita stessa un lusso per pochissimi privilegiati. Quanto vorrei voltairrianamente avere un giardino da coltivare, lasciando che il resto del mondo continui ad andarsene allegramente a rotoli per i fatti suoi, come è ovviamente la norma (sic!), ma avendo come tanti miei simili già un piede nella fossa (almeno fosse quella dell'orchestra!), me lo posso serenamente scordare. E' scontato come in un simile contesto, anche l'arte e la cultura, non possano non seguire la deriva retrograda che attanaglia l'intera nazione. L'ho già ribadito nei miei precedenti scritti, come l'adagiarsi sulla consuetudine, per comodità e opportunismo, costituisca un freno all'evoluzione della società in generale, sclerotizzandola in una degenerazione involutiva, di cui abbiamo costantemente sotto gli occhi, le infinite conseguenze nefaste. Specchio di ciò lo abbiamo appunto nei cartelloni musicali e teatrali, all'insegna sovente, della più sfacciata scontatezza di scelte, ovvero della personalmente vituperata riproposta della "solita minestra". Ennesimo piatto di minestra riscaldata mi è parso, tanto per cambiare, l'ennesimo "Olandese volante" di Wagner, questa volta proveniente proprio dal Comunale di Bologna (anche se mi verrebbe voglia di ribattezzarlo l'Orinale, stante il caratteristico olezzo che gli gravita attorno), visto un paio di domeniche fa, in differita televisiva su Rai 5, con una tipica regia teatrale modernamente astrusa, perfettamente nella norma (!) e una direzione d'orchestra alquanto erratica, tutta strappi e cincischiamenti, almeno così mi è parso ad una prima impressione; aspetto di ascoltarne anche la differita radiofonica che, se non sbaglio dovrebbe essere trasmessa da Radiotre prossimamente, per vedere se questa mia impressione sarà confermata o meno. Devo dire, però, che anche un precedente allestimento dell'opera dallo stesso teatro, trasmesso in diretta radiofonica, non mi aveva entusiasmato per la direzione d'orchestra, allora sotto la bacchetta di Daniele Gatti. Mi permetto un ingenuo suggerimento, anzichè allestire l'ennesimo inutile "Olandese", perchè non seguire il remoto esempio del teatro di Cagliari, che ripescò la prima opera composta da Wagner, ossia "Die feen" (Le fate), tratta da una fiaba del nostro Carlo Gozzi, che pur rigettata in seguito dallo stesso compositore, è in realtà un lavoro assai bello, più del "Rienzi" per intenderci, come sottolineato da Elvio Giudici nella sua arcinota "Guida all'opera lirica in disco e in video", col quale concordo pienamente al riguardo, pur non condividendone il giudizio troppo drastico nei confronti del "Rienzi". E' veramente questa opera, un lavoro più che meritevole di essere conosciuto e apprezzato dal pubblico e il riproporlo, in questo caso, avrebbe dato un senso diverso, a un altrimenti banalissimo anniversario celebrativo, senza tener conto dello stimolo rinfrescante e positivo che ne avrebbero tratto i musicisti medesimi, a cominciare dai complessi dello stesso, nell'avventurarsi in una partitura praticamente sconosciuta a loro, cosa che probabilmente si sarebbe riflettuta sugli esiti interpretativi, tonificati come sarebbero da una simile riscoperta. Ma purtroppo tutto questo non rientra affatto nella norma (!!!), per cui teniamoci il paese che ci meritiamo, non lamentandoci ipocritamente qualora ci dovessimo accorgere che si è ridotto a una tristissima landa desolata. Passando a faccende discografiche, purtroppo è da qualche mese, che stante il fallimento della Jupiter, l'etichetta svedese Bis è ancora priva di un nuovo distributore nostrano; mi è stato detto che, se si vogliono ottenerne i titoli tramite distributori esteri, il prezzo sarebbe di 25 euro per cd! Strano, una volta ordinando all'estero, si spuntavano prezzi più bassi, si vede proprio che i tempi cambiano, ovviamente in peggio, il che rientra decisamente nella norma (!!!!). Aggiungiamo il fatto che le novità della Naxos arrivano a rilento e abbiamo di che tirarci su il morale. Poveri noi!

giovedì 4 aprile 2013

Campane a morto?

L'altra sera, all'inizio della trasmissione Radiotresuite, si parlava per l'ennesima volta della situazione estremamente critica in cui versa il Maggio Musicale Fiorentino, notoriamente commissariato com'è prassi in simili casi, con tanto di interviste telefoniche sia all'attuale commissario straordinario, sia al presidente dell'associazione dei critici musicali italiani, Angelo Foletto. In linea di massima si facevano osservazioni condivisibili, soprattutto quando Foletto ha messo il dito nella piaga, affermando giustamente che le nostre istituzioni musicali, hanno peccato soprattutto di assistenzialismo, ovvero illudendosi che, bene o male, lo stato avrebbe comunque provveduto di sua tasca, per ripianare eventuali deficit di bilancio, un malvezzo tipicamente nostrano, che non riguarda, ahimè, soltanto l'ambito musicale. Ma, come sempre succede in simili occasioni, nè loro, nè tantomeno il conduttore della trasmissione, hanno rilevato un altro aspetto della faccenda, essendo la situazione del Maggio specchio fedele della situazione generale degli enti lirici in Italia (tra l'altro invocare un ipotetico intervento risolutore del sindaco di Firenze, Renzi, da parte di un radioascoltatore tramite sms, mi sembra proprio un'enorme ingenuità, vista la ben nota sordità dei politici nostrani in tal senso). Ovvero, come ripeto fino alla nausea, che imbastire cartelloni composti prevalentemente da titoli di sicuro richiamo, per il timore di perdere pubblico, soprattutto se accompagnato da una cattiva gestione, alla fine non preserva dalla catastrofe. Questa gente, crede di essere coraggiosa e innovativa, semplicemente proponendo titoli arcinoti con nuove regie modernamente astruse e/o con interpreti esordienti, giovani e acerbi, il che mi sa tanto di piatto di (solita) minestra riscaldata. La colpa principale che addebito alle nostre asfittiche istituzioni musicali è quella di non aver saputo o voluto, salvo rare eccezioni, stimolare la curiosità del pubblico, la sua apertura verso nuovi orizzonti culturali, ma al contrario, per propria comodità, di averne assecondato la naturale pigrizia mentale, creando un pubblico di melomani muffo, stantio, mummificato, sclerotizzato nelle proprie propensioni culturali, vecchio fino al midollo e non solo in senso anagrafico. Da noi tutto è stato ridotto a un museo delle cere, ed è ipocrita, con simili presupposti, dolersi del fatto che non ci sia stato un autentico ricambio generazionale del pubblico, tacendo dei prezzi dei biglietti solitamente elevati. Quest'anno si aggiunge anche la doppia sciagura del bicentenario verdiano e wagneriano, che serve solo come scusante flebile, per riproporre ai pubblici, titoli famosi di compositori arcinoti, in edizioni perlopiù mediocri, compositori che, lo ribadisco, non hanno certo bisogno di simili evenienze per essere commemorati, stante la loro regolare e copiosa presenza nei cartelloni lirico-sinfonici del globo terracqueo. Odio gli anniversari, non so se si è capito, proprio perchè si risolvono in un tripudio di banalità e incultura. Anzi, a costo di rendermi ancora più antipatico, affermo che, se anche tutte le istituzioni musicali nostrane, dovessero sparire dalla faccia della terra, non ci verserei sopra manco una lacrima, visto il loro modo di procedere. Se si pensa che, proprio ai tempi di Verdi, il pubblico esigeva giustamente, la presenza di nuovi lavori ogni anno, nei cartelloni dei teatri lirici, non si può non constatare quanti passi indietro si siano fatti in tal senso. Una volta una signora melomane bolognese, frequentatrice sia del Comunale che del Manzoni, mi disse che per lei andava benissimo così, tanto a detta sua, non ci si stanca mai di riascoltare i capolavori più famosi e che, perciò, non sentiva affatto il bisogno di fare nuove scoperte! A parte il fatto che mi verrebbe da obiettare che allora, tutti gli altri musicisti che hanno composto lavori meno noti, dovevano essere come minimo degli idioti perditempo, ma ci si dimentica del fatto che, anche per i capolavori acclarati e i loro autori, c'è stato il momento dell'esordio, in cui erano perfettamente sconosciuti e tali sarebbero rimasti, se nessuno si fosse preso la briga di farli conoscere in pubblico, continuando pedissequamente a riproporre i capolavori preesistenti, ed impedendo di fatto, un'evoluzione della storia della musica. Se poi si tiene conto del fatto che alcuni capolavori oggi assodati, ebbero un esordio addirittura disastroso, come proprio "La traviata" di Verdi, fischiata alla Fenice di Venezia, non posso esimermi dal trovare inaccettabili certi discorsi gretti e provinciali. Sapete che c'è stato un periodo in cui anche la musica di Bach era caduta nel dimenticatoio, per cui se non ci avesse pensato, nella prima metà dell'800, un certo Felix Mendelssohn-Bartholdy, direttore d'orchestra oltre che compositore, a riesumarlo proponendone in pubblico , tra le altre cose, la Passione secondo Matteo, chissà per quanto tempo le opere del sommo musicista, oggi eseguito fino alla nausea, sarebbero rimaste sepolte nell'oblio? Quanti lavori di Schubert sono stati eseguiti per la prima volta postumi? Anche la musica di un certo Vivaldi era una rarità, soprattutto una settantina di anni fa; in effetti la riscoperta della civiltà strumentale di quel periodo, si deve almeno in parte, agli esponenti della cosiddetta "generazione dell'80", ovvero Casella, Pizzetti, Malipiero, Respighi. In particolare Malipiero curò una prima edizione critica a stampa dei lavori vivaldiani. 50/60 anni fa le sinfonie di Bruckner e di Mahler, oggi eseguite e incise a livelli di sovradosaggio, erano praticamente ignote, soprattutto dalle nostre parti. E gli esempi potrebbero continuare. Ma il mio probabilmente è un discorso vano, vista la landa desolata popolata da zombie, in cui ho avuto la sfortuna di capitare. Questo discorso si potrebbe benissimo allargare al teatro di prosa, al cinema, a tutte le forme di arte e spettacolo, ma per il momento mi fermo qui.

