sabato 20 aprile 2013

L'Olandese sfracellato e altre facezie.

Ieri sera ho ascoltato la diretta radiofonica dell' 'Olandese Volante' dal San Carlo di Napoli, nell'allestimento importato direttamente dal Comunale di Bologna e quindi con la stessa regia e con lo stesso direttore d'orchestra, Stefan Anton Reck. Di diverso rispetto a Bologna, a parte ovviamente i complessi corali e orchestrali, c'erano solo i cantanti impiegati per la rappresentazione, ma purtroppo, come temevo, questo non ha mutato in meglio le cose, almeno dal punto di vista musicale, anzi tutt'altro! Se sostanzialmente identico è il discorso che si può fare per la direzione orchestrale, forse un pò meno erratica che al Comunale, ma sostanzialmente confinata sempre nell'ambito di una solida ed impersonale routine, per contro l'orchestra, anche se tutt'altro che impeccabile, mi è parsa leggermente migliore, mentre il coro, soprattutto nel settore femminile, l'ho trovato un poco confusionario. Ma il peggio, anche stavolta, viene proprio dai cantanti, a cominciare dal protagonista, impersonato dal cantante finlandese Juha Kuusisto, un autentico strazio dell'anima, una catastrofe totale che si è rivelata fin dal monologo iniziale, veramente pietoso. A fronte di questa autentica calamità poco potevano un Daland, un Erik, non più che discreti, una passabile Senta, una Mary alquanto greve e affaticata di Elena Zilio ed un timoniere mediocre, anche se un pò meno disastroso di quello ascoltato da Bologna. E se in un'opera come questa, viene a mancare il protagonista, come in questo caso, facendo apparire stratosferico, al confronto, il non più che decoroso omologo bolognese, non c'è che da concludere: povero Wagner! Ma da quale clinica per malattie mentali l'hanno tirato fuori, un simile scherzo di natura? Poi non si incolpi la crisi e i tagli alla cultura, se le cose non vanno! Anche se non sono un esperto di vocalità, nè tantomeno un vociomane, quello che ho ascoltato ieri sera, per me gridava decisamente vendetta! Per contro direi che note più liete le ho riscontrate, almeno sul piano musicale, con la diretta scaligera dell'Oberto verdiano, in cui l'orchestra e il coro, veramente frizzavano, mi si passi il gioco di parole e i cantanti, pur non essendo tutti irreprensibili, mi sembravano più convinti e impegnati. A differenza dei sedicenti verdiani oltranzisti, che mi sembrano l'equivalente dei famigerati bidelli del Walhalla, concordo con l'autorevole opinione di Chailly, che afferma che in Verdi non ci sia alcunchè che non sia quantomeno degno di interesse. E in effetti, sotto la direzione di Riccardo Frizza, pur tra evidenti debiti donizettiani ed acerbità giovanili varie, mi sembra che, anche in questo lavoro, la zampata della forte personalità emerga in più punti, a cominciare dall'ouverture. Inoltre c'era un ulteriore motivo d'interesse, costituito dal ripescaggio di un duetto inedito delle 2 protagoniste femminili all'interno del 2^ atto, da Verdi stesso espunto prima che l'opera fosse rappresentata, su consiglio dell'impresario Sperelli, al fine di non affaticare troppo le cantanti, poichè a questo faceva seguito un quartetto con i 2 protagonisti maschili. Dai commenti del conduttore radiofonico e dei suoi ospiti, si evinceva che la regia teatrale di Mario Martone fosse modernamente astrusa come d'abitudine, del resto se penso al suo brutto allestimento scaligero di Pagliacci e Cavalleria con la direzione di Harding, non me ne meraviglio affatto, ma tant'è! Per fortuna che la parte musicale era degna di nota!

Ci risiamo!

Una delle eterne diatribe in ambito musicale, ma anche specificatamente audiofilo, riguarda la superiorità (presunta) dell'ascolto dal vivo, rispetto a quello mediato dai mezzi di riproduzione. Come credo di aver già fatto capire in precedenza, io propendo più per quest'ultimo, stante la mia modesta esperienza in merito. Mi ero comunque ripromesso di tornare sull'argomento alla prima occasione, cosa che mi accingo a fare ora, poichè ieri, navigando sul sito di AS-Extra, ho letto quella lunga intervista di Pierre Bolduc, in cui anche lui ribadisce l'intrinseca superiorità dell'ascolto dal vivo. Oramai non mi arrabbio più per simili dichiarazioni, venendomi al contrario da sorridere, pensando a quanto coloro che fanno simili asserzioni, vivano in un altro mondo, rispetto a noi comuni mortali. Come dimostrato anche dalle asserzioni fatte dallo stesso Bolduc in questa come in altre occasioni, salta sempre fuori che i fautori di simili tesi, non si rendono conto di essere enormemente privilegiati rispetto alla massa, avendo frequentato le sale da concerto e i teatri lirici più rinomati nel mondo, avendo assistito alle esibizioni dei più grandi artisti, dei migliori complessi strumentali e corali ed avendo avuto l'opportunità, grazie a provvidenziali relazioni, di sedere in mezzo agli orchestrali, di assistere alle prove, di avvicinare in prima persona i sommi artisti oltrechè gli addetti ai lavori, anche grazie alle loro notevoli possibilità economiche: difatti, quasi sempre, queste persone, dispongono anche di diversi impianti di riproduzione da mille e una notte, in barba agli audiofili-Cipputi a cui fa riferimento Stefano Rama nel suo libro! E' chiaro che, se uno ha avuto la possibilità di andarsi ad ascoltare alla Philarmonie, i filarmonici di Berlino diretti da Karajan, solo per fare un esempio, può trovare l'esperienza dal vivo superiore, grazie al porco! Ma la realtà di noi comuni mortali, stretti fra problemi economici che certo non ci consentono di girovagare per il mondo e spesso condizionati dal luogo di residenza, è che il più delle volte, ci dobbiamo accontentare letteralmente di quel che passa il convento, sia per quello che concerne l'acustica dei luoghi, che per quello che riguarda il livello interpretativo. Soltanto in condizioni veramente ottimali, l'ascolto dal vivo può superare quello riprodotto, ma queste condizioni sono più teoriche che reali, assai rare a verificarsi all'atto pratico. Quando risiedevo a Cesena, ho frequentato per diversi anni il Teatro Bonci, ben prima che venisse restaurato riducendone la capienza complessiva, che era effettivamente caratterizzato da un'ottima acustica, peccato però che il livello artistico dei cartelloni proposti, fosse estremamente discontinuo, ovvero non sempre esaltante. Per tacere dell'acustica non certo esaltante di alcune chiese e dei disastri che succedevano a volte durante i concerti all'aperto nel cortile della Rocca Malatestiana; ne ricordo uno in particolare, ventoso, in cui volava di tutto, spartiti compresi. Qui a Bologna, non ho trovato malvagia l'acustica del Comunale, così come quella del Manzoni, anche se un pò troppo secca e debole sui registri gravi, ma per contro ho trovato frustrante l'acustica dispersiva e riverberante di luoghi come la Basilica dei Servi, mentre per contro una ripresa in differita di una Missa Solemnis di Beethoven, effettuata nello stesso luogo dai tecnici di Radiotre, aveva compiuto il miracolo di farmi ascoltare questa musica con una qualità sonora talmente notevole, che di sicuro me la sarei sognata, qualora mi fossi trovato in loco! Sono stato in diversi altri luoghi come Santa Cristina, SS. Annunziata, Aula absidale di Santa Lucia, San Martino, Cappella Farnese, Cortile dell'Archiginnasio, sala Bossi, Oratorio di Santa Cecilia, San Petronio e compagnia bella, arrivando alla conclusione inesorabile che spesso le condizioni di ascolto erano in prevalenza troppo deficitarie e quelle interpretative troppo discontinue, per pervenire a una fruizione ottimale della musica proposta, sorvolando poi sulle scelte repertoriali. Secondo un articolista di Fedeltà del Suono, la capacità di distinguere un suono naturale da uno riprodotto, è istintiva nel genere umano, anche prescindendo da eventuali esperienze d'ascolto. Non so se le cose stiano proprio così, però quel che è certo è il fatto che, nell'esperienza dal vivo, esiste un elemento tutt'altro che trascurabile, in grado di rovinare in partenza una situazione di per sè ottimale, ossia il pubblico stesso, rumoroso, caciarone e indisciplinato, nella stragrande maggioranza dei casi, una delle ragioni che mi hanno indotto a stare alla larga dalle sale da concerto. Nel mio piccolo, avendo anche frequentato il teatro di prosa, ho visto e sentito veramente di tutto e di più. Mi hanno anche raccontato di un concerto ravennate con l'orchestra di Chicago diretta da Muti, in cui il pubblico ne ha fatte veramente di tutti i colori, guadagnandosi delle occhiatacce furibonde da parte del maestro, cadute purtroppo nel vuoto, come è nella norma ovviamente. Inoltre, mi sono accorto che, alcune piccole distorsioni del suono che attribuivo ingiustamente al mio impianto di riproduzione, le riscontravo pari pari nell'ascolto dal vivo. Se a ciò aggiungo un paio di esperienze deprimenti all'Arena di Verona, il quadro direi che sia completo, almeno per il momento.

venerdì 19 aprile 2013

Il trucco c'è ma non si vede, però si sente (anche se magari non lo sappiamo!).

Non crediate che il cd sia l'unico supporto audio ad abbisognare di trucchetti e aggiustamenti vari per rendere al meglio, anche il vinile ne ha bisogno, poichè se fosse allo stato brado, sarebbe ben scadente come fonte sonora. Due i principali punti deboli: scarsa separazione stereo e risposta in frequenza. Fateci caso ai valori dichiarati nei dati tecnici delle testine fonografiche, relativi alla separazione fra i canali, al massimo raggiungono i 35 decibel quando va bene e limitatamente alla frequenza di 1khz, in questo inferiori persino ai registratori a cassette; col digitale, si superano facilmente i 100 db, tanto per dare un'idea. Questa deficienza di base da parte delle testine fonografiche porterebbe di fatto a un palcoscenico sonoro scadente, se non fosse corretta, in fase di masterizzazione, aumentando elettronicamente la separazione dei canali, in maniera da compensarla, non facendola così avvertire all'ascolto. Più complesso il trucco ideato per ovviare all'intrinseca ristrettezza della risposta in frequenza, ovvero la cosiddetta curva di equalizzazione. Nessun volume ha preso seriamente in esame, fino ad ora, questo argomento che pure è d'importanza affatto trascurabile. Credo che questo espediente sia stato adottato, per la prima volta, con l'avvento della tecnica d'incisione elettrica, intorno alla metà degli anni '20, poichè all'epoca dell'incisione acustica, la tipica risposta in frequenza di un disco era compresa, salvo eccezioni, fra i 200 hz e i 2khz, mentre con l'introduzione del sistema elettrico si raggiunsero di botto i 4-5khz, arrivando già all'inizio degli anni '30 a una gamma compresa fra gli 80hz e gli 8-9khz. Il problema è costituito dal fatto che le ondulazioni del solco a bassa frequenza sarebbero troppo ampie, occupando non solo troppo spazio sulla facciata del disco, ma anche rendendo impossibile il tracciamento del solco da parte di qualsivoglia testina, mentre all'opposto per l'estremo acuto le modulazioni si riducevano in misura tale da mettere in difficoltà il tornio incisore e da non essere avvertite dalla testina fonografica. Occorreva dunque inventarsi un espediente che agisse in maniera speculare, ossia contraria, in maniera da ottenere una risposta in frequenza pressochè piatta, in fase d'incisione. Questo espediente si chiama per l'appunto curva di equalizzazione e pur essendo esistita in innumerevoli varianti, identico ne resta il principio in fase di funzionamento. Al momento dell'incisione, per facilitare il lavoro del tornio, così come il tracciamento, ossia la riproduzione, da parte della testina fonografica, del prodotto finito, le basse frequenze vengono progressivamente attenuate, man mano che si scende, in maniera da contenere l'ampiezza della modulazione del solco, mentre al contrario si esaltano via via quelle progressivamente più acute, in maniera da aumentare l'ampiezza della modulazione del solco. In fase di riproduzione avviene l'esatto contrario e qui entra in ballo il cosiddetto preamplificatore fono, integrato in un amplificatore o separato che sia, che oltre ad elevare di livello il debole segnale della testina, svolge attraverso una curva interna di equalizzazione speculare ovvero contraria, questo compito, cioè esaltare i bassi e attenuare gli acuti, al fine di ottenere un segnale in uscita con una risposta in frequenza teoricamente piatta. Dico teoricamente, poichè la piattezza dipende anche dalla bontà progettuale e costruttiva del dispositivo medesimo. Nel corso degli anni si sono avute svariate curve di equalizzazione (NAB, CCIR, RIAA, WESTREX, DECCA/LONDON, ECC.), tanto che un preamplificatore della Marantz della metà degli anni '50, pare ne contasse la bellezza di 36! Soltanto nel 1956, si arrivò a una standardizzazione mondiale, adottandosi unicamente la R.I.A.A. (Recording Industry Association of America), che è quella attualmente in uso anche nei preamplificatori fono. Se si cerca un preamplificatore fono che disponga anche di almeno una parte delle precedenti equalizzazioni, o lo si pesca nell'usato, oppure si cerca di reperirne faticosamente uno di produzione attuale, dal prezzo generalmente stratosferico, visto che generalmente simili apparecchi sono prodotti da piccole case artigianali o semi-industriali, in pochi esemplari di scarsissima reperibilità. In alternativa, ci si può servire di un normale equalizzatore, cercando di compensare le differenze approssimativamente ad orecchio. Quel che è certo è che nessun esperto ha sviscerato a fondo l'argomento, non stilando tabelle che indichino chiaramente quali curve di equalizzazione venissero adottate dalle singole case discografiche, nè tantomeno discettando e comparando le differenti caratteristiche soniche di queste curve. Tantomeno qualcuno ha pensato di realizzare un programma per computer che ne simuli, quanto meno, il maggior numero possibile. In effetti, mi sono sempre chiesto come si comportino i tecnici esperti nei restauri sonori e riversamenti in formato digitale, di vecchie lacche a 78 giri e di vetusti vinili a 33 giri, visto che, presumibilmente, dovrebbero essere ben consapevoli della problematica. Mi auguro che prima o poi tale lacuna venga colmata. Tornando per un attimo alla questione della separazione stereofonica, faccio notare che il massimo valore nel dominio analogico viene raggiunto alla frequenza di 1khz, diminuendo progressivamente man mano che ci si avvicina agli estremi della gamma udibile, rimanendo al contrario più elevato e costante nell'arco dell'intero spettro delle frequenze, nel dominio digitale.

