Disquizioni intorno alla musica colta, con particolare riferimento alla realtà contemporanea.
mercoledì 20 marzo 2013
Anton Bruckner, introduzione alla cronologia delle sinfonie, considerazioni finali.
(Segue) Riguardo al disco dell'ottava sinfonia di Bruckner diretta da Boulez, dall'ascolto si evince chiaramente che la versione in realtà eseguita, è proprio la seconda, terminata nel 1890, ed edita prima da Haas e successivamente da Nowak, che in questo caso, sono assolutamente coincidenti. Sarà anzi proprio lo stesso Nowak a editare successivamente proprio la prima versione, quella terminata nel 1887! Non è affatto vero, come alcuni critici affermano che Haas avrebbe innestato elementi della prima versione all'interno della seconda, un ascolto discografico comparato consente di negare con evidenza tutto ciò, dimostrando la totale coincidenza dell'edizione Haas, con la seconda versione edita da Nowak! Tra l'altro è un'autentica bugia affermare che i tagli e le modifiche operate nella seconda versione siano di mano dello stesso Nowak, poichè furono in realtà praticati dallo stesso compositore, su suggerimento del direttore d'orchestra Hermann Levi, che aveva esaminato la partitura. Tagli e modifiche decisamente migliorativi, come si evince da un ascolto discografico comparato delle 2 versioni, le cui differenze saltano veramente alle orecchie a chiunque! Non solo l'orchestrazione è più rifinita nella seconda versione, ma il trio dello scherzo è incomparabilmente più bello e decisamente differente in quest'ultima, mentre i tagli praticati nell'adagio ne rendono decisamente più convincente e meno dispersiva la progressione drammatica, così come quelli praticati nel finale, ne snelliscono beneficamente la struttura complessiva. Quanto alla conclusione del primo movimento, l'averne eliminato l'originaria pleonastica coda, concludentesi con un accordo in fortissimo, facendo perciò terminare il movimento con la sezione precedente, saggiamente modificata nell'orchestrazione, impostata su un'agogica più larga e stemperantesi in un pianissimo finale, dona al movimento intero un'atmosfera più suggestiva e inquietante, come di attesa. Tirando le somme, è un deciso miglioramento su tutti i fronti, in barba al luogo comune che vorrebbe indicare come l'ultima versione sia sempre peggiorativa, rispetto alla stesura primigenia. La realtà è assai più varia e ben diversa, così come le critiche che venivano rivolte al compositore non erano sempre frutto di pregiudizi, come il caso dell'ottava sinfonia dimostra esplicitamente! Per fortuna che, grazie al disco e al suo valore documentale, si possono sfatare facilmente simili baggianate, anche senza avere le partiture sottomano, poichè il fatto di potere ascoltare versioni alternative e frammenti scartati o incompiuti di un certo lavoro, consentono a chiunque di penetrare nel laboratorio mentale e artistico di un musicista, comprendendone meglio il perchè di determinate scelte e capire in che modo si sia arrivati al risultato finale. Questa è una delle peculiarità che rendono unico il mezzo di riproduzione discografico, poichè per ovvie ragioni, assai raramente e difficilmente si può realizzare ciò dal vivo, in sede concertistica. Argomento molto stimolante!
Anton Bruckner, le sinfonie (segue).
Purtroppo, un fastidioso inconveniente tecnico, mi ha costretto a interrompere anzitempo lo scritto immediatamente precedente a questo, a cui ovviamente rimando, perciò cerco di riprendere le fila del discorso esattamente dal punto in cui mi sono arrestato. Stavo affermando che, sia Pierre Boulez che Ewald Markl, nelle note di commento del libretto del cd menzionato nello scritto precedente, facessero secondo la mia modesta opinione, una confusione pazzesca fra le 2 versioni originali dell'ottava sinfonia di Bruckner e le 2 edizioni a stampa della suddetta composizione, ovvero fra Haas e Nowak. In effetti, stando a quanto scritto nel paragrafo incriminato, mi sembra che il loro discorso presenti diverse falle e che si cada troppo spesso in contraddizioni varie, come mi sforzerò di dimostrare in seguito, aggiungiamoci il fatto che le stesse note di commento trilingui, con l'originale in tedesco e le traduzioni in inglese e francese, presentino tali discrepanze fra di loro, nel passaggio da una lingua all'altra, da avermi messo in seria difficoltà nel cercare di tradurvene in italiano l'estratto incriminato e penso con ciò di avervi dato un quadro della situazione. Non è certo la prima volta che riscontro simili inesattezze al riguardo, nelle note di commento dei libretti allegati ai dischi contenenti le sinfonie di Bruckner, non posso però evitare di stupirmi seriamente del fatto che, anche un artista del calibro di Boulez abbia le idee a dir poco annebbiate al riguardo. Mi meraviglia anche che in quel di Linz, nella cui abbazia di Sankt Florian, all'interno della cripta, riposa la salma del compositore, non ci si sia resi conto del colossale abbaglio e della grossolanità di simili asserzioni! Mi pare proprio che ci si faccia una figura decisamente pietosa! Perciò ci proverà il sottoscritto, con i suoi pochi mezzi a disposizione, a cercare di sbrogliare l'intricata matassa, a cui mancherebbero ancora alcuni tasselli, in un tentativo chiaramente suscettibile di aggiunte, correzioni e integrazioni a posteriori, sapendo benissimo di correre il rischio di peccare di presunzione! Spererei proprio, anzi, di ricevere da parte di studiosi ed esperti in materia, parecchie tirate d'orecchi, poichè le mie lacune non mi consentiranno che di chiarire la faccenda solo in parte, ma nonostante ciò sento l'esigenza interiore di accingermi all'ambizioso compito. Questa benedetta cronologia, oltre che commentarla in un secondo tempo, intendo successivamente arricchirla di una discografia e bibliografia sintetica, aggiungendovi come ciliegina sulla torta la mia traduzione italiana di un interessantissimo articolo comparso tempo addietro sulla rivista americana "Stereophile" con il corollario di altri estratti di note di commento dei libretti dei vari cd in mio possesso, che riterrò utili allo scopo. Semprechè inconvenienti tecnici e disgrazie personali di varia natura, non mi impediscano di portare a compimento l'opera! Insomma, se fino ad adesso ho, per così dire, scherzato, stavolta intendo fare veramente sul serio, anche a costo di perderci la faccia! (Continua)
martedì 19 marzo 2013
Anton Bruckner: introduzione alla cronologia delle varie versioni delle 11 sinfonie.
Il motivo principale che mi ha indotto a una simile intrapresa, ovviamente suscettibile di errori, imprecisioni ed omissioni, protrattasi a fasi alterne nel corso di questi ultimi anni, è stato il constatare quanto frequentemente fra gli addetti ai lavori la confusione regni più che mai sovrana riguardo la conoscenza delle varie versioni originali esistenti, relative a ciascuna delle 11 sinfonie di Bruckner e delle conseguenti problematiche testuali insite in tutto ciò. Nel corso del tempo ho rilevato da parte di recensori, musicisti ed esperti in generale, errori che mi sembrano clamorosi e inimmaginabili ed è stata questa la molla che mi ha spinto a tentare, per quel che posso, di fare chiarezza in tale ambito. Come esempio preclaro di quanto vado affermando, cito una perla fra le tante in cui mi sono imbattuto, che ritengo particolarmente esplicativa al riguardo. Nelle note di commento contenute nel libretto interno allegato al cd DG 459 678-2 GH, comprendente un'esecuzione dell'ottava sinfonia di Bruckner, effettuata dal vivo nell'abbazia di Sankt Florian, in quel di Linz in Austria, nell'ambito delle manifestazioni inerenti il Festival Internazionale 1996 intitolato al suddetto compositore, nel mese di settembre di quello stesso anno, da parte dell'orchestra filarmonica di Vienna diretta da Pierre Boulez, c'è un paragrafo intitolato "Un punto a favore dell'edizione Haas." In questo trafiletto si dice testualmente: "Ogni interpretazione di una sinfonia di Bruckner, naturalmente, porta con sè la questione su quale edizione preferire. E' una problematica con la quale Pierre Boulez si è dovuto confrontare a suo tempo; fra la versione di Robert Haas e la versione di Leopold Nowak del 1890, ha optato alfine per quella di Haas, poichè i tagli praticati da Nowak gli sembrano superflui e dannosi: -Tutto ciò compromette in qualche misura la simmetria, la logica e la costruzione.- Fra la versione di Nowak del 1887 (e qui la confusione aumenta, ahinoi, ndt) e la versione di Haas, Pierre Boulez spiega assai chiaramente e semplicemente il perchè della sua scelta: -Nella prima stesura dell'87, primo e quarto movimento terminano nello stesso modo in fortissimo, mentre nella versione definitiva, la coda del primo movimento si smorza in un pianissimo (ppp).- ..." E a questo punto il discorso tornerebbe, ma è in contraddizione con quanto dichiarato in precedenza. Insomma, è un peccato che, sia Pierre Boulez, che l'estensore delle note del libretto, Ewald Markl, quest'ultimo fra i 2 produttori esecutivi dell'incisione, facciano comunque una continua confusione fra le 2 versioni e le 2 edizioni di questo lavoro. (Continua)
lunedì 18 marzo 2013
Al neofita, ovvero all'inesperto.
Mi capita spesso di parlare con persone che si dicono incapaci di avvicinarsi ai generi musicali più impegnativi, quale che sia la motivazione di base che li blocca in ciò. Io credo che più ancora dell'ignoranza, lo scoglio da superare sia la pigrizia mentale, dovuta al fatto che la società odierna ci ha abituato alle cose già belle che pronte e scodellate. Vogliamo tutto già cotto e mangiato, come disse più o meno Riccardo Muti, in occasione delle polemiche susseguenti l'apertura di stagione scaligera col "Crepuscolo degli dei" di Wagner. Personalmente, potrei pensare di cavarmela dicendovi che un simile sforzo di comprensione, vi verrebbe ampiamente ripagato con gli interessi, che nessuno di noi nasce già imparato, che non è mai troppo tardi per iniziare, il che è tutto vero e via di questo passo. Ma voglio anche dirvi, molto banalmente e semplicemente, come ho iniziato io, in quella che per me resta la maniera più semplice e immediata per accedere a questo universo, ovvero dalla vecchia, cara radio. Accendetela ovunque vi troviate, a casa o in ufficio, continuando tranquillamente nelle vostre incombenze e se qualche brano cattura la vostra attenzione, prendetene nota al momento dell'annuncio, in maniera da formarvi un vostro gusto personale. Ovviamente, in questo caso le principali stazioni radiofoniche a cui far riferimento restano Radiotre, ma soprattutto, sul digitale terrestre, Radiofd5, con la classica trasmessa in permanenza. Poi, se volete approfondire senza spendere alcunchè, ci sono anche, sia pure con vari limiti, le mediateche comunali, internet e quant'altro, che rendono la facilità d'accesso al patrimonio musicale, di gran lunga superiore a quella esistente all'epoca in cui sono nato, più di 50 anni fa, aggiungiamoci anche i numerosi concerti gratuiti organizzati da conservatori e istituzioni musicali, soprattutto nelle città più importanti, che dimostrano che non ci sono scusanti plausibili per non avvicinarsi a questo genere musicale. Ma soprattutto vorrei dirvi di non scoraggiarvi se non sarete subito fulminati sulla via di Damasco, state tranquilli che a meno che non siate catatonici, prima o poi qualcosa attizzerà il vostro interesse e soprattutto non abbiate paura di sbagliare, perchè tanto di errori ne farete comunque, è così per tutti, credetemi! Liberatevi di tutte le sovrastrutture, non esistono chiavi di accesso esclusive, la grande musica, nonostante i tempi bui in cui viviamo, è lì che aspetta solo che la degniate della vostra attenzione. Certo non bisogna commettere l'errore di Claudio Abbado, che a Santa Cecilia, anni fa, fece una prova aperta con l'orchestra, della nona sinfonia di Mahler, di fronte a una scolaresca imberbe e indisciplinata, a cui rivolse i suoi rimproveri. Ma obiettivamente, come si può pretendere che dei giovincelli completamente ignoranti in materia, assorbano di colpo un brano difficile a volte anche per degli appassionati esperti? Certo le librerie traboccano di guide per gli inesperti, ma vi consiglio di avvicinarle in un secondo tempo, soltanto dopo che vi sarete formati un vostro gusto personale, usandole come termine di raffronto, poichè tutte hanno il limite di rappresentare i gusti soggettivi di coloro che le scrivono, oltre che di costringervi a percorsi obbligati che non è detto che facciano al vostro caso. Anche su questa faccenda tornerò in futuro, per il momento vi dico soltanto: siate ardimentosi, via la timidezza!
Classica in vinile 3bis.