mercoledì 27 marzo 2013

Un disco corroborante.

(Segue) Pochissime ovviamente le incisioni del balletto "Corroboree" di John Antill, ma tra queste quella, decisamente raccomandabile, che vi indico. Registrata dall'8 al 10 giugno del 2006, al Michael Fowler Centre, a Wellington in Nuova Zelanda, dall'orchestra sinfonica della Nuova Zelanda diretta da James Judd, in un disco caratterizzato da un'ottima qualità della ripresa sonora, comprendente in apertura anche un altro brano del compositore, ovvero "An outback overture", composta nel 1954, il cui titolo sembrerebbe rifarsi proprio a un brano di Copland, cioè "An outdoor overture", tra l'altro con una certa similarità nell'impostazione generale, essendo anche quella di Antill nella tipica forma della classica ouverture da concerto, da porre solitamente all'inizio del programma, brano quest'ultimo dal carattere, in ogni caso, decisamente accattivante, costituente un bel preludio all'ascolto integrale del balletto che segue, confermante senz'altro ulteriormente l'enorme talento del musicista australiano, è un disco assolutamente riuscito. Difatti l'interpretazione quivi datane, rende piena giustizia al carattere e alla singolare orchestrazione di questa musica, veramente tonificante, o per meglio dire, proprio "corroborante", mi si passi il gioco di parola. L'orchestra, veramente ottima, si disimpegna in maniera eccelsa nei complicati incastri poliritmici della partitura, senza la minima imperfezione. Questo disco, tra l'altro a prezzo economico, è uscito nel 2008, ma è tutt'ora in circolazione, anche se stranamente ignorato persino nell'ultimo catalogo cartaceo della casa discografica, per cui se lo volete, lo dovete ordinare al negozio,altrimenti non c'è pericolo che lo troviate (cd Naxos 8.570241). Io stesso, ne venni a conoscenza casualmente, poichè questo titolo veniva mostrato all'interno del libretto di un altro cd della Naxos, inciso dagli stessi interpreti qualche anno fa e comprendente musiche di Beethoven (ovvero le musiche di scena per l'Egmont e la scena lirica "Ah, perfido"). Del resto, asserisco da sempre, che in quest'ambito, si dovrebbe avere proprio un animo da esploratori (titolo proprio dell'ultimo movimento della "Sea Symphony" di Vaughan-Williams, su testi di Whitman, guarda caso), essere desiderosi di nuove scoperte, di nuove avventure dello spirito, in barba al conformismo e alla routine! Abbasso la pigrizia mentale, abbasso la solita minestra!!!

Una musica corroborante.

Nel 1946, il compositore australiano John Antill (1904-1986), terminò la realizzazione di quello che diventerà, giustamente, il suo lavoro più celebre e rappresentativo, ovvero il balletto "Corroboree". E' chiaro che, in questo caso, quando si parla di lavoro celebre, la celebrità vada intesa in senso relativo, poichè, al di fuori dell'area anglosassone, temo proprio che questa composizione sia praticamente sconosciuta, e ciò costituisce, secondo la mia modestissima opinione, decisamente una perdita secca; anzi, ho ragione di ritenere che sia pochissimo nota anche nell'area anglosassone e persino nella stessa Australia, per dirla tutta, anche se vorrei tanto sbagliarmi in proposito. E pensare che, anche in questo angolo del globo, non mancherebbero certo dei compositori degni di un qualche interesse, come per esempio, oltre allo stesso John Antill, anche Douglas Lilburn e Peter Sculthorpe. Sicuramente il '900 musicale è ancora troppo poco esplorato e conosciuto per essere valutato con obiettività nella sua completezza (penso a quanto poco si conosca, non solo riguardo all'area anglosassone, ma anche a quella scandinava, orientale ed estremo-orientale, troppo spesso liquidate frettolosamente e superficialmente dagli studiosi del settore, oltrechè quasi del tutto ignorate anche dalle istituzioni musicali, soprattutto nostrane; valga per tutti l'assenza pressochè totale di un compositore imprescindibile, come il danese Carl Nielsen, scandalosamente ignorato nei cartelloni musicali nostrani) e soprattutto, liberato da quella pesante cappa di catastrofici luoghi comuni, figli in gran parte di Adorno e dei suoi discepoli, (vedasi il caso di compositori come Orff, Pfitzner, Casella, Pizzetti, Respighi) che ne impedisce una serena discettazione. Ma torniamo a parlare del balletto "Corroboree", scusandomi per la digressione. Questo assoluto capolavoro d'inventiva e originalità, trae il suo spunto iniziale, da un tipico rituale aborigeno d'iniziazione (Corroboree), al quale assistette nel 1913, (proprio l'anno della prima tumultuosa de "Le sacre du printemps"), l'allora giovanissimo compositore, che ne rimase fortemente impressionato. Al punto che, in seguito, si sentì stimolato a profonde ricerche etno-musicologiche sulle melodie aborigene, sfocianti come risultato finale in questa straordinaria partitura, iniziata nel 1936 e portata a compimento 10 anni dopo. Innanzitutto il titolo "Corroboree", è la versione anglicizzata del termine originale "Caribberie", che denomina questa singolare cerimonia primaverile aborigena. Quella a cui assistette il musicista, si svolse nella località di La Perouse, presso Botany Bay. Lo stile di questa musica, pur con le debite influenze (Stravinski per la singolare esuberanza ritmica, Copland per un certo uso delle armonie, Grainger per l'evocatività delle atmosfere, Ginastera per l'uso di elementi autoctoni, ma sono ravvisabili anche tracce di folclore britannico), presenta comunque delle caratteristiche altamente personali, con delle continue, strepitose, soluzioni timbriche, armoniche, ritmiche, al cui interno gli elementi etnici, si fondono alla perfezione, in una partitura modernissima, pur impiegando un linguaggio politonale e orecchiabilissimo, in una sintesi complessiva originale e profondissima. A riprova, come dicevo poc'anzi, di quanto il '900 musicale costituisca un territorio ancora vastamente inesplorato e di quanto siano insensati certi divisionismi critici esasperati, che ne inibiscono una più ampia conoscenza e comprensione. (Continua)

lunedì 25 marzo 2013

Classica in vinile, 4bis.