Bibliografia spicciola per musicofobi sciamannati (segue).

Il terzo volume di cui vi vorrei dar conto, è di formato ancora più grande rispetto al precedente, infatti è racchiuso in un robusto involucro esterno. Trattasi di "Deutsche Grammophon: State of the Art - Celebrating over a century of musical excellence" di Rémy Louis, Thierry Soveaux e Olivier Boruchowitch (iconografia di Yannick Coupanec), edito dalla Rizzoli International Publications a New York nel 2010 e stampato in Cina anch'esso (l'edizione originale francese è stata pubblicata nel 2009, dalla casa editrice Verlhac Editions di Parigi), prezzo indicativo di 75 euro, a suo tempo reperito alla libreria Feltrinelli Internazionale in via Zamboni a Bologna. Qui, oltre a lustrarsi gli occhi, c'è anche da sturarsi le orecchie, poichè sono acclusi, all'interno della copertina, anche un paio di cd, comprendenti una silloge di estratti di incisioni vecchie e nuove dell'etichetta gialla). Ovviamente, anche in questo caso, trattasi esclusivamente di titoli di musica classica. Il volume, riccamente illustrato, com'è facilmente immaginabile, quindi anche in questo caso con diverse foto e illustrazioni di copertine, etichette discografiche, dépliant pubblicitari, foto di repertorio inerenti gli artisti e i responsabili dell'etichetta gialla, gli stabilimenti di produzione, i loghi e quant'altro sia desiderabile, oltre a costituire, fino ad ora, la trattazione più ampia della storia dell'etichetta, comprende parecchie interviste e aneddoti, costituendo, nonostante qualche piccola svista e incongruenza, un'autentica miniera di informazioni. Ultimo ma non meno importante tomo di questa breve lista provvisoria, il volume "360 Sound - The Columbia Records Story" di Sean Willentz, edito da Chronicle Books, San Francisco, sotto l'egida della Sony Music Entertainment, nel 2012, trovato sempre alla Feltrinelli Internazionale di Bologna, al prezzo di 36 euro. Questo corposo volume, di grande formato, stampato sempre in Cina, traccia la storia della casa discografica che, per prima, introdusse nel lontano 1948, il microsolco, con dovizia di particolari. Il solo appunto che gli muovo è una trattazione un pò troppo marginale del settore relativo alla musica classica, con uno spazio eccessivo, concesso ai divi dell'attuale scena musicale pop, per il resto anche qui, dovizia di foto e illustrazioni anche di copertine, etichette e dépliant pubblicitari: trovo anzi che la copertina del libro in questione, sia talmente bella, con tutte quelle etichette discografiche in evidenza, da farti venire un orgasmo, se mi si passa il termine!

Bibliografia spicciola per vinilofobi/discofobi impallinati, sfegatati e incalliti (nient'altro?).

I libri di cui darò succintamente conto al lettore, sono unicamente quelli in mio possesso, ovvero quei titoli da cui traggo la maggior parte delle informazioni. Anche in questo caso, non ho alcuna pretesa di esaustività e completezza, voglio soltanto fornire un piccolo aiuto all'appassionato desideroso di immergersi in questo mare magnum, che per il sottoscritto è peggio di una droga, ma forse questo si era già capito, ohibò! Il primo titolo di cui intendo dare conto è per l'appunto il pluricitato "I dischi dell'età dell'oro" di Stefano Rama, con prefazione di Bebo Moroni, unico testo del genere in lingua italiana, attualmente da tempo fuori circolazione, purtroppo (Edizioni Voltaire - 1^ edizione autunno 1994 - finito di stampare nel 1995), in realtà mai più ripreso in seguito, per quel che mi consta. Questo libro, tuttora in gran parte validissimo, nonostante le peraltro inevitabili sviste e piccole lacune, è come ho già detto, quello che mi fece letteralmente da apripista, facendomi scoprire diverse cosette che in parte avevo già sotto il naso, ma delle quali, da perfetto idiota, non mi rendevo affatto conto. A suo tempo lo reperii proprio presso il negozio 'Alta fedeltà Ges. Co. Ser.' di Cesena, in effetti non era certo un titolo di facile reperibilità. I dischi considerati, prevalentemente di musica classica, sono compresi essenzialmente in un arco temporale che va dal 1958 al 1965, con particolare riguardo ai Mercury Living Presence ed Rca Living Stereo americani, degli Emi inglesi e degli Angel americani, dei Decca/London inglesi/americani, oltrechè con accenni sintetici anche agli Everest, Nonesuch, Vanguard, Urania, Miller & Kreisel e Lyrita. In questa pubblicazione vengono anche illustrati i criteri di classificazione internazionale, le regole per la pulizia, il restauro, la conservazione dei delicati supporti, con annesse classifiche tratte dalla rivista "The Absolute Sound" e una discreta bibliografia ed elenco di venditori del settore, anche se queste ultime, per forza di cose, non sono più tanto valide, stante l'estrema mutevolezza della situazione. Comunque sia, un gran bel volume, fonte tuttora di frequenti consultazioni da parte del sottoscritto. Il secondo libro del genere in cui mi sono imbattuto casualmente è di Horst Scherg: "Classique - Cover art for classical music", in lingua inglese come tutti gli altri che citerò in seguito (edizioni Die Gestalten Verlag GmbH&Co. KG, Berlino 2008; una seconda ristampa, per conto della stessa casa editrice, venne effettuata in Cina nel 2009 e infatti il prezzo varia dai 43 ai 52 euro, per quel che ho potuto constatare). Signori, a cominciare dalla copertina, essendo il volume di grande formato, c'è veramente di che lustrarsi gli occhi. Come dichiarato sul frontespizio, sono illustrate la bellezza di 777 copertine, tutte inerenti i dischi microsolco, salvo un paio relative a dei 78 giri, esclusivamente riguardanti la musica classica, con l'aggiunta di 154 etichette e 4 buste interne! Viene mostrata l'evoluzione grafica delle copertine dei dischi di classica, grosso modo a partire dal secondo dopoguerra fino alla metà degli anni '80, con suddivisioni in varie categorie stilistiche, cenni storici delle principali etichette, provenienti da gran parte del mondo, Italia esclusa, chissà com'è, ed annessa bibliografia. Bel tomo anche questo, nonostante anche qui non manchino piccole sviste ed imprecisioni. Vivendo a Bologna, io l'ho ordinato a suo tempo alla libreria "Igor" in via San Petronio Vecchio (continua)...

giovedì 18 aprile 2013

Qualche altra considerazione sul collezionismo vinilico.

Proprio oggi ho acquistato in edicola il sesto numero di "Classica in vinile" della De Agostini, rilevando subito il fatto che la copertina del disco sembra clonata direttamente da una copertina originale d'epoca, con i tipici segni di usura sui bordi, viste certe piccole imperfezioni grafiche, che ho già rilevato un refuso nel fascicolo allegato e che le etichette del disco sono un pò troppo grossolane, cosa che sembrerebbe tradire una certa frettolosità e trascuratezza di realizzazione. Inoltre, anche questa volta, i dati inerenti la registrazione, sono nuovamente troppo scarni, come da inveterata "tradizione", ahimè! Ovviamente ne riferirò in dettaglio prossimamente, però non posso esimermi dal rinnovare il mio invito ai responsabili editoriali, di non incorrere mai più in simili grossolanità, facilmente evitabili con un minimo di attenzione. Avendo appena navigato nel sito di "AS-Extra", nonostante gli errori di visualizzazione di Windows, ho notato con piacere che, nell'elenco delle prime 25 uscite, ci sono ancora i titoli Decca, anche se con un diverso ordine, per cui speriamo bene che le sorprese siano terminate! A proposito sempre della collana De Agostini, mi chiedo come mai, i 3 portadischi compresi nell'offerta riservata a coloro che ordinano la collana per posta, abbiano ciascuno una capacità dichiarata di 16 dischi, quando i titoli della collana sono 50. Visto che, se la matematica non è un'opinione 16x3=48, gli altri 2 dischi dove li si dovrebbe collocare? Oddio, non in quel posto, non siate volgari, per favore, eh! Tornando ai dischi in vinile che si trovano nell'ambito dell'usato, vi ho già parlato dei famigerati Joker/Saar, dimenticandovi di dire che, oltre ad aumentare di prezzo, nel corso degli anni, arrivando se non sbaglio a costare anche 2500 lire nei negozi, la qualità del loro stampaggio, se possibile divenne ancora più scadente, a riprova che al peggio non c'è mai fine, per cui quelli con l'etichetta gialla sono ancora più schifosi di quelli con l'etichetta scura. Inizialmente, nonostante l'aria pretenziosa, la veste editoriale di questi dischi era ovviamente in linea con l'effettiva qualità intrinseca del prodotto, essendo totalmente priva di qualsiasi cosa che assomigliasse anche lontanamente a delle note di copertina, impossibile avere poi la più pallida idea di quale fosse l'epoca effettiva delle incisioni proposte; sul retrocopertina era presente soltanto un elenco degli altri titoli disponibili nella collana, dapprincipio anche illustrato. In seguito, le cose cambiarono di poco,con la saltuaria comparsa di note di copertina che il più delle volte erano in lingua straniera anzichè in italiano. Per quanto concerne i vecchi Rca italiani, sbiadita copia in genere degli originali americani, rispetto a questi ultimi erano peggiori anche a livello di grafica, sia per ciò che concerne le copertine, che le etichette sul disco, decisamente più spartane rispetto a quelle coeve statunitensi, spesso piuttosto belle esteticamente. Sono dischi da prendere in considerazione soltanto se si è più interessati al lato interpretativo, stante la bontà intrinseca del catalogo, che a quello della qualità sonora, da comprare solo se il loro prezzo non supera i 5 euro, almeno secondo la mia modesta opinione, anche se c'è chi ha provato a venderli al doppio, con scarso successo, almeno per quello che ho potuto constatare. Conosco non più di 2 o 3 eccezioni alla regola, ovvero titoli nostrani con qualche particolarità che li renderebbe un pò più appetibili, anche se comunque non a livello eclatante, ma guarda caso, fino adesso, non mi ci sono mai imbattuto. Discorso simile anche per gli Emi italiani...

Classica in vinile 5ter.