Il terzo numero della collana è uscito il 7 marzo anzichè il 2, quindi con 5 giorni di ritardo, anche il successivo, che doveva uscire sabato scorso, non è ancora comparso in edicola, per cui se il buongiorno si vede dal mattino, i presupposti non sono certamente dei migliori! A parte le consuete considerazioni sulla opacità della superficie della custodia e sulla genericità della busta interna, in questo terzo numero ho rilevato un piccolo miglioramento generale, nonostante varie discrepanze grafiche su copertina, retro ed etichette del disco, su queste ultime però è stato corretto il refuso "MARGINE CONTROL" in "MARGIN...". Per non risultare troppo prolisso, non mi dilungherò eccessivamente sulla faccenda, rilevando soltanto, in particolare l'assenza sul retro della scritta "produced, musically supervised and 3-to 2-channel conversion for LP by Wilma Cozart Fine", seguita sotto dalla dicitura "(P) (C) MERCURY 1960" e ancora più sotto da "PRINTED IN U.S.A.", il cui spazio è occupato dalle consuete invasive scritte di servizio, presenti come di consueto anche sulle etichette del disco, per tacere dell'onnipresente ma inevitabile bollino Siae in un angolo del retrocopertina. Il fascicolo d'accompagnamento, con testi di Pierre Bolduc ed Enzo Carlucci, ha un'impostazione generale meno banale dei precedenti, ma ancora troppi refusi e imprecisioni, sui quali sempre per esigenze di sintesi, non starò a tediarvi, fermo restando che i dati di registrazione forniti, sono ancora troppo scarni. Curiosa la ricomparsa del riquadro "Note sparse" a pag.7. La ristampa Classic Records in mio possesso è decisamente più fedele con dei colori più brillanti in copertina, rispetto a questa a cura della De Agostini, oltrechè con delle etichette discografiche più corrette e meno generiche rispetto a quest'ultima. Quello che mi ha deluso di più, in questo terzo numero della collana, è la qualità sonora, che pur molto buona in assoluto, mi sembra inferiore al disco della Classic Records, in barba alla recensione fattane a suo tempo proprio da Pierre Bolduc su "Audiophile Sound". Il disco Classic Records ha sì un livello d'incisione leggermente più basso e un soffio di fondo più avvertibile, ma anche più dinamica, estensione ed ambienza, mentre l'altro, con un livello d'incisione di poco superiore, è decisamente più compresso con minore ambienza ed estensione. Secondo me questa differenza è dovuta al fatto che, mentre la Classic Records si è servita di un master analogico, qui stavolta ho la netta sensazione che ci si sia serviti di un file digitale, come fonte per il riversamento su vinile. Inoltre la masterizzazione sembrerebbe soffrire di qualche distorsione e disturbo di troppo, a tratti. Secondo la mia opinione, questi compromessi sono dovuti sia a esigenze di contenimento dei costi, sia al fatto di voler rendere questi dischi facilmente riproducibili anche dalle apparecchiature più economiche, stante la spaziatura prudenziale dei solchi. Conto di tornare sullo spinoso argomento prossimamente. Al momento il mio giudizio complessivo resta interlocutorio. Finora, il disco meglio suonante del lotto, mi sembra proprio il primo, con la quinta di Beethoven diretta da Karajan. Quanto all'ottimo livello dell'interpretazione di Dorati relativa al balletto stravinskiano, confermo quanto già affermato in precedenza. La qualità di stampa del disco è un pò rumorosa come al solito, con l'aggiunta di alcune sbavature di vinile in corrispondenza del foro centrale.
venerdì 8 marzo 2013
Le cose cambiano.
Ovvero nulla è più come una volta. Lapalissiano! Anche i tarli del terzo millennio hanno mutato il loro comportamento. Parlo proprio di quelle simpatiche bestiole che, in tempi andati, erano solite infestare e mangiucchiare mobili antichi di un certo pregio. Ritengo che i loro gusti alimentari si siano decisamente involgariti, visto che non avendo in casa mobilia di pregio, ho dovuto fronteggiarli più volte in passato. Ultimamente si sono accaniti su un porta cd di legno decisamente dozzinale, con un impegno degno di miglior causa, allietante rumorosamente le mie nottate, altrochè concerti di capodanno e piccole musiche notturne, ben altri concerti mi toccava sciroppare. Non entusiasmandomi l'idea di svuotare tutto il porta cd, per cospargelo di antitarlo, non sopportandone la tossicità, ho deciso di tentare una terapia d'urto alternativa. Avendo, in quella stanza, già posizionato in maniera acconcia un mini sistema stereo economico Aiwa, gli ho fatto riprodurre, a volume sostenuto, l'Oro del Reno e l'Olandese volante, dopodichè le simpatiche bestiole sembrano essersi ammutolite. Se la faccenda dovesse ripetersi, sto già pensando di deliziarle con musichette amene tipo "Le sacre du printemps"di Stravinski, Suite scita di Prokofiev, Amériques di Varése, Mandarino miracoloso di Bàrtòk e via di questo passo. Vi farò sapere di eventuali sviluppi. Anni fa mi imbattei persino in un tarlo melomane raffinato che si andò a spiaccicare sulla superficie di durissimo policarbonato di un mio cd della Dg, contenente la quinta sinfonia di Mahler, eseguita dall'orchestra sinfonica di Chicago diretta da Claudio Abbado! Ammirevole per certi versi, ma stupido vista la fine che ha fatto! Perciò per favore, non ditemi mai che ho un tarlo nel cervello, ci mancherebbe altro. Ne ho già abbastanza di quelli che mi ritrovo in casa, dai gusti decisamente proletari!
Che fine ha fatto Baby Jane?
Che ne è stato dell'emerito trombone, pardon, musicista, il direttore d'orchestra austriaco Enoch zu Guttenberg? Me lo ricordo troneggiante tronfio sulle pagine pubblicitarie e sulle copertine dei suoi titoli videodiscografici, ritratto in pose altamente ispirate e dedito incessantemente alla riproposizione della solita minestra repertoriale. Ricordo anche le sue roboanti interviste, una anche su "Musica", infarcite di proclami pseudo filosofico ecologisti ambientalisti spocchiosetti anzichennò, causantemi un continuo trituramento testicolare. Come mai nessuna università al mondo, abbia mai pensato di conferire a Herr Doktor Enoch zu Guttalax, fantozzianamente parlando, una laurea honoris causa in cosmo-scemonologia applicata, per la profondità e originalità dei suoi alati concetti? E se penso che il nostro è andato persino a esibirsi in Vaticano, allo scopo di farsi benedire l'anima de li mortacci suoi, non posso esimermi dall'essere preoccupato della sua sorte. Qualche accidente andato a segno?
Spedizioni punitive.
Se Sparta piange, Atene non ride. Ovvero se per Wagner le faccende interpretative vanno maluccio, affatto meglio sono le cose per Verdi. Penso soprattutto a un "Trovatore" vecchio stile della passata stagione del Comunale di Bologna, con cantanti canini assai plauditi dai melomani cerebrolesi cittadini, diretto dal palombo, alias Roberto Palumbo, alla brada e ad un "Macbeth" dell'attuale stagione, diretto con grigiore e pesantezza dall'abbado minore, o minorato che dir si voglia, Roberto Abbado; andatevi a sentire l'incisione Decca con Chailly del '96 con gli stessi complessi: ben altra tavolozza espressiva e coloristica, una differenza come dal giorno alla notte. Tra l'altro vorrei sapere cos'era quella "registata" di Robert Wilson che, durante un pianissimo dell'orchestra, sovrapponeva una voce registrata fuori campo, declamante versi astrusi! Anche qui stiamo tornando indietro, ovvero al modo rozzo e sbrigativo con cui si eseguiva Verdi 60 anni fa, cioè da spedizione punitiva, alla faccia di Muti e di Claudio Abbado, sommi interpreti del "Macbeth". Direi proprio che questi 250 anni il Comunale li porti decisamente malissimo. Tutto nella norma, non di Bellini, però!
A volte ritornano.
I bidelli del Walhalla sono di nuovo tra noi, anzi in realtà non erano affatto spariti, se ne stavano accucciati in attesa del momento buono per fare capolino. Ne ho avuto conferma dal concerto wagneriano di ieri sera su Radiotre, trasmesso dall'auditorium della Rai di Torino, con lo scadentissimo tenore Lance Ryan dal timbro vocale di gallina strozzata, dal buon soprano Evelin Herlizius e con la direzione di Kirill Petrenko, quello stesso che ha diretto, pochi giorni prima l' "Oro del Reno" in forma concertistica con i complessi di S. Cecilia. Ma penso anche all' "Olandese volante" diretto da Hartmuth Haenchen alla Scala. Abbiamo 3 esempi di direzioni orchestrali che ricalcano pedestremente i dettami della cosiddetta scuola storica, con sonorità pesanti e massicce, a volte decisamente brutte e sgraziate, con eccessiva concitazione drammatica e speditezza agogica, con spianamento di segni dinamici. Insomma siamo in pieno riflusso retrogrado, dal punto di vista interpretativo, con direzioni vecchio stampo, senza però la stessa personalità dei vecchi leoni della bacchetta. Anche un Reginald Goodall, che si riallaccia dichiaratamente a quel modello interpretativo, dimostra maggiore personalità e maggiore attenzione al canto, di questi pantofolai del podio, ciabattoni ipervitaminizzati, bamboccioni imbarbariti che non sono altro! Purtroppo è inevitabile che ci siano simili regressioni, penso soprattutto alla direzione effettistica, massiccia e sbrigativa degli estratti dal "Crepuscolo degli dei" del concerto di ieri sera, pur ammettendo che a tratti simili interpretazioni abbiano una loro brada efficacia teatrale, tutto nella norma insomma, ma qui siamo in pieno "Crepuscolo dei babbei"!!!
Il papavero in disco.
(Segue) Non sono molte, in effetti, le incisioni discografiche della suite dal balletto "Il papavero rosso" di Glière. Addirittura ne conosco soltanto una incisione integrale del balletto, complessivamente più che attendibile, nonostante un'orchestra complessivamente discreta ma con evidenti limiti tecnici nel virtuosismo e nella compattezza e precisione fonica, con qualche opacità di troppo a tratti e una direzione buona ma un pò discontinua e sbrigativa qui e là nella sua tenuta complessiva. Ben altro sarebbe stato il risultato nelle mani di un Kondrashin o di uno Svetlanov, però! La qualità sonora ottima con buona dinamica, è viziata a tratti da un eccessivo riverbero che rende il suono un pò troppo cavernoso. In copertina e nel retro del libretto, sono presenti un paio di foto di scena della prima assoluta. L'esecuzione effettuata nel giugno '94 alla Sala da Concerto della Radio di San Pietroburgo, dalla propria orchestra sinfonica statale diretta da Andrè Anichanov ed uscita nel '95 e tutt'ora disponibile, è edita in collana economica dalla Naxos in doppio cd, 8.553496-7. E visto che siamo in tema rivoluzionario, mi si consenta una digressione extramusicale, scodellandovi dall'alto della mia consumata (in)esperienza in materia, il decalogo del perfetto rivoluzionario, indispensabile oggidì: 1) non aspettarsi alcun risultato, 2) essere sognatori pragmatici, 3) ironia e soprattutto autoironia, 4) perseveranza, 5) flessibilità, 6) pazienza, 7) coraggio, 8) resistenza fisica, 9) pazzia, 10) pane e mortadella. Buona fortuna!
giovedì 7 marzo 2013
Il papavero è anche un fiore!
(Continua) La trama del balletto "Il papavero rosso" di Gliére, alquanto esile e banalotta, ambientata in un porto cinese, è la seguente: la giovane ballerina cinese Tao-Hoa, che lavora in un ristorante, s'innamora del capitano di una nave mercantile sovietica, facendogli dono di un papavero rosso. Li-Shan-Fu, il suo datore di lavoro, complotta per uccidere il capitano imponendole di offrirgli del tè avvelenato, ma lei rifiuta sdegnosamente. In seguito, durante una sommossa dei lavoratori portuali, Tao-Hoa salva la vita al capitano, ma viene successivamente uccisa, durante un'ulteriore rivolta dei portuali, da un sicario di Li-Shan-Fu, desideroso di vendicarsi. A questo punto, nel momento della morte, consegna nelle mani di una bambina cinese, un papavero rosso, simbolo di fratellanza e di libertà. Il colore, ovviamente, simboleggia il comunismo, come viatico di libertà per gli oppressi e sinonimo di speranza in un mondo migliore. Naturalmente sappiamo tutti benissimo, come la realtà sia stata assai diversa, ma è notorio che di buone intenzioni sono lastricate le strade dell'inferno! L'ambientazione orientaleggiante induce Gliére a fare un ampio uso di melodie pentatoniche, al fine di dare il giusto tocco di esotismo, per contro la trama del balletto lo induce anche a ricalcare moduli espressivi della cosiddetta musica borghese occidentale, volendo anche sottolineare la componente cosmopolita della clientela del ristorante in cui è ambientata in parte la vicenda (come nel valzer bostoniano al n.6 della partitura, atto 1°, o nel charleston che apre l'atto 3°, al n.24). Inoltre, in 2 numeri del balletto, viene citata anche l'Internazionale di Potter-Degetyer e precisamente nella scena di Tao-Hoa al n.8, atto 1° e in maniera più evidente nell'apoteosi finale, al n.36, atto 3°, dove peraltro il tono della musica, scade un pò in bolsa retorica, ma questo non inficia più di tanto la piacevolezza complessiva della partitura. Tra l'altro, proprio in epoca di disgelo krusceviano, nel 1957, il titolo del balletto venne mutato ne "Il fiore rosso", poichè il regime almeno ufficialmente non gradiva le suggestioni lisergiche associate al papavero. La sequenza onirica ambientata in una fumeria d'oppio nel 2° atto, con la protagonista in preda a una serie di visioni mistiche, è uno dei momenti più riusciti musicalmente, con delle armonie che a tratti ricordano il "Poema dell'estasi" di Alexander Scriabin, come nella visione di Tao-Hoa, al n.18. Il brano più celebre del balletto, in sede concertistica e discografica, è la danza dei marinai russi, al n.11, finale atto 1°. (Continua)
E' in ballo la lotta di classe!