(Segue) Per quanto concerne la qualità dello stampaggio del disco, è complessivamente accettabile, ovvero tale da non compromettere il piacere dell'ascolto, ma con un lato B un pò più rumoroso e disturbato del lato A, almeno nella mia copia e ancora una volta, con delle sbavature di vinile, in corrispondenza del foro centrale del supporto. Non posso non rammaricarmi, come di consueto, per la scarsità dei dati di registrazione forniti all'interno del fascicolo di accompagnamento (inciso nel 1967 all'UFA Tonstudio di Berlino e pubblicato nel 1968 - regia sonora di Gustav Rudolf Sellner, direttore di produzione Hans Hirsch, tecnico del suono Klaus Scheibe), ma devo aggiungere che sul cd già in mio possesso di questa incisione, allegato al n.75 della rivista "Amadeus", i dati sono ancora più scarni, per non dire assenti. Concordo sul fatto che l'interpretazione di questo celeberrimo brano datane da Jochum e dai suoi collaboratori, resta in ogni caso, un vertice assoluto della discografia di tutti i tempi, giustamente mai uscito dai cataloghi, fin dal suo apparire. Esistono senz'altro delle letture più analitiche e variate nell'agogica di questa, ma forse nessuna ne possiede la franca, decisa, bruciante ed incisiva espressività di questa, aliena com'è da autocompiacimenti e facili effettismi, sempre in agguato in musiche di tale fattura. Sotto questo profilo, questo titolo è un centro assoluto della collana della De Agostini, finora il migliore fra quelli usciti fino ad adesso. E lo è, ultimo ma non meno importante, anche sotto il profilo della qualità sonora, fra le migliori fin dall'origine fra le registrazioni prodotte dall'etichetta gialla. Il suono è fresco, vivace, dinamico, con buon equilibrio fra cantanti, cori ed orchestra e viziato solo, a tratti, da una certa distorsione microfonica, in alcuni passaggi corali e vocali. Rispetto alla versione su cd, complessivamente valida, mi sembra persino di percepire più dinamica, anche se quest'ultima mi risulta più nitida come dettagli, anche se un pò meno profonda e con una rigidità armonica, ovvero asprezza timbrica, lievemente superiore. Anche in questo caso, ci sono senz'altro delle edizioni discografiche che possono senz'altro vantare una qualità sonora più realistica, con una escursione dinamica decisamente superiore, ciò non toglie che la qualità atmosferica della registrazione di Jochum, sia unica e particolare, non meno di quanto lo sia l'interpretazione. Bellissimo! Per concludere, noto che il riquadro "Note sparse" a pag.7 del fascicolo, sembra sia diventato una presenza fissa, ma guarda un pò! Vediamo cosa ci riserveranno le prossime uscite di questa collana, sperando che si faccia la dovuta attenzione per evitare ulteriori sciatterie, che stonano col quadro complessivo. Per il momento, aspettiamo fiduciosi.

Classica in vinile 4.

Questa volta, secondo l'ordine delle uscite originariamente prospettato, mi sarei aspettato di recensire il disco Decca, comprendente il balletto "Il cappello a 3 punte" di De Falla, col soprano Teresa Berganza e l'Orchestre de la Suisse Romande, diretta da Ernest Ansermet e invece mi sono ritrovato con i "Carmina Burana" di Carl Orff, peraltro in una prestigiosissima edizione della Deutsche Grammophon, con il soprano Gundula Janowitz, il tenore Gerhard Stolze, il baritono Dietrich Fischer-Dieskau, i Piccoli Cantori di Schoeneberg, il coro e l'orchestra dell'Opera Tedesca di Berlino, sotto la direzione di Eugen Jochum. Di per sè, stante la bellezza del titolo, non ci sarebbe di che recriminare, ma non nego che la cosa mi innervosisca un poco, anche se sappiamo benissimo che l'editore si riserva il diritto di cambiare l'ordine delle uscite, ecc. ecc.; ad ogni buon conto, anche questo titolo, come il precedente, è uscito in edicola, con i consueti 5 giorni di ritardo, ovvero il 21 marzo. Inizierò la disamina, osservando che la custodia del disco, della usuale opacità, differisce da quella dell'originale, in quanto quest'ultima si apriva a libro, comprendendo anche i testi cantati, quivi assenti (i motivi di questa scelta, saranno forse originati da esigenze di contenimento dei costi di realizzazione?), per il resto non noto particolari discrepanze. Anzi, l'invasività delle scritte cosiddette di "servizio", mi sembra diminuita, sia sul retrocopertina che sulle etichette del disco. La busta interna è accettabile, anche se a voler essere ipercritici, il rivestimento interno non dovrebbe essere di carta di riso, ma in pvc. Stavolta le etichette del disco mi sembrano più fedeli, con il caratteristico bordo esterno di tulipani, tipico dell'etichetta gialla fino alla fine degli anni '60, peccato però per la mancanza del riquadro sulla sinistra con la scritta "GEMA" e per il colore delle iscrizioni sulla metà inferiore delle etichette, di un rosso vivo anzichè di un marrone rossiccio come sull'originale. Siamo comunque su livelli un pò superiori, rispetto al primo disco della collana, ma senza dubbio migliorabili. Il fascicolo interno, con testi di Giovanni Tasso, è di livello complessivamente decente e ha il merito, innanzitutto, di sottrarre il compositore, alla commistione col nazismo, luogo comune ben duro a morire e che impedisce una valutazione serena ed obiettiva dell'operato di Carl Orff; non posso non andare con la mente, alle periodiche sparate di quei gran soloni di Radiotre al proposito, causantemi un deciso e consistente spappolamento testicolare, ogni volta che le proferiscono!!! Purtroppo, anche questa volta, non posso mancare di rilevare, all'interno del fascicolo, la consueta sequela di refusi e imprecisioni. In particolare quello di pag.4, nel riquadro in basso inerente i "Carmina Burana" diretti da Ormandy, al cui interno ricompare, erroneamente, il trafiletto relativo all'incisione de "L'uccello di fuoco" di Stravinski diretta da Ansermet, già apparso nel fascicolo precedente. Si dovrebbe fare molta più attenzione, che diamine!!! Inoltre a pag.3, dove si accenna ai "Catulli carmina" dello stesso compositore, ci sarebbe da precisare che l'organico strumentale comprende non solo le percussioni, ma anche 4 pianoforti, sia pure utilizzati in modalità prevalentemente percussiva. Inoltre, come si evince anche da una semplice osservazione del retrocopertina, i brani puramente strumentali dei "Carmina Burana", sono 2 e non 1 come indicato, ovvero il n.6 "Tanz" e il n.9 "Reie". Riguardo al "Trionfo di Afrodite", non si specifica che l'organico strumentale, torna ad essere un'orchestra al gran completo, più o meno come nei "Carmina Burana" (continua).

sabato 23 marzo 2013

Bruckner, bibliografia sintetica in lingua italiana.

Premetto che cito soltanto i libri in mio possesso, perciò anche questa bibliografia, non ha alcuna pretesa di completezza. - 1) Karl Grebe: "Anton Bruckner", traduzione italiana di Maurizio Giani; Edizioni Discanto, Fiesole 1982 - prima emissione: ottobre 1983, Discanto Edizioni, sezione editoriale della Casalini Libri, Fiesole (FI); titolo originale "Anton Bruckner in selbstzeugnissen und bild dokumenten" (Anton Bruckner nelle proprie testimonianze e documentazioni iconografiche), edizioni Rowohlt Taschenbuch Verlag Gmbh, Reinbek Bei Hamburg, 1972; - 2) Deryck Cooke: "Bruckner" (contenuto in "Guide alla musica/I grandi Musicisti - Maestri del tardoromanticismo: Brahms, Bruckner" di Heinz Becker e Deryck Cooke, edizione italiana Giulio Ricordi & C./Giunti gruppo editoriale, Firenze, marzo 1992; traduzione italiana di Claudio Toscani. Estratto da "The New Grove Dictionary of  Music and Musicians", titolo originale "The New Grove, Late romantic masters: Bruckner, Brahms, Dvorak, Wolf", edizioni Macmillan Publishers Limited, 1980/85; - 3) Sergio Martinotti: "Anton Bruckner", 1^ edizione Guanda Editore, Parma 1973; 2^ edizione Edizioni Studio Tesi Srl, collezione "L'arte della fuga", Pordenone, gennaio 1990; 3^ edizione EDT, collana "Autori ed opere", n.17, Torino, settembre 2013 (prezzo 20 euro). Unica ed imprescindibile monografia italiana sul sommo compositore. Aggiungo, in appendice, che diverse indicazioni per la mia cronologia e discografia, le ho tratte dall'articolo di Richard Lehnert "Bruckner's symphony n.9, finally, a finale?", pubblicato sul numero della rivista americana "Stereophile", uscito nel marzo del 2010 (vol.33, n.3).

Bruckner, nona sinfonia, 4^ movimento, discografia.