(Segue) Ricordo che il disco in esame comprende musiche di Mussorgski (Quadri di un'esposizione; estratti dalla "Kovanchina"), eseguiti dall'orchestra sinfonica di Minneapolis diretta da Dorati, ed è stato inciso originariamente per la Mercury. Veniamo finalmente al lato interpretativo del titolo in questione: secondo me, il suo limite è simile a quello che avevo già rilevato in precedenza, riguardo alla "Symphonie fantastique" di Berlioz, diretta da Paray sempre per la Mercury. Ovvero che se l'essere aliena da effettismi di qualsivoglia natura, la mette al riparo da volgari sottolineature spettacolari fini a sè stesse, dall'altro lato ha, come contropartita, una certa perdita d'incisività e personalità che la rendano comunque identificabile fra tutte le altre, associata a tratti a un'eccessiva sbrigatività prossima a una frettolosa superficialità, in aggiunta a degli oggettivi limiti tecnici dell'orchestra, con legni forse un pò troppo nasaleggianti e un'intonazione incostante e degli ottoni un pò debolucci, soprattutto nel quadro n.8a, Catacombae, ed anche nella parte finale del n.10 La grande porta di Kiev. Più convincenti i 2 estratti dalla Kovanchina, anche se pure qui l'oboe, soprattutto nel preludio, ha un'intonazione precaria e l'esecuzione della danza delle schiave persiane è meno convincente di quella che, parecchi anni dopo, la stessa orchestra in forma assai migliore e con la dicitura attuale di 'Minnesota Orchestra', inciderà col direttore Eijii Oue, per l'etichetta Reference Recordings. Insomma si tratta, nel complesso di letture senz'altro attendibili e di buon livello, viziate però da un eccesso di ritegno, quindi non certamente di riferimento, all'interno di una discografia vastissima. Concordo con quanto affermato all'interno del fascicolo d'accompagnamento, riguardo all'interpretazione datane da Arturo Toscanini e della qualità sorprendentemente buona per l'epoca di questa registrazione monofonica del 1953, con l'unica avvertenza che, il direttore parmense, si concede un piccolo arbitrio, rispetto all'orchestrazione di Ravel, ovvero l'aggiunta di suo pugno di una rullata di timpani verso la fine de La grande porta di Kiev. Contrariamente ai luoghi comuni, simile arbitrio rispetto alla fedeltà della lettera della partitura, non è affatto l'unico che il maestro si concesse, qualcosa di simile lo fece anche nella parte finale dell'ultimo movimento della prima sinfonia di Brahms, per tacere di alcuni piccoli cambiamenti nei tre poemi sinfonici 'romani' di Respighi e di arbitrii ben più rilevanti che, ahimè, si permise nel Manfred di Ciaikovski, solo per fare alcuni esempi. Tornando al nostro disco, note ben più liete, vengono dalla qualità sonora dell'incisione, decisamente ottima, per l'epoca. Non per niente Stefano Rama, nel suo libro da me ripetutamente citato, gli assegna un punteggio complessivo di 90/100. In buona parte concordo con quanto affermato nel fascicolo interno, in effetti la dinamica è buona, i bassi hanno una discreta estensione, l'immagine è quella tipica della casa discografica ovvero un pò ravvicinata e non profondissima e l'acustica un pò secca, con qualche limite nell'estremo acuto. Il master è un pò rumoroso e disturbato, tra l'altro, a tratti, sono chiaramente udibili alcuni incitamenti del direttore all'orchestra, soprattutto uno verso la fine dell'ultimo quadro. La qualità complessiva della stampa è accettabile, anche se non impeccabile, almeno nella mia copia, un pò rumorosa, crepitante e frusciante a tratti. La ripresa sonora venne effettuata con l'impiego di 3 microfoni valvolari Telefunken M201. In effetti, a proposito delle catene di registrazione valvolari, in uso all'epoca, ho sempre notato in tutte le registrazioni del periodo, una certa eufonicità, ossia colorazione timbrica, che tende ad arrotondare, a smussare, a rendere ancora più dolciastra e nasaleggiante di quanto non sia in natura, la timbrica di certe famiglie di strumenti, in particolare legni ed ottoni, cosa che ovviamente non riscontro nelle riprese effettuate con catene di registrazione transistorizzate, che per certi versi sembrerebbero in grado di restituire un quadro sonoro più veritiero dell'evento originale,con buona pace degli estimatori ad oltranza dei tubi elettronici, tendenti forse a delle sonorità eccessivamente zuccherose. Il discorso resta aperto...

mercoledì 17 aprile 2013

Classica in vinile 5bis.

(Segue) La custodia del disco Mercury in esame (musiche di Mussorgski dirette da Dorati), a parte la consueta opacità, non mi sembra presenti grosse discrepanze grafiche, eccetto forse per le scritte sul dorso, che anche questa volta mi sembrano spostate troppo a destra, ovvero troppo in basso, così come nel retrocopertina la presenza delle cosiddette scritte di servizio al posto di quelle originali e l'inevitabile invasività del bollino SIAE, come già accaduto in precedenza; anche per quel che riguarda la busta interna e le etichette del disco, vale quanto già detto per le uscite precedenti. Anche stavolta, il fascicolo d'accompagnamento interno, con testi di Enzo Carlucci e Pierre Bolduc, è complessivamente accettabile, se non fosse che si persevera nella tradizione inveterata dei refusi di stampa; a pag.2, nel riquadro relativo a Goyescas di Granados, si scrive il nome della pianista Alicia De Larrocha, nella maniera errata De La Rocha; per contro mi viene da aggiungere che, nel riquadro a pag.3, relativo al Trittico Botticelliano di Respighi,  viene dato come indisponibile il cd Emi della registrazione di Marriner con l'Accademy of Saint Martin in the Fields; per fortuna non è proprio così, stante il fatto che all'interno del catalogo Brilliant Classics, esiste un triplo cofanetto comprendente proprio anche le incisioni del Trittico, de Gli uccelli e delle 3 suites di antiche arie, proprio con gli stessi interpreti, cofanetto comprendente anche l'arcinoto trittico romano, nell'interpretazione di Muti con l'orchestra di Filadelfia, se la memoria non m'inganna! Ad ogni buon conto andiamo avanti nell'analisi del suddetto fascicolo: a pag.6, si afferma che l'impiego da parte di Ravel del sassofono nel 2^ quadro della suite (Il vecchio castello), sarebbe una sua ardita innovazione; nutro parecchi dubbi al riguardo, stante il fatto che lo strumento venne inventato dal francese Adolphe Sax (da qui il nome) intorno al 1843 e venne già impiegato, tra gli altri, anche dal compositore Georges Bizet, nelle sue musiche di scena per "L'Arlesienne" di Alphonse Daudet, composte nel 1872! A parte la consueta presenza del riquadro "Note sparse" a pag.7, noto con piacere che, anche grazie alle informazioni direttamente desumibili dal retrocopertina del disco, finalmente abbiamo dei dati di registrazione più esaurienti (la registrazione è avvenuta in un solo giorno, il 21 aprile del 1959, al Northrop Memorial Auditorium, sito nel campus della University of Minnesota, a Minneapolis; produttrice discografica Wilma Cozart, supervisione musicale di Clair van Ausdall, tecnici del suono C. Robert Fine e Robert Eberenz, masterizzazione George Piros; il disco è uscito originariamente nel 1960). Riguardo agli estratti dalla "Kovanchina", ci si limita ad accennare solo fuggevolmente all'orchestrazione di Rimski-Korsakov, senza dare conto dei problemi testuali della stesura originale, largamente incompiuta, e degli interventi sia pur limitati operati da Stravinski, oltrechè dallo stesso Ravel (richiesti da Diaghilev ad ambedue i musicisti) e meno che mai si fa accenno alla versione realizzata negli anni '50 del secolo scorso da Shostakovich, versione che pur essendo quasi altrettanto discussa di quella di Rimski-Korsakov, va attualmente per la maggiore da tempo, sulla scena operistica odierna. Ma forse questo è un inevitabile compromesso, essendo questi fascicoli giustamente destinati soprattutto ai neofiti, che si potrebbe incorrere facilmente nel rischio di tediare, qualora ci si dilungasse in simili dettagli. Al prossimo scritto, rimando la trattazione degli aspetti interpretativi e sonici (continua).

Classica in vinile 5.

Sia pure con un certo ritardo ulteriore da parte mia, torno a sviscerare le uscite di questa comunque interessante collana della De Agostini. La prima cosa che noto, a livello generale, avendo anche letto gli ultimi 2 numeri usciti in edicola, della rivista "Audiophile Sound", a cui la collana in questione è legata in qualche misura, è il fatto che, dall'elenco dei titoli in uscita, sembrerebbero essere completamente spariti quelli tratti dal catalogo Decca, cosa di cui mi piacerebbe scoprirne la ragione, a meno che il sito "AS-Extra", non dia dei chiarimenti in proposito, onestamente non lo so, avendo navigato in internet di rado, negli ultimi tempi (tra parentesi devo segnalarvi che il cd allegato all'ultimo numero di "AS", pur contenendo un brano arcinoto, ovvero la 6^ sinfonia di Mahler, eseguita dall'orchestra filarmonica di San Pietroburgo diretta da Thomas Sanderling, non è affatto un cosiddetto "cd della mutua", poichè trattasi di un'interpretazione che, anche se non stravolge la discografia copiosa inerente questa composizione, è purtuttavia un'interpretazione non inutile, il che non è poco, decisamente sopra la media e con una qualità sonora eccellente, pur essendo stata incisa nel lontano 1995 -si fa per dire!-, la qual cosa ha la sua importanza; attenzione al volume, poichè la dinamica e l'estensione sono realistiche; per la cronaca, la casa discografica è la Real Sound). Mi chiedo se, dietro a tutto ciò ci siano dei problemi con la Universal, oppure con la Speaker's Corner e/o il suo distributore italiano Sound and Music di Lucca; trovo comunque odiose ed irritanti queste variazioni di programma! Ma veniamo all'ultimo titolo della collana, uscito questa volta, forse per via delle festività pasquali, con ben 6 giorni di ritardo sulla tabella di marcia, ovvero venerdì 5 aprile. Il contenuto musicale questa volta comprende musiche di Mussorgsky, ovvero i celeberrimi "Quadri di una esposizione" nell'usuale orchestrazione di Ravel, ed in appendice, il preludio (alba sulla Moscova) e la danza delle schiave persiane dall'opera Kovanchina, nell'allora usuale orchestrazione di Rimski-Korsakov, interpretati dall'orchestra sinfonica di Minneapolis, sotto la direzione di Antal Dorati. A proposito dei "Quadri", ritengo sia utile e interessante, elencarne la successione con le relative indicazioni agogiche, desunte dall'originale per pianoforte, anche perchè vorrei farvi notare una certa faccenda. Questa dunque la successione all'interno della suite: Promenade I, allegro giusto nel modo russico; senza allegrezza, ma poco sostenuto; - n.1 Gnomus, sempre vivo; poco meno mosso, pesante-vivo; vivo; poco a poco accelerando; - Promenade II, moderato commodo assai e con delicatezza; - n.2 Il vecchio castello, andantino molto cantabile e con dolore; - Promenade III, moderato non tanto, pesantemente; - n.3 Tuileries (dispute d'enfants après jeux), allegro non troppo; capriccioso; - n.4 Bydlo, sempre moderato; pesante; - Promenade IV, tranquillo; - n.5 Balletto dei pulcini nei loro gusci, vivo; leggiero (scherzino-trio-scherzino-coda); - n.6 Samuel Goldenberg und Schmuyle, andante; grave-energico; andantino; andante; grave; - Promenade V, allegro giusto nel modo russico; poco sostenuto ( e proprio qui vorrei farvi notare come Ravel si sia consentito l'unica evidente libertà rispetto all'originale stesura pianistica, cosa che non faranno gli altri numerosi arrangiatori di stesure orchestrali, che prima o dopo di lui si sono accinti a cotale impresa, salvo Leopold Stokowski, che si concederà tagli e arbitrii ben più rilevanti; Ravel, nel suo arrangiamento omette questa quinta Promenade, la ragione di ciò non la conosco, anche se la similarità di indicazioni agogiche con la prima, mi fa supporre che questo potrebbe essere il motivo che lo ha indotto a una simile scelta); - n.7 Limoges. Le marché (la grande nouvelle), allegretto vivo, sempre scherzando; meno mosso, sempre capriccioso; - n.8a Catacombae (sepulcrum romanum), largo; n.8b Cum mortuis in lingua mortua, andante non troppo, con lamento; all'interno di questa seconda sezione del n.8 dei "Quadri", ricompare per l'ultima volta nella partitura, in pianissimo, il tema della Promenade; - n.9 La capanna su zampe di gallina (Baba Jaga), allegro con brio, feroce; andante mosso; allegro molto; - n.10 La grande porta di Kiev, allegro alla breve (maestoso, con grandezza); meno mosso, sempre maestoso; grave, sempre allargando. Da notare che il pianista russo Vladimir Horovitz, non eseguiva l'originale di Mussorgski, ma una sua personale trascrizione desunta proprio dall'arrangiamento orchestrale di Ravel e quindi mancante anch'essa della quinta Promenade (continua).

martedì 16 aprile 2013

Tutto nella norma!