Fra il 1926 e il 1927, il compositore russo di origine belga Reinhold Morisseievic Gliére (1875-1956), scrisse quello che divenne il suo lavoro musicale più noto, ovvero il balletto in 3 atti "Il papavero rosso", considerato sin da allora il balletto sulla lotta di classe per antonomasia. Rappresentato in prima assoluta al Teatro Bolshoi di Mosca, il 14 giugno del 1927, con un buon successo di pubblico, venne ufficialmente ritenuto un lavoro innovativo, con un chiaro e adeguato messaggio politico, soddisfacente gli obiettivi dell'ambiente culturale ufficiale e ovviamente del regime sovietico dell'epoca. In realtà, il linguaggio musicale adottato dal compositore, in questo come in tutti i suoi altri lavori, non aveva proprio alcunchè d'innovativo, inscrivendosi tranquillamente nel solco della tradizione musicale russa di stampo tardoromantico, chiaramente debitrice sia nei confronti di Nikolai Andreevic Rimski-Korsakov, che nei confronti di Piotr Ilich Ciaikovski, ovvero un linguaggio fortemente occidentalizzato in barba ai proclami del regime, caratterizzato da un'orchestrazione sgargiante e un'accattivante vena melodica, che non metteva certo in crisi i burosauri dell'epoca, sempre guardinghi e sospettosi nei confronti di eventuali arditezze armoniche ed eccessive complessità stilistiche, che sfuggivano alle loro limitatissime capacità di comprensione. Si trattava perciò di musica che doveva essere semplice e diretta, di chiara comprensibilità alle masse, di presa immediata, rispondente quindi in pieno ai canoni estetici imposti dal realismo socialista di stampo staliniano allora imperante, ma nonostante l'epigonismo insito in un simile atteggiamento, sarebbe ingiustamente sommario liquidare compositori come Gliére o Dimitri Borissovich Kabalevski, alla stregua di abili ma tutto sommato banali mestieranti, stante la sorgiva spontaneità della loro vena melodica oltrechè la solidità del loro artigianato musicale, nonostante che l'eventuale ricorso a elementi folclorici o autoctoni, sia generalmente un pò manierato, oleografico, tendente al bozzettismo e non vi sia traccia di alcuna seria ricerca etnomusicologica dietro tutto quanto. Certo la loro personalità stilistica era assai meno marcata, rispetto a quegli "scavezzacolli" di Sergei Porfirievic Prokofiev e di Dimitri Dimitrievic Shostakovich, che nondimeno procuravano non pochi grattacapi ai burocrati del regime, con la loro "nefasta" tendenza a "deragliare" dai sani canoni del realismo socialista! La musica di compositori come Gliére, insomma, è di robusta struttura e pienamente godibile, nonostante un certo accademismo di fondo, anche se non sempre ci si trova al cospetto di autentici capolavori; purtuttavia, trattasi di lavori meritevoli di essere rappresentati in pubblico e di essere portati a conoscenza assai di più di quanto non capiti solitamente. Forse il rappresentante più autorevole di questa corrente tradizionalista (ovvero "formalista") è Alexander Glazunov, importante anche come docente e didatta (se non erro, tra i suoi allievi di composizione, ha avuto proprio Shostakovich), autore di parecchi capolavori assoluti, come la quinta sinfonia, il poema sinfonico Stenka Razin e i balletti "Raymonda" e "Le stagioni", tra l'altro leggenda vuole che fosse anche dotato di memoria prodigiosa, il che però non gli impedì di combinare un atroce "scherzo" a Rachmaninov, dirigendogli in pubblico in prima assoluta la sinfonia n.1 di quest'ultimo, completamente ubriaco fradicio, contribuendo senz'altro ad affossargliela e a causargli quella gravissima crisi depressiva, dalla quale comincerà lentamente a riprendersi parecchio tempo dopo, col successo incontrato dal suo secondo concerto per pianoforte e orchestra. Se comunque, degnerete della vostra attenzione la musica di questi compositori, vi dovreste accorgere anche di quanto gli siano debitrici, nel linguaggio, così come nell'orchestrazione, parecchie colonne sonore hollywoodiane! (Segue)
lunedì 4 marzo 2013
Torri d'avorio.
Nel concerto svoltosi il venerdì 22 febbraio scorso all'auditorium "Arturo Toscanini" a Torino, per la consueta stagione sinfonica concertistica dell'orchestra sinfonica nazionale della Rai, tramesso in diretta alle ore 21 da Radiotre, si esibiva una delle giovani promesse del concertismo nostrano, la pianista Gloria Campaner, che, pure lei non brilla certo per originalità e coraggio nelle sue scelte repertoriali. In questo concerto, sotto la direzione dell'attuale direttore stabile dell'orchestra, Jurai Valchuha, si esibiva nella parte solistica dell'arcinoto secondo concerto di Rachmaninov, inoltre, tanto per cambiare, concedendo come bis, se non vado errato, uno degli Etudes-Tableaux dello stesso; se la memoria non m'inganna, il suo primo disco per la Decca, comprende proprio lavori pianistici arcinoti, del medesimo compositore, insomma penso sappiate benissimo quali siano le mie idee al riguardo... Una volta fatta l'unica osservazione positiva, riguardo al lato interpretativo della faccenda, ovvero un'esecuzione di Rachmaninov, giustamente meno muscolare e più rifinita del consueto, che rende più giustizia alla statura artistica del compositore russo, quello che mi ha dato veramente fastidio, è stato il sentirle proferire, durante l'intervista che le hanno fatto nell'intervallo del concerto, quanto il nostro, cioè l'Italia, sia un paese fantastico, con un sole e un clima meravigliosi! A parte l'inopportunità dell'osservazione meteorologica, visto che, sia a Torino, che a Bologna, dove vivo, in quei giorni nevicava parecchio e faceva un freddo boia, con quale paraocchi si può definire il nostro, un paese fantastico, con tutto lo sfascio istituzionale, culturale, economico e sociale, di cui abbiamo costante dimostrazione ogni giorno? Evidentemente l'esimia soggetta, deve avere la pancia piena fino a scoppiare, per arrivare a proferire simili castronerie, offensive e ributtanti. Qualcuno potrebbe ritenermi esagerato, ma comincio veramente a non poterne più di constatare quanto la maggior parte dei nostri musicisti, siano completamente avulsi dall'attuale contesto sociale, egoisticamente ed egocentricamente chiusi nelle loro ridicole torri d'avorio, perennemente occupati a coltivare esclusivamente il loro miserrimo orticello, incuranti del degrado sociale che li circonda, sordi a ogni sollecitazione del mondo esterno, ma tant'è, nel caso di questa categoria, un simile atteggiamento gli è evidentemente connaturato, rappresentando perciò la norma, ingenuo che non sono altro! Dobbiamo rimpiangere forse le dittature di stampo sovietico, con i loro artisti del popolo che si andavano a esibire gratuitamente anche nelle fabbriche operaie? Sono questi i bei risultati della cosiddetta democrazia? Certo che se continuiamo a tollerare questo stato di cose, allora significa che ci meritiamo un paese anche ben peggiore dell'attuale; la spocchia e l'elitarismo predominanti in questo come in altri settori, rappresentano una delle piaghe più devastanti! Sono schifato e indignato anche da queste sia pur minime manifestazioni di menefreghismo e superficialità, per non definirle peggio! Poi non si abbia il coraggio di lagnarsi se vengono a mancare i fondi pubblici alle istituzioni musicali! Ci si dovrebbe fare un bell'esame di coscienza, invece! Ma in che mondo vivono questi benedetti musicanti? Un'ultima curiosità riguardo l'auditorium della Rai di Torino: siccome a suo tempo ne avevo scritto nel mio articolo intitolato "Der fliegende oergel" (al quale eventualmente rimando) per quel che concerneva la "sparizione" dell'organo dal medesimo, faccenda appresa dal sottoscritto pochi anni fa, dalla viva voce dell'organista Pier Damiano Peretti, durante un convegno su Bossi, svoltosi al conservatorio "Rossini" di Bologna, avendo visto, in tempi più recenti, alcuni di questi concerti, anche in televisione su Rai 5, ho notato chiaramente, attraverso la ripresa televisiva, delle belle canne d'organo, situate nel fondo della sala, dietro al settore destinato ad essere occupato dal coro! Qualcuno mi potrebbe aiutare a risolvere il piccolo mistero? Mi piacerebbe tanto potermi togliere questa piccola curiosità!
sabato 2 marzo 2013
Classica in vinile (3).
(Segue) Il terzo titolo della collana, sarebbe dovuto uscire oggi, 2 marzo, ma qui a Bologna non è ancora comparso in edicola, chissà com'è! Ad ogni buon conto, poichè ne posseggo una precedente ristampa americana su vinile vergine da 180 grammi Classic Records dei primi anni '90, pagata una tombola, posso comunque anticiparvi che dovrebbe essere senz'altro un titolo superiore, sia a livello interpretativo che come qualità sonora, a quello che lo ha preceduto. Trattasi del balletto completo nella versione originale del 1910 "L'oiseau de feu" di Igor Stravinski, nella celeberrima incisione dell'orchestra sinfonica di Londra, diretta da Antal Dorati, incisa nel 1959 alla Watford Town Hall, alla periferia di Londra (prod. disc. Wilma Cozart, superv. mus. Harold C. Lawrence, superv. tecn. Robert C. Fine, tecn. del suono Robert Eberenz, master. George Piros). L'interpretazione offertane è secca, incisiva, diretta, anche a costo di tralasciare qualche preziosità orchestrale, con una qualità sonora decisamente ottima, che cattura benissimo l'acustica del luogo, con una buona risoluzione dinamica. A livello interpretativo preferisco l'incisione del '61, diretta dallo stesso autore a capo della Columbia Symphony Orchestra (ovvero l'orchestra filarmonica di Los Angeles sotto mentite spoglie per ragioni contrattuali), effettuata per conto della Columbia-CBS, che dovrebbe essere tutt'ora reperibile su cd, ma ciò non toglie che, rispetto alla precedente uscita (la cui qualità sonora era stata valutata 70/100 da Stefano Rama nel suo vol. "I dischi dell'età dell'oro", mentre a quest'ultima lo stesso assegna un punteggio pieno, ossia 100/100!), siamo o dovremmo essere, decisamente su un altro pianeta, semprechè si siano fatte le cose come si deve! In effetti questo è uno dei titoli di punta del catalogo Mercury. Staremo a vedere!
Classica in vinile (2bis).
(Segue). Riguardo al livello interpretativo di questa incisione del capolavoro di Berlioz, è senz'altro buono nel suo complesso, ma non porrei questa edizione, personalmente, ai vertici di una nutritissima e imponente discografia. Il pregio di questa lettura di Paray è senz'altro quello di essere di una classica compostezza, di una chiarezza cartesiana, che se da un lato, evita gli eccessi effettistici, sempre in agguato in una partitura come questa, ne attenua un pò troppo gli aspetti più visionari e audaci, a discapito dell'espressività (tra l'altro, come spesso succede, non vengono neppure rispettate le riesposizioni del 1° e del 4° mov.), inoltre ho l'impressione che ci sia dietro una precisa scelta interpretativa dietro l'eccessiva attenuazione dei contrasti dinamici, il che per una composizione recante in partitura indicazioni dinamiche che vanno da un pianissimo con ben 5 p a un fortissimo con altrettante f, mi sembra proprio il colmo! Forse questa cautela potrebbe essere dovuta al livello virtuosistico dell'orchestra, buono ma non eccelso, con evidenti limiti di precisione del suono e fermezza complessiva; non è ancora l'ottima orchestra che diventerà in seguito sotto la direzione di Antal Dorati. Per giunta, nell'ultimo movimento, il trombone basso che intona il motivo del Dies Irae, mi sembra decisamente fiacco e dall'intonazione periclitante (altrochè parlare, come si fa nel fascicolo interno di suono rauco alla francese da parte dell'orchestra, questo trombone è decisamente sfiatato!). Su questo filone interpretativo per così dire classicheggiante, trovo più riuscite sia l'interpretazione di Jean Claude Casadesus con l'orchestra filarmonica di Lilla, registrata nel giugno '80, per la Harmonia Mundi francese, sia quella di Claudio Abbado con l'orchestra sinfonica di Chicago, registrata nel febbraio '83, per la Dg. Anche in questo caso trattasi di esecuzioni viziate da un eccesso di ritegno espressivo, ma, rispetto a quella in esame, possono vantare delle orchestre migliori e una superiore qualità sonora, il che non è un vantaggio di poco conto. Per la cronaca, Casadesus (uscito nell'81), rispetta la riesposizione del 1° mov., Abbado (uscito nell'84), anche quella del 4°! Almeno quest'ultimo dovrebbe essere ancora reperibile su cd. Tornando all'incisione Mercury, anche stavolta lo stampaggio del vinile non è silenziosissimo, come nel titolo precedente, la qualità sonora è nel complesso molto buona, ma con una dinamica decisamente compressa, anche se in parte, secondo me, dovuta più che ai tecnici del suono, a precisi criteri interpretativi, come già detto in precedenza. Aggiungo che, anche stavolta, il tono generale dei testi corredanti il fascicolo allegato, come in precedenza, pencola pericolosamente verso il banale e il risaputo. (Continua)
Classica in vinile (2).