(Segue) - Frammenti autografi del quarto movimento della 9^ sinfonia, edizione Carraghan: - Orchestra Filarmonica di Oslo/Talmi - CHANDOS; - nuova edizione con ampliamenti di Phillips: - Wiener Philarmoniker/Harnoncourt - RCA (allegato all'sacd della 9^ sinfonia; in questo secondo cd, i frammenti vengono commentati dal direttore d'orchestra ed eseguiti dal vivo, in una sorta di concerto-conferenza); - completamenti: - a) versione Samale/Mazzucca: - A) Radio Sinfonie Orchester Frankfurt/Inbal - TELDEC (originariamente abbinato nel doppio cd, alla 5^ sinfonia, mentre per quello che riguarda tutte le altre edizioni discografiche, i completamenti sono sempre in coda ad esecuzioni integrali dei primi 3 tempi della sinfonia); B) Orchestra Sinfonica del Ministero della Cultura dell'Urss/Rodzhdestvenski - MELODIYA; - b) versioni di Carraghan: 1^ versione: - Orchestra Filarmonica di Oslo/Talmi - CHANDOS; --- L'Orchestre de la Suisse Romande/Soudant - PHILIPS (LP); 3^ versione: - Nuova Orchestra Cittadina di Tokio/Naito -DELTA ENTERTAINMENT; - 4^ versione: - Philarmonie Festiva/Schaller - HAENSSLER PROFIL; - c) versioni di Samale/Mazzucca/Cohrs/Phillips: - 1^ versione: - Bruckner Orchester Linz/Eichhorn -CAMERATA; - 2^ versione: - Neue Philarmonie Westfalen/Wildner - NAXOS; - 3^ versione: - Sinfonie Orchester Aachen/Bosch - COVIELLO CLASSICS; - 4^ versione: - Musikalische Akademie des National Theater-Orchesters Mannheim E.V./Layer - DEUTSCHLAND RADIO KULTUR; 5^ versione: - Berliner Philarmoniker/Rattle - EMI; - versione di Letocart: - Orchestra Sinfonica di Màv/Couton - LIRICA; - movimento finale alternativo composto da Marthé: - Orchestra Filarmonica Europea/Marthé - PREISER RECORDS. - Scusandomi nuovamente per la caoticità dell'esposizione, sarò grato anticipatamente a chiunque mi voglia segnalare errori ed omissioni, senz'altro presenti in questa discografia parziale. Anche per me non è stato semplice dipanare l'intricata matassa, stante le indicazioni spesso contradditorie presenti sia nei supporti audiovisivi, che nei cataloghi discografici. Per quel che potevo, ho provato a fare un pochino di chiarezza.

Bruckner, discografia sinfonie nn. 7-9.

(Segue) - Sinfonia n.7, edizione Haas: - A) Royal Scottish National Orchestra/Tintner - NAXOS; B) Sudwest Rundfunk Stuttgart Radio Sinfonie Orchester/Celibidache - DG; - edizione Nowak: - A) Wiener Philarmoniker/Boehm - DG; B) Wiener Philarmoniker/Giulini - DG; C) Berliner Philarmoniker/Karajan - DG; D) Radio Sinfonie Orchester Frankfurt/Inbal - TELDEC; - Sinfonia n.8, 1^ versione: - A) Radio Sinfonie Orchester Frankfurt/Inbal - TELDEC; B) National Symphony Orchestra of Ireland/Tintner - NAXOS; C) Hamburger Philarmoniker/Young - OEHMS CLASSICS (Sacd); - 2^ versione, edizione Haas: - A) Wiener Philarmoniker/Boehm - DG; B) Wiener Philarmoniker/Boulez - DG (cd) - TDK o EUROARTS (Dvd); C) Chicago Symphony Orchestra/Barenboim - DG; D) Berliner Philarmoniker/Karajan - DG; E) Wiener Philarmoniker/Karajan - DG; - edizione Nowak: - A) London Philarmonic Orchestra/Tennstedt - EMI; B) Wiener Philarmoniker/Giulini - DG; C) Berliner Philarmoniker/Giulini - TESTAMENT; D) Muenchner Philarmoniker/Celibidache - EMI; - Sinfonia n.9 (movimenti 1-3), edizione Orel: - Nord Deutsche Rundfunk Sinfonie Orchester/Wand - TDK (Dvd); - edizione Nowak: - A) Minnesota Orchestra/Skrowaczewsky - REFERENCE RECORDINGS (HDCD); B) Saarbruecken Radio Sinfonie Orchester/Skrowaczewsky - OEHMS CLASSICS o ARTE NOVA; C) Columbia Symphony Orchestra/Walter -SONY CLASSICAL; D) Muenchner Philarmoniker/Celibidache -EMI; E) Wiener Philarmoniker/Giulini - DG; F) Radio Sinfonie Orchester Frankfurt/Inbal - TELDEC; G) Berliner Philarmoniker/Karajan - DG; F) Wiener Philarmoniker/Karajan - DG; - edizione Carraghan: - Orchestra Filarmonica di Oslo/Talmi - CHANDOS; - edizione Cohrs: - Wiener Philarmoniker/Harnoncourt - RCA (Sacd), comprendente un secondo cd relativo ai frammenti autografi dell'ultimo movimento. - edizione Phillips: - Royal Scottish National Orchestra/Tintner - NAXOS. (Continua)

venerdì 22 marzo 2013

Bruckner, discografia parziale sinfonie nn.3-6.

(Segue) - Sinfonia n.3, 1^ versione: - A) Radio Sinfonie Orchester Frankfurt/Inbal - TELDEC; B) Royal Scottish National Orchestra/Tintner - NAXOS; C) Bamberger Symphoniker/Nott - TUDOR (Sacd); D) Deutsches Sinfonie Orchester Berlin/Nagano - HARMONIA MUNDI; -- Adagio alternativo 1876: a) Royal Scottish National Orchestra/Tintner - NAXOS; b) Neue Philarmonie Westfalen/Wildner - NAXOS; -- 2^ versione: - A) Chicago Symphony Orchestra/Barenboim - DG; B) Chicago Symphony Orchestra/Solti - DECCA; C) Berliner Philarmoniker/Barenboim - TELDEC; D) Sinfonie Orchester des Bayerischen Rundfuks/Kubelik - SONY CLASSICAL; E) Neue Philarmonie Westfalen/Wildner - NAXOS; F) BBC Scottish Symphony Orchestra/Vaenskae - HYPERION (con adagio alternativo 1876); 3^ versione: - A) Wiener Philarmoniker/Boehm - DECCA; B) Berner Sinfonie Orchester/Venzago - CPO; C) Berliner Philarmoniker/Karajan - DG; D) Radio Sinfonie Orchester/Chailly - DECCA; E) Muenchner Philarmoniker/Celibidache - EMI; F) Neue Philarmonie Westfalen/Wildner - NAXOS; G) City of Birmingham Symphony Orchestra/Nelsons - BBC MUSIC MAGAZINE; - Sinfonia n.4 "Romantica", 1^ versione: - A) Radio Sinfonie Orchester Frankfurt/Inbal - TELDEC o WARNER-APEX; B) Cincinnati Symphony Orchestra/Lopez-Cobos - TELARC; C) Sinfonie Orchester des Bayerischen Rundfunks/Nagano - SONY CLASSICAL; D) Hamburger Philarmoniker/Young - OEHMS CLASSICS (Sacd); 2^ versione, quarto movimento: Finale "Volksfest": - Royal Scottish National Orchestra/Tintner - NAXOS; 3^ versione: (edizione Haas): - A) Chicago Symphony Orchestra/Barenboim - DG; B) Royal Scottish National Orchestra/Tintner - NAXOS; C) BBC Scottish Symphony Orchestra/Marin - BBC MUSIC MAGAZINE; (edizione Nowak): - A) Wiener Philarmoniker/Boehm - DECCA; B) Columbia Symphony Orchestra/Walter - SONY CLASSICAL; C) Muenchner Philarmoniker/Celibidache - EMI; D) Los Angeles Philarmonic Orchestra/Salonen - SONY CLASSICAL; - Sinfonia n.5, 1^ versione: - A) Muenchner Philarmoniker/Celibidache - EMI; B) Sudwest Rundfunk Stuttgart Radio Sinfonie Orchester/ Celibidache - DG; C) BBC Symphony Orchestra/Horenstein - ARKADIA; - 2^ versione: - A) Berliner Philarmoniker/Karajan - DG; B) Radio Sinfonie Orchester Frankfurt/Inbal - TELDEC; C) Royal Scottish National Orchestra/Tintner - NAXOS; D) Wiener Philarmoniker/Abbado - DG; E) Chicago Symphony Orchestra/Solti - DECCA; --- nuova edizione Cohrs: - Wiener Philarmoniker/Harnoncourt - RCA; 3^ versione: - A) Wiener Philarmoniker/Knappertsbusch - DECCA; B) Orchestre Nationale de France/Von Matacic - ASTREE' NAIVE; C) London Philarmonic Orchestra/Botstein - TELARC; - Sinfonia n.6: - A) New Zealand Symphony Orchestra/Tintner - NAXOS; B) Chicago Symphony Orchestra/Barenboim - DG; C) Berliner Philarmoniker/Karajan - DG; D) Berner Sinfonie Orchester/Venzago - CPO. Come spesso succede, mi sono accorto a posteriori, di 2 piccole dimenticanze, per le quali mi scuso, a cui provvedo immediatamente: - Sinfonia n.4 "Romantica", 4^ versione: - Minnesota Orchestra/Vaenskae - BIS (Sacd); inoltre, per quanto concerne la sinfonia n.5 (ed. Cohrs) diretta da Harnoncourt, è pubblicata su Sacd RCA, con allegato un secondo cd normale, comprendente le prove d'orchestra. (Continua).