Ieri sera Radiotresuite ha trasmesso, in differita, un concerto ripreso il 16 marzo scorso al teatro Manzoni di Bologna, con l'orchestra sinfonica della Radio Svedese diretta da Daniel Harding, nell'ambito della rassegna Bologna Festival 2013. Il programma, comprendente anche l'arcinota 5^ sinfonia di Mahler, era preceduto da una pagina breve e di rarissimo ascolto, del compositore tedesco del 18° secolo, Joseph Martin Kraus, ovvero una breve sinfonia funebre scritta per commemorare la morte di Re Gustavo III di Svezia, avvenuta per mano di congiurati, a cui il Kraus, oltrechè esserne il musicista di corte, era legato da profonda amicizia (è proprio quello stesso Gustavo III che, in futuro, fornirà lo spunto iniziale a Verdi per l'omonima opera, poi profondamente mutata, per motivi di censura oltrechè di opportunità politica, nel celebre "Un ballo in maschera", con un cambio radicale di ambientazione da Stoccolma a Boston, come è noto). Questo brano è stato per me una piacevolissima scoperta, stante il fatto che non conoscevo per nulla il compositore in questione e tenendo conto che la musica del '700 non rappresenta il mio territorio di elezione, costituendo anzi, secondo il mio modesto parere, la parte più interessante del concerto, poichè la 5^ di Mahler, pur piacendomi enormemente, l'ho sentita talmente tante volte da conoscerla letteralmente a memoria fin nei minimi dettagli, per cui mi esce letteralmente dalle orecchie! Inoltre, l'interpretazione quivi datane, pur buona nel suo complesso, mi pareva a tratti viziata da qualche manierismo ed effettismo di troppo, soprattutto quella accelerata nelle ultimissime battute del movimento finale, non trovandola alla fine particolarmente rivelatrice, ma proprio per questo non mi aspettavo granchè in tal senso. Penso comunque di non essere stato l'unico a rimanere positivamente colpito dal brano di Kraus, perciò mi ha dato enorme fastidio quando, al termine della differita, il conduttore di Radiotresuite, ha letto, fra gli altri, anche l'sms mandato da un certo Duccio di Bologna, il quale affermava che la composizione di Kraus gli sembrava ancora più noiosa in radio di quanto non gli fosse risultata assistendo al concerto in sala! D'accordo che i gusti sono soggettivi, però questo mi conferma la mia impressione su quanto i melomani bolognesi siano chiusi e provinciali, stante la loro scarsa propensione a qualsivoglia novità. Perchè, caro Duccio, mi devi continuare a far vergognare di essere nato proprio in questa città, stante il fatto che il brano in questione era certamente ben più orecchiabile di tanta musica contemporane che vi manda fin troppo facilmente in crisi? Perchè devo continuare a sentirmi letteralmente un pesce fuor d'acqua? Che ho fatto di veramente male per meritare tutto ciò? Poi non ci si risenta se dico che bolognesi fa rima con cerebrolesi, purtroppo l'atteggiamento di quelli come Duccio, rappresenta la norma (peraltro anche quella di Bellini si conclude tragicamente con un rogo in cui periscono i 2 protagonisti), non c'è proprio niente da fare, ahinoi!

Dischi veramente fetenti!

I dischi Joker, forse i più scadenti in assoluto, erano ovviamente prodotti in Italia e non poteva essere altrimenti, vista la nostra vecchia tradizione in tal senso (generalmente variabili dal mediocre al catastrofico erano anche le stampe delle succursali italiane della Cbs, Emi ed Rca, tacendo poi di quelle penosissime della Fonit Cetra, ecc. ecc.). Ma chissa perchè nei primi anni recavano le copertine e le etichette scritte esclusivamente in tedesco, salvo in anni successivi alternare a quest'ultima sia l'italiano, che l'inglese e il francese. Inoltre, a volte le etichette, che all'inizio erano nere o grigio scuro, talvolta sembravano scimmiottare quelle della Capitol americana, caratterizzate dal logo "Fds", che stava a significare Full Dimensional Sound per i dischi mono e Full Dimensional Stereo per quelli stereofonici. Le etichette Capitol, scure anch'esse, avevano la caratteristica di una vivace fascia colorata sul bordo, simile a quella che talvolta compariva anche sui dischi Joker (attenzione che esistono dei Capitol Fds stampati anche in Italia, pressochè simili agli originali, ma comunque distinguibili se osservate bene il retrocopertina, dove è indicato l'effettivo stabilimento di fabbricazione. Gli originali venivano stampati in una fabbrica a Scranton, in California e a volte ristampati anche dalla Emi inglese.). Le copertine, inoltre, con una grafica che ambiva forse a essere raffinata ma che io trovavo alquanto greve, avevano inizialmente la superficie lucida, divenendo poi successivamente opaca. All'iniziale etichetta scura sulle facciate dei dischi, ne succedette negli anni '70, una gialla caratterizzata da un nuovo logo "Joker International", presente anche sulle copertine, scimmiottante quello della Dgg. Le incisioni che proponevano nel loro catalogo di classica talvolta provenivano anche da case come Remington, Everest, Saga, Musidisc, ma molte erano di dubbia provenienza. Probabilmente il belletto grafico a cui erano sottoposti aveva il solo scopo di dare del fumo negli occhi, all'acquirente tipo, generalmente neofita, dandogli l'illusione di comprare a poco prezzo, un prodotto di prestigio. La qualità dello stampaggio variava dal mediocre al catastrofico, la qualità sonora dal miserrimo all'ectoplasmico e quella interpretativa dallo scadente al discreto, salvo sporadiche eccezioni. Anche quando gli interpreti del disco erano nomi celebri, il tutto veniva comunque vanificato dalla scadentissima resa del supporto fonografico. Sono dei dischi-zombie, dei titoli da Helza-Poppin! Con l'avvento del cd, questo catalogo ne è stato almeno parzialmente riversato, io però me ne sono tenuto alla larga, saggiamente. Va da sè che le versioni in musicassetta di questi titoli siano, se possibile, ancora più obbrobriose, perciò gettatele direttamente nel cassonetto: le uniche che salvo, anche se non c'entrano per niente con la musica, sono quelle contenenti i vecchi monologhi del cabarettista romagnolo noto con lo pseudonimo di Sgabanaza, perchè almeno sono divertenti e la qualità sonora è meno critica in questo caso, però è un po' poco per mutare di opinione generale. Ovviamente le mie osservazioni in materia di collezionismo discografico, sono riferite massimamente all'ambito della musica classica, con la leggera e gli altri generi, il discorso cambia. Ricordo di aver letto, per esempio, che nel caso dei dischi di Elvis Presley, stampati all'epoca, varrebbero di più collezionisticamente gli esemplari fabbricati in Italia, rispetto agli originali provenienti dagli Stati Uniti, in quanto i primi avrebbero avuto una tiratura complessiva inferiore a questi ultimi, ma la cosa mi fa sorgere dei dubbi sulla sua attendibilità, essendo le stampe italiane non molto considerate in generale, stante la loro intrinseca qualità, di norma non esaltante. Tutto è possibile però!

Dischi come l'aids (ovvero, se li conosci, li eviti come la peste bubbonica, garantito al limone!).

Prima di entrare nello specifico, ancora 2 parole sui Dg "italiani": il timbro S.I.A.E. talvolta era impresso sul lato 1 anzichè come usuale sul lato 2 dell'etichetta del disco, mai però su ambedue le facciate. Inoltre, a volte i titoli Philips stampati in Olanda, venivano esportati a volte direttamente negli Stati Uniti; in questo caso, in evidenza sul fronte della copertina compariva un bel bollino dorato, in genere situato nell'angolo in basso a destra, con la dicitura, in caratteri neri: "Imported from Europe/Manufactured in Holland". Detto questo, adesso passiamo a trattare dei dischi forse più sciamannati in assoluto, secondo lo scrivente: i Joker/Saar, croce e delizia della mia infanzia e adolescenza, poichè all'epoca, fra la seconda metà degli anni '60 e i primissimi '70, erano purtroppo gli unici ad avere un prezzo abbordabile, si reperivano anche nei grandi magazzini tipo Upim e Standa (a Bologna, li potevi trovare anche all'Omnia di via Marconi, nella stessa sede in cui attualmente è situata l'Oviesse), ovvero anche in punti vendita diversi da quelli canonici ed erano reperibili anche nelle cittadine come Cesena; il catalogo era ampio, comprendente in pratica tutti i generi musicali e non, comprese le fiabe per bambini, in un insieme estremamente eterogeneo. Erano dischi estremamente popolari e diffusissimi. Inizialmente costavano 650 lire dell'epoca, ma già quelli che iniziò a comprare mia madre erano aumentati a 950 lire. Per darvi dei termini di raffronto, gli economici dischi della Rca Victrola italiana, costavano 1800 lire per i monofonici e 1980 lire per gli stereofonici, in ambedue i casi tasse escluse (allora vigeva la cosiddetta IGE, antenata dell'attuale IVA, oltrechè percentualmente assai meno gravosa di quest'ultima), i Dgg a prezzo intero arrivavano alle 4000/4500 lire, a seconda degli interpreti coinvolti (e difatti i dischi incisi da Herbert von Karajan erano naturalmente i più costosi), costituendo il sogno proibito della maggior parte di noi appassionati (rammento ancora, nei primi anni '70, nella vetrina del poi defunto negozio di dischi "Nannucci" in via Oberdan a Bologna, l'esposizione con grande evidenza di un Dgg inciso da Karajan, in offerta speciale a 2500 lire!). Nel 1963, un disco monofonico ad alto prezzo della Rca italiana, costava la bellezza di 3900 lire (di cui 360 di tasse, come specificato nel retrocopertina). Negli anni '50, in Germania, un Dgg a prezzo intero, costava 24 marchi, quando lo stipendio medio di un lavoratore era di 350! In effetti, il formato ridotto da 25 cm. di diametro, era stato introdotto per consentire a un pubblico più ampio di poter acquistare un disco, stante la sua maggiore economicità, anche se poi venne progressivamente abbandonato dalle case discografiche (la Dgg ne produsse solo fino al 1962), sopravvivendo ancora per un certo numero di anni, nelle collane destinate alla diffusione tramite le edicole, venendo poi successivamente soppresso anche in quell'ambito. Per cui non lamentiamoci più di tanto del caro-disco attuale, poichè non c'è nulla di nuovo sotto al sole! O mondo ladro, o mondo rubaldo! Ritorniamo ai Joker, di cui accenna anche Roberto Diem-Tigani nel suo interessante libro "Custodi del suono. Un secolo e mezzo di storia della riproduzione sonora.", uscito l'anno scorso per la casa editrice Zecchini. Secondo me, ne dà un giudizio persino troppo tenero, poichè la quasi totalità dei titoli pubblicati non sarebbero buoni nemmeno per giocarci a frisbee! Altro che dischi volanti, autentica spazzatura, sono. Non dovrebbero nemmeno trovarsi nei mercatini dell'usato, a rigor di logica: va da sè che mi sono letteralmente sbarazzato di questi dischi con grande sollievo, sbolognandoli gratis a suo tempo, al primo malcapitato; non li vorrei nemmeno se me li regalassero, figuriamoci se li acquisterei alla bellezza di 5 euro, il prezzo a cui li si può fin troppo facilmente trovare nei mercatini. Il discorso prosegue nel prossimo scritto...

lunedì 15 aprile 2013

Cenni sommari sui dischi Philips.

I dischi Philips, sono stati anch'essi prodotti in varie parti del mondo, ma in questo caso, sono tutti chiaramente riconoscibili già anche da un semplice esame della loro custodia, poichè la loro provenienza è esplicitamente dichiarata, anzi nel caso di quelli italiani, francesi e tedeschi, tutte le scritte sulla custodia sono nella lingua di provenienza. La faccenda più curiosa riguarda la variabilità del colore delle etichette, poichè, per esempio quelli olandesi avevano delle etichette inizialmente rosse, seguite da una tonalità di marrone rossiccio molto simile a quella dei dischi Mercury, ma talvolta mi sono imbattuto anche in esemplari con etichette di colore blu elettrico o violetto; quelli francesi avevano generalmente un blu scuro, i tedeschi erano arancioni, gli italiani neri, gli statunitensi grigi, mentre nulla so dei giapponesi, non essendomene mai capitati a tiro. Collezionisticamente, credo che valgano di più le stampe olandesi, ma al momento non saprei essere più preciso al riguardo. Ovviamente, mi sto riferendo soprattutto alle collane a prezzo intero, essendo poco pratico di quelle a medio prezzo ed economiche, salvo quella denominata "Fontana serie Argento", stampata anche qui in Italia e dal valore collezionistico scarsissimo. Valore modesto presenta anche la collana "Mercury Golden Imports", presente soprattutto in area anglosassone e stampata in Olanda, che comprendeva ovviamente titoli tratti dal catalogo della prestigiosa etichetta, ma con una qualità sonora variabile che non sempre rendeva giustizia alle incisioni originarie, anzi quelle monofoniche venivano persino stereofonizzate artificialmente, con esiti ovviamente nefasti, quindi evitatele come la peste! A parte che alcune incisioni della stessa Mercury sono state ristampate anche qui da noi, con esiti se possibile anche peggiori, proprio nell'ambito della collana "Fontana serie Argento", da prendere eventualmente in considerazione solo se a prezzi stracciatissimi, ovviamente. I dischi originali Mercury erano stampati inizialmente negli Stati Uniti, dalla Rca americana, poi successivamente da un proprio stabilimento con sede a Richmond; quelli inglesi erano stampati dalla Emi, quelli francesi e tedeschi, dalle rispettive succursali della Philips. Per saperne di più al riguardo, rimando al libro di Stefano Rama "I dischi dell'età dell'oro", edizioni Voltaire 1995, che mi ha fatto letteralmente da apripista. Peccato che non ne sia mai stata realizzata una seconda edizione, anche perchè è l'unico testo in lingua italiana sull'argomento. Collezionisticamente parlando, c'è un'altra collana da cui dovreste stare decisamente alla larga, venduta nell'ambito dell'usato a prezzi un tantinello assurdi: i dischi Joker/Saar, che sono come l'aids, ovvero se li conosci, li eviti! Alla prossima (continua).

I dischi Deutsche Grammophon "italiani", ovvero: se li conosci, li eviti!