Il 16 febbraio è uscito in edicola il 2° numero della suddetta collana, comprendente la Sinfonia Fantastica di Héctor Berlioz, nell'interpretazione dell'orchestra sinfonica di Detroit, diretta da Paul Paray, incisa per la Mercury. Anche in questo caso, come già nel primo numero, la superficie della custodia del disco è opaca e non lucida, inoltre le scritte sul dorso non sono, secondo me, posizionate correttamente (troppo a destra anzichè più a sinistra osservando quest'ultimo orizzontalmente, oppure troppo in basso anzichè più in alto se lo si guarda verticalmente), con eccessiva invadenza, anche stavolta, delle scritte di "servizio" De Agostini/Universal, sia sul retrocopertina che sulle etichette del disco. Queste ultime, oltre a non essere perfettamente conformi alle originali (in questo la Classic Records era senz'altro più rigorosa!), recano su ambo i lati il seguente refuso: vi è scritto "MARGINE CONTROL" anzichè "MARGIN CONTROL", come grafia corretta esigerebbe! Altro piccolo refuso solo sul lato 2: in questo caso il 5° mov. della sinfonia Larghetto-Allegro (Songe d'une nuit du sabbat), indicato come n.2 anzichè come n.5! Anche stavolta l'aspetto estetico della busta interna non coincide con gli originali, ma questo è il male minore. Nel fascicolo allegato, con testi di Pierre Bolduc e Giuseppe Rossi, i dati di registrazione sono aancora più scarsi che in precedenza, limitandosi a dichiarare che la registrazione è avvenuta nell'aula magna di una scuola superiore di Detroit nel 1959. Per fortuna, anche in questo caso, ci soccorre quanto scritto nel retrocopertina dello stesso disco, dove si specifica che il luogo di registrazione era l'auditorium della Cass Technical School (produttore discografico Wilma Cozart, supervisore musicale Harold C. Lawrence, supervisore tecnico Robert C.Fine, tecnico del suono Robert Eberenz, masterizzazione George Piros). Solo che, a questo punto, dubito che l'anno esatto di registrazione sia il '59 e non piuttosto il '60, poichè fino ad almeno l'aprile del '59, le registrazioni avevano luogo alla Old Orchestra Hall, sempre a Detroit, Michigan. Inoltre, sempre nel fascicolo allegato, ho rilevato l'ennesima incongruenza del diabolico Bolduc, quando a pag.4 afferma che la carriera discografica di Paray sarebbe iniziata proprio con l'orchestra sinfonica di Detroit nel 1952, peccato però che, in un riquadro a pag. 3, lo stesso parli di una sua precedente incisione discografica di questa stessa sinfonia, con l'orchestra parigina dei Concerti Colonne, effettuata per la Vox, nel 1948! Cerchiamo di evitare simili imprecisioni e grossolanità, perdinci! Riguardo ai dati di registrazioni, bisogna dire che le stesse precedenti ristampe di questi titoli sia su cd che su sacd, effettuate dalla stessa Universal in passato, erano ben più doviziose di informazioni al riguardo. Sono questi i dettagli che apprezzano i veri appassionati! (Continua)
Classica in vinile (1ter).
(Segue) Riguardo sempre al fascicolo allegato al primo numero, si capisce, leggendolo bene, che l'intento vorrebbe essere quello di rivolgersi principalmente al neofita, ovvero all'inesperto, adottando un linguaggio che vorrebbe essere, nelle intenzioni, divulgativo e di facile comprensione, peccato soltanto che un sì lodevole intento sia viziato, in questo caso, da diverse banalità e luoghi comuni, facilmente evitabili. Si possono rendere comprensibili anche gli argomenti più complessi, anche senza ricorrere a volgarizzazioni di sorta, in ambito musicale l'esempio migliore e ineguagliato in tal senso, è stato quello di Leonard Bernstein, come testimoniato dalle numerose lezioni-concerto televisive, oltrechè dai suoi libri, ma evidentemente questa caratteristica non è alla portata di tutti. Un altro bell'esempio di divulgazione in campo musicale, è il bel libro di Alex Ross "Il resto è rumore - La musica del 20° secolo"! Per quanto concerne il contenuto musicale del disco, trovo l'interpretazione di Karajan e della filarmonica di Berlino registrata nel '62, senz'altro ottima nel suo complesso, ma viziata qua e là da qualche rallentando di troppo, che sa di manieristico. Inoltre, a parte il rispetto della riesposizione del 1° mov., vengono omesse tutte le ripetizioni nei restanti movimenti. Rimanendo nel catalogo Dg, non siamo comunque al livello dell'esito dirompente conseguito da Carlos Kleiber, nella sua celeberrima incisione di studio dei primi anni '70! La qualità della stampa del vinile vergine da 180 grammi, è adeguata, anche se non silenziosissima, almeno nella copia in mio possesso, ed è comunque sufficiente a non guastare il piacere dell'ascolto, contrariamente a quanto accade con le normali stampe commerciali (devo dire che i vinili meno rumorosi che mi siano capitati, sono un paio di titoli da 180 grammi, stampati dalla EMI-HMV inglese, superiori anche agli americani OMR e CLASSIC RECORDS da 210 grammi!). La qualità sonora dell'incisione è complessivamente ottima, con discreta dinamica, timbrica pastosa e presente, adeguato dettaglio, immagine adeguata e un corretto equilibrio fra le diverse sezioni orchestrali. Per la cronaca, il mio impianto d'ascolto è costituito dal giradischi Technics SL1200mkII, con testina Shure V15VMR, amplificatore integrato Marantz PM6010 OSE KIS, casse acustiche B&W DM602S3, cuffia dinamica Audio-Technica AIR ATH AD500, inserito in un ambiente d'ascolto delle dimensioni approssimative di 5,5x3,9x3,3 metri (lunghezza x larghezza x altezza). Tornando a considerazioni di ordine generale, devo deplorare il fatto che, anche stavolta, la De Agostini, come già avvenuto a proposito della precedente collana relativa alla musica jazz, sia troppo vaga e generica riguardo ai criteri di rimasterizzazione adottatti (ricordo di aver letto, a suo tempo, sulla rivista Suono, a tal proposito, una sconcertante dichiarazione in un'intervista ad uno dei responsabili della casa editrice, quando quest'ultimo accennava all'impiego di non meglio specificati file analogici, ohibò, quando gli stessi, per loro natura non possono che essere digitali e il sottoscritto ne sa qualche cosa, visto che nel suo piccolo, ci lavora!), per cui, volendo sperare di capirci qualcosa in più, bisogna andare per forza nel sito di "AS on line". Ulteriori informazioni dovrebbero essere reperibili, a giudicare dallo strillo di copertina, anche sul numero di gennaio, ma tutt'ora in edicola di "Audiophile Sound", ma obiettivamente, non me la sento di spendere 9 euro, per poi trovarmi allegato alla suddetta rivista, l'ennesimo "cd della mutua", ovvero una banalissima selezione di brani dal "Messiah" di Haendel, possedendone già almeno 2 edizioni complete, uffa e che cavolo! Tra l'altro se penso che chi dirige la rivista, con un'intestazione in inglese, è un canadese francofono, che la sede della redazione si trova a Londra, che il periodico viene stampato in Slovenia e forse solo il cd allegato viene fabbricato in Italia, altrochè provincialismo esterofilo, qui si deborda di brutto! Altra considerazione riguarda i titoli scelti per questa collana, che oltre a essere arcinoti, sono stati già oggetto in passato di numerose ristampe non solo su cd, ma soprattutto su vinile speciale, da parte sia dell'americana Classic Records (Mercury), sia delle tedesche Clearaudio (Dg) e Speaker's Corner (Decca, Dg e Mercury), per cui non sarò certo l'unico a possederne di già! Questo dimostra la mia teoria che, a furia di battere strade risapute, non si cava un ragno dal buco e che solo l'originalità ha più probabilità di dare risultati soprattutto in tempi di crisi! (Continua)
venerdì 1 marzo 2013
Classica in vinile (1 bis).
Il primo titolo pubblicato concerne e non poteva essere altrimenti, l'arcinota quinta sinfonia di Beethoven nell'interpretazione dell'orchestra filarmonica di Berlino diretta da Herbert von Karajan, incisa per la Deutsche Grammophon. Ho dimenticato precedentemente di rilevare che i titoli proposti in questa collana sono esclusivamente di etichette facenti parte del gruppo Universal e precisamente Archiv/DG, Decca e Mercury, e l'epoca delle incisioni proposte si situa fra la fine degli anni '50 e la metà degli anni '70, con un'unica eccezione di un'incisione Archiv di pochi anni fa, attualmente disponibile sul mercato nel formato cd, almeno a giudicare dall'elenco delle prime 25 uscite. Tornando all'esame del disco in questione, la prima critica che posso fare è alla custodia esterna, che anzichè avere la superficie vetrificata (ossia lucida) come nell'originale (di cui posseggo copia d'epoca), è di aspetto opaco, inoltre la grafica del retrocopertina, così come la busta interna e le etichette del disco, non corrispondono all'originale uscito nel '63, ma a una sua ristampa successiva del '70; infatti le etichette del disco non recano sul bordo della circonferenza la corolla di tulipani tipica della DGG degli anni '50 e '60, ma una semplice fascia bianca adottata dalla stessa a partire dal '70. Credo che questa infedeltà, per ciò che concerne etichette e retrocopertina, sia dovuta al fatto di rendere più agevole l'inserzione grafica delle scritte di "servizio" De Agostini/ Universal, presenti in maniera alquanto invasiva in ambo i casi. Occorre dire, per onestà, che simili discrepanze estetiche fra originali e ristampe, sono frequentemente rilevabili anche nei ben più costosi titoli reperibili nei normali negozi di dischi! Per quel che concerne il fascicolo allegato, deploro il fatto che ci siano troppo poche informazioni riguardo ai dati di registrazioni, limitandosi a informare che il disco in questione è stato registrato nel 1962 alla Jesus Christus Kirche di Berlino-Dahlem; per fortuna in parte soccorre lo stesso retrocopertina del disco, che ci informa che il produttore discografico era Otto Gerdes (anch'egli direttore d'orchestra) ed il tecnico del suono era Guenther Hermanns, ma purtroppo non possedendo alcuna ristampa su cd, nulla posso riferire riguardo la data precisa in cui è avvenuta la registrazione! Anche in questo caso una cura maggiore non guasterebbe affatto! L'autore dei testi di questo fascicolo è l'ineffabile Pierre Bolduc, il quale secondo me incorre in alcune sviste. La prima a pag.2, quando afferma: "... secondo il compositore francese Vincent D'Indy: "Fino a oggi (1801) Beethoven ha composto solo musica; adesso è la vita l'argomento su cui scrive."..." Come potrebbe D'Indy avere fatto questa affermazione riguardo alla quinta di Beethoven, nel 1801, visto che è nato nel 1851 e morto nel 1931? Ce lo dica, caro Bolduc! Sempre a pag.2 nel riquadro in basso concernente "Le sacre du Printemps" di Stravinski, si parla di atonalità anzichè di politonalità, come sarebbe più esatto; sono 2 faccende ben diverse! Inoltre l'aneddoto a pag.4 su Fuertwaengler che assiste a un concerto di Toscanini alla Carnegie Hall, mi sembra dubbio, visto che non viene specificato in quale periodo si sarebbe svolto, con quale orchestra quest'ultimo si esibiva (filarmonica di New York o sinfonica della NBC?), tutto troppo vago! Piccola curiosità a pag.7 in basso: c'è un riquadro intitolato "Note sparse", casualità? Per finire a pag.8, quando si afferma che la dinamica orchestrale dal vivo può arrivare ai 125 decibel, quando in realtà arriverà si e no al centinaio, poichè se così non fosse musicisti e pubblico avrebbero come minimo i timpani perforati, oltrepassandosi in questo caso decisamente la cosiddetta soglia del dolore, non esageriamo. Quanto poi alla supposta superiorità dell'ascolto musicale dal vivo, rispetto a quello in ambito domestico, è più teorica che reale, per tutta una serie di ragioni che intendo trattare prossimamente a parte! (Continua!)