Bruckner, sinfonie, discografia sintetica sinfonie nn.00-2.

Colgo innanzitutto l'occasione per fare alcune piccole correzioni allo scritto immediatamente precedente questo: il completamento del 4^ movimento della 9^ sinfonia di Bruckner effettuato da Sébastien Letocart, risale al 2008; per quanto concerne le varie versioni del completamento dello stesso effettuate dal gruppo di esperti Samale-Mazzucca-Cohrs-Phillips, la quarta versione è stata realizzata nel 2007 e presentata in pubblico nel 2008, mentre la quinta e al momento ultima versione è stata realizzata nel 2011 e presentata in pubblico nel febbraio del 2012, a Berlino, eseguita dalla locale orchestra filarmonica diretta da Sir Simon Rattle, come documentato da un bellissimo e imprescindibile cd pubblicato nello stesso anno dalla Emi. La discografia che segue, ovviamente da prendersi con beneficio d'inventario, stante la mutevolissima situazione attuale del mercato discografico, non ha, per forza di cose, pretese di esaustività, ma vuole essere puramente indicativa e orientativa. --- DISCOGRAFIA PARZIALE: (nell'ordine vengono indicati orchestra, direttore e casa discografica): - Sinfonia n.00: - A) Royal Scottish National Orchestra/Tintner - NAXOS; B) Saarbruecken Radio Sinfonie Orchester/Skrowaczewski - OEHMS CLASSICS o ARTE NOVA; - Sinfonia n.0 "Die Nullte": - A) National Symphony Orchestra of Ireland/Tintner - NAXOS; B) Saarbruecken Radio Sinfonie Orchester/Skrowaczewsky - OEHMS CLASSICS o ARTE NOVA; C) Radio Sinfonie Orchester Frankfurt/Inbal - TELDEC; D) Tapiola Sinfonietta/Venzago -CPO; -- Sinfonia n.1, 1^ versione: Royal Scottish National Orchestra/Tintner - NAXOS; 2^ versione: - A) Radio Sinfonie Orchester Frankfurt/Inbal - TELDEC; B) Berliner Philarmoniker/Karajan - DG; C) L'Orchestre de La Suisse Romande/Janowski - PENTATONE (Sacd); D) Tapiola Sinfonietta/Venzago - CPO; E) Hamburger Philarmoniker/Young - OEHMS CLASSICS (Sacd); 3^ versione: - Radio Sinfonie Orchester Berlin/Chailly - DECCA; -- Sinfonia n.2, 1^ versione: - National Symphony Orchestra of Ireland/Tintner - NAXOS; 2^ versione: - Chicago Symphony Orchestra/Barenboim - DG; 3^ versione: - A) Berliner Philarmoniker/Karajan - DG; B) Radio Sinfonie Orchester Frankfurt/Inbal - TELDEC; C) Saarbruecken Radio Sinfonie Orchester/Wakasugi - ARTE NOVA; D) Berliner Philarmoniker/Barenboim - TELDEC (secondo la nuova edizione del 1997). --- Nota a margine: se non diversamente specificato, il supporto fonografico al quale usualmente ci si riferisce è il cd. (Continua)

giovedì 21 marzo 2013

Bruckner, cronologia sinfonia n.9, 4^ movimento.

Bruckner lavorò al quarto movimento della sua ultima sinfonia, nel corso dell'ultimo biennio della sua esistenza, ossia nel periodo compreso fra il 1895 e il 1896, arrivando quasi a completarlo, come dimostrato dai più recenti rinvenimenti. I frammenti autografi furono editi per la prima volta da Orel nel 1934, riediti da Carraghan nel 1984 e successivamente per ben 2 volte da Phillips nel 1994 e con ulteriori ampliamenti nel 1999. L'intero movimento è stato, nel corso degli anni, sottoposto a diversi tentativi di completamento, per tacere di una versione pianistica dell'intera sinfonia realizzata da Hans Ferdinand Redlich e Robert Simpson nel 1948. Di seguito fornisco l'elenco dei vari completamenti di cui ho nozione: 1) orchestrazione di Fritz Oeser realizzata nel 1940; 2) versione realizzata dal direttore d'orchestra Ernest  Maerzendorfer nel 1969; 3) versione presentata dal direttore d'orchestra Hans Hubert Schoenzeler a Londra, nel 1974; 4) versione realizzata dal direttore d'orchestra Nicola Samale e da Giuseppe Mazzucca nel periodo 1983-85, edita da Ricordi ed eseguita in prima assoluta a Berlino, il 18 febbraio 1986; 5) versione realizzata dal clavicembalista e musicologo William Carraghan, anzi le versioni da lui presentate sono addirittura 4, la prima del 1983, la seconda del 2003, la terza del 2006, per finire con la quarta presentata nel novembre del 2009; 6) per terminare abbiamo ben 5 diverse realizzazioni effettuate da un quartetto di esperti che sono Nicola Samale, Giuseppe Mazzucca, Benjamin-Gunnar Cohrs e John A. Phillips: la prima risalente al 1992, la seconda al 1996, la terza al 2005, la quarta al 2008 e la quinta, forse la più convincente in assoluto, fra tutti i tentativi effettuati, risalente al febbraio del 2012. Mi stavo dimenticando di un ulteriore completamento effettuato in epoca recente da Sébastien Letocart, oltrechè di 2 veri e propri finali alternativi, composti il primo da Heinz Winbeck e presentato a Linz il 25 settembre 2009 e il secondo realizzato anni fa dal direttore d'orchestra ed esoterista Peter Jan Marthé. Direi che per il momento il quadro si possa definire completo.

Bruckner, cronologia sinfonie nn. 7, 8 e 9.

- Sinfonia n.7 in mi magg.: 1881-83 (edizione Haas del 1944, non comprendente la parte delle percussioni, ovvero timpani, piatti, triangolo, del secondo movimento, cioè dell'adagio, seguita dall'edizione Nowak del 1954, che al contrario le include. Spiegherò in futuro i motivi di questa divergenza, per il resto le 2 edizioni sono assolutamente coincidenti); - Sinfonia n.8 in do min.: 1^ versione 1884-87 (edizione Nowak 1973); 2^ versione luglio 1889-marzo 1890 (edita da Haas nel 1939 e successivamente anche da Nowak, che risulta così l'unico ad aver pubblicato ambedue le stesure originali); - Sinfonia n.9 in re min. (primi 3 movimenti), dal 21 settembre 1887 al febbraio del 1891, revisionati nel 1894 (questi 3 movimenti compiuti sono stati editi nella loro forma originale dapprima da Alfred Orel, successivamente anche da Nowak, seguiti da una nuova edizione a cura di John A. Phillips, per terminare con una nuova edizione critica del 2000, realizzata da Cohrs). Esiste anche una stesura alternativa autentica, del trio del 2^ movimento, ossia lo scherzo, nella tonalità di fa magg., in forma manoscritta, composta da Bruckner nel 1893, ed edita da Cohrs nel 1998, dalla quale il musicista Armin Knab, trasse nel 1951 una versione per pianoforte, sottotitolata "Idylle". Il quarto movimento di questa sinfonia lo tratterò a parte, nello scritto seguente.