In realtà, questa vuole essere una battuta provocatoria, al fine di catturare l'attenzione. Voglio dire che, anche se doveste imbattervi in questi esemplari, stante la qualità leggermente inferiore del loro stampaggio, non è che siano da evitare a priori, anzi tutt'altro, purchè li si trovi in vendita a prezzi ragionevoli, ovvero secondo la mia stima, a non più di una decina di euro, nel caso siano in ottime condizioni. Chiedere di più da parte del venditore, sarebbe quantomeno discutibile e arbitrario, anche se ognuno può ovviamente regolarsi come più gli aggrada. Come ho già affermato in precedenza, poichè le custodie, gli involucri esterni, eventuali libretti, le buste interne, di codesti dischi, sono comunque prodotte in Germania e quindi identiche agli originali, in tutto e per tutto, per riconoscere questi titoli, occorre esaminarne attentamente l'etichetta, che può apparire facilmente, a un esame superficiale, pressochè identica a quella del corrispettivo tedesco, poichè anche in questo caso, la totalità delle scritte riportatevi, resta in lingua tedesca. Le lievi differenze risiedono nella zona centrale dell'etichetta, dove c'è un riquadro, suddiviso in 3 sezioni. Se mettiamo a confronto visivo due esemplari degli anni '70, uno "tedesco" con un altro "italiano", sul tedesco troviamo generalmente: nella 1^ sezione del riquadro, all'estrema sinistra, la sigla "D. P.", nella 2^ sezione, ovvero quella di mezzo, a sinistra del foro centrale, troviamo la scritta "Made in Germany" o talvolta "Made in West Germany", mentre a destra del foro centrale è allocato il numero di catalogo, composto generalmente da 3 o 4 cifre, seguite dopo breve spaziatura, da altre 3 (0000 000); nella 3^ sezione, all'estremità destra, appare la scritta "STEREO 33". Sull'italiano, nella 1^ sezione, rarissimamente troviamo, sotto la sigla "D. P.", la scritta piccolissima SIAE, ma nella stragrande maggioranza dei casi, come nelle copie tedesche, troviamo solo la sigla "D. P."; invece, nella 2^ sezione, quella a sinistra del foro centrale, non ci sta scritto alcunchè! A destra del foro centrale, così come nella 3^ sezione, tutto risulta assolutamente identico agli esemplari germanici. Inoltre, quasi sempre solo sull'etichetta del lato 2 del disco, ma a volte nemmeno lì, è presente il timbro, regolarmente slavatissimo e quasi invisibile, della S.I.A.E., che sembrerebbe collocato a casaccio, stante l'estrema variabilità di posizionamenti dal sottoscritto riscontrati in diversi dischi, nel corso degli anni. Tra l'altro, mi sovvengo vagamente, di alcuni esemplari recanti una strana dicitura, il cui significato mi pare fosse: "fabbricati in Germania per conto del mercato italiano", salvo scherzi della memoria. Ribadisco che, essendo la casistica molto varia al riguardo, qualcosa potrebbe anche essermi sfuggito, tacendo del rischio di essermi preso dei colossali abbagli. Per cui, acquistate soltanto quei dischi usati, di cui potete visionare anche l'etichetta, poichè il solo esame della custodia e della busta interna, spesso diversa da quella originale, può essere fuorviante, come giustamente rilevato anche dai massimi esperti del settore. In caso contrario diffidate, poichè la fregatura ha serie probabilità di stare dietro l'angolo, o tutt'al più rischiate solo se il prezzo di vendita, risultasse decisamente stracciato. Per concludere, dirò che, generalmente, i titoli Dgg a minor rischio di "italianizzazioni", sono quelli in prevalenza dediti alla musica del '900 e contemporanea, anche quando riguarda autori nostrani come Berio, Bussotti, Maderna, Manzoni, Nono, Rota, così come quelli inerenti compositori come Henze, Hindemith, Stockhausen, Holst, Schoenberg, Berg, Webern, Orff, Busoni, Honegger, ecc., anche se pure in questi casi ho riscontrato eccezioni; per esempio, a distanza di anni mi sono accorto che la mia copia del disco in cui Claudio Abbado dirige, a capo dell'orchestra sinfonica di Chicago, la Suite scita e la suite dal "Tenente Kijè" di Prokofiev, era "italica", mentre invece un altro disco contenente musiche di Berg, (3 pezzi per orchestra, Altenberg lieder e Lulu suite), diretto sempre dal medesimo, era un originale tedesco. E potrei continuare con altri esempi, ma rischio di tediarvi, per cui vi invito sempre a verificare per bene, prima di procedere a qualsivoglia acquisto (continua).

sabato 13 aprile 2013

Come riconoscere i dischi Deutsche Grammophon "italiani".

Innanzitutto questo problema non credo sussista per i dischi prodotti col marchio Archiv Produktion, costola della stessa Dgg, creata nell'immediato secondo dopoguerra, stante la natura eminentemente specialistica che ne ha caratterizzato fin dagli esordi l'operato, rivolta ai cultori del periodo musicale che parte grosso modo dal primo medioevo fino al primo '800, con ambizioni prevalentemente filologiche, in antitesi quindi alla filosofia per così dire generalista della stessa Dgg (pur essendo quest'ultima prevalentemente concentrata sul repertorio che va dal classicismo al tardo romanticismo), riguardo alla quale, fino adesso, mi sono imbattuto esclusivamente in stampaggi tedeschi o giapponesi. Ma, ritornando alla Dgg, mentre non vi è alcuna difficoltà nel riconoscere le varie nazionalità degli stampaggi tedeschi, inglesi, francesi, spagnoli, americani, argentini, brasiliani, giapponesi, in quanto esplicitamente dichiarati sia sulle copertine che sulle etichette dei dischi, con le stampe italiane, sovente quasi indistinguibili dagli originali tedeschi, il discorso si fa decisamente più insidioso. Salvo certi titoli delle collane economiche e a medio prezzo tipo la "Resonance", in cui anche le copertine recavano in questo caso scritte interamente in italiano, il pericolo maggiore d'incorrere inconsapevolmente in una stampa italiana, viene dalla collana ad alto prezzo. In effetti, nemmeno io mi capacitavo del fatto che alcuni titoli rivelassero all'ascolto, una qualità di stampa leggermente inferiore ad altri della stessa collana. Ci pensò, a metà anni '90, a mettermi letteralmente una pulce nell'orecchio, un negoziante, Salvatore Gennaro, tuttora titolare del negozio "Ges.Co.Ser Alta fedeltà" di Cesena, facendomi notare le piccole differenze a livello di etichetta (col quale, vi assicuro, non ho stipulato alcun accordo pubblicitario, essendo il medesimo del tutto ignaro di questa mia menzione nonchè in senso assoluto del mio sito). Ma procediamo con ordine: innanzitutto i titoli a maggior rischio, per così dire, sono quelli in primis di richiamo più popolare, ovvero relativi a compositori come Bach, Beethoven, Brahms, Ciaikovski, ecc. ecc., o con compositori nostrani molto conosciuti come Albinoni, Corelli, Vivaldi, Paganini, Verdi, Puccini, Rossini, Respighi, Mascagni e compagnia bella, o con musicisti nostrani come Accardo, Benedetti-Michelangeli, Ciani, Pollini, Abbado, Chailly, Sinopoli, Votto, Santini, Gavazzeni, ecc., o con complessi tipo quelli del Teatro alla Scala, solo per fare alcuni esempi. Oppure anche con interpreti stranieri di grandissimo richiamo come Karajan. Queste considerazioni di massima vanno però verificate di volta in volta, poichè ho riscontrato parecchie eccezioni. Inoltre, queste stampe italiane, sembrerebbero partire cronologicamente dal '70 in poi, non avendole fino ad ora riscontrate in esemplari di epoca antecedente, che sembrerebbero di provenienza esclusivamente germanica per quel che ho potuto vedere. Sono esenti da questo problema, tutti o quasi i titoli derivati da registrazioni digitali, che sembrerebbero essere stati stampati esclusivamente in Germania, ma che, in quanto tali, non hanno comunque grande valore collezionistico, essendo di produzione tarda. Tornando alle ristampe nostrane, quello che rende la faccenda insidiosa è il fatto che solo il disco vero e proprio è fabbricato in Italia, mentre cofanetti, libretti, custodie, buste interne e quant'altro li corredi, sono fabbricati in Germania! Inoltre le etichette di questi dischi, recano le stesse scritte interamente in lingua tedesca, degli originali. Ma volendomi dilungare su quest'ultimo aspetto, rimando il tutto al prossimo scritto, essendo la casistica assai varia al riguardo (continua).

Collezionismo vinilico: come riconoscere i dischi Decca "italiani".

(Segue) Come affermavo nello scritto precedente, i dischi Decca, venivano generalmente importati dal distributore ufficiale nostrano, direttamente dall'Inghilterra e saltuariamente, in piccola percentuale, anche dalla Germania, stampe chiaramente e nettamente distinguibili ossia riconoscibili, le une dalle altre, ma talvolta succedeva che, per i titoli di musica classica che si presumevano di maggior richiamo per il mercato nostrano, venissero di conseguenza ristampati di sana pianta (comprese le custodie e le buste interne), nel nostro paese, ovviamente con una qualità di stampa e quindi un valore collezionistico inferiore rispetto agli originali stampati dalla casa madre nel Regno Unito. Questi dischi Decca nostrani, non sono sempre chiaramente distinguibili dagli originali inglesi, per un neofita, anzi a un esame superficiale potrebbero persino apparire quasi identici, poichè non sempre le loro etichette recavano iscrizioni nella lingua nostrana e spesso, nemmeno nel retrocopertina, erano presenti note di commento in italiano. L'indizio principale per distinguerli può essere, nella maggior parte dei casi, una lettera I presente negli estremi di etichetta, ossia nei numeri di catalogo assegnati alle varie incisioni. La Decca usava delle sigle alfanumeriche composte da una serie di lettere maiuscole seguite da 3 o 4 cifre (per la collana ad alto prezzo si trattava delle sigle SXL, SXDL, SET limitatamente ai dischi di musica sinfonico-corale e alle selezioni operistiche, PFS; queste sigle venivano tutte seguite da un numero a 4 cifre, tranne la SET recante un numero a 3 cifre, tutto quanto detto fino adesso, vale per i dischi singoli, mentre per i cofanetti multipli la sigla distintiva era SET seguita da un numero complessivamente di 4 o 5 cifre, ma di cui l'ultima o le ultime 2, erano separate dalle precedenti da un trattino, poichè indicavano il numero dei dischi contenuti nel cofanetto; altre volte la sigla era una D seguita da un numero a 3 cifre, a cui seguiva un'altra D con 1 o 2 cifre, sempre a seconda del numero di dischi presenti. Per le collane a medio prezzo le sigle erano SDD o GOS - nella serie "Ace of diamonds" -, ACL -nella serie "Ace of clubs"-, SPA -nella serie "The world of..."-, JB -nella serie "Jubilee"-, LE -nella collana "London Enterprise". Per la collana economica "Eclipse", la sigla era ECS. Dimenticavo però di dire che, verso la fine degli anni '70 e fino ad almeno la metà degli anni '80, la casa madre inglese faceva stampare i vinili in Olanda, anch'essi comunque riconoscibili, con un certo scadimento qualitativo rispetto agli stampaggi inglesi.). Le stampe italiane erano indicate generalmente in questa maniera: SXLI, SXDLI, PFSI, SDDI, SPAI, ECSI, GOSI, JBI, seguite dal consueto numero a 4 cifre; oppure, per i cofanetti multipli D000DI00, SET000-00I; per le selezioni operistiche e i dischi di musica sinfonico-corale, SET000I. Sulle etichette del disco, si poteva leggere in piccolo la scritta "Made in Italy". Mi è capitato però una volta di imbattermi in un cofanetto Decca della "Fedora" di Umberto Giordano, nell'edizione diretta da Lamberto Gardelli, in cui era assente la I dagli estremi di etichetta, tanto da farmi supporre di essere al cospetto di una stampa originale d'epoca. Per fortuna, un rapido esame interno del cofanetto rivelò l'inganno, poichè le etichette dei dischi non solo recavano iscrizioni interamente in italiano, ma persino un riquadro con la sigla SIAE in bella evidenza, per cui fate molta attenzione! Il problema ovviamente non sussiste per i dischi col marchio London (mai regolarmente importati dalle nostre parti), poichè la Decca dovette inventarsi un simile stratagemma per esportare i suoi dischi in America, stante il fatto che l'American Decca, inizialmente nata come costola della casa madre britannica, se ne era svincolata completamente, rendendosi  di fatto indipendente, in tempi successivi. Ma pensate per esempio anche alla Emi, che per gli Stati Uniti aveva dovuto crearsi i marchi Angel, Capitol e Seraphim, non potendo utilizzare nè il marchio His Master's Voice poichè di esclusiva americana della Rca-Victor, nè il marchio Columbia, essendo di esclusiva statunitense della Columbia americana, che a sua volta si era dovuta inventare il marchio Cbs, per poter esportare il suo catalogo nel resto del mondo! (Continua)

venerdì 12 aprile 2013

Considerazioni sommarie sul collezionismo di dischi in vinile usati.