Classica in vinile (1).
Il 2 febbraio scorso è uscito il primo di una cinquantina di numeri di una nuova pubblicazione della De Agostini, dedicata esclusivamente a titoli di musica classica emessi su supporto vinilico a 33 giri. Premetto subito che, nonostante le mie critiche e riserve al riguardo, la consideri senz'altro un'iniziativa più che lodevole, in un mare magnum di paccottiglia varia che invade le edicole. Peccato soltanto che arrivi in un momento terribile come quello attuale, per cui temo che il risultato in termini di vendita di numero di copie stampate, sia assai più scarso di quanto questa pubblicazione senz'altro meriterebbe, ma guardando le edicole di Bologna, non c'è di che essere ottimisti, temo. Io stesso, stante le mie attuali disastrose e precarie condizioni economiche, non potrò seguirla per molto, ahimè! Conto comunque, nel peggiore dei casi, di riuscire ad esaminare almeno i primi 4 numeri, di cui cercherò di darvi conto, per quel che posso almeno. La suddetta pubblicazione, analogamente a un'altra simile già lanciata dalla stessa De Agostini all'incirca 2 o 3 anni fa e tutt'ora in corso di uscita in edicola dedicata esclusivamente alla musica jazz, è a cadenza bisettimanale. A proposito però della collana dedicata al jazz, mi permetto di far notare ai responsabili, che sarebbe il caso di evitare delle grossolane sviste, come quella da me rilevata sul disco allegato al n.37 che era la ristampa dell'LP Prestige di Coleman Hawkins "Night Hawks", recante però scritto sul dorso della custodia: SONNY CLARK/ COOL STRUTTIN'! Simili sviste, soprattutto se ripetute, possono pregiudicare la bontà intrinseca dell'iniziativa! Attenzione a non ripeterle anche sulla collana dedicata alla musica classica, poichè per la verità già sul secondo numero uscito il 16 febbraio, ne ho già rilevate un paio, sia pure di minore entità! La prima critica generale che posso muovere a questa collana è quella di avere puntato pressochè esclusivamente ai titoli più arcinoti, come già testimonia il primo numero, anche se posso comprenderne le ragioni commerciali, per cui la mia opinione al proposito può essere considerata un ipercriticismo da appassionato esperto di vecchia data. Tra l'altro, se volete conoscere altri dettagli riguardo la suddetta pubblicazione oltrechè l'ordine di emissione delle prime 25 uscite, andate a curiosare sul sito di Audiophile Sound "AS on line" poichè il suo direttore, quel simpatico fanfarone di Pierre Bolduc, è anche il principale curatore dell'intera collana. Contrariamente a quanto da lui affermato, i dischi in vinile vergine da 180 grammi, sono stampati dalla MPO in Spagna e non in Francia! Come è prassi in questi casi, il prezzo della prima uscita è di soli 7,99 euro e di 14,99 per tutte le successive, che resta comunque un prezzo altamente concorrenziale stante la tipologia del prodotto, che normalmente nei negozi di dischi, soprattutto nel caso della musica classica, varia da un minimo di 21,90 euro ad un massimo di almeno 50! Aggiungiamo il fatto che il formato dei fascicoli allegati ne consente il loro agevole inserimento all'interno delle custodie assieme ai dischi e avremo un primo quadro generale delle caratteristiche dell'opera. Di seguito passo alla disamina critica e tecnica dei titoli già usciti... (continua).
giovedì 28 febbraio 2013
Sante parole!
In un'intervista concessa tempo addietro a Radiotre, durante le prove per il "Romèo et Juliette", sinfonia drammatica di Héctor Berlioz, rappresentato in forma di balletto (!), sia pure con la presenza di soli, coro e orchestra, avvenuta qualche mese fa al Teatro alla Scala di Milano, il direttore americano James Conlon, ad un certo punto del colloquio, ha fatto una di quelle affermazioni che mi piacerebbe di sentire sempre più spesso, proprio concernenti il repertorio da proporre al pubblico dei melomani, argomento che, come si sarà capito fino alla nausea, mi sta particolarmente a cuore. Conlon ha dichiarato all'intervistatore, che pur dirigendo con immenso piacere, è ovvio, le sinfonie di Mozart, in concerto e pur auspicando di poterlo continuare a fare sovente (e su questo non ci piove!), lui si sente più utile, nella sua missione di musicista, nei riguardi del pubblico, quando propone musiche di autori ingiustamente misconosciuti, tipo Alexander von Zemlinsky, ma che ritiene meritevoli di una maggiore conoscenza, da parte del grande pubblico. E in effetti il suo encomiabile apostolato per quest'ultimo, è testimoniato da una messe di incisioni effettuate proprio per la Emi (sic!); speriamo che, viste le sorti di questo gruppo discografico, non spariscano dal mercato, sarebbe veramente una grande perdita, visto il livello notevolissimo di queste musiche, con esecuzioni all'altezza della situazione! Certo, rimanendo nel catalogo Emi, plaudo di più a una iniziativa come questa di Conlon, piuttosto che alle incisioni di Antonio Pappano, prevalentemente dedite alla solita minestra e non sempre all'altezza della sua fama, come risultati interpretativi; che dire poi di certi arbitrii, tipo un "Don Carlos" verdiano che era un assurdo pateracchio fra la versione francese e quella italiana, e un "Guillaume Tell" di Rossini, che se da un lato dichiarava di seguire la nuova edizione critica realizzata da Elisabeth Bartlett, dall'altra sforbiciava disinvoltamente una buona mezz'ora di musica, la qual cosa mi sa di decisa presa per i fondelli, dire che il suo apporto discografico sia stato prevalentemente pleonastico, è un gentilissimo eufemismo! Giustamente Conlon, al contrario, aggiungeva nell'intervista succitata, che questa musica misconosciuta rappresenta un capitale culturale e come tale va fatta circolare, poichè tutto questo, aggiungo io, non può che rappresentare un'occasione di arricchimento collettivo! Sante, santissime parole, esimio Maestro James Conlon, peccato che la maggioranza dei suoi colleghi, continui a fare orecchie da mercante! Per questo enorme, immenso capitale culturale, dovrebbe valere la stessa legge che dovrebbe essere applicata ai capitali economici, ossia farli circolare il più ampiamente possibile, ma mentre nel caso dei capitali economici, il sistema bancario agisce da elemento frenante, con le nefaste conseguenze sull'intero sistema economico che sono sotto gli occhi di tutti, nel caso dei capitali culturali ci pensano quelle stesse istituzioni che dovrebbero avere come obiettivo precipuo la loro diffusione, a svolgere lo stesso ruolo frenante e castrante delle banche in ambito economico (nel caso della musica teatri e istituzioni concertistiche, sempre più ammuffiti musei delle cere per un pubblico mummificato), con l'ovvio e costante impoverimento del panorama culturale e musicale mondiale e in particolare nostrano! Coraggio!
Tutto il mondo è paese.
Ho citato più volte ultimamente il mensile "BBC Music Magazine" che esce in edicola da poco più di una ventina d'anni e che vanta il fatto di essere il mensile musicale colto più venduto nel mondo, ed è il maggior concorrente della più antica rivista discografica del mondo, ossia l'inglese "Gramophone" che credo risalga all'incirca al lontano 1927, anno più anno meno, ininterrottamente sulla breccia fin d'allora. Peccato che, secondo me, per ottenere il primato di per sè invidiabile, di essere la rivista musicale più venduta al mondo, sia scesa a troppi compromessi sul piano qualitativo, sia per ciò che concerne i contenuti editoriali del periodico, con eccesso di frivolezze, banalità e pettegolezzi, ma ancora di più per ciò che riguarda il contenuto musicale del cd ad essa allegato fin dal primo numero. Troppo spesso, come nel caso del numero attualmente in edicola, il disco allegato appartiene a quella categoria che definirei "cd della mutua", ossia contenenti la solita minestra, ovvero il repertorio più trito e ritrito, in questo caso 2 delle suites orchestrali di Bach, con tutto il rispetto per quest'ultimo! Nondimeno il numero di gennaio, dedicato principalmente e giustamente al centenario della nascita di Benjamin Britten, ha proposto nel disco allegato il suo arcinoto capolavoro che é il War Requiem, anzichè andare a pescare, approfittando dell'occasione, nei suoi lavori meno noti, tipo quelli cameristici, o vocali, solo per fare qualche esempio, o proporre magari dei lavori inediti, come già fatto in passato dalla stessa rivista, in tempi evidentemente migliori degli attuali. Anzi, a questo proposito, aggiuungerei che mi sento particolarmente deluso, poichè da una rivista britannica, mi aspetterei una maggiore attenzione al loro immenso patrimonio di compositori inglesi di talento misconosciuti, tipo Elisabeth Mackoncy, Humphrey Searle, George Lloyd, Elisabeth Lutyens, Robert Simpson, John Mc Cabe, Alexander Mackenzie, George Butterworth, Constant Lambert, Lord Berners, Granville Bantock, Gerald Finzi, Brian Easdale, Frank Bridge e tanti altri, non dovrei essere io, uno straniero, nella fattispecie un italiano, a suggerirglielo, si dovrebbero proprio vergognare e dovrebbero, al contrario, considerarlo il loro obiettivo principale! Ma evidentemente tutto il mondo è paese e il loro atteggiamento ricalca quello nostrano per quello che concerne la diffusione e la conoscenza del nostro repertorio, strumentale e non, che non si limiti alle solite musiche dei soliti noti. Se penso che, in anni passati nei dischi allegati a questa rivista, si trovava sovente della musica rara non solo del '900 storico, ma anche brani contemporanei se non addirittura delle prime assolute, in certi casi commissionate dalla rivista medesima, non posso non deplorare l'attuale andazzo populista nel senso più deteriore del termine. Per giunta limitare le sempre più rare incursioni nel repertorio britannico ai soliti nomi, tipo Britten, Elgar, Vaughan-Williams, Delius, per giunta in prevalenza nei loro lavori più arcinoti, per quanto li apprezzi enormemente, mi sembra proprio denotare una mentalità bassamente commerciale, nei responsabili di questo periodico. A parte che, essendo l'attuale direttore della nostra più importante e anziana rivista discografica, "Musica", un inglese rispondente al nome di Stephen Hastings (la nostra benedetta esterofilia!), come legge del contrappasso sarebbe giusto casomai, mettere alla direzione di "Gramophone" un italiano, in tal caso, essendo disoccupato, mi candido sfacciatamente! Tornando al periodico della BBC, trovo che quest'ultimo si stia riducendo al rango di rivista per signorinelle snob e che necessiterebbe di una bella iniezione di testosterone! Una volta, quando le scelte musicali inerenti il contenuto dei dischi allegati, erano più coraggiose e originali, la acquistavo regolarmente, adesso, quasi sempre, mi limito a darci una rapida scorsa in edicola; del resto, ritengo di non essere il solo a pensarla così, poichè noto che, in genere, quando vi è allegato un "cd della mutua", vende meno copie di quando vi è incluso un titolo più interessante, almeno così mi pare, girando per le edicole della città! Svegliati, perfida Albione!
mercoledì 27 febbraio 2013
O tempora, o mores!