Bruckner, cronologia versioni sinfonie nn. 3, 4, 5 e 6

- Sinfonia n.3 in re min.: 1^ versione 1873 (edizione Nowak 1977); 2^ versione 1876/78 (edizione Haas); secondo movimento alternativo con l'indicazione agogica di "Adagio - bewegt quasi andante - andante quasi allegretto" composto nello stesso anno 1876 (edizione Nowak); 3^ versione 3 marzo 1888 - 1889, terminata il 4 aprile 1890 (edizione Nowak 1959); - Sinfonia n.4 in mi bem. magg. "Romantica": 1^ versione 1873/74 (edizione Nowak 1975); 2^ versione 1878 ( con i primi 3 movimenti identici alla prima versione, ma con un nuovo 4^ movimento sottotitolato "Volksfest", quest'ultimo edito da Nowak); 3^ versione 1879/80, revisionata nel 1886 (edita prima da Haas nel 1935 e successivamente anche da Nowak); 4^ versione 1887-89 (edita inizialmente da Ferdinand Loewe in collaborazione con i fratelli Schalk e B. Verkhoft nel 1890 e più recentemente da Benjamin M. Korstvedt nel 2004); - Sinfonia n.5 in si magg.: 1^ versione 1875-77 (edizione Haas 1935); 2^ versione o revisione 1878 (prima edizione Nowak con correzioni 1951, revisionata nel 1985, seconda edizione corretta 1989). Esiste anche un'edizione del 2004 di Benjamin-Gunnar Cohrs, che attinge sia ad Haas, che a tutte le edizioni Nowak. 3^ versione, Vienna 1894-96, decisamente spuria per gli eccessivi tagli e rimaneggiamenti (edizione Franz Schalk); - Sinfonia n.6 in la magg.: settembre 1879 - settembre 1881 (edita da Robert Haas nel 1935 e successivamente anche da Nowak).

Anton Bruckner. Cronologia versioni sinfonie nn. 00,0,1 e 2.

-Sinfonia n.00 in fa min. (studio per una sinfonia): 1863; -Sinfonia n.0 in re min. "Die nullte" (La nebula): 1863/64; revisione 1868/69 (edizione Leopold Nowak 1968); - Sinfonia n.1 in do min.: 1^ versione detta di Linz - 1865/66 (edizione Robert Haas 1935, nuova edizione William Carraghan 1998); 2^ versione detta di Vienna, ma tuttora sovente confusa con la precedente versione di Linz - 1877 (edizione Nowak 1953); 3^ versione, di dubbia autenticità ed erroneamente confusa con la precedente versione di Vienna - marzo 1890/gennaio 1891, rivista nel 1893 (edizione Guenter Broesche); - Sinfonia n.2 in do min.: 1^ versione 1869/1871-72 (edizione Carraghan 1991); 2^ versione 1875/76 (edizione Haas); 3^ versione 1877 (edizione Nowak 1965, revisione e nuova edizione Ruediger Bornhoeft/William Carraghan 1997); 4^ versione (revisione sulla base della prima stesura) 1891-92/1894.

mercoledì 20 marzo 2013

Anton Bruckner, introduzione alla cronologia delle sinfonie, considerazioni finali.

(Segue) Riguardo al disco dell'ottava sinfonia di Bruckner diretta da Boulez, dall'ascolto si evince chiaramente che la versione in realtà eseguita, è proprio la seconda, terminata nel 1890, ed edita prima da Haas e successivamente da Nowak, che in questo caso, sono assolutamente coincidenti. Sarà anzi proprio lo stesso Nowak a editare successivamente proprio la prima versione, quella terminata nel 1887! Non è affatto vero, come alcuni critici affermano che Haas avrebbe innestato elementi della prima versione all'interno della seconda, un ascolto discografico comparato consente di negare con evidenza tutto ciò, dimostrando la totale coincidenza dell'edizione Haas, con la seconda versione edita da Nowak! Tra l'altro è un'autentica bugia affermare che i tagli e le modifiche operate nella seconda versione siano di mano dello stesso Nowak, poichè furono in realtà praticati dallo stesso compositore, su suggerimento del direttore d'orchestra Hermann Levi, che aveva esaminato la partitura. Tagli e modifiche decisamente migliorativi, come si evince da un ascolto discografico comparato delle 2 versioni, le cui differenze saltano veramente alle orecchie a chiunque! Non solo l'orchestrazione è più rifinita nella seconda versione, ma il trio dello scherzo è incomparabilmente più bello e decisamente differente in quest'ultima, mentre i tagli praticati nell'adagio ne rendono decisamente più convincente e meno dispersiva la progressione drammatica, così come quelli praticati nel finale, ne snelliscono beneficamente la struttura complessiva. Quanto alla conclusione del primo movimento, l'averne eliminato l'originaria pleonastica coda, concludentesi con un accordo in fortissimo, facendo perciò terminare il movimento con la sezione precedente, saggiamente modificata nell'orchestrazione, impostata su un'agogica più larga e stemperantesi in un pianissimo finale, dona al movimento intero un'atmosfera più suggestiva e inquietante, come di attesa. Tirando le somme, è un deciso miglioramento su tutti i fronti, in barba al luogo comune che vorrebbe indicare come l'ultima versione sia sempre peggiorativa, rispetto alla stesura primigenia. La realtà è assai più varia e ben diversa, così come le critiche che venivano rivolte al compositore non erano sempre frutto di pregiudizi, come il caso dell'ottava sinfonia dimostra esplicitamente! Per fortuna che, grazie al disco e al suo valore documentale, si possono sfatare facilmente simili baggianate, anche senza avere le partiture sottomano, poichè il fatto di potere ascoltare versioni alternative e frammenti scartati o incompiuti di un certo lavoro, consentono a chiunque di penetrare nel laboratorio mentale e artistico di un musicista, comprendendone meglio il perchè di determinate scelte e capire in che modo si sia arrivati al risultato finale. Questa è una delle peculiarità che rendono unico il mezzo di riproduzione discografico, poichè per ovvie ragioni, assai raramente e difficilmente si può realizzare ciò dal vivo, in sede concertistica. Argomento molto stimolante!

Anton Bruckner, le sinfonie (segue).

Purtroppo, un fastidioso inconveniente tecnico, mi ha costretto a interrompere anzitempo lo scritto immediatamente precedente a questo, a cui ovviamente rimando, perciò cerco di riprendere le fila del discorso esattamente dal punto in cui mi sono arrestato. Stavo affermando che, sia Pierre Boulez che Ewald Markl, nelle note di commento del libretto del cd menzionato nello scritto precedente, facessero secondo la mia modesta opinione, una confusione pazzesca fra le 2 versioni originali dell'ottava sinfonia di Bruckner e le 2 edizioni a stampa della suddetta composizione, ovvero fra Haas e Nowak. In effetti, stando a quanto scritto nel paragrafo incriminato, mi sembra che il loro discorso presenti diverse falle e che si cada troppo spesso in contraddizioni varie, come mi sforzerò di dimostrare in seguito, aggiungiamoci il fatto che le stesse note di commento trilingui, con l'originale in tedesco e le traduzioni in inglese e francese, presentino tali discrepanze fra di loro, nel passaggio da una lingua all'altra, da avermi messo in seria difficoltà nel cercare di tradurvene in italiano l'estratto incriminato e penso con ciò di avervi dato un quadro della situazione. Non è certo la prima volta che riscontro simili inesattezze al riguardo, nelle note di commento dei libretti allegati ai dischi contenenti le sinfonie di Bruckner, non posso però evitare di stupirmi seriamente del fatto che, anche un artista del calibro di Boulez abbia le idee a dir poco annebbiate al riguardo. Mi meraviglia anche che in quel di Linz, nella cui abbazia di Sankt Florian, all'interno della cripta, riposa la salma del compositore, non ci si sia resi conto del colossale abbaglio e della grossolanità di simili asserzioni! Mi pare proprio che ci si faccia una figura decisamente pietosa! Perciò ci proverà il sottoscritto, con i suoi pochi mezzi a disposizione, a cercare di sbrogliare l'intricata matassa, a cui mancherebbero ancora alcuni tasselli, in un tentativo chiaramente suscettibile di aggiunte, correzioni e integrazioni a posteriori, sapendo benissimo di correre il rischio di peccare di presunzione! Spererei proprio, anzi, di ricevere da parte di studiosi ed esperti in materia, parecchie tirate d'orecchi, poichè le mie lacune non mi consentiranno che di chiarire la faccenda solo in parte, ma nonostante ciò sento l'esigenza interiore di accingermi all'ambizioso compito. Questa benedetta cronologia, oltre che commentarla in un secondo tempo, intendo successivamente arricchirla di una discografia e bibliografia sintetica, aggiungendovi come ciliegina sulla torta la mia traduzione italiana di un interessantissimo articolo comparso tempo addietro sulla rivista americana "Stereophile" con il corollario di altri estratti di note di commento dei libretti dei vari cd in mio possesso, che riterrò utili allo scopo. Semprechè inconvenienti tecnici e disgrazie personali di varia natura, non mi impediscano di portare a compimento l'opera! Insomma, se fino ad adesso ho, per così dire, scherzato, stavolta intendo fare veramente sul serio, anche a costo di perderci la faccia! (Continua)

martedì 19 marzo 2013

Anton Bruckner: introduzione alla cronologia delle varie versioni delle 11 sinfonie.