Proprio oggi mi è capitato di sfogliare velocemente, in edicola, quello che parrebbe essere il primo numero di una nuova rivista nostrana dedicata al collezionismo discografico, "Raropiù", la cui testata sembrerebbe volersi richiamare come titolo a quello della rivista "Raro!", mensile anch'esso dedito allo stesso argomento, che mi sembra effettivamente essere scomparso da un pò di tempo dalla circolazione, a ulteriore conferma dei tempi grami che stiamo vivendo, solo che, analogamente a quest'ultima, prende esclusivamente in considerazione i generi musicali più popolari, ignorando bellamente i generi più impegnati, classica in primis, ovviamente. Errare humanum est, perseverare est diabolicum, qui naturalmente si continua a perseverare in questo provincialismo e dilettantismo culturale, il che è brutto e distruttivo, come è nella norma, per carità. Ogni battaglia essendo persa in partenza, non resta che mestamente rassegnarsi a questo andazzo, sempre in tema di idiozia dilagante. Nel mio piccolo ci proverò io a dare qualche ragguaglio, sulla base della mia modesta esperienza, della mia mediateca personale e di quel poco che ho appreso viva voce, riguardo al collezionismo di vinili usati di musica classica, sempre con beneficio d'inventario e pressochè assoluta certezza d'incorrere in errori e castronerie clamorose, stante il fatto che, anche in questo ambito, non si finisce mai d'imparare, oltrechè di incappare in colossali bidonate come il peggiore degli imbecilli (il sottoscritto incappò in pieno, nel lontano 1984, in uno di questi bidoni colossali, spendendo 80.000 lire, ovvero quasi tutti i soldi che aveva, in uno schifosissimo cofanetto commemorativo in edizione ufficialmente fuori commercio, acquistandolo nel periodo natalizio, in un noto negozio specializzato del centro storico di Bologna, tuttora esistente anche se in altra strada, guadagnandoci, dopo esserselo ascoltato integralmente, un forte mal di pancia, accompagnato a una fortissima emicrania, che lo funestò per tutto il periodo festivo, finendo con lo sbolognare, ovvero letteralmente regalare, all'incompetente di turno, il mefitico cofanetto, pur di non vederselo mai più sotto gli occhi, cosa di cui tuttora si vergogna come un ladro!). Gli unici articoli al riguardo, che ricordo di aver letto, li trovai in qualche remoto numero della rivista "Audiophile Sound", se la memoria non m'inganna, essendo in un'età da piena arteriosclerosi dilagante. In questa sede mi voglio occupare, sinteticamente, delle varie stampe dei dischi Decca, Deutsche Grammophon/Archiv e Philips, stante la loro diffusione dalle nostre parti e la relativamente facile reperibilità nel mercato dell'usato. Cominciamo in ordine alfabetico dai Decca, regolarmente distribuiti a suo tempo nel nostro paese e prevalentemente stampati in Inghilterra fin verso la fine degli anni '70 e poi successivamente, fino ad almeno la metà degli anni '80, in Olanda, questi ultimi con una qualità di stampa inferiore e conseguentemente valore collezionistico minore. Dico prevalentemente, poichè ne esistevano anche delle stampe tedesche, effettuate dalla Telefunken, facilmente distinguibili, come peraltro le olandesi, da quelle britanniche, che talvolta erano reperibili anche da noi; in generale, vale anche per altre case discografiche, lo stampaggio germanico è solitamente quello di qualità migliore, ma non è affatto detto che sia anche quello di maggior valore dal punto di vista collezionistico, la casistica essendo varia. Ma la cosa che nessuno sembra rilevare è il fatto che esistono alcuni titoli Decca, soprattutto quelli di maggior richiamo, che venivano ristampati in Italia, non sempre immediatamente distinguibili dagli altri, con una qualità di stampa e un valore collezionistico ovviamente inferiore, come è purtroppo quasi sempre la regola generale nel caso delle stampe nostrane. Ancora più difficile, nella maggior parte dei casi, distinguere le stampe italiane dei dischi Dg, camuffate sovente in maniera perfida e subdola, a differenza di quelle tedesche, inglesi, francesi, spagnole, statunitensi, argentine, brasiliane e giapponesi, tutte assai più facilmente individuabili, mentre per la Archiv non sembrerebbero sussistere analoghi problemi, essendomi fino ad ora imbattuto esclusivamente in stampe tedesche e giapponesi. Anche per la Philips, le cose vanno meglio, essendo le varie stampe olandese, francese, tedesca, italiana, giapponese, statunitense, più agevolmente distinguibili le une dalle altre. Conto di entrare più nel dettaglio in merito, nel prossimo scritto (continua).

giovedì 11 aprile 2013

Frenesie viniliche.

Proprio oggi, scorrendo il settimanale Panorama, ho letto che anche quest'anno si celebrerà, il 20 aprile, il giorno del vinile e del cd, a livello internazionale, con iniziative promozionali e sconti in una parte dei negozi di dischi. Francamente, visti i tempi di vacche magre, ripensando anche agli anni passati, non credo ci sia da aspettarsi molto in tal senso, mi chiedo anzi se simili iniziative commerciali, non siano in realtà inutili e fuorvianti, oltrechè gettare fumo negli occhi, in un mercato discografico sempre più asfittico e sclerotizzato nei suoi eterni malvezzi, come il consueto riproporre, in simili occasioni, costosissime edizioni per collezionisti, soprattutto viniliche, di titoli della cosiddetta musica di consumo. Non credo che il continuare ad immettere sul mercato simili oggetti chiaramente di natura elitaria e di nicchia, apporti alcun beneficio effettivo e contribuisca in qualsivoglia maniera a modificarne l'inarrestabile declino, visti i troppi errori fatti in passato, soprattutto a livello gestionale, di scelte artistiche e repertoriali e di politica economica. Troppe volte, da semplici appassionati, siamo stati trattati brutalmente come polli da spennare senza alcun riguardo. Non saranno certo simili ridicoli espedienti a salvare le case discografiche, nemmeno per il rotto della cuffia; nemmeno continuandoci imperterrite a vomitare, uno dietro l'altro, fanciulletti e damigelline aggraziate, che non hai nemmeno il tempo di notarli, tanta è la rapidità con cui vengono avvicendati in un'infinita catena di montaggio (più che mettergli in bocca un microfono, verrebbe voglia, potendo, di cacciargli qualcos'altro d'innominabile in tutti gli orifizi disponibili!), divetti plasticosi puntualmente e prontamente immortalati da biografie cartacee più o meno "autorizzate". A parte il fatto che, oramai, le promozioni discografiche, si susseguono l'una all'altra, nei negozi, pressochè ininterrottamente da anni, ma con i titoli che, in massima parte, continuano a giacere stabilmente negli scaffali dei negozi, anche perchè l'effetto traino del periodo natalizio, si è drasticamente attenuato da tempo. Chissà perchè poi, soprattutto qui in Italia, il collezionismo vinilico, viene prevalentemente considerato di un certo interesse, limitatamente ai generi musicali di più largo consumo, con la conseguenza che qualunque porcheria, purchè incisa su vinile, assurge spesso a quotazioni completamente sballate, stante l'incompetenza, la ciarlataneria e la cialtroneria dilaganti, foriere peraltro di clamorosissime sottovalutazioni riguardo ai vinili comprendenti i generi musicali più impegnati, incomprensibili ai microcefali invertebrati cerebrolesi che s'improvvisano, numerosi, venditori di vinile dall'oggi al domani, la qual cosa, occasionalmente, può avere delle conseguenze positive per il rarissimo appassionato fine intenditore, che si può imbattere in occasioni clamorosamente convenienti, ma che in linea di massima producono sfracelli, se poi ci si dovesse trovare nella necessità di rivenderli a un prezzo che sia almeno parzialmente adeguato al loro effettivo valore, finendo quasi regolarmente con lo svenderli per un tozzo di pane, quando va bene. In più, nel caso del vinile, gioca anche una componente feticistico-modaiola, già almeno in parte insita nel supporto in sè, sempre più preponderante con l'avanzare della fase di recupero e rivalutazione del disco in corso in questi anni, la quale ha prestato facilmente il fianco a speculazioni di ogni sorta, come il riproporre titoli ristampati in vinile, ma con incluso all'interno della confezione anche il corrispondente cd e/o dvd, con l'aggiunta financo della chiave d'accesso per scaricarne il contenuto anche da internet (ma diciamo download, che fa più fico!), ovviamente al prezzo modico di svariate decine di eurini, così ti vedi uscire dal negozio, il giovane idiota, con il suo carissimo vinilone iperaccessoriato sottobraccio, inconscio del fatto e forse anche menefreghista al riguardo, che il suo bellissimo feticcio, su vinile vergine pesante, è in realtà tratto da un volgarissimo file digitale, alla faccia del tanto decantato e in realtà mitizzato, calore del suono analogico! Probabilissimo anzi, che lo consideri alla stregua di un bel soprammobile e che nemmeno lo tolga dal cellophane che lo avvolge! O tempora, o mores!

martedì 9 aprile 2013

"Der unfliegende hollaender".

Decisamente non vola quest'olandese wagneriano andato in scena al Comunale di Bologna; anche dopo averne ascoltato la differita radiofonica, sabato scorso alle ore 20, su Radiotre, successiva alla differita televisiva di Rai 5, potendo quindi ascoltare la parte musicale con maggiore attenzione, in quanto ovviamente svincolata dalle immagini (alla fine pensando anche ad altre opere trasmesse in tv, sempre su Rai 5, come il "Nabucco" diretto da Luisotti alla Scala, o sempre dallo stesso teatro, il "Siegfried" e il "Lohengrin", diretti da Barenboim, mandati in onda anche in radio, meglio farne a meno delle immagini, visto che questi registucoli, alla costante ricerca di originalità a tutti i costi, non sanno fare altro che realizzare autentiche castronerie). Peraltro l'allestimento registico di Yannis Kokkos, (ir)responsabile anche delle scene e i costumi, era il medesimo già precedentemente utilizzato dal teatro; immagino che ciò sia dovuto anche a criteri economici, ciò non toglie che, vistane la bruttezza e insulsaggine, sarebbe stato meglio farne a meno. Meglio ancora sarebbe stato, come ho già detto, non riproporre affatto un titolo così inflazionato, stante il fatto che, anche la parte musicale non mi è sembrata proprio esaltante. Alla testa di un'orchestra talvolta imprecisa, con degli archi stridenti e con qualche bella stecca, soprattutto dei fiati, almeno nella ripresa trasmessa che era quella del 13 marzo (bellissima, si fa per dire, la poderosa pernacchia dei corni, proprio all'inizio dell'ouverture!), stava Stefan Anton Reck, con una direzione effettivamente un pò erratica e pesante, complessivamente di grigia correttezza. Il coro, sostanzialmente corretto, ma non esaltante, secondo me, risente del fatto di cambiare troppo spesso maestro (l'attuale risponde al nome di Andrea Faidutti, contrariamente a quanto annunciato dal conduttore di Radiotre, che erroneamente enunciava Lorenzo Fratini, attualmente operante in altro teatro, credo il Regio di Torino). Il gruppo dei cantanti, non esaltante anch'esso, annoverava un Olandese, Mark S. Doss, un Daland, Mika Kares, discreti, una buona Senta, Anna Gabler, un modesto Erik, Marcel Reijans e come ciliegina sulla torta, un pessimo timoniere, con delle oscillazioni vocali proprio da mal di mare, Gabriele Mangione e una catastrofica Mary, Monica Minarelli, che a tratti sembrava indulgere a una sorta di sprech-gesang, cantato-parlato, vagamente schoenberghiano. Insomma, a conti fatti, un'edizione complessivamente dimenticabile e a poco vale come pretesto per questa stanca riproposta, il fatto che questa opera abbia avuto la sua prima italiana, proprio qui, al Comunale, il 14 novembre 1877. Tra l'altro, questo stesso allestimento, con il medesimo direttore d'orchestra, sarà ripresentato, la prossima settimana, anche al San Carlo di Napoli (ignoro se anche i cantanti saranno gli stessi), questa volta con diretta radiofonica sempre su Radiotre, che obiettivamente, ci si poteva risparmiare! Quest'Olandese non vola proprio, anzi è decisamente atterrato, ed è indicativo del clima di generale grigiore che caratterizza la programmazione dei teatri nostrani. Cambiando discorso, per la serie il lupo perde il pelo ma non il vizio, recentemente il critico musicale del Corriere della Sera, Paolo Isotta, è finito nella lista nera dell'attuale sovrintendente del Teatro alla Scala (o per meglio dire del "sottoscala"), evidentemente per il suo atteggiamento non troppo ossequioso nei confronti di questa prestigiosa istituzione musicale, ahilui, a cui giustamente si è ribellata l'intera associazione dei critici musicali nostrani, che ne ha preso le difese. Evidentemente, certi malvezzi dell'ente lirico, non sono cessati, anche dopo la dipartita di Muti. Se la madre dei cretini è sempre incinta, evidentemente deve aver fatto anche gli straordinari, visti i geni tali che ci ritroviamo! Ad majora!

venerdì 5 aprile 2013

Senza sole.