Il critico musicale Marco Riboni, è (o era?) il recensore che sul mensile nostrano "Amadeus", si occupa (o si occupava?) di giudicare i nuovi dischi che via via escono inerenti la chitarra classica. Ciò che trovo (o che trovavo?) lodevole in lui, è soprattutto quella rara caratteristica (ahimè!) che lo rende (o lo rendeva?) una mosca bianca, nel panorama invero miserello anzichennò dei critici musicali nostrani, ovvero che pur non mancando ovviamente di lodare, qualora meritevole, le doti tecniche e interpretative del musicista di turno, questo però non gli impediva di stigmatizzarne con giusta dose di severità le eventuali e purtroppo prevalenti banalità nelle scelte repertoriali (sarà un caso che, dopo il n. 272 del luglio 2012 di "Amadeus", non siano più comparse recensioni di dischi di musica chitarristica? Vorrei tanto sbagliarmi, ma chissà com'è...). Questo suo "riprovevole" atteggiamento ha suscitato, ovviamente in maniera del tutto prevedibilissima, l'ira di qualche discografico nostrano, tipo l'esimio signor Mirco Gratton (nomen omen?) responsabile (sic!) della Universal italiana, il quale piccato per il giudizio negativo che il nostro aveva dato inerenti la banalità delle scelte repertoriali di un disco Dg, interpretato dal giovane leone croato Milos Karadaglic (anzi semplicemente "Milos" per gli estimatori, così come il pianista cinese Yundi Li si fa chiamare semplicemente "Yundi", uaoh, mentre il violinista inglese Nigel Kennedy si fa chiamare soltanto "Kennedy", doppio uaoh, si vede che così facendo fa più fico e si pensa di vender meglio la mercanzia, bah!), inviò una lettera irata al suddetto mensile, nel quale ribadiva che dopotutto quel disco aveva avuto un buon successo di vendite, che aveva contribuito a diffondere la conoscenza della musica classica, eccetera eccetera. Insomma le solite banalissime giustificazioni da volgarissimo mercante. Anzi a volte, per indorarti la pillola, cercano di farti credere che il successo commerciale, ammesso poi che sia veramente tale, di simili titoli, spiani la strada alla proposta di dischi contenenti repertori più desueti. In tutto ciò a essere colpevoli non sono ovviamente solo i discografici (che personalmente considero alla stregua di venditori di letame, vista la competenza che dimostrano continuamente nel trattare i supporti audiovisivi, con la stessa grazia con cui venderebbero concimi organici!), ma anche questi plasticosissimi musicisti, che pur di spianarsi la strada per il successo, non esitano a svendersi nella maniera più ignominiosa! Quando per giunta si tratta di repertorio già strainciso da cani e porci in tutte le salse, come si può non pensare che tutti gli appassionati non ne posseggano già più esecuzioni, sovente più prestigiose delle nuove arrivate, e non siano certo eternamente disposti soprattutto in tempi di crisi, a spendere altri quattrini, per ascoltare sempre la solita minestra, trita e ritrita, che alla fine ti esce proprio dalle orecchie??? E' proprio vero che non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire e che abbia più probabilità di vendite un titolo che batta strade meno risapute, poichè come dimostrano fatti recenti, vedasi la fine che ha fatto il gruppo Emi che per esempio aveva affidato il ciclo pianistico delle 32 sonate beethoveniane a una fraschetta cinesina rispondente al nome di Hi Lim, queste strategie bassamente commerciali non salvano giustamente dalla catastrofe, contribuendo solo a degradare e involgarire il panorama musicale in generale. Per giunta il nostro Marco Riboni, aveva osato criticare uno dei presunti cavalli di razza, su cui la Universal sembra puntare molto! Si vergogni il reprobo!!! Per fortuna che fra le luminose eccezioni a questo mare magnum di banalità assortite e autentico trogloditismo culturale, c'è un recente disco della Chandos, contenente il Magnificat e il Salmo IX di Goffredo Petrassi, inciso dai complessi del Teatro Regio di Torino, diretti da Gianandrea Noseda, recensito giustamente in maniera positivissima proprio nell'ultimo numero del "BBC Music Magazine", ed è di prossima uscita un altro disco di opere di Petrassi contenente il Divertimento, i 4 Inni Sacri, il Coro di Morti e altro, questa volta con l'orchestra sinfonica di Roma diretta da Francesco La Vecchia, su etichetta Naxos e quindi a prezzo economico. Queste sono le cose da fare in tempi di crisi! Una sola cosa vorrei a questo punto: poichè siamo in tempo di vacche magre, auspicherei che Noseda, La Vecchia e le rispettive case discografiche si mettessero d'accordo per non creare inutili e dannose sovrapposizioni di progetti discografici come è già avvenuto in parte con Alfredo Casella, stante la marea di autori e musiche sinfoniche nostrane che ancora attendono di essere scoperte o riscoperte. Sarebbe molto più proficuo per loro e per noi! Mi raccomando! Tra gli autori che oserei suggerire al riguardo ci sono Bettinelli, Rocca, Tosatti, Aldo Finzi, Porrino, Fuga, Peragallo, Zafred, Ferrari, Franco Mulè, Renzo Rossellini, Veretti, Pietro Canonica (celebre come pittore e scultore, ma anche compositore niente affatto disprezzabile), Pick-Mangiagalli, Refice e di sicuro ne sto dimenticando tanti altri! Ad maiora!
martedì 26 febbraio 2013
De cretinitate.
Vicende come quella della Emi, alla quale ho accennato nel mio scritto precedente (per inciso, chissà che fiero colpo all'orgoglio britannico, visto che la casa madre è sita proprio a Londra!), mi inducono ad un'altro tipo di riflessioni, che peraltro ho già espresso più volte, concernenti l'andamento assurdo dell'intero mercato discografico, soprattutto per quel che concerne la musica classica o colta che dir si voglia: cioè, che anche il continuare a propinare, nelle nuove uscite discografiche, la solita minestra (ossia brani arcinoti già precedentemente incisi e straincisi, di autori ovviamente anch'essi che più arcinoti non si può), per giunta facendola registrare a cani e porci, ovvero soprattutto a sedicenti artistucoli appartenenti all'infame categoria dei "giovani e carini" che sembrano presi di peso direttamente dai cataloghi di moda, plasticosi, vitaminizzati, rileccati e rilaccati che più non si può, buoni al massimo per girare video pornografici (in effetti c'era una cantante lirica polacca belloccia nota più che per le sue doti canore, per il fatto che come secondo, o forse lavoro principale, faceva la pornoattrice, sarà un caso, in effetti mi chiedo che fine abbia fatto), alla fine non paga affatto e non salva dalla sciagura totale; questo discorso, vale per la grandissima parte dei marchi discografici presenti attualmente sul mercato. Inoltre non ne posso proprio più di questa valanga di macinanote schiacciasassi di marca orientale, che ci vengono vomitati fino alla nausea, da questi imbecilli di responsabili delle varie etichette discografiche. Verrebbe voglia di dichiarare la guerra alla Repubblica Popolare Cinese corresponsabile di quest'autentica sciagura che si abbatte inesorabilmente sull'intero mondo musicale con esiti a dir poco nefasti! Auspicherei da parte del loro governo, una politica più severa di controllo delle nascite, decisamente!!! Tra l'altro, perseverare nel proporre uscite discografiche così banali, in tempi di crisi, non è solo demenziale, è patologico! Mi ricordo di un recensore inglese molto spiritoso, che in un numero natalizio di alcuni anni fa del mensile "BBC Music Magazine", fece una gustosissima recensione di un gruppo di tipiche e banalissime uscite discografiche a tema natalizio, che, cascasse il mondo, le case discografiche, non mancano mai di propinarci inesorabilmente, con una pervicacia degna di miglior causa. Il critico musicale in questione, classificò ciascuno di questi dischi, in base al numero di sbadigli che gli avevano provocato durante il loro ascolto. Va da sè, in questo caso, che tanto più il numero di sbadigli è elevato, tanto più il giudizio complessivo risulta negativo. Addirittura uno di questi dischi venne messo dal recensore fuori classifica, poichè quest'ultimo ammetteva di essersi addormentato dopo pochi minuti che aveva iniziato ad ascoltarlo!!! Mi sarebbe tanto piaciuto di conoscerlo questo recensore, lo avrei voluto veramente abbracciare per la sua schiettezza oltrechè per il suo impagabile senso dell'umorismo! Ma evidentemente la direzione del periodico doveva essere ovviamente di diverso avviso, poichè dopo di allora le sue recensioni non comparvero mai più nel suddetto periodico, venendo sostituite, nel natale successivo, da una recensione più canonica,ahimè! Tutto il mondo è paese! (Continua)
Mala tempora currunt.
Non so quanti di voi conoscano le vicissitudini recenti del gruppo Emi, proprietario del celeberrimo marchio "La voce del padrone" tra gli altri, il gruppo discografico avente nel suo sterminato catalogo i Beatles e la Callas, solo per dare un'idea immediata a chiunque della sua enorme importanza nel panorama discografico mondiale! Nell'ultimo numero del mensile "BBC Music Magazine" viene riportata con grande evidenza la notizia del suo fallimento con conseguente passaggio al regime di amministrazione controllata. A rischio sono ovviamente decine se non centinaia di migliaia di posti di lavoro nel Regno Unito oltrechè nel resto del mondo. Tra l'altro c'è la possibilità che i negozi della catena "HMV" (His Master's Voice) ancora sopravvissuti in Inghilterra alle progressive chiusure degli anni passati, vengano rilevati da un paio di grosse catene di supermercati, che si sono già mostrate interessate alla loro acquisizione, con le ovvie conseguenze del caso. La causa di tutto ciò è ovviamente da addebitarsi alla cattiva gestione del gruppo negli anni passati, ma io penso sia correlata anche con la mancata acquisizione dell'intero comparto da parte della Universal, proprietaria attuale, tra gli altri, dei marchi Decca (al cui interno è confluito il catalogo della Philips Classics) e Deutsche Grammophon. In effetti, all'epoca, quando i giochi sembravano, soprattutto per quel che concerne la stessa Universal, sembravano già fatti, intervenne a bloccare l'intera faccenda, l'antitrust europeo, ipotizzando un abuso di posizione dominante, venendosi così a creare un'eccessiva concentrazione di marchi discografici nelle mani esclusivamente di quest'ultima. Ci fu così un bel tira e molla che andò avanti per parecchio tempo, finchè al termine, l'antitrust europeo pervenne a una decisione sciagurata e ipocrita allo stesso tempo. Ossia consentire alla Universal di acquisire il gruppo Emi, ma con la clausola di vendere l'intero catalogo classico Emi e Virgin, oltre alle 2 etichette di musica leggera Parlophone e Chrysalis, in un unico pacchetto, a terzi! Questa idiozia totale ebbe come ovvia conseguenza di congelare di nuovo la faccenda, continuando così il gruppo Emi a proseguire in un'atmosfera di assoluta incertezza, poichè anche un paio di potenziali acquirenti, come il gruppo HK/Marco Polo - Naxos e il gruppo francese Astreè/Valois, dopo un iniziale interesse, fecero cadere la faccenda nel nulla, ritengo per l'eccessivo onere finanziario insito nell'operazione. Arriviamo così ai nostri giorni, con la dichiarazione di fallimento e la messa in amministrazione controllata sotto l'egida di una società esterna, all'insegna più che mai dell'incertezza, riguardo la sorte futura del gruppo, con la possibile e definitiva sparizione dal commercio di un vastissimo e imponente catalogo discografico. Complimenti all'antitrust europeo! Visto che, se Sparta piange, Atene non ride, ossia che anche tutti gli altri gruppi discografici concorrenti, oltrechè tutte le etichette indipendenti, soffrono, chi più chi meno, in maniera sempre crescente, la crisi che da tempo attanaglia l'intero mercato della videodiscografia, come potevano pensare, quegli emeriti cervelloni europei strapagati, che ci fosse qualcuno in grado di sobbarcarsi una simile operazione? Anche perchè penso proprio che, se mai la cosa fosse avvenuta, non solo il problema di abuso di posizione dominante non si sarebbe affatto risolto, ma si sarebbe semplicemente spostato da un gruppo discografico all'altro! Che grandi geni, ma che geni tali, ci sono all'antitrust europeo!!!
martedì 19 febbraio 2013
DAB, questo sconosciuto 3 (La vendetta).
Riprendendo l'argomento del DAB a proposito della compressione dell'audio, ci sarebbe anche la possibilità di impiegare anche il cosiddetto bitrate variabile, al fine di ottimizzare la qualità del suono, nel senso che a seconda della natura del programma trasmesso, si può aumentarlo o diminuirlo, facendo in questa maniera più spazio al canale adiacente (per esempio ridurlo in caso di parlato, che tollera, per sua natura una compressione maggiore e viceversa aumentarlo nel caso si mandi in onda della musica, per il motivo opposto), ma, almeno che io sappia, non ho notizie di applicazioni pratiche di questo sistema, finora. In effetti, ascoltando le poche emittenti private ricevibili in questa banda, almeno qui in Bologna, il bitrate impiegato era talmente basso (tipo 64kbps), che l'audio monofonico che ne sortiva, era addirittura peggiore di quello di una trasmissione analogica in modulazione d'ampiezza! Il bello è che codesto DAB, sarebbe destinato, in futuro, a soppiantare definitivamente l'FM, tant'è che la BBC conta di eliminare definitivamente quest'ultima in tutta l'Inghilterra, entro la fine dell'anno 2015, ma qui in Italia, al momento, non mi sembra che le premesse affinchè ciò avvenga siano delle migliori. Tanto più che un altro punto dolente, qui da noi, è costituito dalla scarsità di apparecchi riceventi disponibili sul mercato, oltrechè dai prezzi di listino ancora troppo elevati, il che, se era relativamente giustificabile quando ho comprato il mio apparecchio, circa una dozzina di anni fa, adesso direi che la faccenda grida decisamente vendetta! E' mai possibile che per un normale ricevitore da tavolo domestico, che ovviamente comprende anche l'FM, io debba spendere come minimo un centinaio di euro e almeno il triplo per un sintonizzatore ad alta fedeltà? Questo, in aggiunta al sostanziale disinteresse della stessa Rai riguardo alla faccenda, significa boicottare il sistema in partenza! Venendo alla questione della reperibilità, non è che anche qui ci sia da stare molto allegri. Qui a Bologna, c'è la Libreria Mondadori di via D'Azeglio, dove si possono reperire alcuni modelli costosissimi della ditta australiana Pure, qualcos'altro si può trovare da Gianni Quadretti, in via degli Orefici (modelli della Tivoli Audio e mi pare anche della Sony) e anche da Bait e Borghi in via Volturno (Tivoli Audio e Teac), ma affermo ciò a beneficio d'inventario. In quest'ultimo negozio, tempo addietro, mi dissero che, se volevo, mi potevano ordinare un sintonizzatore Yamaha per 350 euro. In effetti, scorrendo l'ultimo annuario della rivista Suono, fra i sintonizzatori con DAB sono menzionati pochi apparecchi (Onkyo e Yamaha). Pazienza, per fortuna che tutti i canali di Radiorai, sono ricevibili sia sul satellite che sul web, oltre al fatto che in 5 città italiane, Radiofd5 è ricevibile anche su FM (Roma,Milano, Torino, Napoli e Ancona), semprechè questa notizia sia ancora valida, per cui, concludendo: viva la radio, nonostante tutto, e Radiorai in particolare!