Il motivo principale che mi ha indotto a una simile intrapresa, ovviamente suscettibile di errori, imprecisioni ed omissioni, protrattasi a fasi alterne nel corso di questi ultimi anni, è stato il constatare quanto frequentemente fra gli addetti ai lavori la confusione regni più che mai sovrana riguardo la conoscenza delle varie versioni originali esistenti, relative a ciascuna delle 11 sinfonie di Bruckner e delle conseguenti problematiche testuali insite in tutto ciò. Nel corso del tempo ho rilevato da parte di recensori, musicisti ed esperti in generale, errori che mi sembrano clamorosi e inimmaginabili ed è stata questa la molla che mi ha spinto a tentare, per quel che posso, di fare chiarezza in tale ambito. Come esempio preclaro di quanto vado affermando, cito una perla fra le tante in cui mi sono imbattuto, che ritengo particolarmente esplicativa al riguardo. Nelle note di commento contenute nel libretto interno allegato al cd DG 459 678-2 GH, comprendente un'esecuzione dell'ottava sinfonia di Bruckner, effettuata dal vivo nell'abbazia di Sankt Florian, in quel di Linz in Austria, nell'ambito delle manifestazioni inerenti il Festival Internazionale 1996 intitolato al suddetto compositore, nel mese di settembre di quello stesso anno, da parte dell'orchestra filarmonica di Vienna diretta da Pierre Boulez, c'è un paragrafo intitolato "Un punto a favore dell'edizione Haas." In questo trafiletto si dice testualmente: "Ogni interpretazione di una sinfonia di Bruckner, naturalmente, porta con sè la questione su quale edizione preferire. E' una problematica con la quale Pierre Boulez si è dovuto confrontare a suo tempo; fra la versione di Robert Haas e la versione di Leopold Nowak del 1890, ha optato alfine per quella di Haas, poichè i tagli praticati da Nowak gli sembrano superflui e dannosi: -Tutto ciò compromette in qualche misura la simmetria, la logica e la costruzione.- Fra  la versione di Nowak del 1887 (e qui la confusione aumenta, ahinoi, ndt) e la versione di Haas, Pierre Boulez spiega assai chiaramente e semplicemente il perchè della sua scelta: -Nella prima stesura dell'87, primo e quarto movimento terminano nello stesso modo in fortissimo, mentre nella versione definitiva, la coda del primo movimento si smorza in un pianissimo (ppp).- ..." E a questo punto il discorso tornerebbe, ma è in contraddizione con quanto dichiarato in precedenza. Insomma, è un peccato che, sia Pierre Boulez, che l'estensore delle note del libretto, Ewald Markl, quest'ultimo fra i 2 produttori esecutivi dell'incisione, facciano comunque una continua confusione fra le 2 versioni e le 2 edizioni di questo lavoro. (Continua)

lunedì 18 marzo 2013

Al neofita, ovvero all'inesperto.

Mi capita spesso di parlare con persone che si dicono incapaci di avvicinarsi ai generi musicali più impegnativi, quale che sia la motivazione di base che li blocca in ciò. Io credo che più ancora dell'ignoranza, lo scoglio da superare sia la pigrizia mentale, dovuta al fatto che la società odierna ci ha abituato alle cose già belle che pronte e scodellate. Vogliamo tutto già cotto e mangiato, come disse più o meno Riccardo Muti, in occasione delle polemiche susseguenti l'apertura di stagione scaligera col "Crepuscolo degli dei" di Wagner. Personalmente, potrei pensare di cavarmela dicendovi che un simile sforzo di comprensione, vi verrebbe ampiamente ripagato con gli interessi, che nessuno di noi nasce già imparato, che non è mai troppo tardi per iniziare, il che è tutto vero e via di questo passo. Ma voglio anche dirvi, molto banalmente e semplicemente, come ho iniziato io, in quella che per me resta la maniera più semplice e immediata per accedere a questo universo, ovvero dalla vecchia, cara radio. Accendetela ovunque vi troviate, a casa o in ufficio, continuando tranquillamente nelle vostre incombenze e se qualche brano cattura la vostra attenzione, prendetene nota al momento dell'annuncio, in maniera da formarvi un vostro gusto personale. Ovviamente, in questo caso le principali stazioni radiofoniche a cui far riferimento restano Radiotre, ma soprattutto, sul digitale terrestre, Radiofd5, con la classica trasmessa in permanenza. Poi, se volete approfondire senza spendere alcunchè, ci sono anche, sia pure con vari limiti, le mediateche comunali, internet e quant'altro, che rendono la facilità d'accesso al patrimonio musicale, di gran lunga superiore a quella esistente all'epoca in cui sono nato, più di 50 anni fa, aggiungiamoci anche i numerosi concerti gratuiti organizzati da conservatori e istituzioni musicali, soprattutto nelle città più importanti, che dimostrano che non ci sono scusanti plausibili per non avvicinarsi a questo genere musicale. Ma soprattutto vorrei dirvi di non scoraggiarvi se non sarete subito fulminati sulla via di Damasco, state tranquilli che a meno che non siate catatonici, prima o poi qualcosa attizzerà il vostro interesse e soprattutto non abbiate paura di sbagliare, perchè tanto di errori ne farete comunque, è così per tutti, credetemi! Liberatevi di tutte le sovrastrutture, non esistono chiavi di accesso esclusive, la grande musica, nonostante i tempi bui in cui viviamo, è lì che aspetta solo che la degniate della vostra attenzione. Certo non bisogna commettere l'errore di Claudio Abbado, che a Santa Cecilia, anni fa, fece una prova aperta con l'orchestra, della nona sinfonia di Mahler, di fronte a una scolaresca imberbe e indisciplinata, a cui rivolse i suoi rimproveri. Ma obiettivamente, come si può pretendere che dei giovincelli completamente ignoranti in materia, assorbano di colpo un brano difficile a volte anche per degli appassionati esperti? Certo le librerie traboccano di guide per gli inesperti, ma vi consiglio di avvicinarle in un secondo tempo, soltanto dopo che vi sarete formati un vostro gusto personale, usandole come termine di raffronto, poichè tutte hanno il limite di rappresentare i gusti soggettivi di coloro che le scrivono, oltre che di costringervi a percorsi obbligati che non è detto che facciano al vostro caso. Anche su questa faccenda tornerò in futuro, per il momento vi dico soltanto: siate ardimentosi, via la timidezza!

Classica in vinile 3bis.