Proprio come il titolo di un ciclo vocale mussorgskiano, questo è veramente un paese senza sole, a cominciare dal punto di vista climatico. L'atmosfera generale è veramente di un grigiore insopportabilmente infinito, nelle cose come nelle persone; sembrerebbe non esserci alcuna via d'uscita da questo vicolo cieco in cui siamo pesantemente sprofondati. Il bello è che ci sono ancora in circolazione parecchi idioti col paraocchi, che si fanno miserevolmente scudo della retorica del bel paese, culla della civiltà, degli italiani brava gente, del paese del sole e via di questo passo, così irritantemente ottusi nel rifiutarsi di vedere il cumulo di macerie che gli sta intorno, ma ovviamente tutto questo rientra tranquillamente nella norma (non quella di Bellini, purtroppo!), stupido è chi, come il sottoscritto, continua a meravigliarsene e a dolersene. Siamo decisamente una massa di pagliacci (non quelli di Leoncavallo, sfortunatamente), rimbambiti dall'eccesso di benessere (ma non ancora per molto, temo), almeno per coloro che godono ancora di una certa agiatezza, in un contesto sociale che ha reso la vita stessa un lusso per pochissimi privilegiati. Quanto vorrei voltairrianamente avere un giardino da coltivare, lasciando che il resto del mondo continui ad andarsene allegramente a rotoli per i fatti suoi, come è ovviamente la norma (sic!), ma avendo come tanti miei simili già un piede nella fossa (almeno fosse quella dell'orchestra!), me lo posso serenamente scordare. E' scontato come in un simile contesto, anche l'arte e la cultura, non possano non seguire la deriva retrograda che attanaglia l'intera nazione. L'ho già ribadito nei miei precedenti scritti, come l'adagiarsi sulla consuetudine, per comodità e opportunismo, costituisca un freno all'evoluzione della società in generale, sclerotizzandola in una degenerazione involutiva, di cui abbiamo costantemente sotto gli occhi, le infinite conseguenze nefaste. Specchio di ciò lo abbiamo appunto nei cartelloni musicali e teatrali, all'insegna sovente, della più sfacciata scontatezza di scelte, ovvero della personalmente vituperata riproposta della "solita minestra". Ennesimo piatto di minestra riscaldata mi è parso, tanto per cambiare, l'ennesimo "Olandese volante" di Wagner, questa volta proveniente proprio dal Comunale di Bologna (anche se mi verrebbe voglia di ribattezzarlo l'Orinale, stante il caratteristico olezzo che gli gravita attorno), visto un paio di domeniche fa, in differita televisiva su Rai 5, con una tipica regia teatrale modernamente astrusa, perfettamente nella norma (!) e una direzione d'orchestra alquanto erratica, tutta strappi e cincischiamenti, almeno così mi è parso ad una prima impressione; aspetto di ascoltarne anche la differita radiofonica che, se non sbaglio dovrebbe essere trasmessa da Radiotre prossimamente, per vedere se questa mia impressione sarà confermata o meno. Devo dire, però, che anche un precedente allestimento dell'opera dallo stesso teatro, trasmesso in diretta radiofonica, non mi aveva entusiasmato per la direzione d'orchestra, allora sotto la bacchetta di Daniele Gatti. Mi permetto un ingenuo suggerimento, anzichè allestire l'ennesimo inutile "Olandese", perchè non seguire il remoto esempio del teatro di Cagliari, che ripescò la prima opera composta da Wagner, ossia "Die feen" (Le fate), tratta da una fiaba del nostro Carlo Gozzi, che pur rigettata in seguito dallo stesso compositore, è in realtà un lavoro assai bello, più del "Rienzi" per intenderci, come sottolineato da Elvio Giudici nella sua arcinota "Guida all'opera lirica in disco e in video", col quale concordo pienamente al riguardo, pur non condividendone il giudizio troppo drastico nei confronti del "Rienzi". E' veramente questa opera, un lavoro più che meritevole di essere conosciuto e apprezzato dal pubblico e il riproporlo, in questo caso, avrebbe dato un senso diverso, a un altrimenti banalissimo anniversario celebrativo, senza tener conto dello stimolo rinfrescante e positivo che ne avrebbero tratto i musicisti medesimi, a cominciare dai complessi dello stesso, nell'avventurarsi in una partitura praticamente sconosciuta a loro, cosa che probabilmente si sarebbe riflettuta sugli esiti interpretativi, tonificati come sarebbero da una simile riscoperta. Ma purtroppo tutto questo non rientra affatto nella norma (!!!), per cui teniamoci il paese che ci meritiamo, non lamentandoci ipocritamente qualora ci dovessimo accorgere che si è ridotto a una tristissima landa desolata. Passando a faccende discografiche, purtroppo è da qualche mese, che stante il fallimento della Jupiter, l'etichetta svedese Bis è ancora priva di un nuovo distributore nostrano; mi è stato detto che, se si vogliono ottenerne i titoli tramite distributori esteri, il prezzo sarebbe di 25 euro per cd! Strano, una volta ordinando all'estero, si spuntavano prezzi più bassi, si vede proprio che i tempi cambiano, ovviamente in peggio, il che rientra decisamente nella norma (!!!!). Aggiungiamo il fatto che le novità della Naxos arrivano a rilento e abbiamo di che tirarci su il morale. Poveri noi!

giovedì 4 aprile 2013

Campane a morto?

L'altra sera, all'inizio della trasmissione Radiotresuite, si parlava per l'ennesima volta della situazione estremamente critica in cui versa il Maggio Musicale Fiorentino, notoriamente commissariato com'è prassi in simili casi, con tanto di interviste telefoniche sia all'attuale commissario straordinario, sia al presidente dell'associazione dei critici musicali italiani, Angelo Foletto. In linea di massima si facevano osservazioni condivisibili, soprattutto quando Foletto ha messo il dito nella piaga, affermando giustamente che le nostre istituzioni musicali, hanno peccato soprattutto di assistenzialismo, ovvero illudendosi che, bene o male, lo stato avrebbe comunque provveduto di sua tasca, per ripianare eventuali deficit di bilancio, un malvezzo tipicamente nostrano, che non riguarda, ahimè, soltanto l'ambito musicale. Ma, come sempre succede in simili occasioni, nè loro, nè tantomeno il conduttore della trasmissione, hanno rilevato un altro aspetto della faccenda, essendo la situazione del Maggio specchio fedele della situazione generale degli enti lirici in Italia (tra l'altro invocare un ipotetico intervento risolutore del sindaco di Firenze, Renzi, da parte di un radioascoltatore tramite sms, mi sembra proprio un'enorme ingenuità, vista la ben nota sordità dei politici nostrani in tal senso). Ovvero, come ripeto fino alla nausea, che imbastire cartelloni composti prevalentemente da titoli di sicuro richiamo, per il timore di perdere pubblico, soprattutto se accompagnato da una cattiva gestione, alla fine non preserva dalla catastrofe. Questa gente, crede di essere coraggiosa e innovativa, semplicemente proponendo titoli arcinoti con nuove regie modernamente astruse e/o con interpreti esordienti, giovani e acerbi, il che mi sa tanto di piatto di (solita) minestra riscaldata. La colpa principale che addebito alle nostre asfittiche istituzioni musicali è quella di non aver saputo o voluto, salvo rare eccezioni, stimolare la curiosità del pubblico, la sua apertura verso nuovi orizzonti culturali, ma al contrario, per propria comodità, di averne assecondato la naturale pigrizia mentale, creando un pubblico di melomani muffo, stantio, mummificato, sclerotizzato nelle proprie propensioni culturali, vecchio fino al midollo e non solo in senso anagrafico. Da noi tutto è stato ridotto a un museo delle cere, ed è ipocrita, con simili presupposti, dolersi del fatto che non ci sia stato un autentico ricambio generazionale del pubblico, tacendo dei prezzi dei biglietti solitamente elevati. Quest'anno si aggiunge anche la doppia sciagura del bicentenario verdiano e wagneriano, che serve solo come scusante flebile, per riproporre ai pubblici, titoli famosi di compositori arcinoti, in edizioni perlopiù mediocri, compositori che, lo ribadisco, non hanno certo bisogno di simili evenienze per essere commemorati, stante la loro regolare e copiosa presenza nei cartelloni lirico-sinfonici del globo terracqueo. Odio gli anniversari, non so se si è capito, proprio perchè si risolvono in un tripudio di banalità e incultura. Anzi, a costo di rendermi ancora più antipatico, affermo che, se anche tutte le istituzioni musicali nostrane, dovessero sparire dalla faccia della terra, non ci verserei sopra manco una lacrima, visto il loro modo di procedere. Se si pensa che, proprio ai tempi di Verdi, il pubblico esigeva giustamente, la presenza di nuovi lavori ogni anno, nei cartelloni dei teatri lirici, non si può non constatare quanti passi indietro si siano fatti in tal senso. Una volta una signora melomane bolognese, frequentatrice sia del Comunale che del Manzoni, mi disse che per lei andava benissimo così, tanto a detta sua, non ci si stanca mai di riascoltare i capolavori più famosi e che, perciò, non sentiva affatto il bisogno di fare nuove scoperte! A parte il fatto che mi verrebbe da obiettare che allora, tutti gli altri musicisti che hanno composto lavori meno noti, dovevano essere come minimo degli idioti perditempo, ma ci si dimentica del fatto che, anche per i capolavori acclarati e i loro autori, c'è stato il momento dell'esordio, in cui erano perfettamente sconosciuti e tali sarebbero rimasti, se nessuno si fosse preso la briga di farli conoscere in pubblico, continuando pedissequamente a riproporre i capolavori preesistenti, ed impedendo di fatto, un'evoluzione della storia della musica. Se poi si tiene conto del fatto che alcuni capolavori oggi assodati, ebbero un esordio addirittura disastroso, come proprio "La traviata" di Verdi, fischiata alla Fenice di Venezia, non posso esimermi dal trovare inaccettabili certi discorsi gretti e provinciali. Sapete che c'è stato un periodo in cui anche la musica di Bach era caduta nel dimenticatoio, per cui se non ci avesse pensato, nella prima metà dell'800, un certo Felix Mendelssohn-Bartholdy, direttore d'orchestra oltre che compositore, a riesumarlo proponendone in pubblico , tra le altre cose, la Passione secondo Matteo, chissà per quanto tempo le opere del sommo musicista, oggi eseguito fino alla nausea, sarebbero rimaste sepolte nell'oblio? Quanti lavori di Schubert sono stati eseguiti per la prima volta postumi? Anche la musica di un certo Vivaldi era una rarità, soprattutto una settantina di anni fa; in effetti la riscoperta della civiltà strumentale di quel periodo, si deve almeno in parte, agli esponenti della cosiddetta "generazione dell'80", ovvero Casella, Pizzetti, Malipiero, Respighi. In particolare Malipiero curò una prima edizione critica a stampa dei lavori vivaldiani. 50/60 anni fa le sinfonie di Bruckner e di Mahler, oggi eseguite e incise a livelli di sovradosaggio, erano praticamente ignote, soprattutto dalle nostre parti. E gli esempi potrebbero continuare. Ma il mio probabilmente è un discorso vano, vista la landa desolata popolata da zombie, in cui ho avuto la sfortuna di capitare. Questo discorso si potrebbe benissimo allargare al teatro di prosa, al cinema, a tutte le forme di arte e spettacolo, ma per il momento mi fermo qui.

mercoledì 27 marzo 2013

Un disco corroborante.

(Segue) Pochissime ovviamente le incisioni del balletto "Corroboree" di John Antill, ma tra queste quella, decisamente raccomandabile, che vi indico. Registrata dall'8 al 10 giugno del 2006, al Michael Fowler Centre, a Wellington in Nuova Zelanda, dall'orchestra sinfonica della Nuova Zelanda diretta da James Judd, in un disco caratterizzato da un'ottima qualità della ripresa sonora, comprendente in apertura anche un altro brano del compositore, ovvero "An outback overture", composta nel 1954, il cui titolo sembrerebbe rifarsi proprio a un brano di Copland, cioè "An outdoor overture", tra l'altro con una certa similarità nell'impostazione generale, essendo anche quella di Antill nella tipica forma della classica ouverture da concerto, da porre solitamente all'inizio del programma, brano quest'ultimo dal carattere, in ogni caso, decisamente accattivante, costituente un bel preludio all'ascolto integrale del balletto che segue, confermante senz'altro ulteriormente l'enorme talento del musicista australiano, è un disco assolutamente riuscito. Difatti l'interpretazione quivi datane, rende piena giustizia al carattere e alla singolare orchestrazione di questa musica, veramente tonificante, o per meglio dire, proprio "corroborante", mi si passi il gioco di parola. L'orchestra, veramente ottima, si disimpegna in maniera eccelsa nei complicati incastri poliritmici della partitura, senza la minima imperfezione. Questo disco, tra l'altro a prezzo economico, è uscito nel 2008, ma è tutt'ora in circolazione, anche se stranamente ignorato persino nell'ultimo catalogo cartaceo della casa discografica, per cui se lo volete, lo dovete ordinare al negozio,altrimenti non c'è pericolo che lo troviate (cd Naxos 8.570241). Io stesso, ne venni a conoscenza casualmente, poichè questo titolo veniva mostrato all'interno del libretto di un altro cd della Naxos, inciso dagli stessi interpreti qualche anno fa e comprendente musiche di Beethoven (ovvero le musiche di scena per l'Egmont e la scena lirica "Ah, perfido"). Del resto, asserisco da sempre, che in quest'ambito, si dovrebbe avere proprio un animo da esploratori (titolo proprio dell'ultimo movimento della "Sea Symphony" di Vaughan-Williams, su testi di Whitman, guarda caso), essere desiderosi di nuove scoperte, di nuove avventure dello spirito, in barba al conformismo e alla routine! Abbasso la pigrizia mentale, abbasso la solita minestra!!!