Addenda a "Varie ed eventuali".
Riguardo a ciò che ho scritto in "Varie ed eventuali", mi sono accorto di essermi dimenticato di un paio di cose: innanzitutto che il disco di musiche di Ernest Bloch summenzionato credo che sia stato inciso nel 1969, all'auditorium Frederick R. Mann di Tel Aviv, sede abituale dell'orchestra filarmonica d'Israele, mentre per l'altro disco di musiche di Felix Mendelssohn-Bartholdy, ho omesso gli estremi di etichetta, ovvero: DG 00289 479 0083 GH. Tutto questo ai fini della completezza d'informazione.
lunedì 18 febbraio 2013
DAB, questo sconosciuto 2 "La vendetta".
(Segue) Trovo decisamente antipatico il fatto che mi si costringa a suddividere in 2 parti i miei scritti, una limitazione che prima non rilevavo. Stavo disquisendo in merito alla qualità sonora per il fatto che più il bitrate è basso, più il suono degrada udibilmente, per cui le uniche emittenti che si salvano come qualità sonora sono quelle precedentemente menzionate che non sono comunque il massimo a livello di fedeltà sonora, anche se quantomeno si resta comunque su buoni livelli. C'è da dire che in questo la nostra situazione, almeno in questo caso, è analoga a quanto avviene all'estero, per fare un esempio anche la britannica BBC, usa un bitrate massimo di 192kbps. Perchè viene adottato questo compromesso? Poichè nel digitale radiotelevisivo sia terrestre che satellitare, differentemente da quanto avviene nel dominio analogico in cui ad ogni singola frequenza corrisponde un unico canale o stazione, ad ogni singola frequenza possono corrispondere più canali radiotelevisivi (il cosiddetto bouquet), ne consegue che più emittenti vengono inserite in una stessa frequenza o canale, più i segnali delle medesime devono essere compressi per fargli occupare il minor spazio possibile e tutto ciò ovviamente a detrimento della qualità audiovisiva. A livelli ottimali in un singolo bouquet o gruppo di emittenti non ne dovrebbero alloggiare più di 4 e invece spesso gliene trovi anche 4 o 5 volte tanto! Potete ben immaginare come, a questo punto, la qualità vada a farsi decisamente benedire! Passando un attimo al più noto e diffuso DVB-T, quello normalmente implementato nei nostri attuali televisori, non so se vi siete accorti che in qualunque telecomando (anche in quelli dei decoder separati) esiste un tasto denominato TV/RADIO, che ovviamente serve per commutare la ricezione dei canali televisivi e quelli radiofonici, per cui se a suo tempo avete eseguito la sintonizzazione correttamente, dovreste automaticamente ritrovarvi tutte le emittenti di Radiorai, tra l'altro ascoltabili con una qualità sonora che mi sembra leggermente superiore a quella del DAB. Ritornando a quest'ultimo, ci sono ulteriori luci e ombre, qui in Italia, riguardo la reperibilità e i prezzi degli apparecchi atti alla ricezione. Intendo trattare questo argomento quanto prima. Alla prossima!
DAB, questo sconosciuto.
Oltre al digitale terrestre misto radiotelevisivo che tutti, spero, conosciamo, cioè il cosiddetto DVB-T, ne esiste un altro esclusivamente radiofonico, di cui troppo poco si parla anche nelle riviste specializzate, ovvero il DAB (Digital Audio Broadcasting) che si è evoluto nel tempo nella versione DAB+. Personalmente, poichè l'apparecchio con cui lo ricevo (una radio domestica da tavolo della Sangean) è vecchio di 12 anni, posso riferirvi soltanto a riguardo della versione primigenia del DAB, e per giunta limitatamente alla cosiddetta banda III, alla quale successivamente si è aggiunta anche la banda L, e che per l'appunto dovrebbe essere progressivamente sostituito dal più evoluto DAB+. Dico dovrebbe, poichè ovviamente qui in Italia la situazione al riguardo è ancora incerta, mi è stato detto che la stessa Rai non investendoci più, non fa nulla per divulgarne la conoscenza, tra l'altro il canale da cui lo ricevo sembrava dovesse essere soppresso definitivamente. In ogni caso, qui in Bologna, il servizio esiste, almeno nel momento in cui ve ne riferisco, e bene o male (anche se verrebbe da dire il contrario), funziona. Il canale in questione è il 12A, banda III, sulla frequenza di 223.936 Mhz, e consente la ricezione di tutte le emittenti di Radiorai, compreso Radiotre e Raifd5 (ovvero l'ex quinto canale "Auditorium" della defunta filodiffusione); quest'ultimo trasmette solo musica classica per tutta la giornata. La qualità sonora di questi canali è buona, pur essendo tutt'altro che ottimale, per motivi tecnico-commerciali che poi spiegherò e quindi all'atto pratico decisamente inferiore all'FM, che ha solo l'enorme svantaggio di una maggior criticità di ricezione, almeno in teoria. Inoltre mi è stato detto che qui a Bologna, il segnale del DAB, viene desunto da quello satellitare, per cui se si guasta il satellite, automaticamente sparisce anche il DAB! Ad ogni buon conto, per chi non lo sapesse, informo che esiste un numero verde (800111555) facente capo a Raiway, utile anche per fare segnalazioni di natura tecnica inerente i canali radiotelevisivi in generale. Detto numero verde è attivo (teoricamente!) in permanenza. Tornando alla qualità sonora, dicevo che è buona ma non ottimale, poichè, per motivi tecnici, si preferisce commprimere oltre misura l'audio digitale. Nel DAB, a livello ottimale, l'audio dovrebbe essere veicolato con un flusso di bit (bitrate) a 384kbps (kilobyte per sec.); gli esperti suggerirebbero comunque di non scendere al di sotto di 256kbps. Senonchè nel caso del DAB Rai, abbiamo 192kbps per Radiouno, Radiodue e Radiotre, 160kbps per Radiofd4 e Radiofd5 e valori ancora più bassi per le restanti emittenti. La situazione peggiora con le emittenti private (cont.)!
Spazio tiranno.
(Segue) Volevo dare dei suggerimenti a chi fosse interessato, per il reperimento del disco di cui stavo parlando nello scritto immediatamente precedente a questo, ma essendomi accorto che lo spazio disponibile era esaurito, ho dovuto troncare velocemente. Ad ogni buon conto, per i potenziali interessati risiedenti a Bologna come il sottoscritto, vi informo che, a suo tempo, ho richiesto questo disco al negozio "Discorama" in via De Monari, vicinissimo al Teatro Manzoni, e che, per la cronaca, il prezzo era di 23,90 euro. Il disco era ufficialmente distribuito dalla Universal italiana, ma ovviamente non so se sia ancora disponibile. Buona fortuna!
Varie ed eventuali.
Come ho già scritto in precedenza, in questi giorni sto esaminando e ascoltando i primi 2 numeri di un'importante collana di dischi in vinile di musica classica, in uscita in edicola dagli inizi del mese corrente, ma proprio per questo approfitto dell'occasione per fare un paio di segnalazioni in merito. Mi piacerebbe tanto che uscisse una ristampa, anche su CD, di un titolo da tempo immemorabile fuori catalogo, secondo me ingiustamente negletto. Il disco in questione faceva parte proprio del catalogo Decca e comprendeva musiche del compositore svizzero del '900 Ernest Bloch, ovvero i 2 brani più celebri (relativamente, ahimè!) della sua produzione: Shelomo, rapsodia ebraica op.16, per violoncello e orchestra e The voice of wilderness (La voce del deserto), anch'esso per violoncello e orchestra. Il solista al violoncello è l'ungherese Janos Starker, strepitosamente accompagnato dall'orchestra filarmonica d'Israele diretta da un eccelso Zubin Mehta. La musica è tutt'altro che ostica, caratterizzata da un lussureggiante stile di marca tardo impressionistica, trattasi veramente di capolavori assoluti che a tutt'oggi contano pochissime incisioni discografiche, ed è interpretata come meglio non si potrebbe dai summenzionati interpreti. Il disco uscì nel 1970 (n. di cat. or. SXL 6440), essendo oltretutto inciso con una qualità sonora degna, per presenza, ambienza, dinamica, immagine sonora, timbrica, equilibrio esemplare fra solista e orchestra, degnissima del marchio Decca. Insomma un grandissimo disco sotto tutti gli aspetti! Personalmente io ne posseggo l'ultima ristampa su vinile olandese, uscita nella collana a medio prezzo London Enterprise nel 1985 (n. di cat. 414 166-1 LE per il vinile, 414 166-4 LE per la musicassetta), dopodichè non me ne risultano altre ristampe su qualsivoglia supporto, anche se vorrei tanto sbagliarmi! Spero che non sia dovuto al fatto che trattasi di un compositore ebreo; in ogni caso la ritengo una gravissima lacuna! Un altro disco che vorrei segnalare per altri motivi, è un titolo della Deutsche Grammophon, uscito l'anno scorso in tiratura limitata nel solo formato in vinile. Trattasi della terza sinfonia detta "La scozzese" di Felix Mendellsohn-Bartholdy, eseguita dall'orchestra filarmonica di Vienna, diretta da Gustavo Dudamel, registrata dal vivo nella Grande Sala del Musikverein nel dicembre del 2011, credo con tecnologia interamente analogica e stampata su disco da 180 grammi. L'interpretazione è molto buona, pur non arrivando secondo me ai risultati dell'incisione di Claudio Abbado con l'orchestra sinfonica di Londra facente parte di un'integrale sinfonica realizzata sempre per la DG nei primi anni '80 e tutt'ora reperibile su cd, di cui anzi questa interpretazione della "Scozzese" rappresenta forse il vertice assoluto, inoltre, a differenza di quest'ultimo, omette la riesposizione nel primo movimento come d'altronde è la prassi, soprattutto nel caso di esecuzioni dal vivo. L'orchestra è comunque all'altezza del suo blasone e la qualità sonora dell'incisione è ottima nella sua naturalezza, ad onta di qualche lieve opacità in alcuni passaggi, per finire lo stampaggio del disco è corretto, anche se nella mia copia il vinile non è silenziosissimo, in ogni caso rose e fiori se rapportato a una normale stampa in commercio (sic!). Quello che rende ancora più particolare questo disco è il fatto che si tratta di un "Charity LP", come indicato nel retrocopertina: infatti come chiaramente dichiarato sempre nel retrocopertina, i proventi derivati dalla vendita di questo disco sono interamente destinati all'acquisto di strumenti musicali destinati al Nùcleo San Vicente in Venezuela, facente parte del famoso "El Sistema", dal quale notoriamente proviene lo stesso Gustavo Dudamel. All'interno del disco è contenuto un fascicolo d'accompagnamento, con note di commento quadrilingue, ma non in italiano purtroppo! Buon ascolto! (Continua)
venerdì 15 febbraio 2013
Pillole.
Mi compiaccio del fatto che, nonostante abbia da tempo trascurato questo sito, a giudicare dalle statistiche, ci sia ancora qualcuno che lo degni di attenzione, il che mi induce a riprenderlo quanto prima, nonostante la mia situazione sia sempre più precaria, anche se di questi tempi ciò rientra ovviamente nella norma, però se almeno vi degnaste di lasciare uno straccio di commento su quanto scrivo, altrimenti continuerò ad avere sempre l'impressione di avere a che fare con dei fantasmi! Ad ogni buon conto in questi giorni ho ascoltato il primo titolo di una importante collana uscita in edicola, per cui conto di riferirvene nei giorni prossimi, inoltre, sia pure a fasi alterne, ho continuato a lavorare e a correggere una cronologia delle sinfonie di Bruckner, con annessa bibliografia e discografia sintetica, oltre ad eventuali note di commento, che spero non vi dispiaccia, anche se ancora la debbo perfezionare. Alla prossima!
venerdì 27 aprile 2012
Sempre più abbasso la solita minestra!