Il terzo numero della collana è uscito il 7 marzo anzichè il 2, quindi con 5 giorni di ritardo, anche il successivo, che doveva uscire sabato scorso, non è ancora comparso in edicola, per cui se il buongiorno si vede dal mattino, i presupposti non sono certamente dei migliori! A parte le consuete considerazioni sulla opacità della superficie della custodia e sulla genericità della busta interna, in questo terzo numero ho rilevato un piccolo miglioramento generale, nonostante varie discrepanze grafiche su copertina, retro ed etichette del disco, su queste ultime però è stato corretto il refuso "MARGINE CONTROL" in "MARGIN...". Per non risultare troppo prolisso, non mi dilungherò eccessivamente sulla faccenda, rilevando soltanto, in particolare l'assenza sul retro della scritta "produced, musically supervised and 3-to 2-channel conversion for LP by Wilma Cozart Fine", seguita sotto dalla dicitura "(P) (C) MERCURY 1960" e ancora più sotto da "PRINTED IN U.S.A.", il cui spazio è occupato dalle consuete invasive scritte di servizio, presenti come di consueto anche sulle etichette del disco, per tacere dell'onnipresente ma inevitabile bollino Siae in un angolo del retrocopertina. Il fascicolo d'accompagnamento, con testi di Pierre Bolduc ed Enzo Carlucci, ha un'impostazione generale meno banale dei precedenti, ma ancora troppi refusi e imprecisioni, sui quali sempre per esigenze di sintesi, non starò a tediarvi, fermo restando che i dati di registrazione forniti, sono ancora troppo scarni. Curiosa la ricomparsa del riquadro "Note sparse" a pag.7. La ristampa Classic Records in mio possesso è decisamente più fedele con dei colori più brillanti in copertina, rispetto a questa a cura della De Agostini, oltrechè con delle etichette discografiche più corrette e meno generiche rispetto a quest'ultima. Quello che mi ha deluso di più, in questo terzo numero della collana, è la qualità sonora, che pur molto buona in assoluto, mi sembra inferiore al disco della Classic Records, in barba alla recensione fattane a suo tempo proprio da Pierre Bolduc su "Audiophile Sound". Il disco Classic Records ha sì un livello d'incisione leggermente più basso e un soffio di fondo più avvertibile, ma anche più dinamica, estensione ed ambienza, mentre l'altro, con un livello d'incisione di poco superiore, è decisamente più compresso con minore ambienza ed estensione. Secondo me questa differenza è dovuta al fatto che, mentre la Classic Records si è servita di un master analogico, qui stavolta ho la netta sensazione che ci si sia serviti di un file digitale, come fonte per il riversamento su vinile. Inoltre la masterizzazione sembrerebbe soffrire di qualche distorsione e disturbo di troppo, a tratti. Secondo la mia opinione, questi compromessi sono dovuti sia a esigenze di contenimento dei costi, sia al fatto di voler rendere questi dischi facilmente riproducibili anche dalle apparecchiature più economiche, stante la spaziatura prudenziale dei solchi. Conto di tornare sullo spinoso argomento prossimamente. Al momento il mio giudizio complessivo resta interlocutorio. Finora, il disco meglio suonante del lotto, mi sembra proprio il primo, con la quinta di Beethoven diretta da Karajan. Quanto all'ottimo livello dell'interpretazione di Dorati relativa al balletto stravinskiano, confermo quanto già affermato in precedenza. La qualità di stampa del disco è un pò rumorosa come al solito, con l'aggiunta di alcune sbavature di vinile in corrispondenza del foro centrale.

venerdì 8 marzo 2013

Le cose cambiano.

Ovvero nulla è più come una volta. Lapalissiano! Anche i tarli del terzo millennio hanno mutato il loro comportamento. Parlo proprio di quelle simpatiche bestiole che, in tempi andati, erano solite infestare e mangiucchiare mobili antichi di un certo pregio. Ritengo che i loro gusti alimentari si siano decisamente involgariti, visto che non avendo in casa mobilia di pregio, ho dovuto fronteggiarli più volte in passato. Ultimamente si sono accaniti su un porta cd di legno decisamente dozzinale, con un impegno degno di miglior causa, allietante rumorosamente le mie nottate, altrochè concerti di capodanno e piccole musiche notturne, ben altri concerti mi toccava sciroppare. Non entusiasmandomi l'idea di svuotare tutto il porta cd, per cospargelo di antitarlo, non sopportandone la tossicità, ho deciso di tentare una terapia d'urto alternativa. Avendo, in quella stanza, già posizionato in maniera acconcia un mini sistema stereo economico Aiwa, gli ho fatto riprodurre, a volume sostenuto, l'Oro del Reno e l'Olandese volante, dopodichè le simpatiche bestiole sembrano essersi ammutolite. Se la faccenda dovesse ripetersi, sto già pensando di deliziarle con musichette amene tipo "Le sacre du printemps"di Stravinski, Suite scita di Prokofiev, Amériques di Varése, Mandarino miracoloso di Bàrtòk e via di questo passo. Vi farò sapere di eventuali sviluppi. Anni fa mi imbattei persino in un tarlo melomane raffinato che si andò a spiaccicare sulla superficie di durissimo policarbonato di un mio cd della Dg, contenente la quinta sinfonia di Mahler, eseguita dall'orchestra sinfonica di Chicago diretta da Claudio Abbado! Ammirevole per certi versi, ma stupido vista la fine che ha fatto! Perciò per favore, non ditemi mai che ho un tarlo nel cervello, ci mancherebbe altro. Ne ho già abbastanza di quelli che mi ritrovo in casa, dai gusti decisamente proletari!

Che fine ha fatto Baby Jane?

Che ne è stato dell'emerito trombone, pardon, musicista, il direttore d'orchestra austriaco Enoch zu Guttenberg? Me lo ricordo troneggiante tronfio sulle pagine pubblicitarie e sulle copertine dei suoi titoli videodiscografici, ritratto in pose altamente ispirate e dedito incessantemente alla riproposizione della solita minestra repertoriale. Ricordo anche le sue roboanti interviste, una anche su "Musica", infarcite di proclami pseudo filosofico ecologisti ambientalisti spocchiosetti anzichennò, causantemi un continuo trituramento testicolare. Come mai nessuna università al mondo, abbia mai pensato di conferire a Herr Doktor Enoch zu Guttalax, fantozzianamente parlando, una laurea honoris causa in cosmo-scemonologia applicata, per la profondità e originalità dei suoi alati concetti? E se penso che il nostro è andato persino a esibirsi in Vaticano, allo scopo di farsi benedire l'anima de li mortacci suoi, non posso esimermi dall'essere preoccupato della sua sorte. Qualche accidente andato a segno?

Spedizioni punitive.

Se Sparta piange, Atene non ride. Ovvero se per Wagner le faccende interpretative vanno maluccio, affatto meglio sono le cose per Verdi. Penso soprattutto a un "Trovatore" vecchio stile della passata stagione del Comunale di Bologna, con cantanti canini assai plauditi dai melomani cerebrolesi cittadini, diretto dal palombo, alias Roberto Palumbo, alla brada e ad un "Macbeth" dell'attuale stagione, diretto con grigiore e pesantezza dall'abbado minore, o minorato che dir si voglia, Roberto Abbado; andatevi a sentire l'incisione Decca con Chailly del '96 con gli stessi complessi: ben altra tavolozza espressiva e coloristica, una differenza come dal giorno alla notte. Tra l'altro vorrei sapere cos'era quella "registata" di Robert Wilson che, durante un pianissimo dell'orchestra, sovrapponeva una voce registrata fuori campo, declamante versi astrusi! Anche qui stiamo tornando indietro, ovvero al modo rozzo e sbrigativo con cui si eseguiva Verdi 60 anni fa, cioè da spedizione punitiva, alla faccia di Muti e di Claudio Abbado, sommi interpreti del "Macbeth". Direi proprio che questi 250 anni il Comunale li porti decisamente malissimo. Tutto nella norma, non di Bellini, però!

A volte ritornano.

I bidelli del Walhalla sono di nuovo tra noi, anzi in realtà non erano affatto spariti, se ne stavano accucciati in attesa del momento buono per fare capolino. Ne ho avuto conferma dal concerto wagneriano di ieri sera su Radiotre, trasmesso dall'auditorium della Rai di Torino, con lo scadentissimo tenore Lance Ryan dal timbro vocale di gallina strozzata, dal buon soprano Evelin Herlizius e con la direzione di Kirill Petrenko, quello stesso che ha diretto, pochi giorni prima l' "Oro del Reno" in forma concertistica con i complessi di S. Cecilia. Ma penso anche all' "Olandese volante" diretto da Hartmuth Haenchen alla Scala. Abbiamo 3 esempi di direzioni orchestrali che ricalcano pedestremente i dettami della cosiddetta scuola storica, con sonorità pesanti e massicce, a volte decisamente brutte e sgraziate, con eccessiva concitazione drammatica e speditezza agogica, con spianamento di segni dinamici. Insomma siamo in pieno riflusso retrogrado, dal punto di vista interpretativo, con direzioni vecchio stampo, senza però la stessa personalità dei vecchi leoni della bacchetta. Anche un Reginald Goodall, che si riallaccia dichiaratamente a quel modello interpretativo, dimostra maggiore personalità e maggiore attenzione al canto, di questi pantofolai del podio, ciabattoni ipervitaminizzati, bamboccioni imbarbariti che non sono altro! Purtroppo è inevitabile che ci siano simili regressioni, penso soprattutto alla direzione effettistica, massiccia e sbrigativa degli estratti dal "Crepuscolo degli dei" del concerto di ieri sera, pur ammettendo che a tratti simili interpretazioni abbiano una loro brada efficacia teatrale, tutto nella norma insomma, ma qui siamo in pieno "Crepuscolo dei babbei"!!!