Una musica corroborante.

Nel 1946, il compositore australiano John Antill (1904-1986), terminò la realizzazione di quello che diventerà, giustamente, il suo lavoro più celebre e rappresentativo, ovvero il balletto "Corroboree". E' chiaro che, in questo caso, quando si parla di lavoro celebre, la celebrità vada intesa in senso relativo, poichè, al di fuori dell'area anglosassone, temo proprio che questa composizione sia praticamente sconosciuta, e ciò costituisce, secondo la mia modestissima opinione, decisamente una perdita secca; anzi, ho ragione di ritenere che sia pochissimo nota anche nell'area anglosassone e persino nella stessa Australia, per dirla tutta, anche se vorrei tanto sbagliarmi in proposito. E pensare che, anche in questo angolo del globo, non mancherebbero certo dei compositori degni di un qualche interesse, come per esempio, oltre allo stesso John Antill, anche Douglas Lilburn e Peter Sculthorpe. Sicuramente il '900 musicale è ancora troppo poco esplorato e conosciuto per essere valutato con obiettività nella sua completezza (penso a quanto poco si conosca, non solo riguardo all'area anglosassone, ma anche a quella scandinava, orientale ed estremo-orientale, troppo spesso liquidate frettolosamente e superficialmente dagli studiosi del settore, oltrechè quasi del tutto ignorate anche dalle istituzioni musicali, soprattutto nostrane; valga per tutti l'assenza pressochè totale di un compositore imprescindibile, come il danese Carl Nielsen, scandalosamente ignorato nei cartelloni musicali nostrani) e soprattutto, liberato da quella pesante cappa di catastrofici luoghi comuni, figli in gran parte di Adorno e dei suoi discepoli, (vedasi il caso di compositori come Orff, Pfitzner, Casella, Pizzetti, Respighi) che ne impedisce una serena discettazione. Ma torniamo a parlare del balletto "Corroboree", scusandomi per la digressione. Questo assoluto capolavoro d'inventiva e originalità, trae il suo spunto iniziale, da un tipico rituale aborigeno d'iniziazione (Corroboree), al quale assistette nel 1913, (proprio l'anno della prima tumultuosa de "Le sacre du printemps"), l'allora giovanissimo compositore, che ne rimase fortemente impressionato. Al punto che, in seguito, si sentì stimolato a profonde ricerche etno-musicologiche sulle melodie aborigene, sfocianti come risultato finale in questa straordinaria partitura, iniziata nel 1936 e portata a compimento 10 anni dopo. Innanzitutto il titolo "Corroboree", è la versione anglicizzata del termine originale "Caribberie", che denomina questa singolare cerimonia primaverile aborigena. Quella a cui assistette il musicista, si svolse nella località di La Perouse, presso Botany Bay. Lo stile di questa musica, pur con le debite influenze (Stravinski per la singolare esuberanza ritmica, Copland per un certo uso delle armonie, Grainger per l'evocatività delle atmosfere, Ginastera per l'uso di elementi autoctoni, ma sono ravvisabili anche tracce di folclore britannico), presenta comunque delle caratteristiche altamente personali, con delle continue, strepitose, soluzioni timbriche, armoniche, ritmiche, al cui interno gli elementi etnici, si fondono alla perfezione, in una partitura modernissima, pur impiegando un linguaggio politonale e orecchiabilissimo, in una sintesi complessiva originale e profondissima. A riprova, come dicevo poc'anzi, di quanto il '900 musicale costituisca un territorio ancora vastamente inesplorato e di quanto siano insensati certi divisionismi critici esasperati, che ne inibiscono una più ampia conoscenza e comprensione. (Continua)

lunedì 25 marzo 2013

Classica in vinile, 4bis.

(Segue) Per quanto concerne la qualità dello stampaggio del disco, è complessivamente accettabile, ovvero tale da non compromettere il piacere dell'ascolto, ma con un lato B un pò più rumoroso e disturbato del lato A, almeno nella mia copia e ancora una volta, con delle sbavature di vinile, in corrispondenza del foro centrale del supporto. Non posso non rammaricarmi, come di consueto, per la scarsità dei dati di registrazione forniti all'interno del fascicolo di accompagnamento (inciso nel 1967 all'UFA Tonstudio di Berlino e pubblicato nel 1968 - regia sonora di Gustav Rudolf Sellner, direttore di produzione Hans Hirsch, tecnico del suono Klaus Scheibe), ma devo aggiungere che sul cd già in mio possesso di questa incisione, allegato al n.75 della rivista "Amadeus", i dati sono ancora più scarni, per non dire assenti. Concordo sul fatto che l'interpretazione di questo celeberrimo brano datane da Jochum e dai suoi collaboratori, resta in ogni caso, un vertice assoluto della discografia di tutti i tempi, giustamente mai uscito dai cataloghi, fin dal suo apparire. Esistono senz'altro delle letture più analitiche e variate nell'agogica di questa, ma forse nessuna ne possiede la franca, decisa, bruciante ed incisiva espressività di questa, aliena com'è da autocompiacimenti e facili effettismi, sempre in agguato in musiche di tale fattura. Sotto questo profilo, questo titolo è un centro assoluto della collana della De Agostini, finora il migliore fra quelli usciti fino ad adesso. E lo è, ultimo ma non meno importante, anche sotto il profilo della qualità sonora, fra le migliori fin dall'origine fra le registrazioni prodotte dall'etichetta gialla. Il suono è fresco, vivace, dinamico, con buon equilibrio fra cantanti, cori ed orchestra e viziato solo, a tratti, da una certa distorsione microfonica, in alcuni passaggi corali e vocali. Rispetto alla versione su cd, complessivamente valida, mi sembra persino di percepire più dinamica, anche se quest'ultima mi risulta più nitida come dettagli, anche se un pò meno profonda e con una rigidità armonica, ovvero asprezza timbrica, lievemente superiore. Anche in questo caso, ci sono senz'altro delle edizioni discografiche che possono senz'altro vantare una qualità sonora più realistica, con una escursione dinamica decisamente superiore, ciò non toglie che la qualità atmosferica della registrazione di Jochum, sia unica e particolare, non meno di quanto lo sia l'interpretazione. Bellissimo! Per concludere, noto che il riquadro "Note sparse" a pag.7 del fascicolo, sembra sia diventato una presenza fissa, ma guarda un pò! Vediamo cosa ci riserveranno le prossime uscite di questa collana, sperando che si faccia la dovuta attenzione per evitare ulteriori sciatterie, che stonano col quadro complessivo. Per il momento, aspettiamo fiduciosi.

Classica in vinile 4.

Questa volta, secondo l'ordine delle uscite originariamente prospettato, mi sarei aspettato di recensire il disco Decca, comprendente il balletto "Il cappello a 3 punte" di De Falla, col soprano Teresa Berganza e l'Orchestre de la Suisse Romande, diretta da Ernest Ansermet e invece mi sono ritrovato con i "Carmina Burana" di Carl Orff, peraltro in una prestigiosissima edizione della Deutsche Grammophon, con il soprano Gundula Janowitz, il tenore Gerhard Stolze, il baritono Dietrich Fischer-Dieskau, i Piccoli Cantori di Schoeneberg, il coro e l'orchestra dell'Opera Tedesca di Berlino, sotto la direzione di Eugen Jochum. Di per sè, stante la bellezza del titolo, non ci sarebbe di che recriminare, ma non nego che la cosa mi innervosisca un poco, anche se sappiamo benissimo che l'editore si riserva il diritto di cambiare l'ordine delle uscite, ecc. ecc.; ad ogni buon conto, anche questo titolo, come il precedente, è uscito in edicola, con i consueti 5 giorni di ritardo, ovvero il 21 marzo. Inizierò la disamina, osservando che la custodia del disco, della usuale opacità, differisce da quella dell'originale, in quanto quest'ultima si apriva a libro, comprendendo anche i testi cantati, quivi assenti (i motivi di questa scelta, saranno forse originati da esigenze di contenimento dei costi di realizzazione?), per il resto non noto particolari discrepanze. Anzi, l'invasività delle scritte cosiddette di "servizio", mi sembra diminuita, sia sul retrocopertina che sulle etichette del disco. La busta interna è accettabile, anche se a voler essere ipercritici, il rivestimento interno non dovrebbe essere di carta di riso, ma in pvc. Stavolta le etichette del disco mi sembrano più fedeli, con il caratteristico bordo esterno di tulipani, tipico dell'etichetta gialla fino alla fine degli anni '60, peccato però per la mancanza del riquadro sulla sinistra con la scritta "GEMA" e per il colore delle iscrizioni sulla metà inferiore delle etichette, di un rosso vivo anzichè di un marrone rossiccio come sull'originale. Siamo comunque su livelli un pò superiori, rispetto al primo disco della collana, ma senza dubbio migliorabili. Il fascicolo interno, con testi di Giovanni Tasso, è di livello complessivamente decente e ha il merito, innanzitutto, di sottrarre il compositore, alla commistione col nazismo, luogo comune ben duro a morire e che impedisce una valutazione serena ed obiettiva dell'operato di Carl Orff; non posso non andare con la mente, alle periodiche sparate di quei gran soloni di Radiotre al proposito, causantemi un deciso e consistente spappolamento testicolare, ogni volta che le proferiscono!!! Purtroppo, anche questa volta, non posso mancare di rilevare, all'interno del fascicolo, la consueta sequela di refusi e imprecisioni. In particolare quello di pag.4, nel riquadro in basso inerente i "Carmina Burana" diretti da Ormandy, al cui interno ricompare, erroneamente, il trafiletto relativo all'incisione de "L'uccello di fuoco" di Stravinski diretta da Ansermet, già apparso nel fascicolo precedente. Si dovrebbe fare molta più attenzione, che diamine!!! Inoltre a pag.3, dove si accenna ai "Catulli carmina" dello stesso compositore, ci sarebbe da precisare che l'organico strumentale comprende non solo le percussioni, ma anche 4 pianoforti, sia pure utilizzati in modalità prevalentemente percussiva. Inoltre, come si evince anche da una semplice osservazione del retrocopertina, i brani puramente strumentali dei "Carmina Burana", sono 2 e non 1 come indicato, ovvero il n.6 "Tanz" e il n.9 "Reie". Riguardo al "Trionfo di Afrodite", non si specifica che l'organico strumentale, torna ad essere un'orchestra al gran completo, più o meno come nei "Carmina Burana" (continua).

sabato 23 marzo 2013

Bruckner, bibliografia sintetica in lingua italiana.

Premetto che cito soltanto i libri in mio possesso, perciò anche questa bibliografia, non ha alcuna pretesa di completezza. - 1) Karl Grebe: "Anton Bruckner", traduzione italiana di Maurizio Giani; Edizioni Discanto, Fiesole 1982 - prima emissione: ottobre 1983, Discanto Edizioni, sezione editoriale della Casalini Libri, Fiesole (FI); titolo originale "Anton Bruckner in selbstzeugnissen und bild dokumenten" (Anton Bruckner nelle proprie testimonianze e documentazioni iconografiche), edizioni Rowohlt Taschenbuch Verlag Gmbh, Reinbek Bei Hamburg, 1972; - 2) Deryck Cooke: "Bruckner" (contenuto in "Guide alla musica/I grandi Musicisti - Maestri del tardoromanticismo: Brahms, Bruckner" di Heinz Becker e Deryck Cooke, edizione italiana Giulio Ricordi & C./Giunti gruppo editoriale, Firenze, marzo 1992; traduzione italiana di Claudio Toscani. Estratto da "The New Grove Dictionary of  Music and Musicians", titolo originale "The New Grove, Late romantic masters: Bruckner, Brahms, Dvorak, Wolf", edizioni Macmillan Publishers Limited, 1980/85; - 3) Sergio Martinotti: "Anton Bruckner", 1^ edizione Guanda Editore, Parma 1973; 2^ edizione Edizioni Studio Tesi Srl, collezione "L'arte della fuga", Pordenone, gennaio 1990; 3^ edizione EDT, collana "Autori ed opere", n.17, Torino, settembre 2013 (prezzo 20 euro). Unica ed imprescindibile monografia italiana sul sommo compositore. Aggiungo, in appendice, che diverse indicazioni per la mia cronologia e discografia, le ho tratte dall'articolo di Richard Lehnert "Bruckner's symphony n.9, finally, a finale?", pubblicato sul numero della rivista americana "Stereophile", uscito nel marzo del 2010 (vol.33, n.3).