Dopo parecchio tempo che ho trascurato per vicissitudini varie questo blog, mi decido a riprenderlo sia perchè confortato dal numero crescente di visualizzazioni nonostante la mia assenza, sia perchè ulteriori uscite discografiche mi inducono a ritornare sull'argomento dell'ultimo mio scritto del 30 settembre 2011. Certo non nego che mi sentirei ancor più galvanizzato qualora mi arrivassero anche commenti da parte vostra, ma vorrà dire che per il momento mi accontenterò dell'attuale risultato, esortandovi comunque a vincere le vostre remore facendovi vivi con pareri e critiche, al fine di rendere questo diario virtuale più vario e avvincente. Ma tornando all'argomento del mio ultimo editoriale, ossia la eccessiva banalità e ripetitività di molte recenti uscite discografiche, debbo purtroppo ricredermi su Francesco La Vecchia e l'orchestra sinfonica di Roma, che avevo precedentemente elogiato per la complessiva originalità delle scelte discografiche. Con questi interpreti è uscito qualche tempo fa, per l'etichetta Brilliant Classic, un doppio cd intitolato "Ottorino Respighi - orchestral works vol.1", contenente ahimè l'inflazionatissimo trittico romano (Fontane, Pini, Feste), oltre alla suite "Gli uccelli", alla suite per soli archi e alla suite per archi e organo in sol maggiore. Soltanto gli ultimi 2 brani, pur non essendo più delle novità assolute, hanno una discografia più ridotta, mentre per gli altri 4 la discografia si può addirittura considerare sovrabbondante; tra l'altro questi brani erano già presenti anche nel catalogo della stessa Brilliant Classics, sia pure con altri interpreti. Se poi si considera che l'opera sinfonica di Respighi è già presente in maniera esaustiva nei cataloghi di case discografiche come Chandos, Cpo, Marco Polo, Naxos, Mdg, Telarc, Tactus, Capriccio, soltanto per menzionare le prime che mi vengono in mente, tutto ciò evidenzia ancora di più, secondo me, la sostanziale inutilità di questa nuova uscita, che non mi fa certo trepidare nell'attesa di un eventuale 2° volume di quest'annunciato ciclo, a meno di improbabili sorprese. O la "novità" sarebbe nell'aver fatto incidere il trittico di poemi sinfonici "romani" a un direttore e a un'orchestra della capitale? Anche in questo caso la novità sarebbe parziale poichè anni fa ne uscì un'incisione per la defunta casa discografica Conifer, con l'orchestra dell'Accademia di Santa Cecilia, sia pur diretta dal milanese Daniele Gatti, per tacere delle remote incisioni con la stessa orchestra diretta da Victor De Sabata. Insomma non vedo alcun valido motivo che giustifichi l'ennesimo doppione discografico e considero questo titolo un mezzo passo falso da parte dell'orchestra sinfonica di Roma e del suo direttore Francesco La Vecchia!
venerdì 30 settembre 2011
Abbasso la solita minestra!
Nel senso che sia lode a quei musicisti che non inflazionano il mercato discografico della musica classica, con le ennesime incisioni di brani arcinoti e inflazionatissimi sia in sede discografica che concertistica, quelli che spregiativamente definisco "solitominestristi" (molto tristi, ahimè!), troppo adusi a colossali masturbazioni narcisistiche pur di soddisfare il proprio smisurato ego, propinandoci ennesime interpretazioni di musiche arcinote e perciò stesso usurate anche dal punto di vista interpretativo, di cui dubito seriamente se ne avvertisse il bisogno (l'ultimo esempio che mi viene in mente è quello del direttore d'orchestra milanese Riccardo Chailly che ci appioppa l'ennesima integrale sinfonica discografica beethoveniana, con la presunta novità del rispetto dei metronomi originari indicati dal compositore in partitura, il che quand'anche fosse vero non mi pare comunque ragione sufficiente per riproporre in disco delle musiche così inflazionate, anzi diciamo proprio che ha tutta l'aria di un banalissimo stratagemma e il discorso potrebbe tranquillamente venire esteso a diversi altri brani famosi, di cui continuano a fioccare nuove incisioni). Continuo ingenuamente a meravigliarmi anche dell'ottusità dei discografici che continuano ad avallare simili progetti oltretutto in tempi di crisi! Mi chiedo in effetti quanto possano avere successo in termini di vendita questi dischi, ma probabilmente c'è qualcosa che mi sfugge in tutto ciò, se non altro per il fatto che anche la stragrande maggioranza dei semplici appassionati sono dei "solitominestristi", ovvero adusi a sentire fino alla nausea solo e soltanto i grandi capolavori e nient'altro, per cui devo essere io che forse sono anomalo in tal senso. Tanto cascasse il mondo, potete stare certi che, mediamente ogni 2 lustri, le orchestre filarmoniche di Vienna e di Berlino, ci ammaniranno ciascuna la propria integrale discografica beethoveniana col direttore stabile di turno, per saecula saeculorum, accidenti a loro! Infatti già prima di Chailly, un altro milanese ci aveva appioppato ben 4 integrali sinfoniche beethoveniane, di cui una in video e la prima delle quali proprio con la filarmonica di Vienna, mentre le altre 3 successive sono tutte, guarda un pò, con la filarmonica di Berlino; sto parlando, per chi non l'avesse intuito di Claudio Abbado, che tra gli altri si è parecchio inflazionato reincidendo più volte diverse sinfonie mahleriane, tanto per cambiare! Insomma, personalmente non ne posso più di simili esempi, per cui all'opposto spendo lodi sperticate per quei musicisti che hanno il coraggio di percorrere strade concertisticamente e discograficamente meno battute. In questi giorni sto pensando in modo particolare all'orchestra sinfonica di Roma e al suo direttore stabile Francesco La Vecchia, che per la casa discografica Naxos, stanno incidendo diversi titoli dedicati alla musica orchestrale italiana tra '800 e '900, comprendente autori come Giuseppe Martucci, Alfredo Casella, Gian Francesco Malipiero, Ferruccio Busoni e Franco Ferrara, a cui se ne dovrebbero aggiungere altri in futuro, le cui musiche sono in gran parte ingiustamente poco o nulla conosciute dal pubblico e senz'altro meritevoli di una maggiore diffusione, musiche che, almeno in parte, vengono eseguite in pubblico, nell'ambito del cartellone concertistico di questa orchestra (andatevi a guardare il sito della Naxos per saperne di più!), poichè Francesco La Vecchia, come ha dichiarato in un'intervista, si è posto come precipua missione, quella di riportare alla luce e di divulgare questo repertorio misconosciuto e negletto, memore forse di quello che secondo me dovrebbe essere un dovere etico di ciascun musicista e di cui troppo spesso i grandi nomi si dimenticano, troppo occupati ad autoincensarsi. Come confermato dalle recensioni delle riviste specializzate, il livello artistico di queste emissioni è più che onorevole, io stesso sto acquistando tutti i titoli man mano che escono e lo posso personalmente confermare. Tra l'altro mi risulta che Francesco La Vecchia sia stato nominato anche direttore artistico dalla Naxos, per curare tutte le emissioni dedicate alla musica strumentale nostrana dal 19° secolo fino ai nostri giorni, in cui sono coinvolti altri interpreti. Pur constatando che non tutti i brani contenuti in questi dischi non sono delle novità assolute in ambito discografico (soprattutto quelli di Busoni, Martucci e in gran parte quelli di Casella, mentre novità assolute sono quelli di Malipiero e Ferrara), non posso che plaudire calorosamente a una simile iniziativa editoriale che ha il coraggio di porsi controcorrente e a cui spero vivamente che arrida il successo che merita. Certo che, se per esempio, nel caso di Casella, ci si decidesse ad incidere la sua opera in un prologo e 3 atti, "La donna serpente", o per lo meno le 2 serie di frammenti sinfonici che ne ha successivamente tratto, sarebbe la riscoperta di un autentico capolavoro, solo per menzionarne una. Ma la speranza è l'ultima a morire, per cui se continueranno a esserci musicisti come costoro, sempre più propensi a riscoprire questo repertorio, non dubito che questo ed altri capolavori dimenticati siano presto riportati alla luce. Anzi se penso che 30 anni fa era un'impresa reperire dischi inerenti le musiche di questi autori, non si può negare che rispetto ad allora si sia fatto un gran bel progresso! Per cui auguri e congratulazioni a Francesco La Vecchia e all'orchestra sinfonica di Roma e ad maiora!!!
mercoledì 28 settembre 2011
Ritorni di fiamma.
Circa 3 settimane fa mi sono sentito improvvisamente ringiovanire: dopo una trentina di anni almeno, ho rivisto il vinile in edicola! Quasi non credevo ai miei occhi! Anche se, a pensarci bene, i presupposti non mancavano, visto il risveglio di interesse nei confronti di questo supporto e di tutto quanto gli faccia da contorno, in barba a coloro che, imprudentemente, ne decretarono la morte prematura. Mi riferisco, per chi non lo sapesse, a quella collana di ristampe speciali di titoli importanti di musica jazz della De Agostini, attualmente giunta al secondo numero e composta da un totale di 40 uscite; non mi meraviglierei se la faccenda venisse estesa in futuro ad altri generi musicali. Essendo, come prassi usuale in questi casi, il primo numero in vendita ad un prezzo molto invogliante, pur non essendo il jazz il mio genere musicale di elezione, ho acquistato la mia copia di "A kind of blues" di Miles Davis. Il giudizio complessivo su questo primo numero è senz'altro positivo nel suo insieme, la qualità di stampa del disco così come la qualità della registrazione sono senz'altro più che buone, il fascicoletto allegato mi sembra sufficientemente ben fatto, però da pignolo qual sono non posso non rilevare qualche aspetto migliorabile. Riguardo alle caratteristiche dello stampaggio del disco ci si limita a dichiarare genericamente l'utilizzo di vinile vergine da 180 grammi, senza però specificare in quale stabilimento di produzione vengano fabbricati questi supporti, sull'etichetta del disco ho rilevato soltanto una generica indicazione "Made in EU" che starebbe a significare una produzione europea, per contro sull'involucro esterno della pubblicazione, ho rilevato la dicitura "Made in China", per cui va a capire come stanno le cose! Ancora più grave, nulla in pratica viene detto riguardo ai criteri seguiti per le rimasterizzazioni, alle apparecchiature impiegate, ai tecnici responsabili, ai luoghi dove sono avvenute, limitandosi a dichiarare troppo genericamente che, ove possibile, si è fatto ricorso ai nastri originali! E cosa si vorrebbe intendere con l'espressione "ove possibile"? Sappiate che diverse delle ristampe in vinile reperibili negli esercizi commerciali, sono in realtà tratte dagli stessi master digitali usati per realizzare i compact disc! Sperando che questo non sia il caso, certe reticenze suonano quanto meno sospette! Nel fascicolo di accompagnamento pur venendo date diverse notizie riguardo le sessioni di registrazione, come data, luogo, produttore, tecnico del suono, nulla viene detto riguardo le apparecchiature e i microfoni impiegati. Insomma, a costo di risultare pedante, ribadisco il concetto che quando si decide di immettere in un settore già saturo, una pubblicazione di questo genere, o la si cura veramente come si deve, altrimenti se ne svilisce in partenza il valore editoriale e culturale. Effettivamente uno dei lati negativi di questo ritorno di fiamma nei confronti del cosiddetto vinile, è averlo reso un oggetto di moda, di culto, aprendo la strada a pressapochismi, ciarlatanerie, cialtronaggini e speculazioni varie, che hanno come effetto collaterale quello di mitizzare eccessivamente questo supporto, glissando troppo facilmente sui suoi limiti e difetti intrinseci, pur non volendone negare le indubbie qualità, poichè essendoci praticamente cresciuto con questo supporto, c'è anche da considerare un certo valore affettivo e nostalgico (non per niente attualmente posseggo 5 giradischi e diverse testine e accessori per la cura e la manutenzione di supporti e apparecchi), ma questo non mi impedisce di essere estremamente critico nei suoi confronti, così come lo sono nei confronti dei supporti digitali, beninteso. Tra i lati positivi di questo riaccendersi d'interesse, vi è l'aumentata disponibilità di giradischi, testine e accessori, tra l'altro pensati persino per le lacche a 78 giri, che rendono le cose più facili (quattrini permettendo!) a chi come il sottoscritto, intende continuare a godere della propria, cospicua collezione, oltre che di periodiche acquisizioni anche nell'ambito dell'usato. Certo che, se penso ai tempi della mia giovinezza, quando i dischi reperibili in edicola avevano generalmente una qualità che variava dal mediocre al pessimo disastroso, pur costando poco (qualcuno si ricorda ancora di quei dischi del diametro di 25 centimetri?), la differenza qualitativa con l'attuale collana immessa dalla De Agostini è enorme, ma anche il prezzo di vendita cresce in proporzione, ovviamente. Tirando le somme, molte luci con qualche ombra. Comunque il discorso sulla diatriba fra digitale e analogico sicuramente non si conclude qui e anzi invito gli eventuali lettori a inviarmi le loro riflessioni e opinioni al proposito. Alla prossima occasione!
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